1. Immagini notturne Restai abbastanza perplesso nel vederlo, il leone trotterellava nell’ampia sala di casa, che comunica con le camere da letto da una parte, il corridoio e altre stanze dagli altri due lati, allora lo seguii in corridoio e vidi che entrava nella stanza di Maria, la mia consorte. Lei non sembrava affatto preoccupata di vedere la fiera, quasi fosse una presenza abituale, mentre io provai ad immaginare che potesse azzannarci, un’idea e un timore a un tempo, nel caso fosse stato affamato e reclamasse cibo. Non feci in tempo a pensarlo che il leone si sollevò sulle zampe posteriori e girò la testa verso di me, con le fauci spalancate, poi si voltò e appoggiò le zampe anteriori sulle spalle di Maria. Sembravano complici, lei non era affatto spaventata, anzi lo abbracciò, forse per non perdere l’equilibrio, la fiera allora desistette e si rimise sulle quattro zampe, quindi si allontanò verso l’altra porta della stanza. Interrogai con gli occhi mia moglie, ma lei mi guardò con aria disincantata, un sorriso appena percepibile. Notai che aveva un’abrasione sulla parte destra del petto un po’ sotto la clavicola scoperta, una chiazza di sangue raggrumato. “Il nostro leoncino,” mormorò. “È cresciuto con noi,” aggiunse con tenerezza alzando le mani accostate, come a mostrare le piccole dimensioni di quando era cucciolo. “Bisogna dargli un nome, allora,” dissi e mi avviai in camera da letto. Nel tragitto vidi la fiera che si aggirava sempre per i vari ambienti della casa. “Dobbiamo chiamarlo Benvenuto” dissi, ma ero solo. Uscii dalla stanza per rintracciare il leone, ma vidi la porta di casa spalancata e capii che l’animale era andato via. Allora lo seguii per le strade della città, per rintracciarlo, ma presagendo di non riuscire più a trovarlo, fui assalito da un senso di rimpianto e di malinconia. Un attimo dopo, mi svegliai, avevo sognato. Cercai di ricomporre il mosaico delle immagini oniriche, nel tentativo di dare un ordine razionale alle scene. Un raggio di sole penetrava nella stanza in penombra attraverso le tende socchiuse e mi resi conto che era il primo pomeriggio. Pensai di alzarmi, avevo riposato dopo un pranzo leggero e c’era ancora da andare al mare, per la seconda parte del giorno. Restai però disteso, per interpretare il mio sogno. Chi era Maria? E soprattutto perché si chiamava Maria? La donna del sogno non era mia moglie, in verità non sono sposato. E il leone? Un animale affettuoso e innocentemente offensivo, che senza volerlo aveva con una zampata lasciato il segno di un graffio vistoso. Era stato più l’incontro di un cane con il suo padrone, un saluto, una richiesta di attenzione, invece che l’assalto di una belva. Cercavo di capire chi fosse quella donna con i capelli neri, lunghi e ricci e gli occhi scuri, un vestito estivo nero, che le lasciava semi scoperta la spalla, la stoffa era stata lacerata nell’abbraccio con il suo “leoncino”.
Seguendo la teoria della condensazione psichica, in base a cui la figura cangiante di un sogno è il risultato di più immagini di persone reali, cercavo di ritrovare i tratti di quella fisionomia. “È quella di un canale privato,” dissi quando la vidi. “E come fai a riconoscerla?” intervenne mia cugina Donata. Ero in casa degli zii Adinolfi e guardavo la televisione in salotto, aspettavamo l’arrivo di Luca, il figlio, doveva portarmi il computer resettato. La giornalista, una ragazza dai capelli chiari, un neo sulla gota, conduceva un programma di geografia su un’emittente privata ed ora era apparsa su Rai Uno, cominciava ad affermarsi. Spiegai che avevo avuto modo di osservarla, avendo seguito i documentari molto interessanti da lei presentati. “Ma se sono tutte uguali!” esclamò Donata. Non aveva torto, ad uno sguardo distratto apparivano un po’ tutte uguali, forse andavano tutte dallo stesso parrucchiere o magari il taglio era quello alla moda. Ricordo una ragazza russa, a Mosca, era alla reception di un albergo, e aveva lo stesso taglio e colore nero di capelli della segretaria di uno studio medico di Roma. Ho specificato che la ragazza era russa, ma a Mosca non sono tutte russe? Certo, ma poteva essere di un’altra nazionalità, come s’incontrano nei grandi alberghi di catene internazionali di tutte le capitali e metropoli del mondo. È l’effetto della globalizzazione. Comunque, la Maria del sogno non era la giornalista televisiva e neppure la giovane moscovita della reception, che peraltro parlava la lingua italiana, come anche un cameriere siberiano. Oh, l’Italia! In un ristorante del centro di San Pietroburgo erano affisse, come decorazioni alle pareti, delle fotografie con le scene di alcuni film interpretati da Marcello Mastroianni e Sofia Loren, intramontabili. Ma la Maria del sogno chi era? A pensarci bene assomigliava nei tratti del viso ad un’altra giornalista televisiva, però più anziana, che teneva una rubrica su episodi di cronaca nera. Il fatto è che le sembianze di quella figura onirica andava sfumando e io mi perdevo dietro immagini di volti conosciuti o più o meno anonimi. Poi, ecco, pensai ad Antonietta e la donna del sogno riacquistò i suoi tratti del viso e della sua sagoma femminile, che però non erano quelli di Antonietta. Era il nome che aveva avvicinato le due figure, Antonietta si chiama Maria Antonietta. L’ultima volta che l’avevo vista aveva preso un cagnolino in braccio e lo accarezzava teneramente, lo stesso sguardo tenero della Maria del sogno.
E seguendo le tracce del cagnolino, il “leoncino”, mi venne in mente una scena di caccia al fagiano al Castello di Lunghezza, nella tenuta di Sir Sherlock Holmes, a sud est della capitale. Fu una battuta a cui avevo partecipato, grazie all’invito di un mio amico, gran cacciatore ed anche infaticabile pescatore di anatre nei laghi e negli stagni della campagna laziale. Ricordo che quando andammo a rendere omaggio al discendente del nobile inglese, che comunque non ha niente a che fare con il personaggio letterario creato dalla fantasia di Sir Arthur Conan Doyle, egli ci ricevette con estrema cortesia, una figura dell’antica aristocrazia britannica. Era alto circa due metri, magro, elegantissimo in un vestito blu notte, la camicia bianca e il farfallino scuro al colletto inamidato, i capelli bianchissimi. Doveva avere circa novant’anni, ma si muoveva con estrema scioltezza, pare facesse una nuotata di due chilometri al giorno, ad ogni sveglia, all’alba, nella piscina situata nel verde del parco del castello, un gentiluomo d’altri tempi. Unica pecca, quella mattina, il nobile aristocratico aveva la barba non rasata di due tre giorni, che davano alle sue gote riflessi d’argento, un tipico segno del carattere eccentrico degli inglesi, eh già! Quando ci salutò, sulla soglia di casa, mi strinse calorosamente le mani: “Onoratissimo, mister Cocchiarelli!” disse. Sorrisi, in verità, io mi chiamo Barbaresco, Cocchiarelli è il mio amico. Ma sorrisi, non per l’errore del gentiluomo, non un lapsus, soltanto un segno di fiducia, sorrisi invece per quel suo pittoresco accento autenticamente inglese. Intanto vorrei spiegare che il mio amico era l’uomo più fidato del discendente di Sir Sherlock Holmes, di cui portava lo stesso nome, oltre al blasone familiare. Cocchiarelli era il capo stalliere, essendo pratico non solo di animali acquatici e volatili, ma anche di cavalli, cani e volpi. Ecco perché nell’assegnarmi il nome del suo fido capo stalliere, il nobiluomo mostrava di darmi un segno della sua fiducia, quasi un’investitura a vicecapo stalliere, non avendogli nessuno detto, me compreso, che io mi chiamassi Barbaresco. Ma un’altra dote possedeva il mio amico, che tornava utile a Sir Sherlock Holmes: quando, in autunno, si organizzava la caccia alla volpe, egli portava al castello la servitù, vale a dire una decina di suoi compaesani con una cinquantina di cani, che costituivano la muta. Il giorno dell’inaugurazione della caccia lo scenario che si presentava era veramente imponente e spettacolare. Una ventina di cavalieri, tra cui diverse amazzoni, tutti appartenenti alla nobiltà britannica, era schierata con la caratteristica uniforme, giacca rossa, alcuni nera, pantaloni bianchi attillati da cavallerizzo, stivali neri, cappellino con visiera. Quando Cocchiarelli tornava dal boschetto, dove aveva trascinato lungo l’itinerario prestabilito un tampone impregnato dell'urina di volpe, Brynmor, un gallese di statura gigantesca suonava il corno da caccia, al terzo squillo i paesani rilasciavano i cani e subito i cavalieri partivano di gran carriera al seguito della muta scatenata.
Nel bosco spesso erano nascosti degli animalisti, la notte prima abusivamente introdottisi nella tenuta, per controllare che la caccia fosse finta e non fosse sacrificata nessuna volpe. A seguito di questa illegale intrusione, una volta Arrigo, il mio amico Cocchiarelli, che si era appostato con Brynmor e altri paesani, per sorprendere gli abusivi, riuscì a scorgerli nell’ombra e scacciarli. Più tardi, gli animalisti tornarono in forze e si scontrarono a colpi di bastone con la truppa di Arrigo, che non ostante l’aiuto del gigante gallese ebbe la peggio e dovette ritirarsi. Quando il nobile si assentava, restava il più anziano (major) a guardia del castello e della tenuta (domus) ossia il maggiordomo, nomina che Arrigo Cocchiarelli ricevette in una solenne cerimonia, quando gli fu consegnato anche il collare di grande stalliere del nobile casato degli Sherlock Holmes della Contea del North Yorkshire. Fu il Conte stesso in persona a consegnargli con le sue mani l’importante onorificenza, e dalle mani di chi altri il solerte Arrigo avrebbe potuto ottenere mai una tale investitura sovrana su tutte le stalle nobiliari degli Sherlock Holmes, comprese quelle britanniche del North Yorkshire? A questo punto, qualcuno, anzi più di qualcuno, dopo aver allegramente riso (almeno lo spero) di tutte queste piacevolezze da me raccontate, potrebbe domandarsi da dove mi derivano tutte queste fantasie e ironie su nobili inglesi, servi e stallieri italiani, me compreso, anche se forzatamente per nobile grazia del gentiluomo, e su anatre, fagiani, cavalli, cani e volpi. Io potrei sghignazzare assai volentieri con loro per queste demenziali buffonerie, eppure… eppure… nulla sarebbe più lontano dal vero che considerare tali fatti e situazioni come sogni bizzarri. Ahimè! Nei sogni la verità appare confusa e disordinata, inverosimile e balzana, eppure… eppure… Ma che eppure, eppure! Cerchiamo di dare una spiegazione logica a tutte queste stramberie di stile, che so, donchisciottesco, forse?
Le lotte degli animalisti contro i cacciatori, nel nostro caso la volpe, sono fantasie? Le anatre, i fagiani, i cavalli, i cani, senza parlare dei leoni e dei cuccioli dei leoni, e noi bipedi terrestri tra loro animali da savana, aria ed acqua, siamo forse irreali? E la figura di Sherlock Holmes, il nobile inglese o normanno, nel senso di uomo del nord, a cui, sebbene protestassi il contrario, ho assegnato un tale nome, prendendolo a prestito dalla letteratura, peraltro contraccambiando quel suo goffo darmi del “Cocchiarelli”, senza voler offendere il mio amico Arrigo, per carità, ma io sono Barbaresco, ebbene una tale figura di antico gentiluomo di nobile discendenza è così inverosimile? A me non pare. I sogni e le fantasie sono irrazionali, ma il materiale psichico di cui sono composti, al di là delle simboliche junghiane, ci deriva dalla realtà, quella realtà in cui ricevono uno statuto di verità di esistenza anche figure immaginarie, tipo Sherlock Holmes, figure che peraltro sopravvivono a noi anonimi mortali. Certo un leone che si aggira per casa non è una realtà quotidiana, ma l’immagine di un sogno che ci raggiunge come simbolo dall’inconscio è comunque sempre una figura psichica da decifrare. Io sono appeso al filo della malinconia che m’invase quando la fiera abbandonò la nostra casa ed ora capisco perché mi sono ricordato di Arrigo e ne ho revocato le gesta, si fa per dire, ma non potevo non “registrare” del mio amico le sue imprese, “res gestae”, come dire fatti accaduti, storia, storia non augustea, ma sempre storia, anche se umile di stalliere, innalzato a gran sovrano. È un po’ quello che accade a Sancho Panza, personaggio letterario più celebre di Arrigo. La sua malinconia era la mia malinconia, la perdita di un affetto animale, il cane di Arrigo era fuggito e il suo padrone si era immalinconito. Chissà dove si sarebbe conclusa e in che modo la vita randagia del suo fedele segugio tra i mali del mondo! Io intanto concludo il racconto del mio sogno e conseguenti storie di fantasia, ma non tanto, con un interrogativo ineludibile. Il materiale psichico venuto qui alla luce è per la nostra facoltà di conoscenza “Schein” o “Erscheinung?” È questo un interrogativo drammatico ed enigmatico, che come vedremo fu suscitato e risolto dal pallido e sublime pensatore di Königsberg.
2. Le parvenze Ero affacciato al balcone dell’ultimo piano, il quinto, della casa di boulevard Carnot, a Cannes, e guardavo giù in strada i passanti ormai rari, nell’imbrunire del giorno. La mattina c’è un discendere di residenti verso la Croisette e il mare, e un risalire al tramonto di questi bagnanti, che diventa sempre più raro nella sera. Ora, il Boulevard appariva deserto, e d’un tratto li vidi: erano loro! Un uomo e una donna camminavano affiancati con passo regolare in direzione di Le Cannet. E fui raggiunto da una visione lontana: stavano di spalle sulla banchina, aspettando il tram nelle luci bagnate della sera, l’asfalto umido di pioggia di una grande città. Colto da un improvviso senso di smarrimento, scesi di corsa le scale e fui in strada, attraversai, raggiunsi l’altro marciapiede e cominciai a salire. Mi sembrava di vedere due figure abbastanza in avanti nella luce ormai incerta, poi si accesero i lampioni e passarono alcune automobili veloci e un autobus, che distrassero la mia attenzione. Ero arrivato ai giardini della Rue Masséna, un ometto striminzito camminava a passettini all’indietro, volgendomi le spalle. Quando mi sentì arrivare, si voltò e mi lanciò uno sguardo arcigno, si rigirò di colpo e tornò indietro sempre a passettini di gambero, con equilibrio incerto. Diedi uno sguardo, attraverso il cancello, al cortile del Lycée Carnot, dove mi ero fermato. Poi decisi di ritornare e cominciai a scendere lungo il viale, quando fui attirato da alcune grida che giungevano dal fondo dell’altro marciapiede. Poco dopo, una donna brizzolata, in bermuda, che reggeva un malloppo di oggetti verosimilmente in argento o peltro, risaliva a balzi verso il suo negozio di antiquariato, dove l’attendeva una socia dai tratti magrebini. In fondo le zingare ladre si allontanavano in fretta vocianti, nelle loro vesti svolazzanti. Continuai a scendere lentamente, ero indeciso, non sapevo se continuare, avevo superato la casa residence, dove soggiornavo in questa mia vacanza al mare in Costa Azzurra. Allora mi fermai e mi voltai e vidi un uomo che scendeva appoggiandosi con entrambe le mani a due bastoni. Nell’incrociare il mio sguardo, l’invalido si fermò e allargò le braccia, come a meglio esibire la sua misera condizione. Distolsi lo sguardo e ripresi a scendere, ero quasi arrivato al cavalcavia, dove termina il boulevard, e vidi un uomo in carrozzella che parlava sorridente a un colombo venuto a fermarsi sulla strada davanti a lui, subito smettendo non appena mi vide. Attraversai la strada e superato il cavalcavia, scesi giù a destra, dove imboccai la Rue Meynadier. È la strada che percorriamo ogni mattina, io e Peter, per andare al mare, le spiagge oltre il porto vecchio. Qualche volta tiriamo dritto sulla Croisette, in direzione del Palazzo del Cinema, dove ad ogni ora i turisti salgono e scendono le scale, per farsi fotografare imitando i divi, direi meglio le dive, in specie le tante turiste giapponesi. Abitualmente però, svoltiamo per la Rue Meynadier, perché a quell’ora completamente in ombra e quindi più al fresco. Camminavo lentamente e le vidi tutte lì schierate in fila lungo le facciate degli stabili, nella penombra, le strane figure: l’uomo gambero, l’infermo dei bastoni, l’invalido in carrozzella, le derubate e le zingare furfanti. Andai oltre, cercavo altre figure, e vidi la elemosinante gobbetta sciancata, alta meno di un metro, che di giorno si muoveva sulla elegante Rue d’Antibes. Sentivo le palpebre pesanti e mi abbandonai come ad un torpore in quella penombra della Rue Meynadier.
Ho aperto gli occhi nella luce del giorno, che filtra dai vetri del balcone, inondando la stanza, dove non avevo chiuso le tende la sera precedente, prima di coricarmi. Che cosa era successo? Ho richiuso gli occhi, la lingua di Peter mi lecca il braccio: “Buono, Peter,” dico e gli accarezzo la testa, il mio golden retriever. “Hai fame? Tra poco ti preparo la pappa.” Quindi mi alzo, e le immagini notturne mi tornano in mente. Ieri sera, ero affacciato al balcone, poi quando ho visto quella coppia, che risaliva il Boulevard, sono sceso di corsa. Perché? Erano gli affetti perduti nella mia infanzia, quelli che mi avevano teneramente amato, sorreggendomi nel mio avanzare nei giorni della vita, e poi erano scomparsi, i miei morti. Ero sceso ad inseguirli, poi nei pressi del cancello del Lycée Carnot, mi sono fermato e sono tornato malinconicamente indietro a casa. E quelle ombre? Quelle immagini fluttuanti nella luce scura della sera? Parvenze? La querelle è nota, anzi no, gli addetti ai lavori conoscono molto bene il problema, gli altri (noi normali), invece, per nulla. “Es wäre meine eigene Schuld, wenn ich aus dem, was ich zur Erscheinung zählen sollte, bloßen Schein machte.” Chi ha studiato la lingua tedesca, aiutandosi magari con i traduttori automatici (nel senso che traducono a caso, ed infatti “caso” in greco è “autòmaton” ), così traduce: “Sarebbe un mio grave errore, se riducessi a mera parvenza (Schein) quello che dovrei considerare un fenomeno (Erscheinung).” Orbene, ho parlato di querelle e di problema, e dico subito che la querelle ovviamente riguarda il problema, ossia come tradurre il lessico di Kant, in particolare quello della Kritik der reinen Vernunft (“Critica della ragion pura”) e rendere quindi fedelmente il suo pensiero. In questione sono qui i due sostantivi: “Erscheinung” e “Schein”, che noi abbiamo tradotto rispettivamente con “fenomeno” e “parvenza”. È una traduzione fatta non a caso, anche se ho consultato il traduttore automatico, ma dopo avere diligentemente seguito la querelle tra autori qualificati. Io vado in cerca di qualifica, e quando mi sforzo di scrivere qualcosa di corretto o quanto meno accettabile, uso il pluralis “noi”, per cercare di coinvolgere e convincere gli altri, al contrario parlo al singolare quando capisco che devo addossare sulle mie spalle il carico di scelleratezze intellettuali, che vado seminando qua e là. È chiaro che la mia autoironia è di carattere socratico, so di non sapere… anzi no io non faccio nessuna autoironia né tanto meno socratica, io con Socrate non ho mai avuto niente a che fare, non lo conosco. - Mai sentito nominare? - Come? - Dicevo, lei non ha mai sentito nominare Socrate? - Chi? - Abbiamo capito! Quello ha capito, beato lui! Io invece non ho capito nulla, non capisco proprio più niente. Ma perché in questa maledetta alba il gallo ha già cantato tre volte? Il gallo di Asclepio? Mah!
“Tradurre la Critica è un compito di una certa difficoltà. Non ostante la celebre asprezza di questo testo, le difficoltà di contenuto non sono certo le maggiori. Uno studio attento e prolungato può portare abbastanza agevolmente a superarle.” Così scrive Giorgio Colli nella nota introduttiva alla sua traduzione della Critica della ragion pura, pubblicata nel 1957. Più avanti, l’autore parla di due traduzioni della “Critica” in lingua italiana: “La più antica traduzione completa fu pubblicata a Pavia tra il 1820 e il 1822. I gravi difetti di questa traduzione sono stati più volte messi in rilievo. Non occorre qui insistere sull’argomento, e si può dire che oggi tale traduzione non ha più alcuna utilità. La traduzione integrale di Gentile e Lombardo-Radice, pubblicata nel 1909 e ristampata più volte, costituisce sino ad oggi quanto di meglio si è fatto in Italia per diffondere la conoscenza di questa fondamentale opera kantiana. L’impegno di questi due traduttori è stato senza dubbio notevole, ed è doveroso riconoscere il loro sforzo coscienzioso per restituire fedelmente l’originale. Ma i difetti di questa traduzione sono purtroppo numerosi e tali, comunque, da consigliare un nuovo tentativo. Una conoscenza non sufficiente della lingua tedesca fa cadere troppo spesso Gentile e Lombardo-Radice in errori di interpretazione letterale, talvolta anche madornali. Inoltre, la preoccupazione costante della fedeltà va il più delle volte a scapito della chiarezza. Manca infine una conoscenza adeguata della letteratura filologica sull’argomento e delle altre traduzioni [in altre lingue, francese, inglese].” In questo modo Colli fa tabula rasa delle precedenti traduzioni ed impone la sua. Nel 1976, lo studioso presenta la terza edizione dell’opera, discutendo nella premessa di altre traduzioni intervenute nel frattempo e quindi della revisione compiuta da Vittorio Mathieu del testo di Lombardo-Radice, la cui traduzione viene da lui giudicata “classica” ed “eccellente”. Ma, nota Colli, “non dice [Mathieu] di aver tenuto conto, come invece ha fatto, di circa 120 errori e imprecisioni di tale traduzione “ormai classica”, che la nostra edizione aveva segnalato.” Infine, l’attenzione si concentra su due termini in particolare: “Così, anche nella revisione rivediamo confermato che Gemüth significa “spirito”! Forse perché in Italia Kant deve essere compreso attraverso Hegel? In ogni caso questa mediazione è operante, quando si respinge con orrore la nostra traduzione di Erscheinung con apparenza.”
Ora, tralasciamo il discorso su Gemüth, che lo stesso Mathieu nel glossario indica come animus, essendo “animo” il significato più proprio del vocabolo tedesco, e animo in italiano equivale a spirito, anche se non in senso hegeliano, parliamo invece di Erscheinung, finalmente! Eh, sì! perché le parvenze (Schein) da me viste, in quella sera d’estate, nella Rue Meynadier si possono definire invece proprio con questa parola: “Erscheinung”, secondo l’intenzione di Kant. Giorgio Colli così traduce il passo che abbiamo preso in esame: “Sarebbe colpa mia, se io trasformassi in semplice illusione (Schein) ciò che dovrei invece attribuire all’apparenza (Erscheinung).” Nell’edizione a cura di Mathieu, si legge: “Sarebbe un errore il mio, se io facessi una pura parvenza (Schein) di ciò che devo considerare come fenomeno (Erscheinung).” Nel glossario, così quest’ultimo autore spiega la sua scelta, citando un passo dell’edizione della “Critica” del 1781, poi espunto nella seconda edizione (1787): “Le cose che appaiono [Erscheinungen], in quanto siano pensate come oggetti secondo l’unità delle categorie, si chiamano Phaenomena. Alcuni traduttori preferiscono perciò rendere Erscheinung con apparenza e riservare fenomeno a Phaenomenon; ma l’uso kantiano non impone tale distinzione.” Nel “Dizionario di filosofia” di Nicola Abbagnano, alla voce “fenomeno”, si legge che “fenomeno” è lo stesso che “apparenza”. La querelle è soltanto linguistica, ma perché io ho voluto approfondirla? Nessuna parola è dove la cosa manca. Ho rovesciato l’affermazione: “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”, il verso della poesia di Stefan George, “La parola” (Das Wort), commentato da Heidegger nel saggio “L’essenza del linguaggio”, per esprimere la provenienza dell’essere dal pensiero: “È la parola che procura l'essere alla cosa.” Nella Rue Meynadier, in quella sera d’estate, che cosa erano quelle cose? Erano Scheine, Erscheinungen, Phaenomena? Parvenze, apparenze, fenomeni? Je ne sai pas.
IMMAGINE Cannes, La Rue Meynadier "Meynadier" (o più comunemente Manadier) si riferisce al proprietario di una "manade", cioè una mandria di tori o cavalli della Camargue, in Provenza (Francia); il termine deriva dal provenzale "manado" (mandria) e dal latino "manus" (mano), indicando chi gestisce e possiede queste mandrie, mantenendone la razza e rappresentando una figura storica e prestigiosa.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
11 commenti:
[N. d. B.]
Pubblico un altro racconto della serie "I racconti psichici", i precedenti sono finiti in coda al "Libro di Attanasio".
1. Immagini notturne
Restai abbastanza perplesso nel vederlo, il leone trotterellava nell’ampia sala di casa, che comunica con le camere da letto da una parte, il corridoio e altre stanze dagli altri due lati, allora lo seguii in corridoio e vidi che entrava nella stanza di Maria, la mia consorte. Lei non sembrava affatto preoccupata di vedere la fiera, quasi fosse una presenza abituale, mentre io provai ad immaginare che potesse azzannarci, un’idea e un timore a un tempo, nel caso fosse stato affamato e reclamasse cibo. Non feci in tempo a pensarlo che il leone si sollevò sulle zampe posteriori e girò la testa verso di me, con le fauci spalancate, poi si voltò e appoggiò le zampe anteriori sulle spalle di Maria. Sembravano complici, lei non era affatto spaventata, anzi lo abbracciò, forse per non perdere l’equilibrio, la fiera allora desistette e si rimise sulle quattro zampe, quindi si allontanò verso l’altra porta della stanza. Interrogai con gli occhi mia moglie, ma lei mi guardò con aria disincantata, un sorriso appena percepibile. Notai che aveva un’abrasione sulla parte destra del petto un po’ sotto la clavicola scoperta, una chiazza di sangue raggrumato. “Il nostro leoncino,” mormorò. “È cresciuto con noi,” aggiunse con tenerezza alzando le mani accostate, come a mostrare le piccole dimensioni di quando era cucciolo. “Bisogna dargli un nome, allora,” dissi e mi avviai in camera da letto. Nel tragitto vidi la fiera che si aggirava sempre per i vari ambienti della casa. “Dobbiamo chiamarlo Benvenuto” dissi, ma ero solo. Uscii dalla stanza per rintracciare il leone, ma vidi la porta di casa spalancata e capii che l’animale era andato via. Allora lo seguii per le strade della città, per rintracciarlo, ma presagendo di non riuscire più a trovarlo, fui assalito da un senso di rimpianto e di malinconia.
Un attimo dopo, mi svegliai, avevo sognato. Cercai di ricomporre il mosaico delle immagini oniriche, nel tentativo di dare un ordine razionale alle scene. Un raggio di sole penetrava nella stanza in penombra attraverso le tende socchiuse e mi resi conto che era il primo pomeriggio. Pensai di alzarmi, avevo riposato dopo un pranzo leggero e c’era ancora da andare al mare, per la seconda parte del giorno. Restai però disteso, per interpretare il mio sogno. Chi era Maria? E soprattutto perché si chiamava Maria? La donna del sogno non era mia moglie, in verità non sono sposato. E il leone? Un animale affettuoso e innocentemente offensivo, che senza volerlo aveva con una zampata lasciato il segno di un graffio vistoso. Era stato più l’incontro di un cane con il suo padrone, un saluto, una richiesta di attenzione, invece che l’assalto di una belva. Cercavo di capire chi fosse quella donna con i capelli neri, lunghi e ricci e gli occhi scuri, un vestito estivo nero, che le lasciava semi scoperta la spalla, la stoffa era stata lacerata nell’abbraccio con il suo “leoncino”.
Seguendo la teoria della condensazione psichica, in base a cui la figura cangiante di un sogno è il risultato di più immagini di persone reali, cercavo di ritrovare i tratti di quella fisionomia. “È quella di un canale privato,” dissi quando la vidi. “E come fai a riconoscerla?” intervenne mia cugina Donata. Ero in casa degli zii Adinolfi e guardavo la televisione in salotto, aspettavamo l’arrivo di Luca, il figlio, doveva portarmi il computer resettato. La giornalista, una ragazza dai capelli chiari, un neo sulla gota, conduceva un programma di geografia su un’emittente privata ed ora era apparsa su Rai Uno, cominciava ad affermarsi. Spiegai che avevo avuto modo di osservarla, avendo seguito i documentari molto interessanti da lei presentati. “Ma se sono tutte uguali!” esclamò Donata. Non aveva torto, ad uno sguardo distratto apparivano un po’ tutte uguali, forse andavano tutte dallo stesso parrucchiere o magari il taglio era quello alla moda. Ricordo una ragazza russa, a Mosca, era alla reception di un albergo, e aveva lo stesso taglio e colore nero di capelli della segretaria di uno studio medico di Roma. Ho specificato che la ragazza era russa, ma a Mosca non sono tutte russe? Certo, ma poteva essere di un’altra nazionalità, come s’incontrano nei grandi alberghi di catene internazionali di tutte le capitali e metropoli del mondo. È l’effetto della globalizzazione. Comunque, la Maria del sogno non era la giornalista televisiva e neppure la giovane moscovita della reception, che peraltro parlava la lingua italiana, come anche un cameriere siberiano. Oh, l’Italia! In un ristorante del centro di San Pietroburgo erano affisse, come decorazioni alle pareti, delle fotografie con le scene di alcuni film interpretati da Marcello Mastroianni e Sofia Loren, intramontabili.
Ma la Maria del sogno chi era? A pensarci bene assomigliava nei tratti del viso ad un’altra giornalista televisiva, però più anziana, che teneva una rubrica su episodi di cronaca nera. Il fatto è che le sembianze di quella figura onirica andava sfumando e io mi perdevo dietro immagini di volti conosciuti o più o meno anonimi. Poi, ecco, pensai ad Antonietta e la donna del sogno riacquistò i suoi tratti del viso e della sua sagoma femminile, che però non erano quelli di Antonietta. Era il nome che aveva avvicinato le due figure, Antonietta si chiama Maria Antonietta. L’ultima volta che l’avevo vista aveva preso un cagnolino in braccio e lo accarezzava teneramente, lo stesso sguardo tenero della Maria del sogno.
E seguendo le tracce del cagnolino, il “leoncino”, mi venne in mente una scena di caccia al fagiano al Castello di Lunghezza, nella tenuta di Sir Sherlock Holmes, a sud est della capitale. Fu una battuta a cui avevo partecipato, grazie all’invito di un mio amico, gran cacciatore ed anche infaticabile pescatore di anatre nei laghi e negli stagni della campagna laziale. Ricordo che quando andammo a rendere omaggio al discendente del nobile inglese, che comunque non ha niente a che fare con il personaggio letterario creato dalla fantasia di Sir Arthur Conan Doyle, egli ci ricevette con estrema cortesia, una figura dell’antica aristocrazia britannica. Era alto circa due metri, magro, elegantissimo in un vestito blu notte, la camicia bianca e il farfallino scuro al colletto inamidato, i capelli bianchissimi. Doveva avere circa novant’anni, ma si muoveva con estrema scioltezza, pare facesse una nuotata di due chilometri al giorno, ad ogni sveglia, all’alba, nella piscina situata nel verde del parco del castello, un gentiluomo d’altri tempi. Unica pecca, quella mattina, il nobile aristocratico aveva la barba non rasata di due tre giorni, che davano alle sue gote riflessi d’argento, un tipico segno del carattere eccentrico degli inglesi, eh già! Quando ci salutò, sulla soglia di casa, mi strinse calorosamente le mani: “Onoratissimo, mister Cocchiarelli!” disse. Sorrisi, in verità, io mi chiamo Barbaresco, Cocchiarelli è il mio amico. Ma sorrisi, non per l’errore del gentiluomo, non un lapsus, soltanto un segno di fiducia, sorrisi invece per quel suo pittoresco accento autenticamente inglese. Intanto vorrei spiegare che il mio amico era l’uomo più fidato del discendente di Sir Sherlock Holmes, di cui portava lo stesso nome, oltre al blasone familiare. Cocchiarelli era il capo stalliere, essendo pratico non solo di animali acquatici e volatili, ma anche di cavalli, cani e volpi. Ecco perché nell’assegnarmi il nome del suo fido capo stalliere, il nobiluomo mostrava di darmi un segno della sua fiducia, quasi un’investitura a vicecapo stalliere, non avendogli nessuno detto, me compreso, che io mi chiamassi Barbaresco.
Ma un’altra dote possedeva il mio amico, che tornava utile a Sir Sherlock Holmes: quando, in autunno, si organizzava la caccia alla volpe, egli portava al castello la servitù, vale a dire una decina di suoi compaesani con una cinquantina di cani, che costituivano la muta. Il giorno dell’inaugurazione della caccia lo scenario che si presentava era veramente imponente e spettacolare. Una ventina di cavalieri, tra cui diverse amazzoni, tutti appartenenti alla nobiltà britannica, era schierata con la caratteristica uniforme, giacca rossa, alcuni nera, pantaloni bianchi attillati da cavallerizzo, stivali neri, cappellino con visiera. Quando Cocchiarelli tornava dal boschetto, dove aveva trascinato lungo l’itinerario prestabilito un tampone impregnato dell'urina di volpe, Brynmor, un gallese di statura gigantesca suonava il corno da caccia, al terzo squillo i paesani rilasciavano i cani e subito i cavalieri partivano di gran carriera al seguito della muta scatenata.
Nel bosco spesso erano nascosti degli animalisti, la notte prima abusivamente introdottisi nella tenuta, per controllare che la caccia fosse finta e non fosse sacrificata nessuna volpe. A seguito di questa illegale intrusione, una volta Arrigo, il mio amico Cocchiarelli, che si era appostato con Brynmor e altri paesani, per sorprendere gli abusivi, riuscì a scorgerli nell’ombra e scacciarli. Più tardi, gli animalisti tornarono in forze e si scontrarono a colpi di bastone con la truppa di Arrigo, che non ostante l’aiuto del gigante gallese ebbe la peggio e dovette ritirarsi.
Quando il nobile si assentava, restava il più anziano (major) a guardia del castello e della tenuta (domus) ossia il maggiordomo, nomina che Arrigo Cocchiarelli ricevette in una solenne cerimonia, quando gli fu consegnato anche il collare di grande stalliere del nobile casato degli Sherlock Holmes della Contea del North Yorkshire. Fu il Conte stesso in persona a consegnargli con le sue mani l’importante onorificenza, e dalle mani di chi altri il solerte Arrigo avrebbe potuto ottenere mai una tale investitura sovrana su tutte le stalle nobiliari degli Sherlock Holmes, comprese quelle britanniche del North Yorkshire?
A questo punto, qualcuno, anzi più di qualcuno, dopo aver allegramente riso (almeno lo spero) di tutte queste piacevolezze da me raccontate, potrebbe domandarsi da dove mi derivano tutte queste fantasie e ironie su nobili inglesi, servi e stallieri italiani, me compreso, anche se forzatamente per nobile grazia del gentiluomo, e su anatre, fagiani, cavalli, cani e volpi. Io potrei sghignazzare assai volentieri con loro per queste demenziali buffonerie, eppure… eppure… nulla sarebbe più lontano dal vero che considerare tali fatti e situazioni come sogni bizzarri. Ahimè! Nei sogni la verità appare confusa e disordinata, inverosimile e balzana, eppure… eppure… Ma che eppure, eppure! Cerchiamo di dare una spiegazione logica a tutte queste stramberie di stile, che so, donchisciottesco, forse?
Le lotte degli animalisti contro i cacciatori, nel nostro caso la volpe, sono fantasie? Le anatre, i fagiani, i cavalli, i cani, senza parlare dei leoni e dei cuccioli dei leoni, e noi bipedi terrestri tra loro animali da savana, aria ed acqua, siamo forse irreali? E la figura di Sherlock Holmes, il nobile inglese o normanno, nel senso di uomo del nord, a cui, sebbene protestassi il contrario, ho assegnato un tale nome, prendendolo a prestito dalla letteratura, peraltro contraccambiando quel suo goffo darmi del “Cocchiarelli”, senza voler offendere il mio amico Arrigo, per carità, ma io sono Barbaresco, ebbene una tale figura di antico gentiluomo di nobile discendenza è così inverosimile? A me non pare. I sogni e le fantasie sono irrazionali, ma il materiale psichico di cui sono composti, al di là delle simboliche junghiane, ci deriva dalla realtà, quella realtà in cui ricevono uno statuto di verità di esistenza anche figure immaginarie, tipo Sherlock Holmes, figure che peraltro sopravvivono a noi anonimi mortali.
Certo un leone che si aggira per casa non è una realtà quotidiana, ma l’immagine di un sogno che ci raggiunge come simbolo dall’inconscio è comunque sempre una figura psichica da decifrare. Io sono appeso al filo della malinconia che m’invase quando la fiera abbandonò la nostra casa ed ora capisco perché mi sono ricordato di Arrigo e ne ho revocato le gesta, si fa per dire, ma non potevo non “registrare” del mio amico le sue imprese, “res gestae”, come dire fatti accaduti, storia, storia non augustea, ma sempre storia, anche se umile di stalliere, innalzato a gran sovrano. È un po’ quello che accade a Sancho Panza, personaggio letterario più celebre di Arrigo. La sua malinconia era la mia malinconia, la perdita di un affetto animale, il cane di Arrigo era fuggito e il suo padrone si era immalinconito. Chissà dove si sarebbe conclusa e in che modo la vita randagia del suo fedele segugio tra i mali del mondo!
Io intanto concludo il racconto del mio sogno e conseguenti storie di fantasia, ma non tanto, con un interrogativo ineludibile. Il materiale psichico venuto qui alla luce è per la nostra facoltà di conoscenza “Schein” o “Erscheinung?” È questo un interrogativo drammatico ed enigmatico, che come vedremo fu suscitato e risolto dal pallido e sublime pensatore di Königsberg.
2. Le parvenze
Ero affacciato al balcone dell’ultimo piano, il quinto, della casa di boulevard Carnot, a Cannes, e guardavo giù in strada i passanti ormai rari, nell’imbrunire del giorno. La mattina c’è un discendere di residenti verso la Croisette e il mare, e un risalire al tramonto di questi bagnanti, che diventa sempre più raro nella sera. Ora, il Boulevard appariva deserto, e d’un tratto li vidi: erano loro! Un uomo e una donna camminavano affiancati con passo regolare in direzione di Le Cannet. E fui raggiunto da una visione lontana: stavano di spalle sulla banchina, aspettando il tram nelle luci bagnate della sera, l’asfalto umido di pioggia di una grande città.
Colto da un improvviso senso di smarrimento, scesi di corsa le scale e fui in strada, attraversai, raggiunsi l’altro marciapiede e cominciai a salire. Mi sembrava di vedere due figure abbastanza in avanti nella luce ormai incerta, poi si accesero i lampioni e passarono alcune automobili veloci e un autobus, che distrassero la mia attenzione. Ero arrivato ai giardini della Rue Masséna, un ometto striminzito camminava a passettini all’indietro, volgendomi le spalle. Quando mi sentì arrivare, si voltò e mi lanciò uno sguardo arcigno, si rigirò di colpo e tornò indietro sempre a passettini di gambero, con equilibrio incerto. Diedi uno sguardo, attraverso il cancello, al cortile del Lycée Carnot, dove mi ero fermato. Poi decisi di ritornare e cominciai a scendere lungo il viale, quando fui attirato da alcune grida che giungevano dal fondo dell’altro marciapiede. Poco dopo, una donna brizzolata, in bermuda, che reggeva un malloppo di oggetti verosimilmente in argento o peltro, risaliva a balzi verso il suo negozio di antiquariato, dove l’attendeva una socia dai tratti magrebini. In fondo le zingare ladre si allontanavano in fretta vocianti, nelle loro vesti svolazzanti.
Continuai a scendere lentamente, ero indeciso, non sapevo se continuare, avevo superato la casa residence, dove soggiornavo in questa mia vacanza al mare in Costa Azzurra. Allora mi fermai e mi voltai e vidi un uomo che scendeva appoggiandosi con entrambe le mani a due bastoni. Nell’incrociare il mio sguardo, l’invalido si fermò e allargò le braccia, come a meglio esibire la sua misera condizione. Distolsi lo sguardo e ripresi a scendere, ero quasi arrivato al cavalcavia, dove termina il boulevard, e vidi un uomo in carrozzella che parlava sorridente a un colombo venuto a fermarsi sulla strada davanti a lui, subito smettendo non appena mi vide. Attraversai la strada e superato il cavalcavia, scesi giù a destra, dove imboccai la Rue Meynadier. È la strada che percorriamo ogni mattina, io e Peter, per andare al mare, le spiagge oltre il porto vecchio. Qualche volta tiriamo dritto sulla Croisette, in direzione del Palazzo del Cinema, dove ad ogni ora i turisti salgono e scendono le scale, per farsi fotografare imitando i divi, direi meglio le dive, in specie le tante turiste giapponesi. Abitualmente però, svoltiamo per la Rue Meynadier, perché a quell’ora completamente in ombra e quindi più al fresco.
Camminavo lentamente e le vidi tutte lì schierate in fila lungo le facciate degli stabili, nella penombra, le strane figure: l’uomo gambero, l’infermo dei bastoni, l’invalido in carrozzella, le derubate e le zingare furfanti. Andai oltre, cercavo altre figure, e vidi la elemosinante gobbetta sciancata, alta meno di un metro, che di giorno si muoveva sulla elegante Rue d’Antibes. Sentivo le palpebre pesanti e mi abbandonai come ad un torpore in quella penombra della Rue Meynadier.
Ho aperto gli occhi nella luce del giorno, che filtra dai vetri del balcone, inondando la stanza, dove non avevo chiuso le tende la sera precedente, prima di coricarmi. Che cosa era successo? Ho richiuso gli occhi, la lingua di Peter mi lecca il braccio: “Buono, Peter,” dico e gli accarezzo la testa, il mio golden retriever. “Hai fame? Tra poco ti preparo la pappa.” Quindi mi alzo, e le immagini notturne mi tornano in mente. Ieri sera, ero affacciato al balcone, poi quando ho visto quella coppia, che risaliva il Boulevard, sono sceso di corsa. Perché?
Erano gli affetti perduti nella mia infanzia, quelli che mi avevano teneramente amato, sorreggendomi nel mio avanzare nei giorni della vita, e poi erano scomparsi, i miei morti. Ero sceso ad inseguirli, poi nei pressi del cancello del Lycée Carnot, mi sono fermato e sono tornato malinconicamente indietro a casa. E quelle ombre? Quelle immagini fluttuanti nella luce scura della sera? Parvenze?
La querelle è nota, anzi no, gli addetti ai lavori conoscono molto bene il problema, gli altri (noi normali), invece, per nulla. “Es wäre meine eigene Schuld, wenn ich aus dem, was ich zur Erscheinung zählen sollte, bloßen Schein machte.” Chi ha studiato la lingua tedesca, aiutandosi magari con i traduttori automatici (nel senso che traducono a caso, ed infatti “caso” in greco è “autòmaton” ), così traduce: “Sarebbe un mio grave errore, se riducessi a mera parvenza (Schein) quello che dovrei considerare un fenomeno (Erscheinung).” Orbene, ho parlato di querelle e di problema, e dico subito che la querelle ovviamente riguarda il problema, ossia come tradurre il lessico di Kant, in particolare quello della Kritik der reinen Vernunft (“Critica della ragion pura”) e rendere quindi fedelmente il suo pensiero. In questione sono qui i due sostantivi: “Erscheinung” e “Schein”, che noi abbiamo tradotto rispettivamente con “fenomeno” e “parvenza”. È una traduzione fatta non a caso, anche se ho consultato il traduttore automatico, ma dopo avere diligentemente seguito la querelle tra autori qualificati. Io vado in cerca di qualifica, e quando mi sforzo di scrivere qualcosa di corretto o quanto meno accettabile, uso il pluralis “noi”, per cercare di coinvolgere e convincere gli altri, al contrario parlo al singolare quando capisco che devo addossare sulle mie spalle il carico di scelleratezze intellettuali, che vado seminando qua e là. È chiaro che la mia autoironia è di carattere socratico, so di non sapere… anzi no io non faccio nessuna autoironia né tanto meno socratica, io con Socrate non ho mai avuto niente a che fare, non lo conosco. - Mai sentito nominare? - Come? - Dicevo, lei non ha mai sentito nominare Socrate? - Chi? - Abbiamo capito! Quello ha capito, beato lui! Io invece non ho capito nulla, non capisco proprio più niente. Ma perché in questa maledetta alba il gallo ha già cantato tre volte? Il gallo di Asclepio? Mah!
“Tradurre la Critica è un compito di una certa difficoltà. Non ostante la celebre asprezza di questo testo, le difficoltà di contenuto non sono certo le maggiori. Uno studio attento e prolungato può portare abbastanza agevolmente a superarle.” Così scrive Giorgio Colli nella nota introduttiva alla sua traduzione della Critica della ragion pura, pubblicata nel 1957. Più avanti, l’autore parla di due traduzioni della “Critica” in lingua italiana: “La più antica traduzione completa fu pubblicata a Pavia tra il 1820 e il 1822. I gravi difetti di questa traduzione sono stati più volte messi in rilievo. Non occorre qui insistere sull’argomento, e si può dire che oggi tale traduzione non ha più alcuna utilità. La traduzione integrale di Gentile e Lombardo-Radice, pubblicata nel 1909 e ristampata più volte, costituisce sino ad oggi quanto di meglio si è fatto in Italia per diffondere la conoscenza di questa fondamentale opera kantiana. L’impegno di questi due traduttori è stato senza dubbio notevole, ed è doveroso riconoscere il loro sforzo coscienzioso per restituire fedelmente l’originale. Ma i difetti di questa traduzione sono purtroppo numerosi e tali, comunque, da consigliare un nuovo tentativo. Una conoscenza non sufficiente della lingua tedesca fa cadere troppo spesso Gentile e Lombardo-Radice in errori di interpretazione letterale, talvolta anche madornali. Inoltre, la preoccupazione costante della fedeltà va il più delle volte a scapito della chiarezza. Manca infine una conoscenza adeguata della letteratura filologica sull’argomento e delle altre traduzioni [in altre lingue, francese, inglese].” In questo modo Colli fa tabula rasa delle precedenti traduzioni ed impone la sua.
Nel 1976, lo studioso presenta la terza edizione dell’opera, discutendo nella premessa di altre traduzioni intervenute nel frattempo e quindi della revisione compiuta da Vittorio Mathieu del testo di Lombardo-Radice, la cui traduzione viene da lui giudicata “classica” ed “eccellente”. Ma, nota Colli, “non dice [Mathieu] di aver tenuto conto, come invece ha fatto, di circa 120 errori e imprecisioni di tale traduzione “ormai classica”, che la nostra edizione aveva segnalato.” Infine, l’attenzione si concentra su due termini in particolare: “Così, anche nella revisione rivediamo confermato che Gemüth significa “spirito”! Forse perché in Italia Kant deve essere compreso attraverso Hegel? In ogni caso questa mediazione è operante, quando si respinge con orrore la nostra traduzione di Erscheinung con apparenza.”
Ora, tralasciamo il discorso su Gemüth, che lo stesso Mathieu nel glossario indica come animus, essendo “animo” il significato più proprio del vocabolo tedesco, e animo in italiano equivale a spirito, anche se non in senso hegeliano, parliamo invece di Erscheinung, finalmente! Eh, sì! perché le parvenze (Schein) da me viste, in quella sera d’estate, nella Rue Meynadier si possono definire invece proprio con questa parola: “Erscheinung”, secondo l’intenzione di Kant.
Giorgio Colli così traduce il passo che abbiamo preso in esame: “Sarebbe colpa mia, se io trasformassi in semplice illusione (Schein) ciò che dovrei invece attribuire all’apparenza (Erscheinung).” Nell’edizione a cura di Mathieu, si legge: “Sarebbe un errore il mio, se io facessi una pura parvenza (Schein) di ciò che devo considerare come fenomeno (Erscheinung).” Nel glossario, così quest’ultimo autore spiega la sua scelta, citando un passo dell’edizione della “Critica” del 1781, poi espunto nella seconda edizione (1787): “Le cose che appaiono [Erscheinungen], in quanto siano pensate come oggetti secondo l’unità delle categorie, si chiamano Phaenomena. Alcuni traduttori preferiscono perciò rendere Erscheinung con apparenza e riservare fenomeno a Phaenomenon; ma l’uso kantiano non impone tale distinzione.”
Nel “Dizionario di filosofia” di Nicola Abbagnano, alla voce “fenomeno”, si legge che “fenomeno” è lo stesso che “apparenza”. La querelle è soltanto linguistica, ma perché io ho voluto approfondirla?
Nessuna parola è dove la cosa manca. Ho rovesciato l’affermazione: “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”, il verso della poesia di Stefan George, “La parola” (Das Wort), commentato da Heidegger nel saggio “L’essenza del linguaggio”, per esprimere la provenienza dell’essere dal pensiero: “È la parola che procura l'essere alla cosa.”
Nella Rue Meynadier, in quella sera d’estate, che cosa erano quelle cose? Erano Scheine, Erscheinungen, Phaenomena? Parvenze, apparenze, fenomeni? Je ne sai pas.
IMMAGINE
Cannes, La Rue Meynadier
"Meynadier" (o più comunemente Manadier) si riferisce al proprietario di una "manade", cioè una mandria di tori o cavalli della Camargue, in Provenza (Francia); il termine deriva dal provenzale "manado" (mandria) e dal latino "manus" (mano), indicando chi gestisce e possiede queste mandrie, mantenendone la razza e rappresentando una figura storica e prestigiosa.
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