giovedì 15 gennaio 2026

Narrativa

 

             Vero gotico


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Silvio Minieri ha detto...

VERO GOTICO

Prologo

L’uomo camminava per la quinta avenue, nella luce grigia e irreale delle ultime tenebre che si andavano diradando all’alba. L’ombra dei grattacieli di Manhattan rendeva ancora più indistinta qualche sagoma fugace o il passaggio di rari taxi sulla via. “Signore! Signore!” Il richiamo gli giunse alle spalle inatteso. Si voltò appena, ma a stento riuscì a scorgere una figura dai contorni incerti muoversi in lontananza. Era indeciso, quindi riprese a camminare. “Signore! Signore!” La voce era diventata ora più distinta. Un altro italiano che ti segue nel crepuscolo del primo albeggiare in una New York deserta? Una situazione improbabile. S’insospettì e accelerò il passo. “Ehi, mister!” Il richiamo, questa volta, conteneva una nota di sorpresa. Continuò a camminare senza voltarsi, ma sentì lo scalpiccio alle sue spalle che si andava avvicinando. Attese di sentire il respiro affannoso del suo inseguitore, perché se lui si era affrettato, l’altro doveva andare quasi di corsa, a sentire i passi sempre più vicini. Allora, aumentò il ritmo della sua andatura e tese l’orecchio: adesso, era come se i passi fossero divenuti d’improvviso silenziosi. Pensò di voltarsi per verificare, ma allo stesso tempo non voleva diminuire l’andatura, poi trasalì. Sentì vicinissima la voce alle sue spalle, il tono sardonico e familiare: “Scardanelli!” Si fermò di colpo e si voltò, riconoscendo subito la smorfia diabolica del viso e il solito ghigno, una beffa. Arretrò di tre quattro passi velocemente e urlò: “Ehi, tu!” Bum! Bum! Il demonio cadde steso a terra di botto, mentre la sua ombra maligna volò via nell’alba grigio scura.

Silvio Minieri ha detto...

Il castello

L’altro giorno stavo decidendo dove andare in ferie. Siamo a metà luglio, il minimarket di via San Martino della Battaglia, vicino a piazza Indipendenza, dove lavoro come vigilante, chiude per agosto. Poi mi è arrivata la lettera, una vera sorpresa, anche perché non mi aspettavo che mi scrivessero. Sapevo infatti che doveva trattarsi dell’episodio dello scippo di oltre un mese prima, che avevo però già dimenticato.
Quella mattina, avevo preso servizio come al solito alle sette e mezzo, avevo assistito il direttore del negozio a sistemare le casse, erano arrivati i garzoni e le commesse, e alle otto abbiamo aperto. Io mi sono messo sulla strada, un po' di lato all’ingresso e sono arrivati i primi clienti, una giornata come le altre, in attesa di quello che succede. E verso le undici, qualcosa è accaduto, ma non al minimarket, un po' più distante. Ho sentito delle urla provenienti dalla parte di viale Castro Pretorio e ho visto arrivare un giovane di corsa che si stringeva la giacca al petto, un po' dietro un piccolo parapiglia. D’istinto gli ho sbarrato la strada e siamo rotolati tutti e due per terra. La mia preoccupazione era quella di non farmi sfilare la pistola dalla fondina. “Che vuoi? Che t’ho fatto?” sbraitava quello, intercalando nella frase insulti e imprecazioni. Mentre si dibatteva, ho pensato di mollarlo, cercando di evitare che mi percuotesse. Lo scippatore era quasi in piedi ed io ancora metà a terra, quando su di noi ho visto incombere una persona alta e robusta, il viso abbronzato, una massa di capelli scuri, le tempie imbiancate. Ha sferrato un tale pugno sulla spalla del malcapitato, una vera martellata, che l’ha schiantato di nuovo a terra. Sono sopraggiunte due zingarelle urlanti, inseguite da una donna che tentava di colpirle con la borsa, ultima una giovane bionda dall’aria malconcia. Erano usciti anche alcuni avventori dal vicino bar a commentare il movimentato episodio. In conclusione i tre furono consegnati alla polizia, la borsa scippata fu recuperata e la famiglia dei turisti francesi andò a sporgere denuncia. Alla fine del mio turno di vigilanza, andai a depositare la mia relazione all’ufficio di polizia. All’indomani andai in tribunale per testimoniare al processo per direttissima, i tre zingarelli furono condannati e scarcerati, mentre i turisti erano già ripartiti, cominciava un nuovo giorno.
Sulla busta della lettera speditami dalla Francia c’era scritto il mio nome e cognome: “Signor Francesco Buonanno”. Aprii e lessi: “Caro Francesco”. Seguiva il testo in lingua francese. Il signor Arnold de Montmorency, ricordava il mio intervento, commentava umoristicamente il suo colpo risolutivo, definendomi suo compagnon e in definitiva mi invitava nella sua residenza, il castello di Blois nella valle della Loira.

Silvio Minieri ha detto...

Certo, quella tremenda mazzata valeva come pena per il malaccorto scippatore più della condanna alla prigione non scontata, e forse il signor de Montmorency, nel rievocarla, voleva non vantarsene, ma considerarla appunto una giusta sanzione. Comunque, io, un vigilante, non mi vedevo molto nei panni dell’ospite in uno dei principali castelli della Valle della Loira. Che fosse un velato incarico di custode? In questa prospettiva, sentendomi più consono al mio ruolo, decisi di accettare.
Era un vero nobile il signor de Montmorency, ma nella Repubblica della “Liberté, Égalité, Fraternité” svolgeva l’ufficio di direttore del museo del castello di Blois, con annesso alloggio di servizio di pregio storico e artistico. Conservava così una dimora aristocratica, in cui velatamente rientrava nella sua identità di nobile principe, pur in assenza di dinastie tramontate. Fui ricevuto da Eric, che subito fraternizzò, è il caso di dire, come accade ai domestici, anche se in verità egli non era tale, ricoprendo la carica di direttore dell’ufficio di relazioni con il pubblico. Si occupava dei contatti con i turisti in visita al museo, che avevano anche la possibilità di alloggiare in apposite strutture del castello, di cui divenni anch’io ospite, a differenza degli altri però non pagante, almeno la prima notte. E non mi potevo lamentare, perché so che l’ospite dopo ventiquattro ore non profuma più, anzi comincia a emanare un odore sgradevole, come vuole la saggezza popolare.
Ero stato invitato a cena, ma prima, nella tarda mattinata, ebbi modo di compiere un giro guidato, assieme ad altri visitatori, nelle sale e nelle gallerie del castello. Ad illustrarne la storia, facendo rivivere personaggi e ambienti di quei luoghi, era la guida, una colta jeune fille, che parlava due lingue, inglese e francese, di razza celtica, alta e magra, bionda e con gli occhi azzurri. Riuscii a comprendere più del cinquanta per cento di quello che disse. Facemmo anche un giro nel parco, con una sosta davanti alla grande fontana, la cui vasca era circondata da un colonnato impreziosito da bianche statue classiche. Nell’occasione fui distratto da un ragazzo della comitiva intervenuto, per chiedere alla guida di parlare anche in italiano, tiepidamente sostenuto dalla madre, che mi lanciava ogni tanto delle occhiate, avendo capito da qualche mia battuta che ero un loro connazionale. L’oratrice interrotta ebbe un gesto d’irritazione, ma riparò dicendo in uno stentato italiano che il Nettuno al centro della vasca era una copia della statua in bronzo dello scultore fiammingo Jean de Boulogne da Douai, detto il Giambologna. Quindi passammo oltre ed infine rientrammo nelle sale del castello, guardando verso il quale da una breve distanza mi era parso di vedere alcune sagome femminili affacciate ad uno dei grandi finestroni.

Silvio Minieri ha detto...

Andai a riposare nella mia camera, dopo uno spuntino nella sala ristorante, affollata dai turisti, numerosi grazie alla stagione estiva. All’ora del vespro, ma la luce del giorno era ancora chiara, mi preparai per essere ricevuto dal signor de Montmorency, che mi aveva fatto avvertire per telefono da Eric. Fu lui stesso ad accompagnarmi e a introdurmi nell’alloggio del mio augusto signore ospitante.
“Oh, Francesco, mon cher ami, che onore!” Arnold mi accolse con grande calore e insieme andammo nella biblioteca. Parlava rapidamente e in continuazione e riuscivo a capire poco di quel che diceva, anche perché ogni tanto s’interrompeva con risate, che divennero più fragorose, quando rievocò quel nostro piccolo tumultuoso incontro a Roma. Infine smise e si dispose ad ascoltarmi, allora gli raccontai un po' banalmente del mio viaggio in aereo, nel mio incerto francese. A sorpresa, mi disse di esprimermi in italiano, affermando di capirlo, ma mi accorsi che non era proprio così. Sembrava interessato, ma ogni tanto guardava fuori della porta, forse un po' annoiato mentre gli riferivo i particolari del processo a quegli zingarelli sprovveduti, ma non tanto. Continuai sul tema, illustrando in generale il loro modus operandi, della partenza in metro la mattina dai campi nomadi della periferia, per andare al centro armati di cartoni ad assaltare incauti turisti da scippare e derubare. Quella volta gli era andata male, dissi ridendo, ma il signor de Montmorency a sorpresa si limitò ad assentire, con un semplice sorriso, che credevo fosse di compiacenza. Ora, aveva assunto un aspetto più composto ed ogni tanto fissava lontano verso qualche sua immagine, sorridendo quasi impercettibilmente. Come mi risultò chiaro poi a cena, quando seppi che un suo cugino era stato prefetto di polizia di Parigi, nel mio racconto, il signor de Montmorency doveva trovare conferma di analoghi episodi quotidiani nella capitale francese. In definitiva, gli parlavo di argomenti che lui doveva conoscere abbastanza bene, per quel suo legame familiare.
Nella saletta d’ingresso al salone dove cenammo, ritrovai madame Marjorie, sorella di Arnold e non consorte come avevo immaginato io, e la figlia Amandine, la giovane scippata a Roma. A tavola, ci raggiunse Natalie, amica di Amandine, e pertanto a cena eravamo in cinque. Serviva un giovane cameriere alto e con i capelli ricci, la giacca bianca, la camicia bianca con il farfallino nero e i pantaloni neri. Notai che aveva un difetto di pronuncia, doveva essere leggermente svantaggiato, ma i padroni di casa trattavano George Bernard in maniera molto familiare. Quel ruolo di cameriere doveva essergli stato assegnato, per agevolarlo nei rapporti sociali, e infatti Natalie coadiuvò più di una volta nel servizio.

Silvio Minieri ha detto...

Come ospite, non so perché, mi sentii in dovere di tenere viva la conversazione e cominciai con la filosofia, per non scivolare in politica, o parlare delle ultime notizie sportive. Non potetti fare a meno però di citare il Tour, dove si era distinto sulle pietre, nell’inferno del nord, un italiano in maglia gialla. Sull’ Équipe appariva nella fotografia in prima pagina, mentre pedalava sotto la pioggia, tutto sporco di fango, e sotto l’immagine, la dicitura: “Dantesque!”
Nel viaggio, avevo portato con me un testo del filosofo Paul Ricœur su alcuni aspetti del pensiero di Platone e Aristotele, e nel pomeriggio ne avevo letto alcuni brani. Devo precisare che pur facendo il vigilante, ho sempre avuto aspirazioni culturali forse un po' velleitarie, e ultimamente mi sono anche iscritto all’Università, credo per spirito d’imitazione. Una mia collega, Sonia Passerini, è laureata ed ha sempre rifiutato di stare in ufficio, desiderando svolgere il suo servizio in strada, peraltro giustamente meglio remunerato. Citai una frase di Platone, presa dal libro di Ricœur, che avevo mandato appositamente a memoria: “S’il existe une beauté en soi, les choses che tu dis être belles le sont en effet?” Si tratta della domanda che Socrate rivolge a Ippia (Ippia maggiore, 288a), per giungere all’essenza (Idea) delle cose secondo il suo solito ironico modo d’interrogare. Il dialogo è sul Bello, ed in verità chi parla è Platone, per svolgere il suo pensiero sull’eidos, l’Idea appunto.” “Oh, Platon!” esclamò con viva sorpresa la zia Marjorie. Ero lusingato. Sono un po' vanesio, ma il mestiere mi ha reso accorto, fissai il signor de Montmorency. Aveva l’aria di chi deve dire una cosa al momento importante, ma con cortesia tace in attesa che l’interlocutore completi il suo discorso. Io non dissi altro, e allora Arnold si rivolse alla figlia e la esortò a parlare, quasi presentandola ufficialmente a tutti noi. Era un discorso preparato, e quindi mi accinsi ad ascoltare con attenzione. Però, non ostante il mio atteggiamento teso e concentrato, la ragazza ebbe un piccolo modo di stizza come per far capire che doveva essere presa sul serio. Ero leggermente perplesso, perché questa situazione mi si era presentata già altre volte con giovani amiche. Evidentemente tutte pensano che i maschi sono più attenti a guardarle che a sentirle, o vogliono sottolineare, non so, questo aspetto, nell’incontro tra un uomo e una donna. Sta di fatto che dopo questo brusco abbrivio, Amandine si distese e iniziò a raccontare. E devo dire che il racconto catturò veramente la mia attenzione, sembrava che riguardasse l’ospite prescelto.

Silvio Minieri ha detto...

Il racconto

“Il racconto c’è stato tramandato dalla madre del nonno, il signore de Montmorency – Amandine guardò il padre, ottenendone uno sguardo rassicurante – che a sua volta l’aveva sentita da sua nonna testimone dei fatti, accaduti circa agli inizi del XIX secolo. La cronaca venne anche riportata dallo scrittore Moritz Hartmann e pubblicata nel 1861 sulla rivista Freya. Si riferiva per intero lo strano racconto ascoltato dalle labbra di una dama ospite nel nostro castello. A fare lo “strano racconto” era stata allora la giovane Amandine de Montmorency, l’ava di cui porto il nome. C’era in quel tempo nel parco una fontana simile a quella attuale, con una balaustra su cui si ergeva una teoria di ventiquattro statue di divinità greche, copie di esemplari elleni o cinquecenteschi. Nel mezzo di una fontana, innalzata su una roccia, era stata messa la statua del Nettuno di Jean de Boulogne.” Ah! La mia esclamazione non fu raccolta, ma provocò una breve pausa, quindi Amandine riprese: “Una mattina, io allora ero ancora una fanciulletta, mio padre si affacciò alla finestra e vide uno strano individuo aggirarsi nel parco. Era quello stesso che avevo incontrato, il pomeriggio prima, vicino alla fontana, durante la mia consueta passeggiata. Riferii il particolare al babbo, ma lui mi disse di non preoccuparmi, congetturò che fosse un prigioniero politico o di guerra, che il governo lasciava vivere nelle province interne quasi in stato di libertà e sulla semplice parola d’onore. Intanto lo sconosciuto, mentre ammirava le statue attorno alla vasca, ebbe un diverbio con la nostra guardia campestre, che lo invitava ad allontanarsi, perché si era addentrato in un luogo privato dove non si poteva stare. Lo sconosciuto protestava, ma senza compiere nessun gesto violento, continuando solo a guardare le statue e parlando come se si riferisse a loro. Mio padre allora scese nel parco e si avvicinò per mettere fine alla discussione, cercando di evitare che fossero commessi gesti inconsulti. La guardia campestre insisteva a voler scacciare l’intruso, come era suo dovere, ma mio padre, vedendo che lo sconosciuto era soltanto attratto dalle statue, cercò di rabbonire il nostro vigilante. Questi era un tipo battagliero, molto geloso del suo ruolo, sapendo però che il babbo era molto amico del prefetto di polizia, finì per desistere e si allontanò per altri giri di perlustrazione. Lo sconosciuto, intanto, proclamava che gli dèi non sono proprietà di nessuno, ma appartengono al mondo, continuando a declamare versi poetici, riferiti alle divinità raffigurate dalle statue. Aveva un particolare accento tedesco ed ebbe anche l’ardire di contraddire vivacemente mio padre sui nomi di alcuni dèi, mostrando di avere una conoscenza e competenza eccezionale in materia. E si mise a declamare anche strofe di poeti classici direttamente in greco, impressionando molto il mio genitore, che pur vedendolo malmesso nell’abbigliamento e abbastanza stravolto nell’espressione, lo invitò in casa. Qui, assistito dalla servitù, fece un bagno caldo, consumò voracemente una colazione abbondante e infine si addormentò di colpo sul divano del salotto. Noi lo lasciammo dormire fino al crepuscolo, e quando si risvegliò, lo mandammo a sciacquarsi il viso e poi il babbo lo invitò a cena.

Silvio Minieri ha detto...

Il giovane parlava abbastanza bene il francese, pur con il suo accento tedesco, e iniziò una discussione con mia zia, che era una donna credente, molto pia. Sentendogli tessere le lodi delle divinità antiche, cercava di contestarlo con argomenti riferiti alla Bibbia, interrogandolo sull’immortalità dell’anima. Allora, lo sconosciuto se ne uscì testualmente nel seguente discorso: “Tutta la bontà che noi bellamente pensiamo diviene un essere divino, il quale non ci abbandona più, e invisibile a noi, tuttavia transustanziato in bellissime forme, ci accompagna per tutta la vita, fino alla tomba. Dal nostro tumulo funebre prende poi il volo e si unisce alle schiere delle altre divinità che già riempiono di sé il mondo e che lavorano concordi a trasformarlo e perfezionarlo. Queste divinità sono prodotti o parti dell’anima nostra, e in tali parti soltanto l’anima nostra è immortale. I grandi artisti ci hanno lasciato nelle opere loro per così dire l’immagine sensibile delle proprie singole divinità, ma non le divinità stesse. Quelle opere sono l’immagine delle divinità riflessa dal nebuloso cerchio della nostra terra, così come il sole si specchia nella superficie di un lago, meglio ancora, su un mare di nebbia. I Numi belli della Grecia sono per l’appunto cosiffatte immagini dei pensieri più belli di tutto un popolo. Ecco in che cosa consiste l’immortalità.” Rimanemmo tutti ammirati da queste parole, ma avvertivamo uno strano contrasto tra i suoi abiti sdruciti e sporchi e lo sfoggio inimitabile della sua cultura classica. Inoltre, la zia era curiosa di conoscere la storia di quest’uomo e spinse mio padre a chiedergli il nome. Allora, il tedesco si premette le mani sulla fronte, come se avvertisse un dolore, e poi rispose: “Dirò il mio nome domani.”
Comunque, sebbene il giovane avesse questo strano comportamento, mio padre lo invitò egualmente a pernottare da noi. Egli aveva così sentenziato: “Lo spirito di quest’uomo ha subito una specie di devastazione”. Io ero convinta che fosse una specie di profeta, un mago benefico. Mia zia, che in un primo tempo lo aveva ritenuto pazzo, era contenta di poter all’indomani continuare a discutere con lui di filosofia e gli aveva preparato anche la stanza per la notte. E così andammo tutti a dormire in attesa dei nuovi eventi del giorno seguente.
Ma la notte doveva distruggere ogni piano. Circa un’ora dopo la mezzanotte, le alte grida di aiuto di un domestico, il quale cercava di raggiungere il proprio abbaino reduce da un’avventura notturna, destarono di soprassalto la casa tutta. Io mi precipitai con la zia nel corridoio, nell’attimo stesso in cui mio padre apriva la porta della sua stanza. Dopo aver lanciato un’occhiata lungo il corridoio, il babbo tornò di corsa verso di noi e ci spinse nuovamente nelle nostre camere da letto. In mezzo minuto, avevo tuttavia già visto abbastanza. Il domestico giaceva sul pianerottolo più alto della scala rovesciato a terra dallo spavento. Innanzi a lui, lo sconosciuto in una strana acconciatura. S’era avvolto intorno al corpo un lenzuolo bianco. E poiché questo costituiva l’unico suo indumento, egli aveva assunto quasi l’aspetto di una statua greca. Nella sinistra reggeva una lampada, nella destra una spada, un bell’esemplare artistico d’arma del ‘500, proprietà di mio padre, che stava solitamente appesa nella camera dell’ospite. Il babbo lo disarmò, poi lo riaccompagnò nella stanza, dove cedendo ai suoi inviti, lo straniero si rimise a letto. La mattina dopo, la zia in lacrime, sembrò rassegnata: “È veramente pazzo.” Affacciate alla finestra, abbiamo visto lo straniero aggirarsi nel parco e poi avviarsi in fondo al boschetto, dove scomparve. Poi non l’abbiamo più visto.”

Silvio Minieri ha detto...

Amandine aveva concluso il suo racconto, dove aveva perfettamente recitato la parte della sua antenata, ed ora sembrava come quegli attori che si riposano dopo un atto. Io tacevo, perché, ripeto, quel racconto mi aveva completamente conquistato. Il signor de Montmorency aveva l’aria soddisfatta e prese un calice di vino, tenendolo a mezz’aria, quasi l’invito a un brindisi festoso in onore della figlia, la sua bravura a raccontare. Lei, però, ebbe come un moto di ripensamento, frugò nella borsa che aveva accanto ed estrasse un foglio: “Volevo recitare alcuni versi di questo geniale e confuso poeta tedesco.” Il padre abbassò il calice, Amandine diede un’occhiata al foglio di appunti, poi alzò la testa e cominciò a declamare:
“Quando lontana all’uom l’usata vita
lontano va dove fulgida è vendemmia,
spoglio d’estate anche il campo rimane,
il bosco col suo scuro volto appare.
Se la natura specchia le stagioni,
se essa resta e quelle passano presto,
ed è compiutezza…”
Amandine si fermò e abbassò lo sguardo sul foglio, allora io declamai:
“… il cielo all’uom rifulge
come all’albero i fiori fan corona.”
Sembrava quasi l’intesa su una scena di teatro, una specie di recita a soggetto, a definirla in maniera pirandelliana. Tutti mi guardarono sorpresi, Amandine in maniera un po' inquieta: “Conosce il poeta?” m’interrogò. Rimasi indeciso nel rispondere, poi dissi: “Lo conoscono un po' tutti.” Era una risposta anodina, data quasi per scansare l’attenzione che avevo destato su di me, rivelando forse un tratto di vanità del mio carattere. “Sì, ma la poesia è poco conosciuta” replicò. Come darle torto? Esitavo. “Sono alcuni degli ultimi versi scritti, quando il poeta era già da molti anni preda del delirio e della sua malattia,” disse Amandine. “Sì, confermai, quando era stato accolto e rinchiuso nella casa del falegname Zimmer, a Tubinga.”
Nel dialogo intervenne il signor de Montmorency: “Oggi è divenuta la Torre di Hölderlin. Così, infatti, è conosciuta oggi la casa che si affaccia sul fiume Nekar, ora adibita museo.” Tacque un istante e subito aggiunse: “Credo raccolga un discreto numero di visitatori in Germania.” La figlia lanciò un eloquente sguardo al padre. “Ho pensato di fare un museo anche, qui, ma è rimasto solo un progetto.”
Arnold alzò il calice e bevve, senza nessun brindisi, passata l’occasione. Quindi, disse:
“Mi sono un po' interessato, per capire se quello sconosciuto di passaggio nel nostro castello fosse stato davvero Hölderlin. Alcuni particolari sulle date corrispondono. Il 14 dicembre 1801, Hölderlin è già a Strasburgo, dove però viene trattenuto per complicanze burocratiche sul passaporto. Ha intenzione di passare per Parigi, prima di arrivare a Bordeaux, dove l’amico Ströhlin gli ha procurato un nuovo posto di precettore in casa del console di Amburgo, ma rinuncia e passa invece per Lione. Il 28 gennaio 1802, quasi un mese dopo, tanto ci voleva allora per attraversare la Francia, scrive una lettera da Bordeaux: “Caro amico, non posso pensare senza un brivido di paura al tempo trascorso nelle nevose giogaie d’Alvernia, in luoghi selvaggi, tra bufere infernali, nelle notti passate su duri giacigli con la pistola carica al fianco, per quei valichi tutt’altro che sicuri.” Il signor de Montmorency ebbe un lieve sorriso, poi continuò. “Dopo alcuni mesi, lasciò Bordeaux forse per dissensi con il console sull’educazione dei figli, ma forse anche perché si rivelavano i primi squilibri mentali. Girovagò a piedi per le contrade di Francia in uno stato di grave sconvolgimento psichico, prima di tornare a Nürtingen, in casa della madre. Qualche anno dopo, fu ricoverato nell’ospedale di Tubinga, ormai completamente infermo di mente, e quindi affidato a Zimmer, nella cui casa affacciata sul Neckar trascorse il resto della sua vita. In questo periodo, scrisse sporadicamente alcune poesie, come l’ultima che avete recitato, firmandole: “Scardanelli”.

Silvio Minieri ha detto...

Epilogo

Sono ripartito la mattina dopo per Parigi, da dove avrei preso il volo per Roma, con la sosta di un giorno nella capitale francese. La notte era trascorsa tranquilla, ma faceva caldo, mi sono svegliato e dalla stanza a piano terra sono uscito sul portico che dava sul cortile, fiocamente illuminato. Mi sono seduto su una panchina di marmo e ho chiuso gli occhi, quasi a voler prendere sonno nell’aria un po' più fresca. Ora, io non ricordo bene, infatti ogni tanto mi fa male la testa e devo stringermi le tempie, perché non riesco a sopportare il dolore, quindi ho immagini confuse nella memoria, forse sognavo. Due mani femminili mi coprirono delicatamente gli occhi, al contempo sentii alcuni risolini e una voce che mi sussurrava nell’orecchio: “Je suis Amandine.” Ho allungato le mani per liberarmi gli occhi, ma sono riuscito a spalancarli subito, perché non ho più sentito le mani premere. Nel buio incerto, mi è sembrato di vedere una sagoma femminile fuggire via, ma ho avuto la sensazione che fosse Natalie, non so perché. Era sembrata un po' annoiata tutta la sera con quel racconto del poeta tedesco folle, e poi, la mattina dopo, avevo saputo da Eric alcuni particolari sulla sua vita. L’amica di Amandine non era francese, ma russa di origine, si chiamava Natasha, viveva da poco al Castello, e il fine settimana andava a Parigi da alcuni suoi conoscenti agli Champs-Élysées. Ecco perché, quella sera, a Parigi, andai a passeggio da quelle parti. Le strade erano affollate: “Una statua di marmo mi conduce per mano / Oggi è domenica e i cinema sono affollati / gli uccelli tra i rami osservano gli uomini / E la statua mi bacia ma nessuno ci vede / Tranne un fanciullo cieco che ci segna a dito.” Era il mio stato d’animo, quello cantato da Prévert. Alla fine, a tarda ora, entrai in una famosa sala di varietà musicale, e presi posto a un tavolino in prima fila. Spesi una fortuna, quella sera, cena aragoste e champagne, paillettes e lustrini sul palcoscenico, fantasmagorie e immagini seducenti, infine la vedette. Quando apparve, la riconobbi subito, la sua performance fu eccezionale, danze e volute acrobatiche nello splendore della sua naturale bellezza, con l’applauso finale scrosciante. Il sipario si chiuse, ero fermo lì al tavolino, dovevo andare, ma aspettai ancora, e Natalie passò davanti a me. Incedeva trattenendosi la lunga veste con entrambe le mani, accompagnata da un uomo biondo alto e riccioluto. Andarono a sedersi a un tavolino lì a fianco. Nel passarmi davanti, Natalie, gli occhi celesti, il viso bianco, i capelli neri, mi indirizzò un bacio e sussurrò: “Oh, mon amour!” Era lei, quella del sogno.
Più tardi uscii e sostai fuori dal locale, nella notte, sugli Champs-Élysées ormai deserti. Il patron amico di Natalie mi raggiunse subito dopo. Ero amico della ragazza? No, avevo però conosciuto il fratello anni prima. Dove? A New York, in un’alba grigia tra i grattacieli di Manhattan, bum! bum! steso al suolo, ho assassinato il diavolo! Risata dell’amico. La donna è la sorella del demonio, dissi. Un refrain, commentò l’altro, e poi salutò congedandosi: “Buona notte, signor Scardanelli.”

Silvio Minieri ha detto...

NOTA FINALE
Il titolo della storia, “Vero gotico”, ha una doppia valenza. Il racconto di Amandine, con qualche lieve adattamento, è stato tratto dal testo di Vincenzo Errante, “La lirica di Hölderlin”, Principato Editore, Milano, 1939, pp. 45 ss. In questo senso, l’episodio di carattere gotico, relativo alla possibile figura di Hölderlin come protagonista, ha una sua attendibilità storica, e pertanto si può definire come “vero gotico”. Ma anche il racconto, nella sua realtà di finzione, è “vero gotico”, con l’iniziale assassinio del diavolo e l’enigmatica figura dell’io narrante, che si rivela come un’incarnazione di Hölderlin, attraverso l’identità di Scardanelli. La doppia valenza del titolo consiste quindi nell’attribuire carattere di verità sia alla realtà storica sia a quella di finzione, nell’ambito di una scansione tra i termini “vero” e “finto”, distinguibili entrambi da “falso”.