Nel rileggere i quattro racconti del ciclo “Bellarmino”, che seguono i due del ciclo “Scardanelli”, mi rendo conto che diverse zone d’ombra dei luoghi narrativi di entrambi i cicli non sono stati illuminate a sufficienza, lasciando enigmi non risolti, di cui senz’altro il lettore troverà soluzioni migliori delle mie. Intanto, io qui mi vorrei limitare a commentare l’Epilogo di “Le dissolte identità”, ovverosia “Frammenti luminosi” e prima ancora il “Prologo” e il primo capitolo, “L’approccio e la fuga” di “Abscondita dea”, qui di seguito riportati. Nel “Prologo” il narratore si descrive come personaggio in azione e in questo modo ha la possibilità d’incontrare un personaggio della sua narrazione, che ha ragione di ritenere sia Elisabetta Del Tullio. Da dove gli deriva questa ragione? Verosimilmente dal fatto che il narratore è l’autore e quindi il creatore del contesto narrativo. Avvicinandoci, quindi, noi (io e il lettore) al piano della “realtà”, a cui risaliamo da quello della “finzione”, dobbiamo o meglio io debbo rispondere al quesito fino a che punto il mio personaggio sia reale nella sua finzione (raffigurazione). E qui la contrapposizione tra realtà e finzione si muta nell’altra tra “verità” e “falsità”. Dico subito che mi sono ispirato a un personaggio vero, ovvero che l’episodio della connazionale alla portineria dell’albergo di Francoforte è ripreso dal vero, nel senso che allora la giovane diede qualche piccola pratica informazione e basta. E allora perché a distanza di anni quel ricordo è venuto fuori? Semplice, si può pensare, la ragazza ti ha colpito e non l’hai dimenticata. Certo, è semplice, forse un po' troppo semplice. Il mondo è disseminato di gentili donzelle, che incontri nelle reception dei vari alberghi d’Europa e altrove, ma anche di sgradevoli, fortunatamente di meno. E allora, perché quella in particolare? Vediamo un po'. Dovendo (volendo) ambientare la storia a Francoforte, mi sono ricordato di quella giovane, che si limitò a dare indicazioni a dei connazionali, e io ci ho ricamato sopra la storia di Roberto Bellarmino e i suoi calzini grigi, anzi il suo non indossare calzini e non solo grigi. Ma lasciamo perdere i calzini, che mi conducono ad altre storie e concentriamoci su Elisabetta del Tullio. Allora, perché, dopo che la storia con Roberto Bellarmino era stata raccontata e si era conclusa, io narratore, diventando personaggio, ho raccontato di aver incontrato la ragazza di Francoforte a Roma, o almeno ho creduto di incontrarla. In proposito, ci tengo a precisare che la narrazione di quest’ultimo incontro è di pura fantasia, nel senso che questa volta non trae spunto da un qualche episodio reale. Ed in quest’ultimo senso, tale circostanza alimenta il mio debito nei confronti della persona reale, raffigurata nel personaggio di Elisabetta del Tullio. Se quello vero è stato un incontro occasionale e fugace, seppure registrato nel ricordo della mia coscienza, allora sorge un dubbio: chi è veramente la ragazza di Francoforte, quella di cui ho raccontato la storia con Roberto Bellarmino? Forse un’altra identità si nasconde dietro la persona indicata, fondendosi con essa, per effetto della condensazione psichica. È quest’ultimo un tipico fenomeno onirico, quando sogniamo l’immagine di una persona sconosciuta, che però ci trasmette una sensazione di familiarità, se al nostro risveglio riflettiamo un po' a fondo sulla suggestione notturna. Questo tipico scomporsi e ricomporsi del materiale psichico del sogno è lo stesso processo del formarsi più o meno cosciente di un personaggio rappresentato nella figurazione artistica. Chi si nasconde, dunque, dietro l’immagine della ragazza di Francoforte? Un’altra giovane donna appartenente alla realtà e non alla fantasia? E chi è quest’altra donna?
Prendo tempo, e prima di parlare e argomentare su quest’altra, vorrei lanciare qualche contumelia invece contro alcune altre receptionist, di cui porto il ricordo di meno piacevoli incontri, uno per tutti quello di Londra. Vado alla reception dell’Hilton, per chiedere informazioni su un evento in corso e la tizia dai chiari tratti mediterranei mi risponde, con aria disturbata: “I don’t know”. Io la guardo scettico e l’altra ribadisce scontrosa, con accento e modi tipicamente campani: “I don’t know”. Ma non è la risposta, è il modo che ancor m'offende. Perché? Perché in quella risposta io leggevo (credevo di leggere, il dubbio è non solo lecito, ma anche legittimo) il seguente pensiero: “Io qui a Londra parlo inglese e nient’altro, quindi che vai cercando?” Che cosa cercavo io? Le informazioni chieste in lingua inglese, ovviamente con il mio accento al suo orecchio verosimilmente familiare, e che prontamente mi furono date dalla sua collega di banco. Era una gentilissima fräulein germanica, sorridente, disse di chiamarsi Francesca, sprizzando simpatia da tutti i pori. E allora? Una amava l’Italia, aveva italianizzato il suo nome, l’altra non lo so. Ho raccontato un fatto vero, la mia versione di un fatto vero, però è bene ritornare dalla realtà alla fantasia, perché la realtà appartiene a tutti, la fantasia a ognuno di noi. Elisabetta Del Tullio era un personaggio della mia fantasia, ecco perché l’ho incontrata a Roma e ne sono rimasto intrigato. Sono Pigmalione innamorato della sua Galatea? Oddio! anche nella finzione l’approccio l’avevo soltanto sognato: “Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.” E non avevo sognato soltanto Elisabetta, ma anche Scardanelli. Quindi, occupiamoci di quest’ultimo soggetto. Ma com’ero scivolato nel sogno, peraltro di finzione (l’unica verità è quella dei coatti con lo stereo a tutto volume alle tre del mattino), da Elisabetta a Scardanelli? La fuga, fuggivo inseguito dalla polizia, la legge, per quella mia furtiva (l’aggettivo deriva dal latino fur, ladro, da cui anche furto) trasgressione (stalking?). Ma io non sono uno stalker, al massimo lo è Scardanelli, Jung direbbe l’ombra della mia persona. Prima che mi sfugga, devo però rivelare la fonte della mia ispirazione. L’originale è l’episodio di un bellissimo film del secolo scorso: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson, indimenticabile! Verso la fine, i matti, incitati da Jack N., si concedono una serata di trasgressione, durante la quale uno di loro, un adolescente, riesce nel suo primo tentativo amoroso, entusiasticamente applaudito da tutta la compagnia. Quando l’inflessibile direttrice del manicomio scopre l’episodio, come sanzione repressiva, denuncia il comportamento del figlio alla madre, inutilmente implorata di non farlo, e il giovane si suicida. Lo “Scardanelli” della mia fantasia soffriva della stessa angoscia.
IL VIAGGIO MILLENARIO Ho glissato sulla vera identità di Elisabetta Del Tullio, o meglio sulla figura di donna nascosta dietro l’altra, una condensazione psichica, quella propria del materiale onirico dei sogni? No, il discorso è scivolato via per conto suo. E ora riprendendolo, mi rendo conto che nello svelare un’identità si finisce per velare l’altra, commettendo ingiustizia, quella stessa ingiustizia che pagano gli esseri, secondo l’antico detto di Anassimandro: «Principio degli esseri è l'infinito ... da dove, infatti, gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo». È il continuo gioco del dissolvimento delle identità nella presunta unità della coscienza dell’Io, che per un autore è il dissolvimento della sua unitarietà psichica nella folla dei fantasmi, i personaggi delle sue creazioni. “La coscienza appare come un teatro in cui vengono rappresentate simultaneamente diverse scene, una sola delle quali però inquadrata come “un fuoco d’artificio prodigiosamente multiplo e complesso, [che] sale e si rinnova incessantemente attraverso miriadi di razzi”, di cui però “noi non percepiamo che la cima”, mentre il resto rimane nascosto al di là della linea d’orizzonte dell’io. Ciascuno di noi costituisce in questo scenario una gerbe lumineuse, un “mazzo” o “fascio” di scariche elettriche. Se si guarda attorno, si rende conto di essere un comprimario, assieme a tutti gli altri esseri viventi, di un più vasto spettacolo di fuochi d’artificio che s’innalzano, brillano per un attimo e poi cadono sullo sfondo buio di una natura indifferente.” Così Remo Bodei (“Destini personali”, 2009) riporta il pensiero di Hippolyte Taine, filosofo francese dell’Ottocento, a proposito della frammentazione dell’io. Leggendo questa pagina, mi sono ricordato del finale del mio primo libro, “L’uomo camuffato” un breve romanzo, dove il protagonista da una terrazza assiste ad uno spettacolo di fuochi d’artificio, quello riportato nell’Epilogo: “Frammenti luminosi”. Quella scena veniva così commentata dalla mia voce narrante: “Brizi udiva i lontani clamori della folla radunata sulla spiaggia, che accompagnava i botti e i bagliori dei fuochi d’artificio risplendenti nell’oscurità. E pensava che per quell’umanità in festa già lontane dovevano apparire le violenze e le emozioni della giornata, ma sapeva che quella loro allegria restava sempre come sospesa. Caduca avvertiva, quella sera, l’esistenza dei mortali e precaria, quindi, considerava la loro felicità.”
Qui, la frammentazione e la pioggia di luci nel cielo della notte, la cascata delle parabole luminose rispecchiava la caducità dell’esistenza inavvertita dalla coscienza corale, che viveva l’allegria di una festa, dove le violenze e le emozioni della giornata erano ormai distanti e dimenticate, un insieme frammenti di luce ormai spenti. La coscienza dell’Io, sia personale che collettiva, viene paragonata da Taine allo spettacolo di “una infinità di razzi luminosi, tutti della stessa specie, i quali a diversi gradi di complicazione e di altezza, si lanciano e ridiscendono incessantemente ed eternamente nel nero vuoto: ecco gli esseri fisici e morali; ognuno di essi non è che una serie di eventi, di cui niente dura se non la forma, e si può rappresentare la natura come una grande aurora boreale.” Le teorie del Taine, che riducono la psicologia alla fisiologia, esprimono una filosofia naturalistica, assimilabile al determinismo democriteo, quella eterna pioggia di atomi, che ha generato il capolavoro poetico di Lucrezio: “De rerum natura”. A una tale concezione materialista della Natura (Physis) si oppone la visione iperuranica del soprasensibile, le eterne Idee di Platone e la dottrina di derivazione orfica della immortalità dell’anima, su cui s’innestano i miti escatologici riportati nel “Fedone”, il “Gorgia” e la “Repubblica”. Nella composizione del mio testo narrativo, avvenimenti e personaggi possono quindi riflettere quell’universo di razzi che brillano in alto nel nero vuoto e la conseguente cascata di parabole luminose, scie di luci che si dissolvono nella coscienza della voce narrante, quell’io che così conclude la sua narrazione: “Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.” È l’anima dei miei personaggi che ogni volta s’incarna prima del suo ultimo viaggio millenario
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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LA RAGAZZA DI FRANCOFORTE
Nel rileggere i quattro racconti del ciclo “Bellarmino”, che seguono i due del ciclo “Scardanelli”, mi rendo conto che diverse zone d’ombra dei luoghi narrativi di entrambi i cicli non sono stati illuminate a sufficienza, lasciando enigmi non risolti, di cui senz’altro il lettore troverà soluzioni migliori delle mie. Intanto, io qui mi vorrei limitare a commentare l’Epilogo di “Le dissolte identità”, ovverosia “Frammenti luminosi” e prima ancora il “Prologo” e il primo capitolo, “L’approccio e la fuga” di “Abscondita dea”, qui di seguito riportati.
Nel “Prologo” il narratore si descrive come personaggio in azione e in questo modo ha la possibilità d’incontrare un personaggio della sua narrazione, che ha ragione di ritenere sia Elisabetta Del Tullio. Da dove gli deriva questa ragione? Verosimilmente dal fatto che il narratore è l’autore e quindi il creatore del contesto narrativo. Avvicinandoci, quindi, noi (io e il lettore) al piano della “realtà”, a cui risaliamo da quello della “finzione”, dobbiamo o meglio io debbo rispondere al quesito fino a che punto il mio personaggio sia reale nella sua finzione (raffigurazione). E qui la contrapposizione tra realtà e finzione si muta nell’altra tra “verità” e “falsità”. Dico subito che mi sono ispirato a un personaggio vero, ovvero che l’episodio della connazionale alla portineria dell’albergo di Francoforte è ripreso dal vero, nel senso che allora la giovane diede qualche piccola pratica informazione e basta. E allora perché a distanza di anni quel ricordo è venuto fuori? Semplice, si può pensare, la ragazza ti ha colpito e non l’hai dimenticata. Certo, è semplice, forse un po' troppo semplice. Il mondo è disseminato di gentili donzelle, che incontri nelle reception dei vari alberghi d’Europa e altrove, ma anche di sgradevoli, fortunatamente di meno. E allora, perché quella in particolare? Vediamo un po'. Dovendo (volendo) ambientare la storia a Francoforte, mi sono ricordato di quella giovane, che si limitò a dare indicazioni a dei connazionali, e io ci ho ricamato sopra la storia di Roberto Bellarmino e i suoi calzini grigi, anzi il suo non indossare calzini e non solo grigi. Ma lasciamo perdere i calzini, che mi conducono ad altre storie e concentriamoci su Elisabetta del Tullio. Allora, perché, dopo che la storia con Roberto Bellarmino era stata raccontata e si era conclusa, io narratore, diventando personaggio, ho raccontato di aver incontrato la ragazza di Francoforte a Roma, o almeno ho creduto di incontrarla. In proposito, ci tengo a precisare che la narrazione di quest’ultimo incontro è di pura fantasia, nel senso che questa volta non trae spunto da un qualche episodio reale. Ed in quest’ultimo senso, tale circostanza alimenta il mio debito nei confronti della persona reale, raffigurata nel personaggio di Elisabetta del Tullio. Se quello vero è stato un incontro occasionale e fugace, seppure registrato nel ricordo della mia coscienza, allora sorge un dubbio: chi è veramente la ragazza di Francoforte, quella di cui ho raccontato la storia con Roberto Bellarmino? Forse un’altra identità si nasconde dietro la persona indicata, fondendosi con essa, per effetto della condensazione psichica. È quest’ultimo un tipico fenomeno onirico, quando sogniamo l’immagine di una persona sconosciuta, che però ci trasmette una sensazione di familiarità, se al nostro risveglio riflettiamo un po' a fondo sulla suggestione notturna. Questo tipico scomporsi e ricomporsi del materiale psichico del sogno è lo stesso processo del formarsi più o meno cosciente di un personaggio rappresentato nella figurazione artistica. Chi si nasconde, dunque, dietro l’immagine della ragazza di Francoforte? Un’altra giovane donna appartenente alla realtà e non alla fantasia? E chi è quest’altra donna?
Prendo tempo, e prima di parlare e argomentare su quest’altra, vorrei lanciare qualche contumelia invece contro alcune altre receptionist, di cui porto il ricordo di meno piacevoli incontri, uno per tutti quello di Londra. Vado alla reception dell’Hilton, per chiedere informazioni su un evento in corso e la tizia dai chiari tratti mediterranei mi risponde, con aria disturbata: “I don’t know”. Io la guardo scettico e l’altra ribadisce scontrosa, con accento e modi tipicamente campani: “I don’t know”. Ma non è la risposta, è il modo che ancor m'offende. Perché? Perché in quella risposta io leggevo (credevo di leggere, il dubbio è non solo lecito, ma anche legittimo) il seguente pensiero: “Io qui a Londra parlo inglese e nient’altro, quindi che vai cercando?” Che cosa cercavo io? Le informazioni chieste in lingua inglese, ovviamente con il mio accento al suo orecchio verosimilmente familiare, e che prontamente mi furono date dalla sua collega di banco. Era una gentilissima fräulein germanica, sorridente, disse di chiamarsi Francesca, sprizzando simpatia da tutti i pori. E allora? Una amava l’Italia, aveva italianizzato il suo nome, l’altra non lo so.
Ho raccontato un fatto vero, la mia versione di un fatto vero, però è bene ritornare dalla realtà alla fantasia, perché la realtà appartiene a tutti, la fantasia a ognuno di noi. Elisabetta Del Tullio era un personaggio della mia fantasia, ecco perché l’ho incontrata a Roma e ne sono rimasto intrigato. Sono Pigmalione innamorato della sua Galatea? Oddio! anche nella finzione l’approccio l’avevo soltanto sognato: “Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.”
E non avevo sognato soltanto Elisabetta, ma anche Scardanelli. Quindi, occupiamoci di quest’ultimo soggetto. Ma com’ero scivolato nel sogno, peraltro di finzione (l’unica verità è quella dei coatti con lo stereo a tutto volume alle tre del mattino), da Elisabetta a Scardanelli? La fuga, fuggivo inseguito dalla polizia, la legge, per quella mia furtiva (l’aggettivo deriva dal latino fur, ladro, da cui anche furto) trasgressione (stalking?). Ma io non sono uno stalker, al massimo lo è Scardanelli, Jung direbbe l’ombra della mia persona. Prima che mi sfugga, devo però rivelare la fonte della mia ispirazione. L’originale è l’episodio di un bellissimo film del secolo scorso: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson, indimenticabile! Verso la fine, i matti, incitati da Jack N., si concedono una serata di trasgressione, durante la quale uno di loro, un adolescente, riesce nel suo primo tentativo amoroso, entusiasticamente applaudito da tutta la compagnia. Quando l’inflessibile direttrice del manicomio scopre l’episodio, come sanzione repressiva, denuncia il comportamento del figlio alla madre, inutilmente implorata di non farlo, e il giovane si suicida. Lo “Scardanelli” della mia fantasia soffriva della stessa angoscia.
IL VIAGGIO MILLENARIO
Ho glissato sulla vera identità di Elisabetta Del Tullio, o meglio sulla figura di donna nascosta dietro l’altra, una condensazione psichica, quella propria del materiale onirico dei sogni? No, il discorso è scivolato via per conto suo. E ora riprendendolo, mi rendo conto che nello svelare un’identità si finisce per velare l’altra, commettendo ingiustizia, quella stessa ingiustizia che pagano gli esseri, secondo l’antico detto di Anassimandro: «Principio degli esseri è l'infinito ... da dove, infatti, gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo».
È il continuo gioco del dissolvimento delle identità nella presunta unità della coscienza dell’Io, che per un autore è il dissolvimento della sua unitarietà psichica nella folla dei fantasmi, i personaggi delle sue creazioni.
“La coscienza appare come un teatro in cui vengono rappresentate simultaneamente diverse scene, una sola delle quali però inquadrata come “un fuoco d’artificio prodigiosamente multiplo e complesso, [che] sale e si rinnova incessantemente attraverso miriadi di razzi”, di cui però “noi non percepiamo che la cima”, mentre il resto rimane nascosto al di là della linea d’orizzonte dell’io. Ciascuno di noi costituisce in questo scenario una gerbe lumineuse, un “mazzo” o “fascio” di scariche elettriche. Se si guarda attorno, si rende conto di essere un comprimario, assieme a tutti gli altri esseri viventi, di un più vasto spettacolo di fuochi d’artificio che s’innalzano, brillano per un attimo e poi cadono sullo sfondo buio di una natura indifferente.” Così Remo Bodei (“Destini personali”, 2009) riporta il pensiero di Hippolyte Taine, filosofo francese dell’Ottocento, a proposito della frammentazione dell’io.
Leggendo questa pagina, mi sono ricordato del finale del mio primo libro, “L’uomo camuffato” un breve romanzo, dove il protagonista da una terrazza assiste ad uno spettacolo di fuochi d’artificio, quello riportato nell’Epilogo: “Frammenti luminosi”. Quella scena veniva così commentata dalla mia voce narrante: “Brizi udiva i lontani clamori della folla radunata sulla spiaggia, che accompagnava i botti e i bagliori dei fuochi d’artificio risplendenti nell’oscurità. E pensava che per quell’umanità in festa già lontane dovevano apparire le violenze e le emozioni della giornata, ma sapeva che quella loro allegria restava sempre come sospesa. Caduca avvertiva, quella sera, l’esistenza dei mortali e precaria, quindi, considerava la loro felicità.”
Qui, la frammentazione e la pioggia di luci nel cielo della notte, la cascata delle parabole luminose rispecchiava la caducità dell’esistenza inavvertita dalla coscienza corale, che viveva l’allegria di una festa, dove le violenze e le emozioni della giornata erano ormai distanti e dimenticate, un insieme frammenti di luce ormai spenti.
La coscienza dell’Io, sia personale che collettiva, viene paragonata da Taine allo spettacolo di “una infinità di razzi luminosi, tutti della stessa specie, i quali a diversi gradi di complicazione e di altezza, si lanciano e ridiscendono incessantemente ed eternamente nel nero vuoto: ecco gli esseri fisici e morali; ognuno di essi non è che una serie di eventi, di cui niente dura se non la forma, e si può rappresentare la natura come una grande aurora boreale.”
Le teorie del Taine, che riducono la psicologia alla fisiologia, esprimono una filosofia naturalistica, assimilabile al determinismo democriteo, quella eterna pioggia di atomi, che ha generato il capolavoro poetico di Lucrezio: “De rerum natura”.
A una tale concezione materialista della Natura (Physis) si oppone la visione iperuranica del soprasensibile, le eterne Idee di Platone e la dottrina di derivazione orfica della immortalità dell’anima, su cui s’innestano i miti escatologici riportati nel “Fedone”, il “Gorgia” e la “Repubblica”.
Nella composizione del mio testo narrativo, avvenimenti e personaggi possono quindi riflettere quell’universo di razzi che brillano in alto nel nero vuoto e la conseguente cascata di parabole luminose, scie di luci che si dissolvono nella coscienza della voce narrante, quell’io che così conclude la sua narrazione: “Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.” È l’anima dei miei personaggi che ogni volta s’incarna prima del suo ultimo viaggio millenario
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