UNA PREMONIZIONE Io non mi preoccupai oltre di questa probabilità, perché un ulteriore fatto intervenuto subito dopo e completamente inaspettato, mi lasciò stupito e sorpreso. Ma è poi così? O vagamente io attendevo un avvenimento, che nel fondo della mia coscienza un sentimento indistinto mi presagiva? Sentii il rombo di un motore, che si andava avvicinando e vieppiù ingigantendo e presto comparve in fondo al viale uno scuro centauro, che con un’accelerata finale venne a fermarsi davanti al cancello, dove io sostavo. Chi era il nero angelo della motocicletta, che stava scendendo agile dal suo motomezzo ed ora si sollevava il casco? Con gesto spettacolare smosse la testa, liberando la sua fluente chioma bionda, che spiccò vivida sulla pelle scura della tuta, in splendente contrasto. Sonia Sovereto, dopo questa sua performance in perfetto stile cinematografico, si voltò e mi sorrise, smagliante. Era venuta a prendermi. Debbo raccontare di come salii in moto dietro di lei, le cinsi la vita, appoggiando il capo sulla sua schiena e come ripartimmo, nel fragore del tubo di scappamento a tutto gas? Non è necessario, basta immaginare la scena tipica di schermi grandi e piccoli, così come basta immaginare il seguito di quel meraviglioso incontro; infatti, basta tendere l’orecchio per sentire fino a dove si era allontanata la motocicletta con i due giovani a bordo, diretti verso la gloria del loro appassionato ed intimo connubio. (“I gigli funebri”, 2009)
COMMENTO Perché ho intitolato “Premonizione” questo brano minimo, un’immagine narrativa, tratto dal mio libro di racconti “I gigli funebri”, datato 2009? O meglio, perché ho riesumato, no, ripubblicato questo tratto antologico, risalente a oltre tre lustri fa? Questo secondo interrogativo risponde alla prima domanda, soltanto in parte, la parte mancante implicita è suggerita dal titolo: “Premonizione”. Il fenomeno emozionale, collegato alla presunta acquisizione di informazioni relative a eventi futuri (parapsicologia), che inconsciamente ispirava il racconto di allora, come oggi registro, è emerso dalla coscienza, a seguito di un accadimento, accaduto al di fuori dell’occhio di un dio o di un mortale, ma premonito dal mio personita, la parte temporale della mia persona oggi estinta. Vogliamo dire che l’evento narrato si è realizzato, ha investito la sfera del reale? Non solo, ma nessuna causa lo legava come effetto alla narrazione di allora. L’incontro con “Sonia Sovereto” di quello spazio-tempo, nella fisica digitale, appartiene al campo (dei quanti) della finzione, che si pone in interrelazione con il campo quantistico dello spazio-tempo della realtà dell’incontro di oggi, ieri, o domani. Nella fisica quantistica, il tempo non esiste (Rovelli), anche se dobbiamo discuterne. “L'interrelazione indica una relazione reciproca o un legame di dipendenza reciproca tra due o più elementi, fenomeni, fatti o sistemi, che si influenzano a vicenda, creando connessione e correlazione.” IA. Devo aggiungere che quello che ho descritto nei termini della mia fisica digitale immaginaria – La fisica digitale (o "phygital") rappresenta l'integrazione tra il mondo fisico e le tecnologie digitali, trasformando dati fisici in simboli digitali e viceversa. – può corrispondere forse all’entanglement quantistico. È questo un fenomeno della fisica in cui due o più particelle diventano interconnesse, condividendo lo stesso destino quantistico: la misurazione dello stato di una particella influenza istantaneamente lo stato dell'altra, indipendentemente dalla distanza spazio-temporale che le separa, come se fossero un unico sistema, creando una correlazione profonda e non locale, fondamentale per tecnologie come il calcolo quantistico. L’interconnessione tra un fenomeno irreale, quale possiamo definire quello della immagine narrativa, ed uno reale, secondo il senso comune del termine, è un principio della fisica quantistica, di una certa fisica quantistica, che predica “L’eguaglianza di tutte le cose”. In questo senso “fisicalista”, l’universo sono i “quanti” di energia, per quello che ho capito, si traccia l’ammissibilità dell’interconnessione fisica tra un fatto “spirituale” e un fatto “materiale”.
TEATRINO Ciao Vitelli, hai visto Scardanelli? – No, stamattina non si è visto. – Come mai? – Credo abbia un principio di irritazione. – Come? – Il nervo sciatico irritato. – Ah! – Forse sta facendo stretching. – No, sta al computer. – E che cosa fa? – Rimuove il post della ragazza di Francoforte, per fare posto a quello nostro attuale. – Ciao lettori! – Ma che fai? – Saluto i lettori. – Ma sei proprio deficiente. – Scusa che c’è di male? Dov’è il deficit? – Tu sei un guitto, fai il guitto e stai al tuo posto. – Quale posto? – Il posto assegnato a te in questo post. – E tu credi di far ridere con i tuoi giochetti verbali? – Io non sono un guitto. – Davvero? – I guitti non sanno di esserlo, seppure ne fossero informati, tenterebbero di scollarsi con le unghie quello stimma. – Quindi sei un “pirla”. – Ho parafrasato Montale. – Il correttore automatico mi ha corretto la parola gergale non traducibile con “sciocco”. – Il correttore automatico non sa di esserlo, seppure ne fosse informato etc. – Passiamo a noi. – Noi pure siamo automi. – A proposito, ancora non ha ancora finito lo studio su “L’inquietante dell’esistenza”, che era stato generato dalla breve dissertazione su “automaton”, l’accadimento che cade al di fuori dell’occhio di un mortale o di un dio (Severino)? – Si è perso per strada, correndo appresso a Scardanelli. – Poi concluderà lo studio, ma adesso poniamoci l’interrogativo. – Quale? – Come andata a finire con “Sonia Sovereto”? – Allora, non hai capito? – Che cosa? – Che si è riscardanellito, leggi, rimbecillito. – Ha la sciatica. – Ho capito. – Che cosa? – Io e te, il terzo dov’è? – Ha la sciatica, non è potuto venire. – Veramente l’assente è “Il quarto”. – Mamma mia, dobbiamo ancora parlare del quarto: Platone, Jung, Goethe, il “quarto” dov’è? – Ti riferisci al signor Scardanelli? – Sì. – In manicomio, anzi no, nella Torre di Tubinga, sotto la tutela del falegname Zimmer. – E la ragazza di Francoforte? – Non lo so. – Non è che è finita in coda ad Attanasio? – Eppure io devo capire chi è questo Attanasio. – E leggiti il post. – Quello è l’albergo di Hilbert. – Come? – L’albergo dove c’è sempre posto, perché infinito è il numero delle stanze. – Un manicomio? – Un manicomio infinito. – Balliamo la tarantella e andiamocene. – Non posso, ho la sciatica. – Allora vai da Hibert. – Vacci tu. – Non ti preoccupare il numero dei posti è infinito, come il numero degli stolti (Qelet). – Va bene, per oggi abbiamo finito, a domani. – La postilla. – Ah! Ecco.
POSTILLA L'albergo di Hilbert è un famoso paradosso matematico ideato da David Hilbert per illustrare le controintuitive proprietà dell'infinito numerabile. Immaginando un hotel con infinite stanze, tutte occupate, si dimostra che è sempre possibile ospitare nuovi clienti — sia un numero finito che infinito — spostando gli ospiti esistenti (n ➜ n+1 oppure n ➜ 2 n), evidenziando come, con insiemi infiniti, il tutto possa essere grande quanto una sua parte. Ne riparliamo.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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UNA PREMONIZIONE
Io non mi preoccupai oltre di questa probabilità, perché un ulteriore fatto intervenuto subito dopo e completamente inaspettato, mi lasciò stupito e sorpreso. Ma è poi così? O vagamente io attendevo un avvenimento, che nel fondo della mia coscienza un sentimento indistinto mi presagiva? Sentii il rombo di un motore, che si andava avvicinando e vieppiù ingigantendo e presto comparve in fondo al viale uno scuro centauro, che con un’accelerata finale venne a fermarsi davanti al cancello, dove io sostavo. Chi era il nero angelo della motocicletta, che stava scendendo agile dal suo motomezzo ed ora si sollevava il casco? Con gesto spettacolare smosse la testa, liberando la sua fluente chioma bionda, che spiccò vivida sulla pelle scura della tuta, in splendente contrasto. Sonia Sovereto, dopo questa sua performance in perfetto stile cinematografico, si voltò e mi sorrise, smagliante. Era venuta a prendermi. Debbo raccontare di come salii in moto dietro di lei, le cinsi la vita, appoggiando il capo sulla sua schiena e come ripartimmo, nel fragore del tubo di scappamento a tutto gas? Non è necessario, basta immaginare la scena tipica di schermi grandi e piccoli, così come basta immaginare il seguito di quel meraviglioso incontro; infatti, basta tendere l’orecchio per sentire fino a dove si era allontanata la motocicletta con i due giovani a bordo, diretti verso la gloria del loro appassionato ed intimo connubio.
(“I gigli funebri”, 2009)
COMMENTO
Perché ho intitolato “Premonizione” questo brano minimo, un’immagine narrativa, tratto dal mio libro di racconti “I gigli funebri”, datato 2009? O meglio, perché ho riesumato, no, ripubblicato questo tratto antologico, risalente a oltre tre lustri fa? Questo secondo interrogativo risponde alla prima domanda, soltanto in parte, la parte mancante implicita è suggerita dal titolo: “Premonizione”. Il fenomeno emozionale, collegato alla presunta acquisizione di informazioni relative a eventi futuri (parapsicologia), che inconsciamente ispirava il racconto di allora, come oggi registro, è emerso dalla coscienza, a seguito di un accadimento, accaduto al di fuori dell’occhio di un dio o di un mortale, ma premonito dal mio personita, la parte temporale della mia persona oggi estinta. Vogliamo dire che l’evento narrato si è realizzato, ha investito la sfera del reale? Non solo, ma nessuna causa lo legava come effetto alla narrazione di allora. L’incontro con “Sonia Sovereto” di quello spazio-tempo, nella fisica digitale, appartiene al campo (dei quanti) della finzione, che si pone in interrelazione con il campo quantistico dello spazio-tempo della realtà dell’incontro di oggi, ieri, o domani. Nella fisica quantistica, il tempo non esiste (Rovelli), anche se dobbiamo discuterne. “L'interrelazione indica una relazione reciproca o un legame di dipendenza reciproca tra due o più elementi, fenomeni, fatti o sistemi, che si influenzano a vicenda, creando connessione e correlazione.” IA. Devo aggiungere che quello che ho descritto nei termini della mia fisica digitale immaginaria – La fisica digitale (o "phygital") rappresenta l'integrazione tra il mondo fisico e le tecnologie digitali, trasformando dati fisici in simboli digitali e viceversa. – può corrispondere forse all’entanglement quantistico. È questo un fenomeno della fisica in cui due o più particelle diventano interconnesse, condividendo lo stesso destino quantistico: la misurazione dello stato di una particella influenza istantaneamente lo stato dell'altra, indipendentemente dalla distanza spazio-temporale che le separa, come se fossero un unico sistema, creando una correlazione profonda e non locale, fondamentale per tecnologie come il calcolo quantistico. L’interconnessione tra un fenomeno irreale, quale possiamo definire quello della immagine narrativa, ed uno reale, secondo il senso comune del termine, è un principio della fisica quantistica, di una certa fisica quantistica, che predica “L’eguaglianza di tutte le cose”. In questo senso “fisicalista”, l’universo sono i “quanti” di energia, per quello che ho capito, si traccia l’ammissibilità dell’interconnessione fisica tra un fatto “spirituale” e un fatto “materiale”.
TEATRINO
Ciao Vitelli, hai visto Scardanelli? – No, stamattina non si è visto. – Come mai? – Credo abbia un principio di irritazione. – Come? – Il nervo sciatico irritato. – Ah! – Forse sta facendo stretching. – No, sta al computer. – E che cosa fa? – Rimuove il post della ragazza di Francoforte, per fare posto a quello nostro attuale. – Ciao lettori! – Ma che fai? – Saluto i lettori. – Ma sei proprio deficiente. – Scusa che c’è di male? Dov’è il deficit? – Tu sei un guitto, fai il guitto e stai al tuo posto. – Quale posto? – Il posto assegnato a te in questo post. – E tu credi di far ridere con i tuoi giochetti verbali? – Io non sono un guitto. – Davvero? – I guitti non sanno di esserlo, seppure ne fossero informati, tenterebbero di scollarsi con le unghie quello stimma. – Quindi sei un “pirla”. – Ho parafrasato Montale. – Il correttore automatico mi ha corretto la parola gergale non traducibile con “sciocco”. – Il correttore automatico non sa di esserlo, seppure ne fosse informato etc. – Passiamo a noi. – Noi pure siamo automi. – A proposito, ancora non ha ancora finito lo studio su “L’inquietante dell’esistenza”, che era stato generato dalla breve dissertazione su “automaton”, l’accadimento che cade al di fuori dell’occhio di un mortale o di un dio (Severino)? – Si è perso per strada, correndo appresso a Scardanelli. – Poi concluderà lo studio, ma adesso poniamoci l’interrogativo. – Quale? – Come andata a finire con “Sonia Sovereto”? – Allora, non hai capito? – Che cosa? – Che si è riscardanellito, leggi, rimbecillito. – Ha la sciatica. – Ho capito. – Che cosa? – Io e te, il terzo dov’è? – Ha la sciatica, non è potuto venire. – Veramente l’assente è “Il quarto”. – Mamma mia, dobbiamo ancora parlare del quarto: Platone, Jung, Goethe, il “quarto” dov’è? – Ti riferisci al signor Scardanelli? – Sì. – In manicomio, anzi no, nella Torre di Tubinga, sotto la tutela del falegname Zimmer. – E la ragazza di Francoforte? – Non lo so. – Non è che è finita in coda ad Attanasio? – Eppure io devo capire chi è questo Attanasio. – E leggiti il post. – Quello è l’albergo di Hilbert. – Come? – L’albergo dove c’è sempre posto, perché infinito è il numero delle stanze. – Un manicomio? – Un manicomio infinito. – Balliamo la tarantella e andiamocene. – Non posso, ho la sciatica. – Allora vai da Hibert. – Vacci tu. – Non ti preoccupare il numero dei posti è infinito, come il numero degli stolti (Qelet). – Va bene, per oggi abbiamo finito, a domani. – La postilla. – Ah! Ecco.
POSTILLA
L'albergo di Hilbert è un famoso paradosso matematico ideato da David Hilbert per illustrare le controintuitive proprietà dell'infinito numerabile. Immaginando un hotel con infinite stanze, tutte occupate, si dimostra che è sempre possibile ospitare nuovi clienti — sia un numero finito che infinito — spostando gli ospiti esistenti (n ➜ n+1 oppure n ➜ 2 n), evidenziando come, con insiemi infiniti, il tutto possa essere grande quanto una sua parte. Ne riparliamo.
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