sabato 17 gennaio 2026

Narrativa

   

         Abscondita dea



12 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
"Il silenzio della pietra" è stato spostato in coda al "Libro di Attanasio".

Silvio Minieri ha detto...

ABSCONDITA DEA

Prologo
Stavo tornando dalla parrocchia di Santa Maria in Trastevere, dove avevo fatto una lunga chiacchierata con don Piero sul tema dell’eternità divina dei Santi, come avevo introdotto io il discorso. Ora, però, mentre tornavo, mi rendevo conto di avere sentito distrattamente la disquisizione del sacerdote, assorbito com’ero da altre immagini e altri pensieri che mi attraversavano il cuore e la mente. Infatti, ripassando per la piazza di poco prima, dove avevo incrociato Elisabetta Del Tullio, la madre del piccolo Bellarmino, mi sono fermato ad osservare il portone della scuola e lo spiazzo antistante ormai vuoto. Ma come facevo ad essere sicuro che si trattasse proprio di lei, la consorte del defunto Roberto Bellarmino? E poi chi mi aveva raccontato questa storia? Ossia la storia dolorosa dello sfortunato Roberto e della sua Elisabetta? Ero confuso, avevo dei dubbi, mi sentivo emotivamente coinvolto in questa loro umana vicenda, che pure mi sembrava così irreale. Schopenhauer sostiene che noi viviamo esclusivamente nel presente: “Nel passato nessun uomo è vissuto, e nell’avvenire nessuno vivrà.” E sulla sua scia, Nietzsche ci parla del grande meriggio, il baratro di luce in cui precipita tutto il presente. Questi grandi filosofi ci dicono di vivere l’attimo, come anche Epicuro, che ci rassicura sulla morte: “Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi.” E infatti, dov’era finita la morte di Roberto Bellarmino? Ero inquieto, per un istante, ma soltanto per un istante ebbi come la percezione di essere io stesso Roberto Bellarmino. Mi guardai intorno per vedere se qualcuno si fosse accorto del mio turbamento, ma non c’era nessuno, lo spiazzo era deserto. Comunque, pensai bene di allontanarmi da quel luogo, ma sarei tornato, dovevo uscire da quel mio stato confusionale, presentarmi ad Elisabetta. Ma come?

Silvio Minieri ha detto...

L’approccio e la fuga
Erano diversi giorni che la vedevo arrivare, sempre alla stessa ora, per andare a rilevare il figlio, Bellarmino, quel bimbetto dall’aria sbarazzina. Certo, era come tutti gli altri della sua età, ma io avevo fissato la mia attenzione su di lui, in ragione della madre. Ogni volta che mi passava davanti, sembrava non accorgersi di me, neppure uno sguardo distratto, e così non avevo ancora avuto l’occasione, l’opportunità, diciamo il coraggio di avvicinarla. Ma, ora, avevo deciso, le sarei andato incontro con il mio migliore e più rassicurante dei sorrisi e… ed eccola che stava arrivando! Avevo il cuore in tumulto. Quando si avvicinò, mi mossi camminandole a fianco, a destra: “Sono Scardanelli,” mi sorpresi a dire. La donna si voltò a guardarmi, l’espressione scura, senza rispondere, girò di nuovo la testa in avanti, continuando a camminare. “Elisabetta,” dissi affrettandomi, perché lei aveva aumentato il passo. Stranamente mi distanziava, allungai un braccio posandole una mano sulla spalla. Lei scrollò la spalla e si voltò a guardare indietro alla sua sinistra, come feci anch’io imitandola. Caspitina! Un agente di polizia grassottello ci camminava dietro e stava quasi raggiungendoci, l’altra collega, una biondina, seguiva un po' più indietro. In verità, avevo notato la pattuglia, che sostava con l’autoradio in un angolo della piazza, pensavo ai servizi di prevenzione davanti alle scuole… e invece… cioè… Decisamente aumentai l’andatura e quasi correndo raggiunsi l’angolo della strada e svoltai in fretta nel vicolo, infilandomi nell’andito di un palazzo col portone semichiuso. Sentivo gli agenti alle mie calcagna, trattenni il respiro, fui colto dalla necessità di un’impellente minzione, attesi. Mi sembrava di vedere l’ombra dei due poliziotti sulla strada, poi sentii che mi chiamavano: “Scardanelli!” Tacqui. Poi la voce di uno di loro, quella dell’agente grassottello, divenne melliflua: “Scarda… aaa… ne… eeelli! Scarda… aaa… ne… eeelli!” Era come un richiamo per bambini piccoli, tutto così inverosimile e buffo. Ma sembrò quasi che il poliziotto si fosse accorto di questo mio atteggiamento derisorio, perché cambiò tono e bruscamente gridò: “Scardanelli, vieni fuori! Sappiamo che sei nascosto là dentro!” Non risposi. Allora, il tono divenne minaccioso: “Scardanelli, se non esci immediatamente, lo diciamo a tua madre!” Stavo quasi scoppiando a ridere, quando sentii un grido: “No, a mamma, no! No, non lo dite a mamma!” Uno spilungone sgusciò fuori dall’ombra del portone (ma dove stava nascosto?) e cominciò a piagnucolare: “No, a mamma, no! Non lo dite a mamma!” “Scardanelli, quante volte te lo devo dire che non devi dare fastidio alle ragazze?” lo rimproverò l’agente. “Vieni, andiamo!” “No, non lo dite a mamma, no, non lo dite a mamma!” L’uno si lamentava, l’altro lo rimproverava, le voci si allontanarono. Ero sconcertato. Mi rivoltavo in quel mio buio, colto da una sorta di torpore da dormiveglia, poi nel silenzio sentii come una musica che si avvicinava, diventando sempre più forte e assordante… Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.

Silvio Minieri ha detto...

Abscondita dea
Quando fu promulgato l’edito di Costantino, Enea Silvio cominciò a preoccuparsi, perché gli risultava difficile pregare le sue divinità, senza rischiare di essere sorpreso e punito dalle centurie di vigilanza della nuova fede cristiana, l’unica religione ufficiale dell’Impero. Era solito andare a pregare al tempio di Venere, che si trovava tra la Basilica Massenzio e il Colosseo, ma ora tutto era diventato più complicato. Quei cristiani, che fino a poco tempo prima erano stati soltanto carne da leone, negli spettacoli all’Anfiteatro Flavio, adesso avevano alzato la testa, dopo essere emersi dalle catacombe. Enea Silvio era convinto che all’arrivo di questi nuovi tempi, Venere fosse fuggita dal tempio, lasciando solo la sua immagine nella statua, perché ormai non rispondeva più alle sue preghiere. In quel tempo era fidanzato con Lucrezia Valeria, una discendente a suo dire della celebre Lucrezia figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e sposa di Collatino. La ragazza sosteneva che non poteva concedere il suo onore a Enea Silvio, perché altrimenti avrebbe dovuto compiere lo stesso eroico e tragico gesto della nobilissima antenata, e questo non era possibile. Perché? Come, perché? Vuoi che io mi tolga la vita, perché da te disonorato, infame! No, Lucrezia, ti chiedevo perché vuoi toglierti la vita? Mai! Giammai, io compierò questo gesto sacrilego, o empio e malvagio seduttore, adoratore di dèi falsi e bugiardi. Eh, no! Semmai, sono le dee ad essere… ma Enea Silvio non completò questo suo pensiero che gli parve immediatamente sacrilego. Il giovane abbassò il capo: “Supremum vale, Lucretia.” E stava per andarsene, quando Lucrezia Valeria gridò: “Ma come? Te ne vai e mi lasci sola, malvagio individuo!” Enea Silvio stava per sbottare, quando Lucrezia, invicta puella, di colpo cambiò atteggiamento, e con dolce imperio pronunciò: “Nocte intempesta nostram deveni domum.” Ciò detto, si raccolse la veste, girò le spalle e se ne andò, l’andatura fiera e lievemente ondeggiante. “A mezzanotte, vieni a casa mia.” Questa è pazza, pensò Enea Silvio.
La storiella come io l’ho raccontata mi è stata riferita, più o meno negli stessi termini, da Vitaliano Cartapesta. Certo, io ci ho messo abbastanza del mio, soprattutto nella teatralità delle battute del dialogo tra i due fidanzati, ma devo dire che le frasi latine sono di Cartapesta, ossia come da lui a me riferite, anche se magari le avrà racimolate da qualche altra parte, forse sul web. Rimane la sostanza di una storia tra due giovani, la solita eterna storia degli incontri e scontri amorosi, in verità le prime schermaglie. Quello che però Vitaliano ci ha tenuto a precisarmi è che la vicenda ha una sua certa rilevanza, per le contingenze storiche in cui si è venuta a svolgere, vale a dire il periodo di transizione a Roma tra il culto pagano e la nuova fede religiosa cristiana. Ma non era questo il punto ossia il motivo del perché era venuta a raccontarmela, in quanto la storiella era soltanto il preambolo, per così dire, di una sorta di scoperta veramente eccezionale, questa sì di portata storica e archeologica notevolissima, da lui compiuta. “Manlio! – gridò al telefono, svegliandomi, quella mattina – Manlio, presto, vieni! È una cosa sensazionale! Devi vedere, altrimenti non ci credi! È da morire!” Era elettrizzato al massimo, esaltatissimo, erano le sei del mattino, e lui non aveva dormito tutta la notte. Non potevo non esaudire il suo desiderio.

Silvio Minieri ha detto...

Quando sono arrivato a casa sua, l’ho trovato che mi aspettava in strada davanti al portone con il cappotto indossato sul pigiama, tutto spettinato, l’espressione febbrile, ma il viso illuminato da una luce prorompente, che s’irradiava intorno, sebbene l’aria fosse grigia e fredda. “Vieni, Manlio,” disse precedendomi in casa. Vitaliano abita al piano terra e anche al primo piano di una palazzina a quattro piani, con soli altri sei condomini, quelli sopra di lui. “Vieni,” mi ha invitato ancora a seguirlo, scendendo le scale delle cantine seminterrate. Seguivo con una certa riluttanza Cartapesta, che aveva acceso la luce del corridoio, era andato davanti alla porta della sua cantina, aveva aperto e si era infilato dentro, tirandomi subito dietro di lui. “Aspetta!” ha detto poi, uscendo di nuovo nel corridoio, con una lampadina tascabile. È andato a spegnere la luce ed è tornato al chiarore della piccola torcia, poi ha chiuso la porta. “Non devono sapere che siamo qui, Manlio. È importante questo.” A questo punto ho domandato: “Vitaliano, hai scoperto un tesoro?” Mi ha illuminato il volto con la torcia, ho strizzato gli occhi e ho cercato di coprirli con la mano. “Oh, scusa!” ha detto lui. “Ma come hai fatto a indovinare?” Prima che rispondessi qualcosa, ha aggiunto: “Hai raggiunto il vero, ma anche tu ne sei rimasto abbagliato.” In verità, volevo replicare, è la tua torcia elettrica, ma ho taciuto. Si è tolto il cappotto, invitando a togliermi la giacca, poi ha spostato uno scaffale metallico sulla parete di fondo della cantina, ed ha aperto una porta che si confondeva nel muro. “Vieni, Manlio” ha detto illuminando quell’andito stretto e buio in cui eravamo entrati. Ha illuminato un angolo in basso a sinistra e al chiarore della lampadina, ha spostato una botola. Quindi ha posato la lampadina tascabile a terra e si è cominciato a calare, scendendo da una scala a pioli infissa nel muro: “Prendi la torcia e seguimi,” ha detto. Ma dove mi stava portando?
Adesso stavamo in una stanza buia, molto più grande dell’andito da cui eravamo scesi. Vitaliano mi ha preso la torcia di mano e ha diretto il fascio di luce verso il soffitto: “Vedi, Manlio, vedi!” Illuminava il contorno in alto della parete. Si vedeva una cornice di tufo squadrato, quello tipico delle rovine delle mura romane. “Sono le tracce archeologiche dell’antica domus,” disse. “Una villa patrizia?” domandai. “La Aeneae Silvii Aurea Domus!” Esclamò. Cercai di guardarlo in viso e nella penombra del fascio di luce mi sembrò di vedere, o forse l’immaginai, l’espressione radiosa.

Silvio Minieri ha detto...

Una goccia d’acqua colata dal soffitto mi bagnò il viso, mentre Vitaliano trafficava in un angolo, poi sentii il tipico battere di una goccia sul pavimento. D’improvviso una luce bianca che andò sempre più a schiarire il buio illuminò l’ambiente. Vitaliano aveva in mano una grossa lanterna con una luce al neon, che depose su un tavolinetto lì accanto, prima confusa con le tenebre. Una nuova goccia d’acqua mi cadde in testa. “Piove!” esclamai. “Siamo nell’atrium,” disse Vitaliano, “vicino all’impluvium,” spiegò. “Che cosa abbiamo sopra di noi?” domandai. “La strada, Manlio, in prossimità del parco, che finisce a ridosso dell’Horti Praefecti.” “Come?” “La Grotta Perfetta, l’attuale toponimo.” “Ah!” Cadde un’altra goccia. “Spostiamoci,” dissi. “Certo,” disse Vitaliano, sei proprio vicino alla cisterna, l’impluvium. Quindi accennò alla sua sinistra: “Andiamo al cubiculum, vicino a una delle alae, e di là passiamo nel triclinium.” Attraverso una breccia nell’angolo della parete, a fatica seguii l’amico nella camera della domus, accanto all’ambente laterale, e quindi di là accedemmo alla sala da pranzo. In verità stavamo attraversando una galleria stretta, in cui dovevamo procedere a testa bassa, per non urtare contro il muro in testa a noi. Io seguivo soltanto il fascio di luce della lampadina tascabile, che Vitaliano aveva preso con sé, mentre il chiarore dell’atrio della domus alle nostre spalle si andava sempre più affievolendo. “C’è ancora tantissimo da scavare, Manlio,” disse alla fine Vitaliano, quando raggiungemmo il triclinium, uno spazio un po' più ampio di quella specie di galleria, da cui venivamo. “E adesso?” domandai. “Un altro passo in avanti, Manlio, ma nell’altra direzione.” Guardai alle mie spalle: “Verso le tabernae, allora, accanto alle fauces,” dissi. Ricordavo che l’ingresso della domus, le fauces, aveva ai propri lati le botteghe, gli ambienti di lavoro artigiano. Mi ero “sovvenuto”, nel senso che era “venuto su” dal mio cuore questa immagine delle fauces, in quella situazione in cui cominciavo a sentirmi inghiottito dalle fauci della terra, marciando nelle tenebre dietro all’inossidabile e ostinato Cartapesta Vitaliano, archeologo. Questi mi corresse subito: “No, Manlio, l’ingresso è dalla parte opposta, noi non torniamo indietro, ma giriamo ad angolo retto, per accedere al tablinum, il soggiorno, come dire la sala più ampia della domus, situato da quest’altra parte dell’atrium. Hai capito?” E come no? Ci mancava solo il tablinum! La sala più ampia della casa, dove la matrona trascorreva la maggior parte della giornata assieme ai filii, mentre il consorte, il pater familias si andava ad occupare degli affari pubblici, la res publica, concorrendo alle opere di pace o alle imprese di guerra dell’Urbis, le res gestae. Comunque, questo tablinum, in cui ora sostavamo era in verità un vano angusto sottoterra. “C’è ancora molto da scavare, Vitaliano,” dissi. “Certo, per rendere completa l’opera, senza dubbio; ma ora è tempo di andare. Preparati, Manlio!” Dirigeva il fascio di luce al di sopra delle mie spalle, e mi sembrava tremolasse. “Qui, a destra, c’è l’hortus, il giardino, dove la mater e le ancelle conducevano i bambini a giocare, mentre più avanti, là, Manlio, là...” e la voce di Vitaliano Cartapesta cominciò a tremare: “… è il misteryum sacelli!” Mi sorpassò, costringendomi al muro che ci separava dall’ antico hortus. “Vado avanti, Manlio, faccio strada per l’aedicula, seguimi!” Aedicula è il diminutivo di aedes, tempio, i.e. il tempietto. Avanzavamo verso il sacellum, il recinto sacro, un chiarore si espandeva, mentre seguivo Vitaliano, che balzò a sinistra, e io dietro di lui. Entrammo e fu luce di folgore! La statua della dea, più splendente del bianco della luna nella notte argentea, ammaliò il nostro sguardo e ci trafisse. Oh, sante divinità celesti ed infere! “Est domina Venus!” esclamò Vitaliano, “abscondita dea!” E di colpo accadde quel che accadde.

Silvio Minieri ha detto...

In aeroporto
Ero sulle spine, in attesa che arrivasse Rossella. C’era ancora tempo, prima del volo, ma io ero impaziente, lì sulla banchina partenze del T3. Mi fermai ad osservare alcuni turisti in abiti ancora estivi, beh! era la famosa ottobrata romana, anche se alla fine. “Che cosa stai guardando?” Mi voltai e vidi Rossella, gli occhi ridenti, soltanto una leggera ombra. “Gente che va, gente che viene,” dissi. Non sembrò convinta, io mi riscossi: “Andiamo, passiamo subito il controllo, e poi abbiamo tempo.” Entrammo ed io mi fermai a leggere il tabellone delle partenze, che segnalava un’ora di ritardo per il volo Roma Parigi. Ecco fatto, pensai. “Allora andiamo a fare colazione con calma,” dissi. Ordinammo al bancone e poi portammo al tavolino il vassoio con i cappuccini e i cornetti e l’acqua. Rossella era contenta. Quando l’avevo invitata a venire, l’avevo un po' presa alla sprovvista, doveva avvertire sul lavoro, ma era sicura di liberarsi. E infatti ottenne il permesso. Avevamo tante volte progettato il viaggio, senza realizzarlo, poi di colpo la mia decisione. Stavamo insieme da due anni, forse un giorno ci saremmo sposati, era lei a fare un po' di resistenza. Chissà ora! Forse era l’occasione buona, una sorta di breve viaggio di nozze prematrimoniale. Quando finimmo la colazione, andai a comprare il giornale e mi sistemai in un angolo della sala, vicino alla vetrata che dava sulle piste. Rossella andò un po' in giro a dare un’occhiata allo shopping. Andai subito in cronaca, per vedere se era stata ripresa la storia di Vitaliano Cartapesta esplosa in prima pagina, anche se in un angolo in basso, qualche giorno prima. C’era solo un accenno, il Cartapesta continuava a rimanere irreperibile.
Guardai fuori un aeroplano che iniziò il rullaggio, spostandosi verso la pista per il decollo. Quel diamine di Vitaliano! Ero rimasto di sasso alla notizia della caduta della casa degli Usher alla E. A. Poe ovvero il crollo della palazzina di Cartapesta, anche se in verità, passato il primo stupore, considerai che era un avvenimento poi non così imprevisto. E subito mi sentii coinvolto, io sapevo! Fui preso da un improvviso desiderio di partire. Per andare dove? Rossella, Parigi! E poi? Poi si vedrà.
Era ormai qualche mese, dall’estate, quando avevo sognato di Scardanelli, che ero inquieto. Dopo l’incontro con Elisabetta Del Tullio, quella che io ritenevo la vedova di Roberto Bellarmino, un episodio abbastanza estemporaneo, ero passato ancora un paio di volte davanti a quella scuola, per andare a parlare con don Piero a Santa Maria in Trastevere, ma non avevo più visto quella donna. Poi l’anno scolastico era finito, io avevo continuato a passare intenzionalmente di là, ma vanamente. Sarà stato che Rossella in quel periodo si faceva desiderare, sta di fatto che erano venute a distrarmi certe strane fantasie su Elisabetta Del Tullio. E se quella donna era un parto della mia fantasia? Voglio dire, se il mio personaggio non aveva niente a che a fare con la persona reale di quella madre che andava a prendere a scuola il figlio, per avventura di nome Bellarmino? Non era forse tutto un mio arbitrario e anche un po' delirante accostamento? Era molto verosimile che così fosse, anche perché, io pur sapendo della storia di Elisabetta e Roberto, dubitavo fortemente della loro esistenza. I miei sensi mi dicevano che la madre di Bellarmino era esistente? E se i miei sensi mi avessero ingannato? Come? Ero confuso, pieno di dubbi, e peraltro, come il sogno mi aveva rivelato, in quel suo strano modo di rappresentare la situazione, ero attratto dalla figura di una donna, una sconosciuta vista una volta per caso. E se magari essa era l’immagine di un qualche altro mio desiderio? Come venirne fuori?

Silvio Minieri ha detto...

Fu Vitaliano Cartapesta a trarmi via da quella confusione, salvo poi a gettarmi in un diverso disordine psichico, con concreti sensi di colpa, per quella mia inavveduta complicità con la follia dei suoi scavi archeologici improvvidi e insicuri. Eppure aveva riportato alla luce la domus di Salvio Nerva, prefetto di Roma antica.
Io e Vitaliano eravamo compagni di scuola, l’avevo perso di vista, poi quando andai a trovare don Piero, un nostro comune professore di matematica e geografia, accadde che insieme ne riesumammo il ricordo. Non so perché, ma provocavo il religioso sul ruolo dei santi, il cui culto io assimilavo a quello degli antichi dèi, ma mi guardavo bene da esternare queste mie eresie. Il prete, che era un uomo coltissimo, ma anche sensibile, e quindi dotato di antenne, recepì immediatamente il mio riprovevole pensiero, mischiare la religione cristiana con la mitologia. Allora, fece riferimento a Vitaliano Cartapesta, che aveva avuto modo di vedere in quel periodo, scoprendolo interessato a scavi archeologici e all’antica religione greca e romana, quasi un invito per me a ritrovare l’amico di un tempo. Non so perché, ma telefonai a Vitaliano e da quel momento non mi mollò più. Cominciò a raccontarmi la storiella di Enea Silvio e Lucrezia Valeria, mi parlò di alcune sue ricerche sulla villa patrizia di un prefetto dell’antica Roma, e degli scavi che stava conducendo in gran segreto, per riportarla alla luce. “Dopo l’editto di Costantino, Manlio, le antiche divinità fuggirono dai loro templi, per rifugiarsi in luoghi più sicuri, dove i loro fedeli potevano raggiungerle, senza pericolo, anche se in seguito, ai tempi di Teodosio, vi erano stati dei tentativi di reintrodurre la religione pagana.” Vitaliano si appassionava: “Anche Venere è fuggita, la dea nascosta, ma io la ritroverò!”. Io guardavo i suoi occhi lucidi: “Pensi alle rovine di un suo tempio?” Vitaliano si accostò al mio viso, allungando il capo sul tavolino, eravamo fuori a cena: “Manlio, la dea vivente!” Aveva uno strano sorriso e una particolare luce gli s’irradiava dal volto, ed io ero convinto che se fossi scoppiato a ridere, non ci avrebbe fatto caso. Resistetti, mentre lui sembrava fissarmi, in verità guardava in fondo a un avvenire, che gli appariva prossimo.
Non ero io il solo, comunque, ad essere a parte dei suoi segreti. Ovviamente anche sua moglie Lorenza sapeva e disapprovava, disapprovava fortemente. Una sera a casa loro, a cena, eravamo in tre, perché Rossella non era venuta, non era interessata, Lorenza fece una scenata e giunse a minacciare denunce contro il marito. Poi si calmò, allungò le mani quasi a voler afferrare le nostre due teste e sbatterle l’una contro l’altra, quindi ghignò: “Ragazzi, vi lascio ai vostri spiriti sotterranei, io parto.” Aveva colto l’occasione ed era partita per la Spagna. Vitaliano Cartapesta e Lorenza non avevano avuto più figli, dopo la perdita di un neonato all’inizio del loro matrimonio, e questa disgrazia aveva segnato la loro esistenza. Forse per questo, lui si era dato agli scavi, infervorandosi sempre più, e il rapporto tra i coniugi si era andato deteriorando. La mia venuta tra loro, è il caso di definirla così, aveva dato l’occasione a Lorenza di rompere gli indugi, ma di quella rottura Vitaliano non sembrava preoccupato, era troppo occupato ad inseguire il suo sogno.

Silvio Minieri ha detto...

Toccò a me telefonare a Lorenza, dopo l’accaduto: “Lorenza, sono Manlio,” dissi. “Non è necessario che dici di essere Manlio, ti riconosco lo stesso, stupido!” Scostai il telefonino dall’orecchio e feci l’atto di guardarvi dentro, quindi lo riportai all’orecchio: “Lorenza, Vitaliano sta male,” dissi. “È morto?” interrogò con voce impersonale, senza sentimento. “No, sta male.” “Ma dove sta?” L’interrogativo fu accompagnato da un certo nervosismo, che rianimava la sua voce. “Sta a letto.” “In ospedale?” “No, a casa.” “E tu stai vicino a lui?” “Sì,” confermai. “E allora curalo, tesoro! E fammi sapere se migliora … ore!” Era passata una motocicletta giù in strada e scoppiettando aveva coperto l’ultima sua parola. Aveva attaccato. “E fammi sapere se migliora… ore.” Ma che cosa aveva detto? Mi aveva apostrofato con un ultimo ironico vezzeggiativo, “amore”, oppure? Mi sforzavo di ricordare, interpretare: “E fammi sapere se migliora… o… ore.” Amore, no! “Muore.” Succede sempre così, ci commuoviamo per gli altri, ma quello che ci importa siamo noi. Telefonavo a Lorenza per compassione di Vitaliano, ma poi il colloquio riguardava noi due, io e Lorenza. Ero seduto su una sedia accanto al capezzale del marito malato. A Vitaliano di Lorenza in quel momento non doveva interessare nulla, un sentimento d’indifferenza all’amore ricambiato. Aveva gli occhi chiusi. Dormiva? Sognava? Povero, Vitaliano!
Avevo chiamato il medico, dopo averlo soccorso e trascinato a forza in casa e messo a letto, uno sforzo enorme, che mi aveva obnubilato il cervello. Ma che cosa era accaduto? Il medico, un giovane della guardia medica, accorso a pagamento, disse che si trattava di una febbre altissima, dovuta a stress o shock, forse una forma di influenza virale. Mi interrogò sulle circostanze dell’accaduto. Dissi che era avvenuto tutto all’improvviso sotto casa sua, mentre stavamo conversando, un mancamento, era caduto a terra svenuto ed io l’avevo soccorso. Uno shock, disse il giovane medico, e mi fissò, scrutandomi in viso. Poi si riprese, tirò fuori il ricettario e mi prescrisse un farmaco, per far scendere la febbre. “Mi chiami ancora, se si aggrava,” disse. Si fece pagare la prestazione in contanti, senza rilasciare la ricevuta e si allontanò. E se Vitaliano moriva? Telefonai a Lorenza… amore… muore… Sentimenti contrastanti che appartenevano più alla mia coscienza che al pensiero e alle parole di Lorenza. Vitaliano non morì, si riprese un po' alla volta, era seduto al centro del letto, quando inopinatamente apparve Lorenza: “Ma non è morto!” esclamò, guardando il marito con aria contrariata. La moglie amava il marito fino a tal punto? Fino all’estremità della vita e della morte? L’amore e l’odio sono due facce della stessa medaglia. “Io devo andare,” dissi. E prima che lei rispondesse, mi allontanai, quasi di corsa. Forse l’insulto di Lorenza non mi raggiunse: vigliacco!
“Manlio!” Era Rossella: “Dobbiamo muoverci, è ora.” Mi riscossi, mi alzai e la seguii verso il portalino elettronico del controllo sicurezza, per andare all’imbarco.

Silvio Minieri ha detto...

Epilogo
Che cosa era accaduto? Quando, seguendo Vitaliano, ero entrato nel sacellum della Venus abscondita, il tempietto della villa patrizia di Salvio Nerva dell’Horti Praefecti, l’attuale Grottaperfetta, a ridosso del parco dell’Appia antica, fui come attraversato da un bianco lampo di luce che mi folgorò. Il velo divino dell’antica dea mi avvolse, raccogliendomi nello splendore del suo fulgente manto lunare. Ho ricordi confusi, ancora adesso mi sembra di vedere Vitaliano che barcollante si avvicinò alla statua, allungando una mano verso l’immagine divina, come un ubriaco che si vuole afferrare a un solido appoggio, e mancando la presa, vacilla senza riuscire a stare in piedi, cadendo infine disteso. Vitaliano giacque a lungo, prima che io mi riprendessi, quasi un invito pietoso della bianca dea, che si sporse allungando il braccio con mossa consolatrice e pietosa verso il pio fedele caduto supino ai suoi piedi. Sembrò quasi aiutarmi a trascinarlo fuori dagli scavi sotterranei, che custodivano la domus di epoca repubblicana del prefetto Salvio Nerva e il sacro sacello. Era quello lo stesso tempietto in cui, tre secoli dopo, sotto l’impero di Costantino, Enea Silvio veniva a rifugiarsi, per recitare le sue nascoste preghiere alla dea dell’amore, onde ottenere le grazie di Lucrezia Valeria, convertita ad una religione nuova, che condannava gli antichi riti.
Ora, io devo ammettere questo. È chiaro, come il sole splendente del giorno, che il mio racconto consiste soltanto di immagini notturne e indistinte, pronte a dissolversi all’alba. Sì, questo è certo, eppure sono convinto che presto riuscirò a sciogliere tutti i nodi irrisolti e confusi di questa storia e a chiarire i tanti dubbi e le ombre, che lascia dietro di sé. È un insieme di figurazioni fantastiche e disordinate e inverosimili, difficili da interpretare al lume della ragione. Io, però, e di questo sono sicuro, saprò dare di esse una giustificazione senz’altro certa e convincente, non ora che sto partendo, ma soltanto quando sarò tornato dal mio viaggio a Parigi.

Silvio Minieri ha detto...

IMMAGINE
Antonio Canova, “Venere Italica” (1804-12)

Silvio Minieri ha detto...

UN NASCOSTO DESTINO

Prologo
Quando uscii dall’abbazia, vidi sul marciapiedi quell’uomo di mezz’età, alto e riccioluto, che mi fissava. Ecco, pensai, ora si avvicinerà e pronuncerà il mio nome, quasi fosse un mio conoscente di vecchia data: Scardanelli! Fu un attimo solo di smarrimento, però. Che stupido! Era quello della security, qui a Parigi, ormai, li ritrovi ad ogni angolo. Quando mezz’ora prima, stavo per entrare in chiesa, mi aveva chiesto se avessi oggetti metallici. Avevo tirato fuori dalla tasca le chiavi, mostrandole nel palmo aperto della mano, e lui mi aveva fatto cenno di entrare. Non avevo borse con me, quindi ha omesso di controllarmi con il metal detector, giudicando che non ero un terrorista venuto per compiere un attentato nell'abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Certo, la sicurezza, prima di tutto. Si deve pure correre qualche rischio, però, se uno li deve controllare tutti, non si finisce mai. E se fossi stato Scardanelli? Ma chi? Quello che implorava l’agente di non dirlo a mamma, seppure in un mio sogno di fine estate? Ora sapevo, e mentre mi allontanavo in direzione della fermata del metrò, squillò il telefonino. Pensando fosse Rossella, senza guardare il display, celiando risposi: “Allô?”
(Segue)