mercoledì 14 gennaio 2026

Narrativa

 

         La rotonda di Hölderlin


13 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

I CALZINI GRIGI

Prologo
“Vede, signora?” L’uomo abbassò i fari dell’automobile, che per un solo istante aveva alzato squarciando il buio della notte, poco prima di andare a fermarsi un centinaio di metri in avanti. Nel dire così, abbandonando con la destra il volante, aveva abbassato il braccio, sfiorando con le dita della mano il ginocchio della donna sedutagli accanto. La reazione fu però brusca, perché lei allontanò subito il braccio dell’uomo, contrastandolo con il gomito, indispettita. “Oh, mi scusi!” mormorò l’altro, e subito riprese il discorso: “Vede, ogni notte è così.” Ora si era voltato di nuovo in avanti, verso la sagoma di un uomo di spalle, seduto su un sasso di fronte a una statua. “Sta sempre fermo, immobile per delle ore, a volte fino all’alba.” La donna fissava con uno sguardo scettico quella sagoma, senza dire nulla. Un’automobile sopraggiunse e andò a fermarsi dietro di loro, subito spegnendo i fari. L’uomo alla guida si voltò indietro a guardare e fu subito raggiunto dalla frase di spiegazione della donna: “È mio marito.”
L’uomo indugiò un istante, poi si rivolse verso la donna e quindi guardò ancora in avanti verso la sagoma scura. Stettero quindi in silenzio per un po' di tempo a fissare lo spettacolo al buio dell’uomo seduto davanti alla statua, fin quando un’ombra apparve dalla parte del finestrino della donna. Era il marito, che le faceva dei gesti, lei rispose muovendo soltanto le labbra, l’ombra si allontanò. Passò del tempo, il guidatore aveva acceso la radio, a volume bassissimo, trasmettevano le musiche e le canzoni di “Notturno dall’Italia”. Albeggiò. Infine, la sagoma scura seduta di fronte alla statua, ora perfettamente visibile, si mosse. Si alzò, si voltò e s’incamminò, avanzando verso le due automobili allineate in fila sul viale. Era lui, Alberto S., come amava essere chiamato. Eleonora, quando lo vide sfilare a lato, mosse involontariamente la testa dall’altra parte, il timore di essere riconosciuta. Poco dopo si sentì il rumore della messa in moto di un’autovettura di piccola cilindrata, l’accelerata e la partenza. Qualche minuto, poi il marito si affacciò al finestrino: “Eleonora, andiamo,” disse, mentre lei abbassava il vetro. “Sì, vengo,” rispose lei e si accinse a scendere. Mentre apriva la portiera, il guidatore svelto era balzato fuori dalla sua parte ed era corso verso l’altro sportello. Vedendolo passare davanti al parabrezza, la donna indugiò, dandogli modo di raggiungerla e fargli tenere ferma la portiera dell’automobile, che lei aveva già aperto. Scese con calma, si voltò verso l’autista e disse: “Ha fatto un ottimo lavoro, Pantaleo. Domani concludiamo.” L’uomo s’inchinò con riconoscenza e quando lei si avviò verso l’automobile del marito, chiuse con decisione lo sportello.

Silvio Minieri ha detto...

I calzini grigi

Quali calzini ti metti? Quelli grigi, aveva risposto e poi era sparito. Era successo tutto all’improvviso e in modo molto strano, almeno nella forma, anche se quel momento lei, Eleonora, l’aveva sempre temuto e tenuto sepolto nel fondo della coscienza.
Quel giorno, anzi quella sera, dovevano uscire insieme, Alberto S. aveva ancora i piedi nudi infilati negli zoccoli, benché completamente vestito in giacca e cravatta, a cui aveva appena fatto il nodo e che ora si aggiustava automaticamente. Nel vederlo così, Eleonora sospirò e andò verso la camera da letto. In corridoio gridò: “Quali calzini ti metti?” Attese, prima di andare a frugare nei cassetti del comò. Arrivò subito la risposta: “Quelli grigi.” Aveva indugiato un po' nella scelta, prima di prendere il paio nuovo, a cui staccò l’etichetta, tagliando poi con attenzione il piccolo filo che li univa, per non provocare strappi. Ritornò in salotto, ma Alberto non c’era. Andò in cucina, non era neppure lì. Dov’era andato? Girò per casa chiamandolo, poi tornò in salotto e in quel momento si accorse che era uscito. Fissò gli zoccoli accanto alla poltroncina, segno che si era seduto per infilare i mocassini, andare alla porta e uscire. Si diresse all’uscio, aprì la porta e si affacciò sul pianerottolo, voleva andare alle scale, ma temeva di rimanere chiusa fuori, perché non aveva le chiavi. Forse era uscito, perché chiamato da qualcuno, un vicino, però lei non aveva sentito nulla. Decise di chiamarlo con il telefonino, ma lo sentì squillare in salotto, dove andò a recuperarlo sul mobile a specchio, irritandosi per non averlo visto prima. Attese ancora qualche minuto gironzolando per la casa, poi con stizza lanciò i calzini grigi sul letto, andò a prendere le chiavi e uscì. Scese le scale dei quattro piani del palazzo, loro abitavano all’ultimo, ma non incontrò nessuno, tutte le porte erano chiuse. In strada si mosse verso il viale principale, percorrendo un centinaio di metri, poi tornò indietro, andò verso il cancello aperto del vicino parco, si affacciò a guardare dalla piccola altura, ma non vide nessuno. Rientrò nel palazzo e scese nell’autorimessa condominiale, la loro automobile era regolarmente parcheggiata al suo posto. Allora risalì lentamente le scale del palazzo, fermandosi ad ogni pianerottolo, tendendo inquieta le orecchie; gli appartamenti erano abitati da piccoli nuclei familiari con bambini o coppie anziane.

Silvio Minieri ha detto...

Salendo al quarto piano, accelerò il passo e trafelata aprì la porta di casa: “Alberto, Alberto!” chiamò. Nessuna risposta, anche se per un momento aveva sperato che fosse rientrato. Ma da dove? Si guardò attorno e pensò al terrazzo, corse a prendere le chiavi di accesso e andò su rapida, lievemente affannata, per le scale a chiocciola, fin sul tetto. Aprì la porta in ferro e girovagò intorno, spiando nei lavatoi, si affacciò al parapetto accanto all’antenna parabolica, guardando il filo esterno, che lungo il muro portava al loro appartamento. Poi si andò ad affacciare dall’altre parte, dove da quella prospettiva, nel cuore del parco dell’Appia antica, poteva vedersi in direzione nord il panorama di Roma. Nelle prime ombre della sera, distinse lontana la sagoma del Cupolone, alzò lo sguardo verso il cielo dove era un po' più chiaro e notò le luci di un aeroplano che veniva verso sud, diretto all’aeroporto di Ciampino. Ridiscese e sul pianerottolo, andò a bussare il campanello della vicina, una signora anziana che viveva da sola, ma sempre molto attiva. Sapeva che era fuori, quindi si attendeva che non ci fosse nessuno, tanto meno Alberto. Infatti, il silenzio assoluto le confermò il suo pensiero. Stava per rientrare, quando sentì un rumore di passi e Giannina venne ad aprire. Eleonora le disse che stava cercando il marito, sebbene la vicina sapesse che non erano sposati. Lei sorrise e disse di non averlo visto, aggiunse che stava dormendo, poi presa da un dubbio, a sua volta domandò se per caso non era quella la sera dell’assemblea di condominio, lei non ricordava bene. Eleonora rispose di no, l’altra suggerì che forse il marito era sceso senza saperlo nell’autorimessa, dove qualche volta si era tenuta l’assemblea. Lei scosse la testa, la rassicurò, poi si scusò di averla disturbata. Entrambe le donne si ritirarono. Poco dopo, Eleonora uscì di nuovo, prese l’ascensore e scese giù in garage. Passando diede uno sguardo al corridoio buio delle cantine, se fosse stato lì, la luce doveva essere accesa e il cancello aperto, ma si accertò che era chiuso. Infine, prese l’automobile, e girovagò per le strade d’intorno, senza approdare a nulla. Se fosse stato nel parco, era ormai buio, per andarlo a cercare. Quando rientrò, una mezz’ora dopo, temette quasi di ritrovarlo a casa, un’aspettativa che andò delusa. Alberto si era allontanato e lei era andata a cercarlo, riassunse così per sé gli avvenimenti. Infatti, la tentazione di telefonare alla polizia, temendo una disgrazia, subito le si rivelò come un’azione troppo precipitosa. Era successo qualcosa, ma riguardava loro due e non terze persone. Non sapeva che fare, allora telefonò ad Agostina, quasi ventenne, la più grande delle sue due figlie, entrambe fuori Roma, in villeggiatura al mare con amici.

Silvio Minieri ha detto...

Lo studio della matematica

Due anni dopo la scomparsa di Alberto, Eleonora era una donna sposata con Giampiero, un uomo di oltre sessant’anni, dieci più dei suoi, quasi la stessa differenza d’età tra lei e Alberto S., soltanto che ora ad essere più giovane era lei e non il partner, come nel rapporto precedente. Possiamo dire che Giampiero era il suo terzo compagno, dopo il primo coniuge, Alberto, collega all’università, morto quando Agostina aveva sette anni e Carlotta due. Dopo avere vissuto tre anni da sola, con la madre ancora vivente, Eleonora si era trovato un nuovo compagno, quello più giovane, Alberto S. Era stato un amore a prima vista, o almeno così poteva sembrare. Era stata lei a cercarlo per telefono, subito dopo il loro primo incontro, nella villetta al mare, dove Eleonora aveva tenuto una delle sue piccole feste, per conoscere gente o meglio per trovare e scegliersi un uomo, un compagno, si sentiva sola. “Alberto, perché non mi viene a trovare?” Aveva detto subito, senza neppure presentarsi, sapendo di essere riconosciuta da quel giovane, sul quale aveva fatto sicuramente colpo, durante la conversazione della sera precedente. “Veramente…” il giovane esitò, poi subito disse: “- Quando? – Oggi pomeriggio. – A che ora? – Alle quattro. – Va bene, sarò puntuale.” E lo fu. L’invito era stato esplicito, dopo qualche giorno, erano già amanti. “Veramente mi chiamo Roberto,” aveva detto quel primo pomeriggio. E quando Eleonora le raccontò del primo marito Alberto, di cui era rimasta vedova, il giovane dichiarò che avrebbe cambiato nome, d’ora in poi si sarebbe chiamato Alberto Secondo. La gente avrebbe potuto scambiare quel numero dinastico, disse “dinastico”, per il cognome, e quindi non sarebbe apparso come un vezzo essere chiamato Alberto S.
Alla fine dell’estate, il giovane si trasferì nella casa di Eleonora sull’Appia antica, per ricomporre il mosaico familiare di lei, marito, moglie, due figlie, l’anziana madre. Per fare capire come considerasse questo suo rapporto d’amore con Eleonora, il giovane approfittò di una delle sue prime domande: “– Niente amiche del cuore? – No, mi sono dato allo studio della matematica.” E subito aggiunse la sua spiegazione: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.” La frase è riportata da Jean-Jacques Rousseau nelle sue “Confessioni”, che precisò Alberto S., non sono poi tanto sincere, le uniche vere sono quelle di Sant’Agostino. Lei continuava a fissarlo in silenzio, aveva già ideato il suo programma futuro. Avrebbe fatto di quel giovane avvocatino un uomo di sicuro successo nel foro giudiziario, aveva talento, ma poca ambizione e sicura timidezza. Era venuto nella sua casa al mare al seguito del giudice Gigante, un pretore onorario, che le faceva la corte, mettendola in imbarazzo, non tanto per l’età, un ultrasessantenne, ma per certi suoi modi e l’aspetto. Si sentiva anche intimidita, perché Gigante era educato, anche se poi lei, spiandolo, ne coglieva i lati negativi, quando il giudice era in disparte, un certo modo di tossire o sputacchiare nel fazzoletto, l’aggiustarsi la cinta dei pantaloni, lo stringersi ogni tanto le unghie tra i denti nel riflettere e diversi altri piccoli difetti che una donna di mondo non tollera in un uomo, invece quel giovane così controllato… ma che stava dicendo? Si fece attenta alle sue parole. Il giovane Rousseau, rievocando il suo soggiorno giovanile a Venezia, ricorda l’incontro d’amore con Zulieta e la sua infelice esternazione nella scoperta di un difetto fisico della cortigiana bellissima, però con un seno monco. Eleonora mostrò seduta stante al giovane Alberto S. di non avere difetti estetici, come dire sensibili, visibili, in linguaggio giuridico, “ictu oculi”, a colpo d’occhio.

Silvio Minieri ha detto...

Avevano vissuto dieci anni circa insieme, senza mai sposarsi. Quando lei, nei primi tempi, accennò all’argomento, Alberto S. si mostrò favorevole, avrebbero avuto dei figli. L’entusiasmo svanì in Eleonora. Dopo la nascita di Carlotta, le avevano allacciato le tube, non poteva più partorire. Fece cadere la discussione e tacque, lui non capì. Eleonora non tornò sull’argomento, e neppure lui, tranne una volta, settimane dopo. Aveva sognato lei che lo guardava da lontano con un sorriso triste e al risveglio aveva compreso la sua tristezza, non poteva dargli un figlio. Avutane conferma, Alberto S. non disarmò ed espresse il proposito di volerla sposare. Eleonora mostrò la sua contrarietà a un rito formale di matrimonio, visto che stavano bene assieme così. Non lo disse, ma entrambi lo sapevano, la loro unione reggeva fino a quando fossero andati d’accordo giorno per giorno. Una settimana dopo la sua sparizione, Eleonora si convinse, aveva un’altra, come aveva fatto a non accorgersene?
Era il suo punto dolente, ma anche un po' il tormento del suo partner. Alberto S. amava sinceramente Eleonora, ma sinceramente, naturalmente potremmo dire, era attratto da altre donne. Un desiderio invisibile, ma non agli occhi di lei, come di ogni altra. Se ne accorse subito lui, una volta in cui andarono a cena in un ristorante famoso: “La bestia”. Erano in Toscana, e a tavola servivano piatti in grande quantità di carne. In attesa di queste pietanze, Alberto lanciò uno sguardo sui presenti in sala e subito si accorse che Eleonora lo stava fissando, per capire chi lui stesse osservando. Intenzionalmente, Alberto S. appuntò lo sguardo su una giovane seduta a un tavolino abbastanza distante, una donna bionda più giovane, ma certo non avvenente come Eleonora, che in fatto di bellezza femminile era insuperabile, una primadonna. Si era accorta lei della sua intenzionalità? La sua espressione tradiva un certo desiderio di voler cogliere la verità nell’istante, ma quello di Alberto S. era un istante di recita, una rappresentazione, come dire una ripetizione, non un’immediata emozione. Citava di nuovo, presentava di nuovo sé stesso nell’atto di volgere altrove lo sguardo dalla sua donna verso un’altra, quasi quest’altra meritasse più attenzione. Un tranello nel loro gioco d’amore? L’amore come un gioco o come un giogo? Quello che dà spazio, ma soltanto nei limiti di un confine impossibile da oltrepassare, oltre il quale ne va del significato stesso dell’amore, gioco o giogo, come vogliamo definirlo.
In seguito la situazione dei loro rapporti si stabilizzò e un po' alla volta la stretta tra i due si allentò. Alberto S. seguì in primo tempo Gigante nelle linee del disegno da lei tracciato, poi si congedò dall’ambiente del foro giudiziario e intraprese il ramo commerciale delle aziende. Cominciò a viaggiare per l’Italia, inseguito dalle telefonate di lei, raggiunse una certa posizione nel suo ambiente di lavoro, tornava sempre a casa. La madre di Eleonora morì, le bambine piccole diventarono adolescenti, il tempo passò, Eleonora e Alberto S. stavano sempre insieme. Poi, quella sera, Eleonora si trovò a girare sola per casa, nelle mani quei calzini grigi.

Silvio Minieri ha detto...

La traccia

“– Sono l’avvocato Taddei. – Sì? – Parlo con la signora Pallieri? – Sono io. – Mi scusi, le telefono per conto di Pantaleo. – Pantaleo? – La “Pantaleo Security”. – Ah, sì! – Ci sono novità, suo marito, abbiamo una traccia, più di una traccia, l’abbiamo trovato.” Eleonora corse nello studio dell’avvocato Taddei, ossia nell’ufficio di Pantaleo al Laurentino, l’investigatore privato, a cui più di due anni prima aveva dato mandato di compiere delle ricerche per rintracciare Alberto S. alias Roberto Giulietti.
Dopo i primi giorni della sparizione del suo secondo compagno, Eleonora aveva fatto denuncia di scomparsa. Furono diramate le ricerche e alla donna fu assicurato che in caso di rintraccio lei sarebbe stata avvisata, ma se si trattava di allontanamento volontario, l’autorità di polizia non aveva altri poteri d’intervento. Non contenta, Eleonora Pallieri si era rivolta ad un’agenzia di investigazioni private. In un piccolo ufficio di due locali, una saletta d’ingresso e una stanza con poltrona e scrivania e due sedie per gli avventori, incontrò il titolare. Era un uomo basso e grasso di oltre cinquant’anni, calvo, soltanto una corona di capelli sulle tempie e la nuca, con gli occhiali da vista, un aspetto viscido. La donna firmò comunque il contratto, anche se per quell’uomo avvertì un’istintiva ripulsione, voleva giudicarlo dai risultati. Lasciò un piccolo acconto per le prime spese, riservandosi di saldare la parcella, in caso di esito positivo delle ricerche. Il giorno prima si era recata nella sede della ditta, dove Alberto S. era impiegato, ma ebbe solo conferma che lui era in ferie e da quando si era assentato non avevano avuto più notizie di lui. Alla fine del periodo di congedo, lei volle ancora andare a verificare, ma seppe che non si era presentato, le dissero che se non avesse ripreso servizio, sarebbe stata avviata una procedura di scioglimento del rapporto di lavoro. Certo, avrebbe avuto diritto ad una liquidazione e gli atti gli sarebbero stati notificati al suo indirizzo di casa.
Una settimana dopo il ricevimento dell’incarico, Pantaleo le telefonò, per informarla dei primi accertamenti: probabilmente Roberto Giulietti era espatriato in Germania. Colta di sorpresa, la donna si precipitò nell’ufficio di Pantaleo. In ditta, dove si era recato un suo incaricato, avevano riferito che ultimamente l’ingegnere leggeva dei quotidiani tedeschi, e questa era una fortuna. Non è ingegnere, corresse la donna, è un avvocato e dottore in matematica, comunque perché era una fortuna questa pista tedesca, interrogò. Pantaleo disse che aveva degli informatori fidati in Germania e che inoltre era in buoni rapporti con la polizia italiana e anche con quella tedesca. Erano delle assicurazioni generiche, forse delle vanterie, ma non aveva altro in cui sperare. Quell’uomo poteva essere un imbroglione, un millantatore, ma forse aveva dei legami occulti, un po' loschi, che a lei sfuggivano. Avrebbe ricevuto un rapporto entro tre mesi e il contratto poteva essere prorogato per altri tre, sei o nove mesi. Ma in ditta, avete scoperto se lui aveva altri legami, interrogò Eleonora, sentendosi sulle spine. “Signora, le faremo sapere, stiamo investigando proprio su questo,” rispose l’uomo con un sorriso, abbassando la testa. Il ghigno, tale parve alla donna il riso dell’uomo, le diede conferma che quella era la pista da battere.

Silvio Minieri ha detto...

In quei giorni aveva strane sensazioni, si sentiva come osservata, telefonò più volte a Pantaleo per sapere novità. “Signora, stiamo accertando, alla scadenza, le faremo sapere.” Il rapporto fu abbastanza deludente, un fascicolo corredato da numerose fotografie, ottenute con il teleobiettivo, in molte si riconoscevano gli abitanti del suo palazzo fotografati in altri luoghi della città, per lo più coppie, che andavano in locali pubblici o passeggiavano per strada. “Ma questa sono io!” esclamò, guardando una fotografia in cui era ritratta in primo piano assieme a un giovane su un autobus. “E questo chi è?” domandò Pantaleo, indicando il giovane, che si vedeva di profilo. “Mai visto” disse Eleonora. “Infatti,” commentò Pantaleo, “lei non l’ha mai visto prima, ma lui sì.” La donna guardò con più attenzione la fotografia, stava controllando la sua immagine, per accertarsi di come fosse venuta. “È un mio collaboratore” disse Pantaleo. “Come?” domandò distratta, osservava i suoi capelli, la fotografia era in bianco e nero, e il difetto di quella sottile riga bianca sotto la tintura, che appariva vicino alla tempia destra, la irritava. “Vede, non lo conosce.” Eleonora alzò la testa: “E adesso dove sta?” domandò. “In Germania” rispose Pantaleo. Prese un secondo album, Eleonora credeva di vedere immagini di città tedesche, e invece era sempre Roma, sempre coppie, ma più spesso donne sole, riconobbe anche Badeschi, il titolare della ditta di Alberto S. Pantaleo prese un terzo album, Eleonora riconobbe le strade vicino agli uffici dell’anagrafe, al Teatro Marcello, dove in quel periodo andava la mattina per suoi incontri di lavoro. Erano ritratti perlopiù uomini soli, ma tra loro non c’era Alberto S., erano fotografie recenti, pensò. Rinnovò il contratto, senza versare altre somme. L’agenzia investigativa non voleva perdere la cliente. Anche la seconda serie di fotografie, tre mesi dopo, più esigua, non diede nessun risultato. Il contratto sarebbe scaduto a fine anno, se ci fossero state novità, Pantaleo l’avrebbe chiamata. E la Germania? L’uomo alzò le spalle: “Niente, signora,” mormorò con tono dimesso. Uno degli ultimi giorni, prima della scadenza, le telefonò un giovane, chiedendo se volesse rinnovare il contratto, non costava nulla, bastava il consenso a voce. Fate voi, disse Eleonora, con voce priva d’interesse. Le passo il principale, si precipitò a dire il giovane, prima che lei chiudesse la comunicazione. Non si dimentichi di noi, disse Pantaleo. Beh! Ho da fare, Pantaleo, arrivederci. Eleonora chiuse la comunicazione. Aveva perso ogni entusiasmo, Alberto S. era distante nel tempo, e lei si era già trovata un altro compagno, Giampiero, colonnello dell’esercito in pensione, un gentiluomo. Si erano sposati e avevano fatto il viaggio di nozze in Estremo Oriente.

Silvio Minieri ha detto...

Hölderlin im Kreisverkehr

L’avvocato Taddei era la figlia di Pantaleo, aveva sposato l’ingegner Taddei, quel giovane ritratto con lei sull’autobus, espatriato in Germania, impiegato negli uffici dell’Agenzia Spaziale Europea, un’ottima conoscenza della lingua tedesca. Accolse con molta familiarità Eleonora, si sedettero una di fronte all’altra sulle sedie poste davanti alla scrivania del padre. Maddalena Taddei entrò subito in argomento, aprendo un fascicolo da cui estrasse dei fogli di giornali tedeschi. “Alcuni mesi fa, a Lauffen am Neckar, una città del Baden-Württemberg, fu commesso un orrendo delitto: una bambina di poco più di cinque anni era stata trovata strangolata in un giardino pubblico. La gente del posto indicò uno strano personaggio, che in quei giorni era stato notato aggirarsi nella zona, un italiano. Venne arrestato, infatti, nei pressi della “Hölderlin im Kreisverkehr”, “La rotonda di Hölderlin”, un monumento in memoria del poeta nativo di quei luoghi. A stento, la polizia riuscì a sottrarlo alla furia della folla, che aveva tentato di linciarlo sul posto, fu anche colpito con due coltellate a una spalla e a una gamba. In seguito, comunque venne rilasciato, perché risultò che era arrivato in città con il treno, dopo il delitto. Inoltre, fu scagionato anche dalla testimonianza di una signora del luogo, che dichiarò di conoscere l’italiano da due anni circa.” “Ah, ecco!” intervenne Eleonora, “risolto il mistero, volevo dire io!”

Silvio Minieri ha detto...

L’avvocato Taddei la guardò attraverso gli occhiali, l’espressione interdetta, poi continuò: “L’anziana signora, un’ottantina d’anni, riferì che la prima volta l’italiano le aveva scherzosamente detto di chiamarsi Scardanelli, non era il suo vero nome, ed era venuto lì per contemplare le statue del monumento a Hölderlin. Poi l’aveva visto altre volte periodicamente, l’ultima volta era stato qualche mese prima, sempre alla “Rotonda di Hölderlin”. Per questo, qualche giornale riportava il nome di Scardanelli, mentre gli altri, televisione compresa, parlavano soltanto di un italiano fermato e subito rilasciato, senza però fare il nome.” L’avvocato Taddei tacque, aspettando l’osservazione di Eleonora che voleva interloquire: “E voi come avete capito che si trattava di mio marito, del mio ex-marito?” “Davide aveva letto la cronaca particolare del Südwest-Presse, il quotidiano del Baden-Württemberg, dove era riportato il vero nome: “Roberto Giulietti”. “Sì, Alberto,” disse Eleonora. “Signora, io e mio marito, non abbiamo mai smesso di cercarlo, da quando papà ci parlò la prima volta.” Eh, già! pensò Eleonora, tutta la liquidazione della ditta di Alberto, che peraltro lei conservava ancora. “Ma, adesso, dov’è? Dove posso vederlo?” domandò. “A Roma, una di queste sere, papà vi condurrà da lui.” Non esitò a darle l’indirizzo, nel quartiere San Giovanni, dove Alberto S. era stato rintracciato, grazie ad alcuni amici del padre. “Comunque, Davide le spiegherà meglio, ha tutta una sua convinzione sulla vicenda.” Eleonora guardò Maddalena Taddei, per quella donna la verità era il marito Davide. “È stato lui a rintracciarlo,” disse Maddalena. Verissimo! pensò Eleonora. Avrebbe voluto conoscere e parlare con il giovane, si ricordò di quella loro fotografia sull’autobus, l’acconciatura dei capelli che non le stava tanto bene. Chi aveva scattato la foto? Questa donna qui. Chi, altrimenti? “Wer sonst?” disse Maddalena. “Arrivederci,” disse Eleonora e corse nel quartiere San Giovanni. Trovò il palazzo, bussò all’interno dodici, solo il numero, senza il nome. Non rispose nessuno. Citofonò al vicino, era un’anziana donna che non sapeva nulla. Chiamò l’interno dieci, sotto il dodici, rispose una voce d’uomo, abbastanza cortese, una voce del sud. “– Gentilmente, sono la sorella, per caso, ha visto l’inquilino dell’interno dodici? – Quello del piano di sopra? – Sì. – No, non l’ho visto. – Non sa dove può stare?” A quest’ultimo interrogativo, l’altro tacque, poi si sentì la voce, un tono piccato: “Signò, no sacciu!” Eleonora ringraziò e mormorò delle scuse, si spostò dal portone e telefonò a Giampiero.

Silvio Minieri ha detto...

Ora, passato il primo momento della notizia del rintraccio e dopo i primi vani tentativi d’incontrarlo, Eleonora era stata presa come da uno scoramento. Subito, l’improvviso riaccendersi della passione, una fiammata che si era repentinamente affievolita e ora sembrava fuoco sotto la cenere. Telefonarono a Pantaleo. L’investigatore si rianimò, sentendosi protagonista in gioco e sapendo di poter agire liberamente. Disse che Davide voleva spiegare meglio tutta la vicenda alla signora e lei ne approfittò per invitare a casa il giovane, lui e Maddalena, certo.
Andarono da loro la mattina del giorno dopo. In salotto, seduto sul divano, Davide tolse dalla cartella una busta e sfilò la fotografia, in cui erano ritratti insieme. “Questa dobbiamo restituirgliela,” disse. Eleonora lanciò un’occhiata distratta a quella sua capigliatura di un tempo, questa volta sapeva di essere impeccabile. “Quando ho capito che si trattava di Alberto S., il suo ex-marito, all’anagrafe Giulietti Roberto, io e Maddalena siamo corsi all’ospedale, dove era stato ricoverato. I medici l’avevano già dimesso, per sua volontà. A proposito, ad accoltellarlo era stato un turco, si è fatto anche un po' di prigione. Il risarcimento, Alberto l’ha devoluto all’avvocato come parcella. Ho parlato anche con la teste che l’aveva scagionato. Mi ha riferito il particolare di “Scardanelli” e allora ho potuto ricostruire la personalità del suo ex-marito. Secondo me, mi scusi signora, recitava una parte. Certo, pensò Eleonora, è proprio così. Esteriormente sorrideva a Davide, che proseguì. Voleva astrarsi dal reale, in cui era immerso fino al collo, e allora s’imponeva di sognare. Tramite un avviso sul giornale, aveva trovato lavoro come magazziniere in una fabbrica di Hannover, viveva da solo, e nel tempo libero andava a visitare musei, mostre d’arte, monumenti e altro del genere, in particolare si recava periodicamente all’Hölderlin im Kreisverkehr di Lauffen am Neckar. Il giovane sfilò dalla custodia il tablet che aveva portato con sé, l’appoggiò sulle ginocchia, tenendolo dritto sull’apposito sostegno e digitò sui tasti, quindi lo prese e lo mostrò a Eleonora. Sullo schermo si vedeva l’immagine di un monumento: “La Rotonda di Hölderlin”. “È l’opera di Peter Lenk, scultore controverso dell’arte pubblica, per molte sue opere irriverenti e satiriche.” Davide cominciò a illustrare il monumento, mentre Eleonora ne osservava i modi, senza prestare molta attenzione alle sue parole. Quel giovane le ricordava Alberto a quell’età, avvertiva lo stesso sentimento. “I dioscuri rappresentano i poeti Goethe e Schiller. La figura che troneggia in alto sul cervo, simbolo araldico del suo popolo oppresso, è Carlo Eugenio, Duca del Württemberg nel ‘700. All’estremità della barra orizzontale, che taglia le due verticali, a formare la “H”, l’iniziale di Hölderlin, su quella bicicletta, è Nietzsche. Sull’estremità della penna d’oca si vede Hölderlin bambino che alza le braccia e lo sguardo al cielo, in contrasto con l’altra figura, che lo mostra da adulto a cavalcioni sull’altra estremità della piuma, il volto reclinato, le mani incrociate dietro le spalle, l’aspetto dimesso, le gambe e i piedi che pendono sul vuoto.”

Silvio Minieri ha detto...

Eleonora osservava l’immagine sul tablet, alzò lo sguardo su Davide: “Nessuna figura femminile?” L’osservazione era maliziosa, perché la donna aveva visto che c’era. “Diotima, una figura classica – si affrettò a spiegare Davide – è la protagonista del romanzo Hyperion di Hölderlin, in realtà Susette Gontard, consorte di un banchiere di Francoforte, la donna amata dal poeta, prima di precipitare nella sua tragica follia.” Davide pigiò sullo schermo e apparve un’altra copia della statua di Diotima. Osservò l’immagine e disse: “Beh! La figura classica della bellezza femminile è la Venere di Milo.”
“Poi è stato trovato l’assassino?” domandò a sorpresa Eleonora. “Un tedesco, uno squilibrato, affetto da turbe psichiche,” rispose Davide. “Certo…” guardò in aria, evitando lo sguardo di Eleonora, poi ripose il tablet e spiegò. Attraverso l’identità di Scardanelli, il nostro personaggio s’immedesimava nella mente di Hölderlin, il poeta che riconosce nella Bellezza la sorgente di tutte le forme della vita spirituale, l’idea del bello trasfusa nelle loro immagini dagli artisti, la poesia come suprema forma espressiva. Davide si fermò, perché quel discorso sembrava trascinarlo fuori dal tema del racconto, che invece doveva consistere in una relazione delle loro ricerche per trovare Alberto S., anche se Eleonora non pensava così. Quel giovane era Alberto S. alla sua età, dieci dodici anni prima. Ora sentiva che non aveva più il desiderio di ritrovare il suo ex. Il giovane seduto di fronte a lei, in quel salotto, era come Alberto, lei avvertiva lo stesso desiderio di condurlo con sé, sedurlo, Davide era Alberto.
Fu Maddalena Taddei a intervenire e a spiegare come avevano ritrovato le tracce dello scomparso, ad Hannover, dove si era recato, una volta dimesso dall’ospedale. Quando andarono a informarsi, seppero che era già ripartito per l’Italia, così riferirono nel suo ambiente di lavoro. Abbiamo telefonato e comunicato la notizia a papà, che è riuscito a rintracciarlo a Roma. Seguendolo, abbiamo potuto accertare le sue visite notturne al tempietto di Diana cacciatrice. Una di queste sere, sicuramente andrà là… anzi verrà qui, perché la statua è nel parco qui vicino. Noi però non possiamo esserci, dobbiamo ritornare in Germania, Davide già domani deve essere al lavoro, papà le farà sapere e la condurrà da lui. Si accomiatarono con quest’intesa.
Quando, qualche sera dopo, Pantaleo le telefonò per informarla che stava arrivando, seguendo la vettura “enjoy” di Alberto S., lei rispose che l’avrebbe aspettato sotto casa. “Giampiero, tu seguici, discretamente,” disse al marito.

Silvio Minieri ha detto...

Epilogo

Eleonora non incontrò più Alberto S., dopo quella notte al tempietto, in cui l’aveva spiato. All’indomani si recò da Pantaleo e gli pagò la cospicua parcella. Se il suo ex si fosse rifatto vivo, non poteva pretendere nulla da lei. Pantaleo, invece, non mollò subito. Seppe che Alberto S. aveva lasciato il suo alloggio a Roma, telefonò e comunicò la notizia al genero e alla figlia. Annunciò che andava a trovarli, per stare un po' con loro in Germania, poi chiuso definitivamente il caso, sarebbe rientrato a Roma.
Non sbagliava, il suo istinto d’investigatore non l’aveva tradito, Alberto S. era tornato con il treno a Francoforte sul Meno, aveva sostato alcuni giorni in quella città, per disbrigare una sua pratica di viaggio, quindi con l’autobus e alcuni bagagli si era diretto all’aeroporto internazionale. Prima di partire, sicuramente sarà andato ad osservare per un po' di tempo il monumento che ritrae Goethe, in una piazza della città.
Dove andava? Ai Caraibi? Oppure partiva per i mari del Sud, nell’Oceano Pacifico? Non lo sappiamo, ma io posso intuire la sua destinazione, anche se non so che cosa gli passasse per la mente. Secondo me, Alberto S. soffriva della sindrome di Stendhal, un disturbo di origine psicosomatica, descritto come un fenomeno psicotico combinato con nevrosi dissociativa. Forse la malattia di Alberto S. non era molto grave.
Che cosa avranno pensato di lui le hostess, nel vederlo salire a bordo dell’aeromobile, un completo inappuntabile, giacca e cravatta, le scarpe ai piedi senza calzini? A New York non era la stagione calda. Mi sembra di vederlo, Scardanelli, mentre cammina sulla quinta avenue, tra i grattaceli di Manhattan, alle prime luci dell’alba.

Silvio Minieri ha detto...

VERO GOTICO

Prologo
L’uomo camminava per la quinta avenue, nella luce grigia e irreale delle ultime tenebre che si andavano diradando all’alba. L’ombra dei grattacieli di Manhattan rendeva ancora più indistinta qualche sagoma fugace o il passaggio di rari taxi sulla via. “Signore! Signore!” Il richiamo gli giunse alle spalle inatteso. Si voltò appena, ma a stento riuscì a scorgere una figura dai contorni incerti muoversi in lontananza. Era indeciso, quindi riprese a camminare. “Signore! Signore!” La voce era diventata ora più distinta. Un altro italiano che ti segue nel crepuscolo del primo albeggiare in una New York deserta? Una situazione improbabile. S’insospettì e accelerò il passo. “Ehi, mister!” Il richiamo, questa volta, conteneva una nota di sorpresa. Continuò a camminare senza voltarsi, ma sentì lo scalpiccio alle sue spalle che si andava avvicinando. Attese di sentire il respiro affannoso del suo inseguitore, perché se lui si era affrettato, l’altro doveva andare quasi di corsa, a sentire i passi sempre più vicini. Allora, aumentò il ritmo della sua andatura e tese l’orecchio: adesso, era come se i passi fossero divenuti d’improvviso silenziosi. Pensò di voltarsi per verificare, ma allo stesso tempo non voleva diminuire l’andatura, poi trasalì. Sentì vicinissima la voce alle sue spalle, il tono sardonico e familiare: “Scardanelli!” Si fermò di colpo e si voltò, riconoscendo subito la smorfia diabolica del viso e il solito ghigno, una beffa. Arretrò di tre quattro passi velocemente e urlò: “Ehi, tu!” Bum! Bum! Il demonio cadde steso a terra di botto, mentre la sua ombra maligna volò via nell’alba grigio scura.

Il castello

L’altro giorno stavo decidendo dove andare in ferie. Siamo a metà luglio, il minimarket di via San Martino della Battaglia, vicino a piazza Indipendenza, dove lavoro come vigilante, chiude per agosto. Poi mi è arrivata la lettera, una vera sorpresa, anche perché non mi aspettavo che mi scrivessero. Sapevo infatti che doveva trattarsi dell’episodio dello scippo di oltre un mese prima, che avevo però già dimenticato.
(Segue)