Era giunta a Roma in mattinata da Francoforte sul Meno. Quando squillò il telefonino, automaticamente rispose: “Ja, bitte”, ma non sentì risposta. Si accorse che mancava la comunicazione, era stato lo squillo della segreteria telefonica, che l’avvertiva di un messaggio ricevuto. “Ciao, Lisa…”, ebbe un tuffo al cuore “… sono Bellarmino, ti saluto prima di partire.” Era da oltre un anno che attendeva di sentire quella voce. “Sono Bellarmino”, quando gli aveva telefonato la prima volta, così annunciandosi, lei lo avevo canzonato: “E io sono Lucrezia Borgia, non mi riconosci?” Un’autovettura strombazzò, mentre stava attraversando la strada, peraltro sulle strisce pedonali. Siamo proprio a Roma, pensò. Andò a prendere il “30” al Teatro Marcello e scese sul viale Cristoforo Colombo, all’incrocio con la Grotta Perfetta. Con il “769”, raggiunse la zona del parco dell’Appia Antica. Trovò facilmente il viale e dopo un po', leggermente ansante per il cammino, raggiunse il tempietto di Diana. Elisabetta Del Tullio si sedette sul sasso di fronte alla statua della dea, si chinò in avanti, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, nascose il volto tra le palme delle mani e pianse. “Ti amo, Lisa”, le aveva detto prima di chiudere la comunicazione. Era tanto tempo che voleva sentire quelle parole. Infine, si riscosse, si alzò e lasciò il parco, per riprendere il suo itinerario per Nemi, dove giunse in taxi. Si fece lasciare ai limiti dell’abitato, non lontano dal sito archeologico del tempio di Diana Nemorense. “Il nostro lungo viaggio è terminato, la nostra navicella ha ormai ammainato le vele in porto. Riprendiamo la strada per Nemi. È sera e percorrendo il lungo pendio della via Appia su per i colli Albani, vediamo dietro di noi il cielo rosseggiante, con il fuoco del tramonto, la sua luce che posa su Roma come l’aureola di un santo morente, sfiorando quasi un’orifiamma la cupola di San Pietro. Uno spettacolo indimenticabile. Ma lasciamolo alle nostre spalle, riprendiamo la strada che s’inombra lungo il fianco della montagna fino a raggiungere Nemi; volgiamo lo sguardo nella conca profonda del lago che si fonde e scompare rapidamente nell’ombra della sera. Ben poco è cambiato in questo luogo, da quando Diana riceveva l’omaggio dei suoi fedeli nel bosco sacro. Il tempio della dea silvana è scomparso, è vero; il re del bosco non monta più la guardia al “ramo d’oro”, ma i boschi di Nemi sono ancora verdi. E mentre il tramonto a ponente impallidisce sopra di essi, ci giunge sulle ali del vento il suono dell’Angelus dalle campane di Roma. Ave Maria! Dolci e solenni giungono i loro rintocchi dalla città lontana e vanno lentamente a morire sulle vaste paludi della campagna romana. Le roi est mort, vive le roi! Ave Maria!” [1]
[1] Il brano è tratto dal saggio su magia e religione dell’antropologo scozzese James Frazer (1854-1941): “Il ramo d’oro”. Il titolo deriva dal racconto di Virgilio nell’Eneide, in cui la Sibilla consiglia all’eroe di procurarsi un ramo d'oro (vischio), prima di scendere nell'Ade, per consentirgli di ritornare dagli Inferi. Nel saggio viene anche narrato il rito dell’uccisione del Re custode del bosco sacro di Nemi, dedicato alla dea silvestre Diana, il cui posto veniva occupato dall’uccisore.
Nei vapori del sonno, aveva sentito grattare alla porta, poi si doveva essere alzato, ma non ricordava se nello stato di veglia, forse una sorta di sonnambulismo. Rivedeva sé stesso nell’atto di andare alla porta della camera, aprirla e scrutare nel buio. Doveva essere accaduto, non appena era andato a dormire. E poi aveva sognato una strada umida tra grigi palazzi e come una sagoma di donna che si allontanava. Saltò giù dal letto, perfettamente sveglio e riposato, dall’imposta socchiusa filtrava una luce grigia, forse pioveva. Dopo un po' era pronto e scese nella sala della colazione. La ragazza era lì in piedi, davanti alla porta, rispose al saluto e gli fece cenno di entrare. Si voltò a guardarla, e rivide quel volto freddo e sereno, lo sguardo che interrogava in silenzio. Indossava l’abito nero del giorno prima, in armonia con il colore scuro dei capelli e degli occhi. Quando era arrivato in albergo, aveva trovato al banco della reception una ragazza esile, i capelli biondi e gli occhi azzurri. Ritrovò subito la sua prenotazione, leggendo sullo schermo del computer. “Carta d’identità, prego,” aveva detto in italiano, con accento teutonico, il tono di voce leggero. Consegnò il documento e si voltò a sinistra, dove era apparsa lei, che lo stava osservando: “Non ha bagaglio?” interrogò. “Sono arrivato proprio ora con il treno e sono venuto direttamente qui.” La risposta non era congrua, lei continuò a osservarlo in silenzio. La giovane tedesca bionda gli consegnò il badge della stanza: “Bitte, achtzehn Zimmer, im zweiten Stock.” Elisabetta Del Tullio tradusse: “La stanza diciotto, al secondo piano”, e indicò l’ascensore, dalla parte dove stava lei. Mentre le passava davanti, si fermò e le chiese fino a che ora erano aperti i negozi, quel sabato. “Fino alle otto, ne trova alcuni subito fuori sulla piazza.” Sembrò volesse dire altro, anche lui indugiò, si fissarono per alcuni istanti, la bionda al banco appariva intenta a leggere alcune carte. “Sono venuto dall’Italia, senza bagagli,” disse. “Riparte subito?” Interrogò lei. “Domani pomeriggio, per Hannover, devo essere presente lunedì mattina.” Lei non replicò, si limitò a sorridere, un sorriso freddo, mentre lo interrogava con gli occhi. “Vado” mormorò lui e si avviò per le scale senza prendere l’ascensore.
Non so dire se, nell’occasione, Elisabetta Del Tullio si sia voltato a guardarlo, presumo di sì, ma non sono certo se abbia notato quell’anomalia di Bellarmino, che portava le scarpe senza i calzini. Quando tornò prima dell’ora di cena, con gli acquisti fatti, tra cui una borsa, lanciò uno sguardo distratto al banco di accettazione, ma oltre all’addetta che l’aveva ricevuto all’arrivo, non vide altri. A cena servì molto rispettosamente un cameriere tedesco, nella sala c’era soltanto una famiglia di mediorientali, padre madre e figli grandi, due. Quando risalì in camera, passò dal retro dell’accettazione e gli sembrò di vedere un’ombra scura di donna nella penombra. Con quest’ultima immagine e la visione delle strade cittadine percorse, andò a dormire. Il caffè all’americana gli fu servito da un ragazzo con i capelli rossi, rasati quasi a zero. Bellarmino si alzò e andò alla tavola imbandita, dove colse l’occasione per mettere nel piatto alcuni salsicciotti fumanti, frittata d’uovo e patate. Non era abituato, ma voleva subito adeguarsi all’alimentazione del luogo. Tornò al suo tavolino e cominciò a mangiare. “Colazione mediterranea?”, si voltò verso la donna che in piedi al suo fianco aveva parlato. Era Elisabetta Del Tullio, la freddezza del sorriso lo colpì ancora una volta, restò a guardarla fisso negli occhi. “E allora non mangia?” disse lei. “Si segga,” invitò lui, spostando la sedia vicina per farle spazio. “Non posso, sono in servizio,” disse lei, mentre si sedeva. “Come?” disse lui. “Ritornerà qui a Francoforte, alla fine della Convention?” domandò lei. Bellarmino non rispose subito, guardò il piatto con le salsicce, alzò la testa e disse: “Sabato prossimo verrò a trovarla e starò qui anche domenica.” Elisabetta Del Tullio si alzò in fretta: “Mi telefoni prima,” disse, allontanandosi. Lui stette a guardarla, mentre attraversava la sala. Prima di partire, dopo avere pagato il conto, al banco c’era una donna grassottella di mezza età, Bellarmino sostò guardandosi attorno, poi si avviò all’uscita, ma non spinse la porta a vetri, si fermò e si voltò indietro a destra, dove non vide nessuno. “Ecco il mio numero di telefono,” sentì dire vicinissimo alla sua sinistra. Si girò di colpo dall’altra parte, scontrandosi con il corpo soffice di Elisabetta Del Tullio. La ragazza gl’infilò un biglietto nella tasca della giacca, che gli aggiustò indugiando con le mani sui bottoni. Si sfiorarono le gote, poi lui si avviò fuori e di là dai vetri agitò la mano sinistra, in segno di congedo.
Il sabato seguente, andò a prenderlo alla stazione, si abbracciarono e baciarono come due innamorati, che si rivedono dopo una lunga separazione, ed uscirono sulla piazza cingendosi con le braccia attorno alla vita. Erano due turisti in città, che si muovevano a piedi e con i mezzi pubblici. Erano nella Paul-Arnsberg Platz, seduti su una panchina: “Tu non sei un operaio, Roberto,” disse Elisabetta Del Tullio, con tono malizioso. “Tu sei un manager.” Lui la guardò, prima di rispondere: “Un ex-manager, ora sono soltanto un lavoratore italiano in Germania.” Lei lo guardava negli occhi: “Hai letto i dati sulla mia carta d’identità?” interrogò lui. Lei non rispose, continuava a fissarlo: io leggo la tua anima nei tuoi occhi, diceva il suo sguardo. “Io riesco a leggere di te nella tua figura, nei tuoi gesti, nel tuo modo di parlare,” disse lui. Poi aggiunse: “Tu non sei una receptionist di albergo né tanto meno una kellerina, sei una funzionaria della Banca Centrale Europea.” Indicò la torre in vetrocemento, che si innalzava davanti a loro, con il grande stemma giallo oro dell’euro, alla base, circondato dalle dodici stelle. “E sei laureata in Economia,” concluse. “Sì,” ammise lei. “E il sabato e la domenica, per hobby, vai in servizio all’hotel.” “Anche per integrare,” disse lei. “Hai nostalgia di Roma,” disse lui, “io ti ricordo la tua città.” Lei l’abbracciò e lo tenne stretto a sé. “Tu eri sposato,” mormorò, quando si sciolsero dall’abbraccio. “Sì,” rispose, “lo sono ancora.” La ragazza si turbò. “Il mio matrimonio si è interrotto una settimana fa, sono stato io,” precisò. La ragazza era inquieta: “Sono scomparso, non sono più un manager romano privato, adesso sono un magazziniere alla Volkswagen di Hannover.” Dopo quel primo incontro, si ritrovarono la settimana dopo e l’altra ancora, nel sabato e la domenica liberi, interpretando con passione giovane la loro storia d’amore. E così per altre settimane, poi una volta non si erano visti, Elisabetta era andata in Italia, a Roma, dai suoi familiari. Si videro quindici giorni dopo, lei era cambiata, era divenuta fredda. Andarono un po' in giro insieme, poi si lasciarono, Bellarmino ripartì. Non ritornò però ad Hannover, prese invece il treno per Stoccarda, in direzione contraria, destinazione Lauffen-am-Neckar, nel Württemberg. Ora, in viaggio, si poneva il problema matematico della divisione dei numeri naturali per zero. Ne aveva parlato anche con lei, prima del viaggio in Italia: “Come laureata in Economia, sei esperta di matematica, quindi risolvi questa semplice operazione: zero diviso zero.” Elisabetta aveva sorriso: “Zero diviso zero dovrebbe fare zero; ma se tu sei zero ed io sono zero, siccome zero è un numero della serie dei numeri naturali, allora come tutti i numeri naturali, zero diviso zero si perde all’infinito.” Era andata disegnando nell’aria l’otto rovesciato simbolo dell’infinito, poi era rimasta incantata a guardare il suo disegno invisibile, e infine si era piegata verso di lui, un bacio leggero sulle labbra. “Hai ragione tu, zero diviso zero uguale a zero è un puro errore,” aveva detto mentre lei si scostava, un momento d’amore infinito. Ma quale numero è infinito? “Infinitus est numerus stultorum”, dice Qoelet. Infinito è il numero degli stolti, ma l’infinito non è un numero. La frazione con denominatore zero è come nella meridiana l’ombra dello gnomone al tramonto, una lunghezza che non ha fine. Guardò la campagna che correva fuori dal finestrino del treno, la fuga infinita degli alberi e del paesaggio. Si ricordò l’ammonimento di Zulieta: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.” Poi un giorno, lei telefonò, erano passati dei mesi: “Non mi vieni più a trovare, Roberto?” Una domanda, la voce, il desiderio. “Sono Bellarmino,” rispose. Sentì il breve riso nervoso dall’altra parte. “Forse un giorno ti telefonerò, per chiederti di sposarmi,” disse. “È quello che stai facendo, Roberto.” Era la voce di una donna innamorata, lui aveva le idee confuse, lei non insistette e chiuse la comunicazione.
Roberto Bellarmino è stato un teologo e cardinale, santo della Chiesa cattolica, vissuto nel ‘500, grande inquisitore di Galilei. Appartenente all’ordine dei Gesuiti, nelle sue opere contrastò sempre le dottrine protestanti, in particolare nelle “Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos.” Studente nel seminario protestante, lo Stift di Tubinga, Hölderlin avrà sicuramente studiato questo testo. Egli però aveva sempre rifiutato di svolgere le funzioni di pastore, preferendo dedicarsi all’attività poetica, esercitando le funzioni di semplice precettore. Nel “Fragment von Hyperion”, la prima stesura del romanzo, Iperione e Bellarmino s’incontrano sulle “rovine dell’antica Roma”, e quindi quest’ultimo è italiano, mentre diventa tedesco nel testo definitivo. A parere di alcuni suoi interpreti germanici, Arminio forma latinizzata di Hermann, si deve identificare nell’eroe che sconfisse le legioni romane e Bellarmino sarebbe il Bello-Arminio. La bellezza di Arminio rappresenterebbe lo spirito della totalità in contrapposizione alla realtà disgregata della Germania, descritta nell’invettiva di Hölderlin contro il popolo tedesco. È stata proposta anche l’interpretazione che Bello deriverebbe dal latino bellum e il nome intero starebbe per “Arminio il guerriero”, il personaggio storico simbolo della lotta contro Roma. Non so se questi aspetti critici del suo nuovo nome fossero conosciuti da Roberto, ma sono convinto che egli avesse concentrato la sua attenzione su questo nome poi adottato come suo pseudonimo, in relazione ad alcune immagini che gli sorgevano confusamente dal cuore, come dire dei ricordi. Bellarmino era indubbiamente l’amico prima italiano e poi tedesco d’Iperione, ma la sua figura gli apparve come una sfumata immagine ondeggiante sulle rive francesi dell’Atlantico.
“È il vento di nord est. Il più amato dei venti per me, perché ai marinai promette la rotta giusta e l’anima ardente. Va’ e saluta la bella Garonna e i giardini di Bordeaux là dove il sentiero s’accosta alla riva aspra e il ruscello cade profondo nel grande fiume … Bene è invece parlare, dire i pensieri del cuore, udir molte cose dei giorni dell’amore, dei fatti che avvennero. Ma gli amici dove sono? Bellarmino e il suo compagno?”
L’interrogativo inquietò il cuore di Roberto, quasi un appello, un richiamo a quei giorni lontani, ma quali? Nella lirica di Hölderlin, “Andenken” (“Ricordo”) si rievocano i giardini di Bordeaux. Ecco, qui, i ricordi, le immagini del cuore (Herzens Meinung) di Roberto si sovrapponevano a quelle del poeta. La spiaggia, le onde dell’oceano, lo scorrere delle acque del fiume: “udire molte cose / dei giorni dell’amore…” Bellarmino dove sei? Si turbò, si scosse, si ritrovò, svanì nel suo essere un nuovo sé stesso. Hölderlin sapeva dell’intelligenza del cuore, da dove sgorga la poesia delle immagini, nel nulla del divenire del tutto: “Quel che resta lo fondano i poeti.” E che cosa esprimono i poeti, se non la bellezza divina? È la loro anima immortale a creare i grandi pensieri belli, le divine idee, che i grandi artisti trasformano in immagini sensibili nelle loro opere. Ma in esse noi vediamo soltanto le icone della divinità, non l’essenza divina che si rispecchia in loro come la luce del sole nell’acqua di un lago o in un mare di nebbia. Era Hölderlin a ispirargli questi sentimenti, lo spirito nuovo in cui ora Roberto Bellarmino viveva. E non gli restava che interrogare il silenzio della pietra, le immagini degli dèi, il cui spirito immortale vive nei boschi, nei fiumi, nel mare, nella terra e nel cielo. Soltanto nella quiete dell’ascolto, nel silenzio di fronte all’icona divina, imprigionata nel marmo dal genio dell’artista, egli poteva rimanere assorto in preghiera ed entrare in intimo colloquio col dio.
Al ritorno dall’America, Roberto ed Elisabetta Del Tullio si erano rincontrati e poi sposati presso la rappresentanza consolare italiana a Düsseldorf, dove lui aveva trovato lavoro come capo operaio nella locale fabbrica automobilistica. Mentre Bellarmino volava a New York, dove Elisabetta aveva vissuto da universitaria e poi impiegata dell’Onu, la ragazza si era recata in Italia. Entrambi, per una singolare coincidenza della sorte, erano stati colti dallo stesso desiderio di visitare ognuno i luoghi dell’altro, rivivere idealmente i giorni in cui non si erano ancora conosciuti, quasi una particolare forma di possesso del tempo della vita dell’altro non vissuto insieme. Alzando lo sguardo verso l’alto profilo del grattacielo, il Palazzo di Vetro, tra la 41esima e la 42esima Strada, Roberto colse il soffio della sua vita avvenire, quello stesso che investì Elisabetta di fronte alle vestigia del tempio di Diana Nemorense, nel bosco sacro, a Nemi. In fabbrica, Bellarmino era costretto ad alzarsi presto, prima delle cinque del mattino, dovendo controllare l’ingresso degli operai del primo turno. Non abituato alla rigidità del clima, presto si ammalò, contraendo una polmonite, e nel giro di poche settimane morì. La salma traslata in Italia, dopo una breve cerimonia funebre, fu tumulata nel cimitero romano del Laurentino. L’altro giorno, andavo a trovare don Piero, un prete amico mio, parroco di una chiesa al centro di Roma. Mentre camminavo, nei pressi di Santa Maria in Trastevere, ho notato un gruppo di ragazzetti che si rincorrevano all’uscita di una scuola. “Ciao, Bellarmino!” ha gridato uno di loro, salutando il compagno, che andava verso la madre, una donna ancora giovane, i capelli e gli occhi scuri, lo sguardo freddo, sereno.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
7 commenti:
[N. d. B.]
"I calzini grigi" e "Vero gotico", di cui "Il silenzio della pietra" è il continua, sono stati spostati in coda a "Il libro di Attanasio".
IL SILENZIO DELLA PIETRA
Prologo
Era giunta a Roma in mattinata da Francoforte sul Meno. Quando squillò il telefonino, automaticamente rispose: “Ja, bitte”, ma non sentì risposta. Si accorse che mancava la comunicazione, era stato lo squillo della segreteria telefonica, che l’avvertiva di un messaggio ricevuto. “Ciao, Lisa…”, ebbe un tuffo al cuore “… sono Bellarmino, ti saluto prima di partire.” Era da oltre un anno che attendeva di sentire quella voce. “Sono Bellarmino”, quando gli aveva telefonato la prima volta, così annunciandosi, lei lo avevo canzonato: “E io sono Lucrezia Borgia, non mi riconosci?” Un’autovettura strombazzò, mentre stava attraversando la strada, peraltro sulle strisce pedonali. Siamo proprio a Roma, pensò. Andò a prendere il “30” al Teatro Marcello e scese sul viale Cristoforo Colombo, all’incrocio con la Grotta Perfetta. Con il “769”, raggiunse la zona del parco dell’Appia Antica. Trovò facilmente il viale e dopo un po', leggermente ansante per il cammino, raggiunse il tempietto di Diana. Elisabetta Del Tullio si sedette sul sasso di fronte alla statua della dea, si chinò in avanti, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, nascose il volto tra le palme delle mani e pianse. “Ti amo, Lisa”, le aveva detto prima di chiudere la comunicazione. Era tanto tempo che voleva sentire quelle parole. Infine, si riscosse, si alzò e lasciò il parco, per riprendere il suo itinerario per Nemi, dove giunse in taxi. Si fece lasciare ai limiti dell’abitato, non lontano dal sito archeologico del tempio di Diana Nemorense.
“Il nostro lungo viaggio è terminato, la nostra navicella ha ormai ammainato le vele in porto. Riprendiamo la strada per Nemi. È sera e percorrendo il lungo pendio della via Appia su per i colli Albani, vediamo dietro di noi il cielo rosseggiante, con il fuoco del tramonto, la sua luce che posa su Roma come l’aureola di un santo morente, sfiorando quasi un’orifiamma la cupola di San Pietro. Uno spettacolo indimenticabile. Ma lasciamolo alle nostre spalle, riprendiamo la strada che s’inombra lungo il fianco della montagna fino a raggiungere Nemi; volgiamo lo sguardo nella conca profonda del lago che si fonde e scompare rapidamente nell’ombra della sera. Ben poco è cambiato in questo luogo, da quando Diana riceveva l’omaggio dei suoi fedeli nel bosco sacro. Il tempio della dea silvana è scomparso, è vero; il re del bosco non monta più la guardia al “ramo d’oro”, ma i boschi di Nemi sono ancora verdi. E mentre il tramonto a ponente impallidisce sopra di essi, ci giunge sulle ali del vento il suono dell’Angelus dalle campane di Roma. Ave Maria! Dolci e solenni giungono i loro rintocchi dalla città lontana e vanno lentamente a morire sulle vaste paludi della campagna romana. Le roi est mort, vive le roi! Ave Maria!” [1]
[1] Il brano è tratto dal saggio su magia e religione dell’antropologo scozzese James Frazer (1854-1941): “Il ramo d’oro”. Il titolo deriva dal racconto di Virgilio nell’Eneide, in cui la Sibilla consiglia all’eroe di procurarsi un ramo d'oro (vischio), prima di scendere nell'Ade, per consentirgli di ritornare dagli Inferi. Nel saggio viene anche narrato il rito dell’uccisione del Re custode del bosco sacro di Nemi, dedicato alla dea silvestre Diana, il cui posto veniva occupato dall’uccisore.
Un sorriso freddo
Nei vapori del sonno, aveva sentito grattare alla porta, poi si doveva essere alzato, ma non ricordava se nello stato di veglia, forse una sorta di sonnambulismo. Rivedeva sé stesso nell’atto di andare alla porta della camera, aprirla e scrutare nel buio. Doveva essere accaduto, non appena era andato a dormire. E poi aveva sognato una strada umida tra grigi palazzi e come una sagoma di donna che si allontanava. Saltò giù dal letto, perfettamente sveglio e riposato, dall’imposta socchiusa filtrava una luce grigia, forse pioveva. Dopo un po' era pronto e scese nella sala della colazione. La ragazza era lì in piedi, davanti alla porta, rispose al saluto e gli fece cenno di entrare. Si voltò a guardarla, e rivide quel volto freddo e sereno, lo sguardo che interrogava in silenzio. Indossava l’abito nero del giorno prima, in armonia con il colore scuro dei capelli e degli occhi. Quando era arrivato in albergo, aveva trovato al banco della reception una ragazza esile, i capelli biondi e gli occhi azzurri. Ritrovò subito la sua prenotazione, leggendo sullo schermo del computer. “Carta d’identità, prego,” aveva detto in italiano, con accento teutonico, il tono di voce leggero. Consegnò il documento e si voltò a sinistra, dove era apparsa lei, che lo stava osservando: “Non ha bagaglio?” interrogò. “Sono arrivato proprio ora con il treno e sono venuto direttamente qui.” La risposta non era congrua, lei continuò a osservarlo in silenzio. La giovane tedesca bionda gli consegnò il badge della stanza: “Bitte, achtzehn Zimmer, im zweiten Stock.” Elisabetta Del Tullio tradusse: “La stanza diciotto, al secondo piano”, e indicò l’ascensore, dalla parte dove stava lei. Mentre le passava davanti, si fermò e le chiese fino a che ora erano aperti i negozi, quel sabato. “Fino alle otto, ne trova alcuni subito fuori sulla piazza.” Sembrò volesse dire altro, anche lui indugiò, si fissarono per alcuni istanti, la bionda al banco appariva intenta a leggere alcune carte. “Sono venuto dall’Italia, senza bagagli,” disse. “Riparte subito?” Interrogò lei. “Domani pomeriggio, per Hannover, devo essere presente lunedì mattina.” Lei non replicò, si limitò a sorridere, un sorriso freddo, mentre lo interrogava con gli occhi. “Vado” mormorò lui e si avviò per le scale senza prendere l’ascensore.
Non so dire se, nell’occasione, Elisabetta Del Tullio si sia voltato a guardarlo, presumo di sì, ma non sono certo se abbia notato quell’anomalia di Bellarmino, che portava le scarpe senza i calzini. Quando tornò prima dell’ora di cena, con gli acquisti fatti, tra cui una borsa, lanciò uno sguardo distratto al banco di accettazione, ma oltre all’addetta che l’aveva ricevuto all’arrivo, non vide altri. A cena servì molto rispettosamente un cameriere tedesco, nella sala c’era soltanto una famiglia di mediorientali, padre madre e figli grandi, due. Quando risalì in camera, passò dal retro dell’accettazione e gli sembrò di vedere un’ombra scura di donna nella penombra. Con quest’ultima immagine e la visione delle strade cittadine percorse, andò a dormire.
Il caffè all’americana gli fu servito da un ragazzo con i capelli rossi, rasati quasi a zero. Bellarmino si alzò e andò alla tavola imbandita, dove colse l’occasione per mettere nel piatto alcuni salsicciotti fumanti, frittata d’uovo e patate. Non era abituato, ma voleva subito adeguarsi all’alimentazione del luogo. Tornò al suo tavolino e cominciò a mangiare. “Colazione mediterranea?”, si voltò verso la donna che in piedi al suo fianco aveva parlato. Era Elisabetta Del Tullio, la freddezza del sorriso lo colpì ancora una volta, restò a guardarla fisso negli occhi. “E allora non mangia?” disse lei. “Si segga,” invitò lui, spostando la sedia vicina per farle spazio. “Non posso, sono in servizio,” disse lei, mentre si sedeva. “Come?” disse lui. “Ritornerà qui a Francoforte, alla fine della Convention?” domandò lei. Bellarmino non rispose subito, guardò il piatto con le salsicce, alzò la testa e disse: “Sabato prossimo verrò a trovarla e starò qui anche domenica.” Elisabetta Del Tullio si alzò in fretta: “Mi telefoni prima,” disse, allontanandosi. Lui stette a guardarla, mentre attraversava la sala.
Prima di partire, dopo avere pagato il conto, al banco c’era una donna grassottella di mezza età, Bellarmino sostò guardandosi attorno, poi si avviò all’uscita, ma non spinse la porta a vetri, si fermò e si voltò indietro a destra, dove non vide nessuno. “Ecco il mio numero di telefono,” sentì dire vicinissimo alla sua sinistra. Si girò di colpo dall’altra parte, scontrandosi con il corpo soffice di Elisabetta Del Tullio. La ragazza gl’infilò un biglietto nella tasca della giacca, che gli aggiustò indugiando con le mani sui bottoni. Si sfiorarono le gote, poi lui si avviò fuori e di là dai vetri agitò la mano sinistra, in segno di congedo.
Il numero degli stolti
Il sabato seguente, andò a prenderlo alla stazione, si abbracciarono e baciarono come due innamorati, che si rivedono dopo una lunga separazione, ed uscirono sulla piazza cingendosi con le braccia attorno alla vita. Erano due turisti in città, che si muovevano a piedi e con i mezzi pubblici. Erano nella Paul-Arnsberg Platz, seduti su una panchina: “Tu non sei un operaio, Roberto,” disse Elisabetta Del Tullio, con tono malizioso. “Tu sei un manager.” Lui la guardò, prima di rispondere: “Un ex-manager, ora sono soltanto un lavoratore italiano in Germania.” Lei lo guardava negli occhi: “Hai letto i dati sulla mia carta d’identità?” interrogò lui. Lei non rispose, continuava a fissarlo: io leggo la tua anima nei tuoi occhi, diceva il suo sguardo. “Io riesco a leggere di te nella tua figura, nei tuoi gesti, nel tuo modo di parlare,” disse lui. Poi aggiunse: “Tu non sei una receptionist di albergo né tanto meno una kellerina, sei una funzionaria della Banca Centrale Europea.” Indicò la torre in vetrocemento, che si innalzava davanti a loro, con il grande stemma giallo oro dell’euro, alla base, circondato dalle dodici stelle.
“E sei laureata in Economia,” concluse. “Sì,” ammise lei. “E il sabato e la domenica, per hobby, vai in servizio all’hotel.” “Anche per integrare,” disse lei. “Hai nostalgia di Roma,” disse lui, “io ti ricordo la tua città.” Lei l’abbracciò e lo tenne stretto a sé. “Tu eri sposato,” mormorò, quando si sciolsero dall’abbraccio. “Sì,” rispose, “lo sono ancora.” La ragazza si turbò. “Il mio matrimonio si è interrotto una settimana fa, sono stato io,” precisò. La ragazza era inquieta: “Sono scomparso, non sono più un manager romano privato, adesso sono un magazziniere alla Volkswagen di Hannover.”
Dopo quel primo incontro, si ritrovarono la settimana dopo e l’altra ancora, nel sabato e la domenica liberi, interpretando con passione giovane la loro storia d’amore. E così per altre settimane, poi una volta non si erano visti, Elisabetta era andata in Italia, a Roma, dai suoi familiari. Si videro quindici giorni dopo, lei era cambiata, era divenuta fredda. Andarono un po' in giro insieme, poi si lasciarono, Bellarmino ripartì. Non ritornò però ad Hannover, prese invece il treno per Stoccarda, in direzione contraria, destinazione Lauffen-am-Neckar, nel Württemberg.
Ora, in viaggio, si poneva il problema matematico della divisione dei numeri naturali per zero. Ne aveva parlato anche con lei, prima del viaggio in Italia: “Come laureata in Economia, sei esperta di matematica, quindi risolvi questa semplice operazione: zero diviso zero.” Elisabetta aveva sorriso: “Zero diviso zero dovrebbe fare zero; ma se tu sei zero ed io sono zero, siccome zero è un numero della serie dei numeri naturali, allora come tutti i numeri naturali, zero diviso zero si perde all’infinito.” Era andata disegnando nell’aria l’otto rovesciato simbolo dell’infinito, poi era rimasta incantata a guardare il suo disegno invisibile, e infine si era piegata verso di lui, un bacio leggero sulle labbra. “Hai ragione tu, zero diviso zero uguale a zero è un puro errore,” aveva detto mentre lei si scostava, un momento d’amore infinito.
Ma quale numero è infinito? “Infinitus est numerus stultorum”, dice Qoelet. Infinito è il numero degli stolti, ma l’infinito non è un numero. La frazione con denominatore zero è come nella meridiana l’ombra dello gnomone al tramonto, una lunghezza che non ha fine. Guardò la campagna che correva fuori dal finestrino del treno, la fuga infinita degli alberi e del paesaggio. Si ricordò l’ammonimento di Zulieta: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.”
Poi un giorno, lei telefonò, erano passati dei mesi: “Non mi vieni più a trovare, Roberto?” Una domanda, la voce, il desiderio. “Sono Bellarmino,” rispose. Sentì il breve riso nervoso dall’altra parte. “Forse un giorno ti telefonerò, per chiederti di sposarmi,” disse. “È quello che stai facendo, Roberto.” Era la voce di una donna innamorata, lui aveva le idee confuse, lei non insistette e chiuse la comunicazione.
Il silenzio della pietra
Roberto Bellarmino è stato un teologo e cardinale, santo della Chiesa cattolica, vissuto nel ‘500, grande inquisitore di Galilei. Appartenente all’ordine dei Gesuiti, nelle sue opere contrastò sempre le dottrine protestanti, in particolare nelle “Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos.” Studente nel seminario protestante, lo Stift di Tubinga, Hölderlin avrà sicuramente studiato questo testo. Egli però aveva sempre rifiutato di svolgere le funzioni di pastore, preferendo dedicarsi all’attività poetica, esercitando le funzioni di semplice precettore. Nel “Fragment von Hyperion”, la prima stesura del romanzo, Iperione e Bellarmino s’incontrano sulle “rovine dell’antica Roma”, e quindi quest’ultimo è italiano, mentre diventa tedesco nel testo definitivo.
A parere di alcuni suoi interpreti germanici, Arminio forma latinizzata di Hermann, si deve identificare nell’eroe che sconfisse le legioni romane e Bellarmino sarebbe il Bello-Arminio. La bellezza di Arminio rappresenterebbe lo spirito della totalità in contrapposizione alla realtà disgregata della Germania, descritta nell’invettiva di Hölderlin contro il popolo tedesco. È stata proposta anche l’interpretazione che Bello deriverebbe dal latino bellum e il nome intero starebbe per “Arminio il guerriero”, il personaggio storico simbolo della lotta contro Roma.
Non so se questi aspetti critici del suo nuovo nome fossero conosciuti da Roberto, ma sono convinto che egli avesse concentrato la sua attenzione su questo nome poi adottato come suo pseudonimo, in relazione ad alcune immagini che gli sorgevano confusamente dal cuore, come dire dei ricordi. Bellarmino era indubbiamente l’amico prima italiano e poi tedesco d’Iperione, ma la sua figura gli apparve come una sfumata immagine ondeggiante sulle rive francesi dell’Atlantico.
“È il vento di nord est.
Il più amato dei venti
per me, perché ai marinai promette
la rotta giusta e l’anima ardente.
Va’ e saluta
la bella Garonna
e i giardini di Bordeaux
là dove il sentiero
s’accosta alla riva aspra
e il ruscello cade profondo
nel grande fiume
…
Bene è invece parlare,
dire i pensieri del cuore,
udir molte cose
dei giorni dell’amore,
dei fatti che avvennero.
Ma gli amici dove sono?
Bellarmino e il suo compagno?”
L’interrogativo inquietò il cuore di Roberto, quasi un appello, un richiamo a quei giorni lontani, ma quali? Nella lirica di Hölderlin, “Andenken” (“Ricordo”) si rievocano i giardini di Bordeaux. Ecco, qui, i ricordi, le immagini del cuore (Herzens Meinung) di Roberto si sovrapponevano a quelle del poeta. La spiaggia, le onde dell’oceano, lo scorrere delle acque del fiume: “udire molte cose / dei giorni dell’amore…” Bellarmino dove sei? Si turbò, si scosse, si ritrovò, svanì nel suo essere un nuovo sé stesso. Hölderlin sapeva dell’intelligenza del cuore, da dove sgorga la poesia delle immagini, nel nulla del divenire del tutto: “Quel che resta lo fondano i poeti.”
E che cosa esprimono i poeti, se non la bellezza divina? È la loro anima immortale a creare i grandi pensieri belli, le divine idee, che i grandi artisti trasformano in immagini sensibili nelle loro opere. Ma in esse noi vediamo soltanto le icone della divinità, non l’essenza divina che si rispecchia in loro come la luce del sole nell’acqua di un lago o in un mare di nebbia. Era Hölderlin a ispirargli questi sentimenti, lo spirito nuovo in cui ora Roberto Bellarmino viveva. E non gli restava che interrogare il silenzio della pietra, le immagini degli dèi, il cui spirito immortale vive nei boschi, nei fiumi, nel mare, nella terra e nel cielo. Soltanto nella quiete dell’ascolto, nel silenzio di fronte all’icona divina, imprigionata nel marmo dal genio dell’artista, egli poteva rimanere assorto in preghiera ed entrare in intimo colloquio col dio.
Epilogo
Al ritorno dall’America, Roberto ed Elisabetta Del Tullio si erano rincontrati e poi sposati presso la rappresentanza consolare italiana a Düsseldorf, dove lui aveva trovato lavoro come capo operaio nella locale fabbrica automobilistica.
Mentre Bellarmino volava a New York, dove Elisabetta aveva vissuto da universitaria e poi impiegata dell’Onu, la ragazza si era recata in Italia. Entrambi, per una singolare coincidenza della sorte, erano stati colti dallo stesso desiderio di visitare ognuno i luoghi dell’altro, rivivere idealmente i giorni in cui non si erano ancora conosciuti, quasi una particolare forma di possesso del tempo della vita dell’altro non vissuto insieme. Alzando lo sguardo verso l’alto profilo del grattacielo, il Palazzo di Vetro, tra la 41esima e la 42esima Strada, Roberto colse il soffio della sua vita avvenire, quello stesso che investì Elisabetta di fronte alle vestigia del tempio di Diana Nemorense, nel bosco sacro, a Nemi.
In fabbrica, Bellarmino era costretto ad alzarsi presto, prima delle cinque del mattino, dovendo controllare l’ingresso degli operai del primo turno. Non abituato alla rigidità del clima, presto si ammalò, contraendo una polmonite, e nel giro di poche settimane morì. La salma traslata in Italia, dopo una breve cerimonia funebre, fu tumulata nel cimitero romano del Laurentino.
L’altro giorno, andavo a trovare don Piero, un prete amico mio, parroco di una chiesa al centro di Roma. Mentre camminavo, nei pressi di Santa Maria in Trastevere, ho notato un gruppo di ragazzetti che si rincorrevano all’uscita di una scuola. “Ciao, Bellarmino!” ha gridato uno di loro, salutando il compagno, che andava verso la madre, una donna ancora giovane, i capelli e gli occhi scuri, lo sguardo freddo, sereno.
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