Prologo Quando uscii dall’abbazia, vidi sul marciapiedi quell’uomo di mezz’età, alto e riccioluto, che mi fissava. Ecco, pensai, ora si avvicinerà e pronuncerà il mio nome, quasi fosse un mio conoscente di vecchia data: Scardanelli! Fu un attimo solo di smarrimento, però. Che stupido! Era quello della security, qui a Parigi, ormai, li ritrovi ad ogni angolo. Quando mezz’ora prima, stavo per entrare in chiesa, mi aveva chiesto se avessi oggetti metallici. Avevo tirato fuori dalla tasca le chiavi, mostrandole nel palmo aperto della mano, e lui mi aveva fatto cenno di entrare. Non avevo borse con me, quindi ha omesso di controllarmi con il metal detector, giudicando che non ero un terrorista venuto per compiere un attentato nell'abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Certo, la sicurezza, prima di tutto. Si deve pure correre qualche rischio, però, se uno li deve controllare tutti, non si finisce mai. E se fossi stato Scardanelli? Ma chi? Quello che implorava all’agente di non dirlo a mamma, seppure in un mio sogno di fine estate? Ora sapevo, e mentre mi allontanavo in direzione della fermata del metrò, squillò il telefonino. Pensando fosse Rossella, senza guardare il display, celiando risposi: “Allô?”
Un segno del cielo Ho salito di corsa gli ultimi scalini della stazione del metrò e ho affrettato il passo, quando l’ho vista che mi aspettava al posto convenuto, all’angolo tra la Rue de Sèvres e Rue du Bac. “Hai ritardato, Manlio!” Rossella mi fissava con sguardo inquieto. “Hai ragione, amore,” ho risposto. È rimasta colpita dall’appellativo, era la prima volta che lo sentiva, ed era la prima volta che lo pronunciavo. Non era convinta, mi guardò con un sorriso triste, mormorò: “Vitaliano.” “Sì,” dissi, “l’hanno arrestato…” Rossella mi ha interrotto, non voleva sentire altro, non ne voleva sapere di quella storia. In silenzio, siamo entrati a fare la spesa nella “Épicerie de Paris”. Poco prima a Saint-Germain-des-Prés, ero rimasto sgomento: “Allô?” “L’ottavo commissariato, Arditi?” “Sono io.” “Deve venire qui in commissariato.” Ho esitato, quindi ho detto: “Sono fuori Roma.” E subito dopo ho aggiunto: “Temporaneamente.” L’agente mi ha passato un ispettore, e sono rimasto in attesa, ero abbastanza in ansia. L’ispettore Russo mi ha detto che Vitaliano Cartapesta, sapendosi ricercato, si era costituito, e il giudice l’aveva assegnato agli arresti domiciliari. Cartapesta aveva fatto il mio nome. “Come?” “Non ha un luogo dove andare e ha indicato il suo indirizzo: Arditi Manlio.” Non sapevo rispondere, poi ho detto: “È un mio conoscente, un amico, va bene.” Dovevo passare per firmare il verbale, per il momento bastava l’autorizzazione a voce. Poco dopo, mi ha telefonato Vitaliano, ringraziandomi, era confuso, prima che chiudessi, ha detto: “Manlio, la chiave?” “Nel vaso con la pianta, sul pianerottolo, non ti ricordi?” Quando Lorenza l’aveva lasciato, per andare in Spagna, Vitaliano veniva spesso da me e ormai conosceva le mie abitudini, facendo vita comune. “Ma non è pericoloso, per i ladri?” “Almeno non devo chiamare il fabbro, in caso di effrazione,” ho replicato. Comunque, quella del vaso con la pianta all’ingresso non era la chiave della porta di casa, ma quella del terrazzo, il tetto, dove il cornicione in tutta la sua lunghezza era contornato da fioriere rettangolari. “Dove sta?” Vitaliano si diresse verso una fioriera al centro, si fermò a riflettere, diede uno sguardo al panorama, poi si voltò, andò verso un’altra un po' distante, cercò nel terriccio, quindi estrasse la chiave di casa e con un sorriso trionfante venne a consegnarmela. Rimase in attesa della mia domanda, e per non deludere le sue aspettative, dissi: “Come hai fatto?” Vitaliano mi guardò con aria furba, ma allo stesso tempo complice, poi disse: “La mia, Manlio, non è una Venere lesa.” Non m’intendo di astrologia, ma immaginai a quale tema alludesse Vitaliano: l’affettività e l’amore. “Anche la tua, Manlio, non è una Venere lesa, nessun pianeta venne ad occupare, seppure parzialmente, la sua casella dello Zodiaco, alla tua nascita, come del resto alla mia. È un denominatore comune del nostro tema astrale, un segno del cielo.” [1] Credo che Vitaliano imbrogliasse, forse intuendo la mia ignoranza in astrologia. Dovevo studiare meglio le stelle, pensai. Poi tutto mi fu chiaro o quasi con quella catastrofica caduta della casa degli Usher e le conseguenze legali. Dimenticammo Vitaliano, vivendo i nostri giorni a Parigi, e decidemmo di prolungare il soggiorno, saremmo andati sulla costa atlantica, Mont-Saint-Michel, l’isolotto tidale, le maree, gli influssi lunari, ecco di nuovo il cielo nel nostro destino.
[1] Era vero il contrario, si trattava di una Venere lesa, segno di un avverso destino, la distruzione della casa, analogamente al riferimento letterario: “E come già a suo tempo l’astrologa che frequentava casa Deravines aveva previsto, riscontrando nelle nostre congiunture astrali una Venere lesa, ciò che ci unisce è, nel nostro prevedibile futuro, la comune vocazione alla solitudine. Angèle ed Ermes sono già da tempo immersi in questo limbo e vi galleggiano. […] Presto entrambi lasceranno la loro casa destinata alla distruzione, e nell’appartamento di città, in cui si trasferiranno, non resterà posto che per un pianoforte a muro, e sarà improponibile tornare ai fasti di un tempo.” (Paolo Maurensing, “Venere lesa”,1998)
Un luogo meraviglioso Il 15 febbraio 1650 un anonimo gazzettiere di Anversa pubblicava quest’annuncio: “È morto in Svezia un folle che credeva di poter vivere quanto voleva”. Chi fosse quest’anonimo gazzettiere noi non sappiamo, e neppure perché avesse pubblicato un tale spregevole annuncio funebre. Possiamo fare soltanto delle supposizioni, ma esse ci porterebbero lontano, molto lontano dai fatti che andiamo narrando, che io Manlio Arditi vado narrando, per cui rimandiamo ovvero rimando ad altra sede una discussione su tale argomento. Qui, posso soltanto dire che il “folle” deceduto era il grande filosofo francese René Descartes, l’illustre personaggio storico, un grande, sulla cui tomba io mi ero recato nel mio viaggio a Parigi, quasi un pio pellegrinaggio. Oh, Descartes, il nome latinizzato, Cartesio! Qualcheduno potrebbe trovare quest’ultima anomala invocazione leggermente tinta di una fosca coloritura buffonesca, ed io non saprei dargli torto. Ma non è forse un modo di approcciare la morte e il destino di un grande uomo di studi di Francia, il padre della filosofia moderna, con un atteggiamento tra il serio e il faceto, per chi come me, riferisco questo discorso alla mia persona, Manlio Arditi, non sapendosi all’altezza, non trova altro modo, un approccio, diciamo, leggero? Eh? Continuo ancora un po' con questa musica, quasi a velare “un nascosto destino”. Quindi lancio un’invocazione alle anime prive del sangue della terra, che si raccolsero in giorni di un tempo forse mai esistito sulle rive di “un luogo meraviglioso”, quello descritto da Platone nel “Fedone”, nel “Gorgia” e nella “Repubblica”. “Infatti l’anima se ne va nell’Ade, non portando nient’altro con sé se non la sua formazione spirituale – ecco perché io nella mia invocazione definisco le anime “prive del sangue della terra” – e il modo in cui ha vissuto, le quali cose, come si racconta, sono per i morti di grandissima utilità o di grandissimo danno, fin dal momento in cui cominciano il viaggio nell’altro mondo. E si racconta questo: subito dopo che uno è morto, il suo demone, quello cui fu affidato in custodia dalla sorte durante la vita, si accinge a condurlo verso un altro luogo, da dove le anime, dopo essersi raccolte e aver subito il giudizio, partono per il loro viaggio nell’Ade, con quella guida alla quale fu affidato il compito di accompagnare colà quelli che vengono di qua. Poi, dopo che hanno ricevuto tutto ciò che esse debbono ricevere, e dopo essere rimaste tutto il tempo in cui debbono rimanere, un’altra guida le accompagna nuovamente di qua, dopo molti e lunghi cicli di tempo. E la via non è davvero, come afferma il Telefo di Eschilo: egli dice, infatti, che una semplice via all’Ade conduce.” Mi fermo qui con la citazione del “Fedone”, 107de, per evitare l’ulteriore discussione sulla semplicità della via, che se fosse tale non avrebbe bisogno di guide. Parla Zeus: “Ho costituito a giudici i miei tre figli: due dell’Asia, Minosse e Radamante, e uno dell’Europa, Eaco. Costoro, quando gli uomini saranno morti, li giudicheranno sul prato, dal cui trivio si dipartono due vie: l’una diretta alle Isole dei Beati, l’altra diretta al Tartaro.” (Gorgia, 524a) Quale la terza via? Verosimilmente quella da cui vengono gli uomini, quella che a nostro avviso parte dal cuore della terra.
Quest’immagine del “Gorgia” richiama quella degli “ascensori” del mito di Er nella “Repubblica”. Come, gli ascensori? Quelli a ridosso del luogo meraviglioso. “Un tempo, egli [Er] morto in battaglia fu raccolto in buono stato, mentre dieci giorni dopo venivano raccolti dal campo i cadaveri ormai decomposti. Ricondotto a casa, quando stavano per fargli il funerale, al dodicesimo giorno, già disteso sul rogo ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù nell’Ade. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, errò insieme a molte altre, e tutte giunsero in un luogo meraviglioso, dove c’erano due aperture comunicanti nel terreno e due altre simili nel cielo in corrispondenza delle prime. In mezzo ad esse erano seduti dei giudici.” Si tratta, a dirla in lingua moderna, di un sistema di quattro ascensori, da cui le anime salivano e scendevano, in attesa o a seguito del verdetto. Quindi raggiungevano la loro destinazione in cielo o agli inferi, a seconda del comportamento giusto o ingiusto tenuto in vita, per scontare le colpe o ricevere il premio per i loro meriti. “Tutte quelle che arrivavano successivamente sembravano reduci da un lungo viaggio e liete di essere giunte a quel prato, come chi si accampa per una festa solenne. Alcune, che si conoscevano, si scambiavano cenni di saluto, e quelle provenienti dalla terra si informavano dalle altre degli avvenimenti del cielo e viceversa. Le une facevano il loro racconto con gemiti e lacrime, e ricordavano quante e quali sofferenze avessero patito e visto durante il loro viaggio sottoterra – un viaggio di mille anni (caspita! l’esclamazione ovviamente è mia). Invece, le altre provenienti dal cielo, raccontavano le loro impressioni gioiose e le incredibili bellezze che avevano contemplato.” La mia esclamazione, devo dire, è stata resa possibile dalla mia modernità, quella che mi consente di avere la visione dantesca dello spettacolo infernale di diavoli, dannati e punizioni, specie quelle di contrappasso, e quindi comprendere lo sbigottimento delle anime finite sottoterra in quei gorghi spaventosi. Quali le conclusioni su questi miti escatologici di Platone, che ci raccontano del destino delle anime dopo la morte e del giudizio finale? Avevamo parlato di un approccio leggero al tema, ma Cartesio? Che ne è del filosofo francese, dopo la mia improvvisa giravolta sul pensiero di Platone? Che cosa io davanti alla sua tomba, nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a Parigi? Come dire, a che serve raccontare della mia figura, Manlio Arditi, in quel luogo? Sono interrogativi che ci lasciano sgomenti, no, perplessi, in relazione a questa mia confusione di idee e di pensieri. Ma, ohibò, cerchiamo di essere realisti! Immaginiamo la scena di un gruppetto di turisti, nostri connazionali, finiti in questo luogo ad ammirare le vetrate gotiche e l’organo a canne mirabilissimo dell’abbazia, che cosa essi davanti alla tomba di Cartesio? Quello è il luogo di sepoltura del filosofo, di cui l’Università a lui intestata nel quartiere ci dice della sua fama. E quindi? È ora di andare a pranzo, ragazzi, cerchiamo un bistrò qui vicino. È ovvio che se io m’intromettessi e dicessi loro che Cartesio era platonico e non aristotelico, un po' tutti del festoso gruppetto mi guarderebbero con aria diciamo alquanto stranita.
Il Sommo Bene “Signore, Voi volete conoscere la mia opinione su tre cose: 1. che cosa è l’amore; 2. se il solo lume naturale ci insegna ad amare Dio; 3. quale dei due eccessi e cattivi usi è peggiore, quello dell’amore o quello dell’odio.” Così si rivolgeva René Descartes al suo amico Pierre Chanut, ambasciatore di Francia a Stoccolma, in una lettera da Egmond, Olanda, datata 1° febbraio 1647. Il terzo quesito, a cui doveva rispondere, era stato proposto direttamente dalla regina Cristina di Svezia. Ed ecco che cosa scrive René al suo amico Pierre, in riferimento a Sua Altezza Reale: “Se poi vi domandassi in coscienza se amate quella grande Regina, presso la quale vi trovate attualmente, avreste un bel dire di provare per lei solo rispetto, venerazione, stupita ammirazione; non cesserei di credere che proviate per lei anche un ardentissimo affetto. Il vostro stile infatti scorre così bene, quando parlate di lei, pur credendo a tutto quello che ne dite, perché so che siete molto sincero e perché ne ho udito parlare anche da altri, non credo tuttavia che potreste descriverla come fate, se non provate per lei una grande devozione, né che potreste restare accanto ad una sì gran luce senza ricevere calore.” Che dire? Non vorremmo noi tutti essere Chanut? E stringerci accanto a quella grande Regina, da cui emana una grande luce e calore, a dire di Cartesio, prima di averla conosciuta di persona? Cristina di Svezia, la regina androgina. Oh! Come? Che dici? Dobbiamo proporre un ritratto ufficiale di Cristina, ripreso da enciclopedie e testi vari, disadorno di altre da un punto di vista storico non rilevanti dicerie, come dire i suoi affari privati, oppure includere nel nostro ritratto anche questi ultimi? Nacque a Stoccolma, figlia del Re Gustavo II Adolfo e Maria Eleonora di Brandeburgo, l’8 dicembre 1626. Il padre, il “leone del nord”, morì nel 1632 nella battaglia di Lützen, in Sassonia, durante la fase svedese della Guerra dei trent’anni, in cui era sceso in campo in difesa degli interessi e delle libertà protestanti. A sei anni, l’orfana salì sul trono. “Ebbe, per volontà del padre, educazione virile.” Sic! Ma chi scrive queste cose, che si contraddicono in termini, nelle enciclopedie on-line? Se il padre era morto, quando Cristina aveva sei anni, come faceva ad impartirle un’educazione virile? Aveva così scritto nel suo testamento, prima di morire? Noi sappiamo che c’era un tempo in cui gli uomini prevedevano la loro morte, nel senso che sapevano quando sarebbero morti, poi Zeus tolse loro questa facoltà: “Innanzi tutto – disse – dovrà essere tolta agli uomini la possibilità di prevedere la propria morte, dato che ora la prevedono, perciò ho già dato disposizione a Prometeo che tolga questa possibilità agli uomini.” E non mi venite a dire che Prometeo non ha eseguito le disposizioni ricevute da Zeus. Sì, è vero, si racconta che si ribellò agli dèi, rubando il fuoco, però… voi sapete quando morirete? Prima o dopo. Certo, così avrà pensato Gustavo II, che peraltro non aveva la possibilità d’interrogare la Sibilla, per sapere se sarebbe morto in battaglia. Anche la profetessa, poi, con quelle sue risposte sibilline… Sì, d’accordo, ma quale affidabilità ci può dare Platone, che nel “Gorgia” ci viene a raccontare questa storia di Prometeo? Al tempo di Crono, ma anche nei primi tempi di Zeus, i giudici d’oltre tomba erano vivi e giudicavano gli uomini ancora vivi, nel giorno stesso in cui dovevano morire. Pertanto, le sentenze erano mal date, ed ecco il correttivo di Zeus e le disposizioni date a Prometeo. Platone racconta favole ragionevoli.
E Gustavo II aveva dato per caso disposizioni ad Axel Oxenstierna, Grande Cancelliere di Svezia, d’impartire un’educazione virile alla figlia? Ethos antropoi daimon, Il carattere è il destino dell’uomo, come dire chi nasce tondo non può morire quadro, Cristina pare avesse questa natura androgina. Mah! E Cartesio? “Ho appreso dal signor Chanut che a vostra Maestà piace che io abbia l’onore di esporle la mia opinione in merito al Sommo Bene, considerato nel senso che ne hanno parlato i filosofi antichi.” Il riferimento a Platone e ai neoplatonici, Plotino in primis, è chiaro, ma Cartesio era un fervente cattolico, al contrario del padre di Cristina, che i cattolici li aveva combattuti, lasciandoci la pelle. René Descartes spiega alla Regina di Svezia, nella lettera del 20 novembre 1647, che il Sommo Bene è Dio, perché è più perfetto delle cose create. [1] Gli antichi filosofi, non illuminati dalla Fede, non sapevano nulla della beatitudine soprannaturale e cercavano il Sommo Bene tra i beni di questa vita, vale a dire cercavano quale fra questi fosse quello supremo. Cartesio cita Zenone di Cizio, il fondatore della Stoa ed Epicuro, contrapponendo la virtù od onore del primo alla voluttà o piacere edonistico del secondo. Quindi esprime le sue riflessioni sul libero arbitrio, come dire la possibilità di scelta tra i beni spirituali e quelli materiali, e lo definisce la facoltà più nobile dell’uomo, in questo simile a Dio. Quindi, conclude di non voler ulteriormente dilungarsi, perché sa che sulla Regina incombono i numerosi affari di Stato, ma si offre di inviare i suoi scritti, in cui viene espresso più diffusamente il suo pensiero. La lettera fu convincente, perché Cartesio ottenne l’invito di recarsi come ospite di Corte a Stoccolma, onde avere delle dirette conversazioni di filosofia con la Regina. Ma la domanda che giace sul fondo di questa storia della corrispondenza epistolare tra Cartesio e Cristina di Svezia, quella che intriga di più, è perché un filosofo francese di oltre cinquant’anni deve andare a soggiornare a Stoccolma, nel Palazzo Reale, per istruire una giovane Regina di ventitré anni. La risposta a questo interrogativo ci viene data dalle cronache della Storia. Cristina voleva fare di Stoccolma la “Atene del Nord” e chiamò a Corte i più celebri letterati, filosofi e scienziati, fra cui Cartesio, Isaac Vossius, bibliotecario della Regina, figlio del teologo olandese Gerhard Johannes Voss, conosciuto come Vossius, Huig de Groot, latinizzato Grotius, il giurista fondatore della scuola del diritto naturale, ed altri. Cartesio, dunque, accettò l’invito e nei primi giorni del mese di ottobre, dopo un mese di navigazione raggiunse Stoccolma, dove l’attendeva il suo destino. Le conversazioni con la Regina erano fissate alle cinque del mattino e il filosofo doveva attraversare i grandi cortili del Palazzo Reale nel gelo della notte. Si ammalò di polmonite e morì nel febbraio del 1650. Fu tumulato in un piccolo cimitero cattolico a nord di Stoccolma, dove le sue spoglie rimasero fino al 1666, quando i resti vennero riesumati e traslati a Parigi, nella chiesa di Sainte Geneviève-du-Mont, a ridosso dell’attuale Pantheon. Nel 1819, la salma fu trasferita nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Visitando la sua tomba, mi sono ritrovato nel silenzio della chiesa, immerso in questi pensieri. Quindi sono uscito e ho ricevuto la telefonata: “Allô?”
[1] Cartesio si rifà all’immagine di Dio, propria del cattolicesimo, anche se alla sua morte i suoi libri sono stati messi all’Indice. Alla domanda: “Chi è Dio?”, il catechismo della Chiesa cattolica risponde: “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.” Perché “perfettissimo”? Cartesio spiega che Dio è più perfetto delle cose create. E siccome Dio non poteva non fare una creazione perfetta, ecco che il Creatore è più perfetto, perfettissimo. Quello che però si voleva cogliere in questa particolarità del linguaggio è il confine tra l’umano e il divino, ovvero il discrimine tra il tempo e l’eterno. Il più che perfetto del verbo greco “vedere” rimanda a questa distinzione: “oida” significa ho visto e quindi so. Quello che accade e che lo sguardo umano vede nel tempo “presente”, nel tempo “più che perfetto” è già stato visto, nello sguardo dell’eterno è un passato già da sempre conosciuto.
Epilogo È passato un anno da allora, ma ora soltanto ho avuto la forza di venire qui. Mi diceva: “Rossella, adesso che torniamo a Roma, devo andare a visitare la tomba di Cristina di Svezia, nella Basilica di San Pietro.” Mi aveva spiegato che dopo la morte di Cartesio, la Regina si era convertita al cattolicesimo e aveva abdicato al trono, trasferendosi a Roma, accolta dal Papa. Defunta era sta inumata in questa tomba, che sto guardando, aspettando Manlio, perché so che sta per venire. Vitaliano Cartapesta fu liberato e la scoperta della domus di Salvio Nerva, prefetto della Roma antica, gli recò fortuna, grazie all’intervento di una società svizzera, che investì i soldi nel recupero definitivo del sito archeologico, oggi abbastanza rinomato. Lorenza si riconciliò ed ora abitano nella casa di Manlio, che hanno acquistato con i soldi guadagnati dalla scoperta. Manlio, so che sta per venire da me. Ricordo quella prima volta, abitava vicino a casa mia e lo incontravo spesso, decisi di agganciarlo. Camminavo sul marciapiedi e lui mi veniva incontro, scese per lasciarmi il passo. Risi apertamente e al passaggio mi sporsi con la spalla per urtarlo. Si fermò a chiedermi scusa, ero sicura che lo facesse, gli piacevo, ma dovetti poi cercarlo io e ci mettemmo insieme. Come sono stata felice, quando mi chiese di andare a Parigi! Non mi sembrava vero. Furono giorni bellissimi, decidemmo di prolungare il soggiorno e andammo in Bretagna e in Normandia, ma già a Parigi cominciò a tossire. Quando andammo a visitare la Sorbona, aveva accessi acuti, si separava dal gruppo, e andava distante, per non disturbare con quei suoi violenti colpi di tosse. Gli passerà, pensavo. Al ritorno da Saint-Michel, fu colto da una violenta crisi respiratoria, ci fermammo a Rennes. Al pronto soccorso dell’ospedale, i medici che lo visitarono erano bui in volto, io non capivo quel che dicevano. Decisero di trasferirlo con un’ambulanza a Parigi. Salii con lui steso sulla lettiga, durante il viaggio gli tenevo la testa tra le mani e cercavo di parlargli. Aveva gli occhi chiusi, non rispondeva, respirava a fatica, un respiro che faceva paura, un rantolo, poi più nulla. Mi sembrava tutto così irreale e assurdo. Non ricordo altro, solo un flash, la bara che scendeva nella fossa, la benedizione del prete e il salmo: “L’Eternel te gardera de tout mal, il gardera ton âme. L’Eternel gardera ton départ et ton arrivée, dès maintenant et à jamais.” Ora la sua anima, invisibile, non più rivestita dal corpo, verrà a incontrarmi, per compiere il nostro viaggio infinito, un viaggio di mille anni lassù in cielo.
PROLOGO Non ricordo più bene chi sono, anzi chi sono stato, perché sono morto, sebbene continui a vivere. È una contraddizione, quest’ultima affermazione, ma soltanto nel linguaggio, non certo nella realtà. Provare per credere o forse credere per provare, è sempre meglio rovesciare un luogo comune. Comunque, chi sono? Anzi chi sono stato? Manlio Arditi. Ecco era questa la mia ultima identità, nel senso di quella appena lasciata, ma forse anche di altre, come dire l’ultima di una serie di tante altre identità. Sono morto sull’ambulanza, nel tragitto tra Rennes e Parigi, forse poco prima di entrare in città attraverso la Porte d’Auteuil, tra le braccia di Rossella. Il nascosto del destino, la parte velata della sorte ora appare come un destino svelato: la mia morte. La mia compagna mi aspetta a San Pietro, davanti alla tomba di Cristina di Svezia, l’ambigua Regina che aveva abdicato in favore del cugino Carlo Gustavo. Io devo raggiungerla per il nostro viaggio infinito di mille anni, come dire l’eternità. Intanto, sono qui (dove?) a raccontare chi sono io, chi sono stato nella mia vita, una sorta di testamento scritto post mortem, o meglio un’autobiografia a mo’ di lascito spirituale. Ma a chi interesserà? Ai miei successori? Come dire agli appartenenti a un tempo successivo a quello della mia vita sulla terra.
MYSTERIUM VENERIS Vitaliano Cartapesta, che sagoma! Ricordo ancora la scena nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, un flash che dura un’eternità: Vitaliano, le braccia tremanti sollevate in alto quasi a cerchio al di sopra della testa, le gambe divaricate come quelle di un cavallerizzo; poi l’immagine si muove, quei passi in avanti della sagoma barcollante e infine il tonfo e il fermo immagine. Ma quanto tempo durò quel blocco? Un’eternità, nel senso di un tempo lunghissimo per la ripresa dell’azione, il soccorso del caduto e il mio trascinarlo fuori con l’aiuto della dea. Ecco qui, i conti non tornano. Che significa con l’aiuto della dea? Avevo promesso di sciogliere i dubbi. Si trattava di una statua vivente, forse? Nel senso di quelle che si vedono in certe piazze di Roma e di altre grandi metropoli europee, ma anche in America, a New York, la statua della libertà, minimo un dollaro per una fotografia distante e prezzi superiori per altre pose con i turisti. No, sarebbe una buffonata. E poi, il malessere di Vitaliano? (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
11 commenti:
[N. d. B.]
Il file "Abscondita dea" è stato spostato in coda a "Il libro di Attanasio".
UN NASCOSTO DESTINO
Prologo
Quando uscii dall’abbazia, vidi sul marciapiedi quell’uomo di mezz’età, alto e riccioluto, che mi fissava. Ecco, pensai, ora si avvicinerà e pronuncerà il mio nome, quasi fosse un mio conoscente di vecchia data: Scardanelli! Fu un attimo solo di smarrimento, però. Che stupido! Era quello della security, qui a Parigi, ormai, li ritrovi ad ogni angolo. Quando mezz’ora prima, stavo per entrare in chiesa, mi aveva chiesto se avessi oggetti metallici. Avevo tirato fuori dalla tasca le chiavi, mostrandole nel palmo aperto della mano, e lui mi aveva fatto cenno di entrare. Non avevo borse con me, quindi ha omesso di controllarmi con il metal detector, giudicando che non ero un terrorista venuto per compiere un attentato nell'abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Certo, la sicurezza, prima di tutto. Si deve pure correre qualche rischio, però, se uno li deve controllare tutti, non si finisce mai. E se fossi stato Scardanelli? Ma chi? Quello che implorava all’agente di non dirlo a mamma, seppure in un mio sogno di fine estate? Ora sapevo, e mentre mi allontanavo in direzione della fermata del metrò, squillò il telefonino. Pensando fosse Rossella, senza guardare il display, celiando risposi: “Allô?”
Un segno del cielo
Ho salito di corsa gli ultimi scalini della stazione del metrò e ho affrettato il passo, quando l’ho vista che mi aspettava al posto convenuto, all’angolo tra la Rue de Sèvres e Rue du Bac. “Hai ritardato, Manlio!” Rossella mi fissava con sguardo inquieto. “Hai ragione, amore,” ho risposto. È rimasta colpita dall’appellativo, era la prima volta che lo sentiva, ed era la prima volta che lo pronunciavo. Non era convinta, mi guardò con un sorriso triste, mormorò: “Vitaliano.” “Sì,” dissi, “l’hanno arrestato…” Rossella mi ha interrotto, non voleva sentire altro, non ne voleva sapere di quella storia. In silenzio, siamo entrati a fare la spesa nella “Épicerie de Paris”.
Poco prima a Saint-Germain-des-Prés, ero rimasto sgomento: “Allô?” “L’ottavo commissariato, Arditi?” “Sono io.” “Deve venire qui in commissariato.” Ho esitato, quindi ho detto: “Sono fuori Roma.” E subito dopo ho aggiunto: “Temporaneamente.” L’agente mi ha passato un ispettore, e sono rimasto in attesa, ero abbastanza in ansia. L’ispettore Russo mi ha detto che Vitaliano Cartapesta, sapendosi ricercato, si era costituito, e il giudice l’aveva assegnato agli arresti domiciliari. Cartapesta aveva fatto il mio nome. “Come?” “Non ha un luogo dove andare e ha indicato il suo indirizzo: Arditi Manlio.” Non sapevo rispondere, poi ho detto: “È un mio conoscente, un amico, va bene.” Dovevo passare per firmare il verbale, per il momento bastava l’autorizzazione a voce. Poco dopo, mi ha telefonato Vitaliano, ringraziandomi, era confuso, prima che chiudessi, ha detto: “Manlio, la chiave?” “Nel vaso con la pianta, sul pianerottolo, non ti ricordi?” Quando Lorenza l’aveva lasciato, per andare in Spagna, Vitaliano veniva spesso da me e ormai conosceva le mie abitudini, facendo vita comune. “Ma non è pericoloso, per i ladri?” “Almeno non devo chiamare il fabbro, in caso di effrazione,” ho replicato. Comunque, quella del vaso con la pianta all’ingresso non era la chiave della porta di casa, ma quella del terrazzo, il tetto, dove il cornicione in tutta la sua lunghezza era contornato da fioriere rettangolari. “Dove sta?” Vitaliano si diresse verso una fioriera al centro, si fermò a riflettere, diede uno sguardo al panorama, poi si voltò, andò verso un’altra un po' distante, cercò nel terriccio, quindi estrasse la chiave di casa e con un sorriso trionfante venne a consegnarmela. Rimase in attesa della mia domanda, e per non deludere le sue aspettative, dissi: “Come hai fatto?” Vitaliano mi guardò con aria furba, ma allo stesso tempo complice, poi disse: “La mia, Manlio, non è una Venere lesa.” Non m’intendo di astrologia, ma immaginai a quale tema alludesse Vitaliano: l’affettività e l’amore. “Anche la tua, Manlio, non è una Venere lesa, nessun pianeta venne ad occupare, seppure parzialmente, la sua casella dello Zodiaco, alla tua nascita, come del resto alla mia. È un denominatore comune del nostro tema astrale, un segno del cielo.” [1] Credo che Vitaliano imbrogliasse, forse intuendo la mia ignoranza in astrologia. Dovevo studiare meglio le stelle, pensai. Poi tutto mi fu chiaro o quasi con quella catastrofica caduta della casa degli Usher e le conseguenze legali.
Dimenticammo Vitaliano, vivendo i nostri giorni a Parigi, e decidemmo di prolungare il soggiorno, saremmo andati sulla costa atlantica, Mont-Saint-Michel, l’isolotto tidale, le maree, gli influssi lunari, ecco di nuovo il cielo nel nostro destino.
[1] Era vero il contrario, si trattava di una Venere lesa, segno di un avverso destino, la distruzione della casa, analogamente al riferimento letterario: “E come già a suo tempo l’astrologa che frequentava casa Deravines aveva previsto, riscontrando nelle nostre congiunture astrali una Venere lesa, ciò che ci unisce è, nel nostro prevedibile futuro, la comune vocazione alla solitudine. Angèle ed Ermes sono già da tempo immersi in questo limbo e vi galleggiano. […] Presto entrambi lasceranno la loro casa destinata alla distruzione, e nell’appartamento di città, in cui si trasferiranno, non resterà posto che per un pianoforte a muro, e sarà improponibile tornare ai fasti di un tempo.” (Paolo Maurensing, “Venere lesa”,1998)
Un luogo meraviglioso
Il 15 febbraio 1650 un anonimo gazzettiere di Anversa pubblicava quest’annuncio: “È morto in Svezia un folle che credeva di poter vivere quanto voleva”. Chi fosse quest’anonimo gazzettiere noi non sappiamo, e neppure perché avesse pubblicato un tale spregevole annuncio funebre. Possiamo fare soltanto delle supposizioni, ma esse ci porterebbero lontano, molto lontano dai fatti che andiamo narrando, che io Manlio Arditi vado narrando, per cui rimandiamo ovvero rimando ad altra sede una discussione su tale argomento. Qui, posso soltanto dire che il “folle” deceduto era il grande filosofo francese René Descartes, l’illustre personaggio storico, un grande, sulla cui tomba io mi ero recato nel mio viaggio a Parigi, quasi un pio pellegrinaggio. Oh, Descartes, il nome latinizzato, Cartesio!
Qualcheduno potrebbe trovare quest’ultima anomala invocazione leggermente tinta di una fosca coloritura buffonesca, ed io non saprei dargli torto. Ma non è forse un modo di approcciare la morte e il destino di un grande uomo di studi di Francia, il padre della filosofia moderna, con un atteggiamento tra il serio e il faceto, per chi come me, riferisco questo discorso alla mia persona, Manlio Arditi, non sapendosi all’altezza, non trova altro modo, un approccio, diciamo, leggero?
Eh? Continuo ancora un po' con questa musica, quasi a velare “un nascosto destino”. Quindi lancio un’invocazione alle anime prive del sangue della terra, che si raccolsero in giorni di un tempo forse mai esistito sulle rive di “un luogo meraviglioso”, quello descritto da Platone nel “Fedone”, nel “Gorgia” e nella “Repubblica”.
“Infatti l’anima se ne va nell’Ade, non portando nient’altro con sé se non la sua formazione spirituale – ecco perché io nella mia invocazione definisco le anime “prive del sangue della terra” – e il modo in cui ha vissuto, le quali cose, come si racconta, sono per i morti di grandissima utilità o di grandissimo danno, fin dal momento in cui cominciano il viaggio nell’altro mondo. E si racconta questo: subito dopo che uno è morto, il suo demone, quello cui fu affidato in custodia dalla sorte durante la vita, si accinge a condurlo verso un altro luogo, da dove le anime, dopo essersi raccolte e aver subito il giudizio, partono per il loro viaggio nell’Ade, con quella guida alla quale fu affidato il compito di accompagnare colà quelli che vengono di qua. Poi, dopo che hanno ricevuto tutto ciò che esse debbono ricevere, e dopo essere rimaste tutto il tempo in cui debbono rimanere, un’altra guida le accompagna nuovamente di qua, dopo molti e lunghi cicli di tempo. E la via non è davvero, come afferma il Telefo di Eschilo: egli dice, infatti, che una semplice via all’Ade conduce.” Mi fermo qui con la citazione del “Fedone”, 107de, per evitare l’ulteriore discussione sulla semplicità della via, che se fosse tale non avrebbe bisogno di guide.
Parla Zeus: “Ho costituito a giudici i miei tre figli: due dell’Asia, Minosse e Radamante, e uno dell’Europa, Eaco. Costoro, quando gli uomini saranno morti, li giudicheranno sul prato, dal cui trivio si dipartono due vie: l’una diretta alle Isole dei Beati, l’altra diretta al Tartaro.” (Gorgia, 524a) Quale la terza via? Verosimilmente quella da cui vengono gli uomini, quella che a nostro avviso parte dal cuore della terra.
Quest’immagine del “Gorgia” richiama quella degli “ascensori” del mito di Er nella “Repubblica”. Come, gli ascensori? Quelli a ridosso del luogo meraviglioso. “Un tempo, egli [Er] morto in battaglia fu raccolto in buono stato, mentre dieci giorni dopo venivano raccolti dal campo i cadaveri ormai decomposti. Ricondotto a casa, quando stavano per fargli il funerale, al dodicesimo giorno, già disteso sul rogo ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù nell’Ade. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, errò insieme a molte altre, e tutte giunsero in un luogo meraviglioso, dove c’erano due aperture comunicanti nel terreno e due altre simili nel cielo in corrispondenza delle prime. In mezzo ad esse erano seduti dei giudici.” Si tratta, a dirla in lingua moderna, di un sistema di quattro ascensori, da cui le anime salivano e scendevano, in attesa o a seguito del verdetto. Quindi raggiungevano la loro destinazione in cielo o agli inferi, a seconda del comportamento giusto o ingiusto tenuto in vita, per scontare le colpe o ricevere il premio per i loro meriti. “Tutte quelle che arrivavano successivamente sembravano reduci da un lungo viaggio e liete di essere giunte a quel prato, come chi si accampa per una festa solenne. Alcune, che si conoscevano, si scambiavano cenni di saluto, e quelle provenienti dalla terra si informavano dalle altre degli avvenimenti del cielo e viceversa. Le une facevano il loro racconto con gemiti e lacrime, e ricordavano quante e quali sofferenze avessero patito e visto durante il loro viaggio sottoterra – un viaggio di mille anni (caspita! l’esclamazione ovviamente è mia). Invece, le altre provenienti dal cielo, raccontavano le loro impressioni gioiose e le incredibili bellezze che avevano contemplato.” La mia esclamazione, devo dire, è stata resa possibile dalla mia modernità, quella che mi consente di avere la visione dantesca dello spettacolo infernale di diavoli, dannati e punizioni, specie quelle di contrappasso, e quindi comprendere lo sbigottimento delle anime finite sottoterra in quei gorghi spaventosi.
Quali le conclusioni su questi miti escatologici di Platone, che ci raccontano del destino delle anime dopo la morte e del giudizio finale? Avevamo parlato di un approccio leggero al tema, ma Cartesio? Che ne è del filosofo francese, dopo la mia improvvisa giravolta sul pensiero di Platone? Che cosa io davanti alla sua tomba, nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a Parigi? Come dire, a che serve raccontare della mia figura, Manlio Arditi, in quel luogo?
Sono interrogativi che ci lasciano sgomenti, no, perplessi, in relazione a questa mia confusione di idee e di pensieri. Ma, ohibò, cerchiamo di essere realisti! Immaginiamo la scena di un gruppetto di turisti, nostri connazionali, finiti in questo luogo ad ammirare le vetrate gotiche e l’organo a canne mirabilissimo dell’abbazia, che cosa essi davanti alla tomba di Cartesio? Quello è il luogo di sepoltura del filosofo, di cui l’Università a lui intestata nel quartiere ci dice della sua fama. E quindi? È ora di andare a pranzo, ragazzi, cerchiamo un bistrò qui vicino. È ovvio che se io m’intromettessi e dicessi loro che Cartesio era platonico e non aristotelico, un po' tutti del festoso gruppetto mi guarderebbero con aria diciamo alquanto stranita.
Il Sommo Bene
“Signore, Voi volete conoscere la mia opinione su tre cose: 1. che cosa è l’amore; 2. se il solo lume naturale ci insegna ad amare Dio; 3. quale dei due eccessi e cattivi usi è peggiore, quello dell’amore o quello dell’odio.” Così si rivolgeva René Descartes al suo amico Pierre Chanut, ambasciatore di Francia a Stoccolma, in una lettera da Egmond, Olanda, datata 1° febbraio 1647. Il terzo quesito, a cui doveva rispondere, era stato proposto direttamente dalla regina Cristina di Svezia.
Ed ecco che cosa scrive René al suo amico Pierre, in riferimento a Sua Altezza Reale: “Se poi vi domandassi in coscienza se amate quella grande Regina, presso la quale vi trovate attualmente, avreste un bel dire di provare per lei solo rispetto, venerazione, stupita ammirazione; non cesserei di credere che proviate per lei anche un ardentissimo affetto. Il vostro stile infatti scorre così bene, quando parlate di lei, pur credendo a tutto quello che ne dite, perché so che siete molto sincero e perché ne ho udito parlare anche da altri, non credo tuttavia che potreste descriverla come fate, se non provate per lei una grande devozione, né che potreste restare accanto ad una sì gran luce senza ricevere calore.” Che dire? Non vorremmo noi tutti essere Chanut? E stringerci accanto a quella grande Regina, da cui emana una grande luce e calore, a dire di Cartesio, prima di averla conosciuta di persona? Cristina di Svezia, la regina androgina. Oh! Come? Che dici?
Dobbiamo proporre un ritratto ufficiale di Cristina, ripreso da enciclopedie e testi vari, disadorno di altre da un punto di vista storico non rilevanti dicerie, come dire i suoi affari privati, oppure includere nel nostro ritratto anche questi ultimi?
Nacque a Stoccolma, figlia del Re Gustavo II Adolfo e Maria Eleonora di Brandeburgo, l’8 dicembre 1626. Il padre, il “leone del nord”, morì nel 1632 nella battaglia di Lützen, in Sassonia, durante la fase svedese della Guerra dei trent’anni, in cui era sceso in campo in difesa degli interessi e delle libertà protestanti. A sei anni, l’orfana salì sul trono. “Ebbe, per volontà del padre, educazione virile.” Sic! Ma chi scrive queste cose, che si contraddicono in termini, nelle enciclopedie on-line? Se il padre era morto, quando Cristina aveva sei anni, come faceva ad impartirle un’educazione virile? Aveva così scritto nel suo testamento, prima di morire? Noi sappiamo che c’era un tempo in cui gli uomini prevedevano la loro morte, nel senso che sapevano quando sarebbero morti, poi Zeus tolse loro questa facoltà: “Innanzi tutto – disse – dovrà essere tolta agli uomini la possibilità di prevedere la propria morte, dato che ora la prevedono, perciò ho già dato disposizione a Prometeo che tolga questa possibilità agli uomini.” E non mi venite a dire che Prometeo non ha eseguito le disposizioni ricevute da Zeus. Sì, è vero, si racconta che si ribellò agli dèi, rubando il fuoco, però… voi sapete quando morirete? Prima o dopo. Certo, così avrà pensato Gustavo II, che peraltro non aveva la possibilità d’interrogare la Sibilla, per sapere se sarebbe morto in battaglia. Anche la profetessa, poi, con quelle sue risposte sibilline… Sì, d’accordo, ma quale affidabilità ci può dare Platone, che nel “Gorgia” ci viene a raccontare questa storia di Prometeo? Al tempo di Crono, ma anche nei primi tempi di Zeus, i giudici d’oltre tomba erano vivi e giudicavano gli uomini ancora vivi, nel giorno stesso in cui dovevano morire. Pertanto, le sentenze erano mal date, ed ecco il correttivo di Zeus e le disposizioni date a Prometeo. Platone racconta favole ragionevoli.
E Gustavo II aveva dato per caso disposizioni ad Axel Oxenstierna, Grande Cancelliere di Svezia, d’impartire un’educazione virile alla figlia? Ethos antropoi daimon, Il carattere è il destino dell’uomo, come dire chi nasce tondo non può morire quadro, Cristina pare avesse questa natura androgina. Mah! E Cartesio?
“Ho appreso dal signor Chanut che a vostra Maestà piace che io abbia l’onore di esporle la mia opinione in merito al Sommo Bene, considerato nel senso che ne hanno parlato i filosofi antichi.” Il riferimento a Platone e ai neoplatonici, Plotino in primis, è chiaro, ma Cartesio era un fervente cattolico, al contrario del padre di Cristina, che i cattolici li aveva combattuti, lasciandoci la pelle. René Descartes spiega alla Regina di Svezia, nella lettera del 20 novembre 1647, che il Sommo Bene è Dio, perché è più perfetto delle cose create. [1] Gli antichi filosofi, non illuminati dalla Fede, non sapevano nulla della beatitudine soprannaturale e cercavano il Sommo Bene tra i beni di questa vita, vale a dire cercavano quale fra questi fosse quello supremo. Cartesio cita Zenone di Cizio, il fondatore della Stoa ed Epicuro, contrapponendo la virtù od onore del primo alla voluttà o piacere edonistico del secondo. Quindi esprime le sue riflessioni sul libero arbitrio, come dire la possibilità di scelta tra i beni spirituali e quelli materiali, e lo definisce la facoltà più nobile dell’uomo, in questo simile a Dio. Quindi, conclude di non voler ulteriormente dilungarsi, perché sa che sulla Regina incombono i numerosi affari di Stato, ma si offre di inviare i suoi scritti, in cui viene espresso più diffusamente il suo pensiero.
La lettera fu convincente, perché Cartesio ottenne l’invito di recarsi come ospite di Corte a Stoccolma, onde avere delle dirette conversazioni di filosofia con la Regina. Ma la domanda che giace sul fondo di questa storia della corrispondenza epistolare tra Cartesio e Cristina di Svezia, quella che intriga di più, è perché un filosofo francese di oltre cinquant’anni deve andare a soggiornare a Stoccolma, nel Palazzo Reale, per istruire una giovane Regina di ventitré anni.
La risposta a questo interrogativo ci viene data dalle cronache della Storia. Cristina voleva fare di Stoccolma la “Atene del Nord” e chiamò a Corte i più celebri letterati, filosofi e scienziati, fra cui Cartesio, Isaac Vossius, bibliotecario della Regina, figlio del teologo olandese Gerhard Johannes Voss, conosciuto come Vossius, Huig de Groot, latinizzato Grotius, il giurista fondatore della scuola del diritto naturale, ed altri.
Cartesio, dunque, accettò l’invito e nei primi giorni del mese di ottobre, dopo un mese di navigazione raggiunse Stoccolma, dove l’attendeva il suo destino. Le conversazioni con la Regina erano fissate alle cinque del mattino e il filosofo doveva attraversare i grandi cortili del Palazzo Reale nel gelo della notte. Si ammalò di polmonite e morì nel febbraio del 1650. Fu tumulato in un piccolo cimitero cattolico a nord di Stoccolma, dove le sue spoglie rimasero fino al 1666, quando i resti vennero riesumati e traslati a Parigi, nella chiesa di Sainte Geneviève-du-Mont, a ridosso dell’attuale Pantheon. Nel 1819, la salma fu trasferita nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Visitando la sua tomba, mi sono ritrovato nel silenzio della chiesa, immerso in questi pensieri. Quindi sono uscito e ho ricevuto la telefonata: “Allô?”
[1] Cartesio si rifà all’immagine di Dio, propria del cattolicesimo, anche se alla sua morte i suoi libri sono stati messi all’Indice. Alla domanda: “Chi è Dio?”, il catechismo della Chiesa cattolica risponde: “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.” Perché “perfettissimo”? Cartesio spiega che Dio è più perfetto delle cose create. E siccome Dio non poteva non fare una creazione perfetta, ecco che il Creatore è più perfetto, perfettissimo. Quello che però si voleva cogliere in questa particolarità del linguaggio è il confine tra l’umano e il divino, ovvero il discrimine tra il tempo e l’eterno. Il più che perfetto del verbo greco “vedere” rimanda a questa distinzione: “oida” significa ho visto e quindi so. Quello che accade e che lo sguardo umano vede nel tempo “presente”, nel tempo “più che perfetto” è già stato visto, nello sguardo dell’eterno è un passato già da sempre conosciuto.
Epilogo
È passato un anno da allora, ma ora soltanto ho avuto la forza di venire qui. Mi diceva: “Rossella, adesso che torniamo a Roma, devo andare a visitare la tomba di Cristina di Svezia, nella Basilica di San Pietro.” Mi aveva spiegato che dopo la morte di Cartesio, la Regina si era convertita al cattolicesimo e aveva abdicato al trono, trasferendosi a Roma, accolta dal Papa. Defunta era sta inumata in questa tomba, che sto guardando, aspettando Manlio, perché so che sta per venire. Vitaliano Cartapesta fu liberato e la scoperta della domus di Salvio Nerva, prefetto della Roma antica, gli recò fortuna, grazie all’intervento di una società svizzera, che investì i soldi nel recupero definitivo del sito archeologico, oggi abbastanza rinomato. Lorenza si riconciliò ed ora abitano nella casa di Manlio, che hanno acquistato con i soldi guadagnati dalla scoperta. Manlio, so che sta per venire da me. Ricordo quella prima volta, abitava vicino a casa mia e lo incontravo spesso, decisi di agganciarlo. Camminavo sul marciapiedi e lui mi veniva incontro, scese per lasciarmi il passo. Risi apertamente e al passaggio mi sporsi con la spalla per urtarlo. Si fermò a chiedermi scusa, ero sicura che lo facesse, gli piacevo, ma dovetti poi cercarlo io e ci mettemmo insieme. Come sono stata felice, quando mi chiese di andare a Parigi! Non mi sembrava vero. Furono giorni bellissimi, decidemmo di prolungare il soggiorno e andammo in Bretagna e in Normandia, ma già a Parigi cominciò a tossire. Quando andammo a visitare la Sorbona, aveva accessi acuti, si separava dal gruppo, e andava distante, per non disturbare con quei suoi violenti colpi di tosse. Gli passerà, pensavo. Al ritorno da Saint-Michel, fu colto da una violenta crisi respiratoria, ci fermammo a Rennes. Al pronto soccorso dell’ospedale, i medici che lo visitarono erano bui in volto, io non capivo quel che dicevano. Decisero di trasferirlo con un’ambulanza a Parigi. Salii con lui steso sulla lettiga, durante il viaggio gli tenevo la testa tra le mani e cercavo di parlargli. Aveva gli occhi chiusi, non rispondeva, respirava a fatica, un respiro che faceva paura, un rantolo, poi più nulla. Mi sembrava tutto così irreale e assurdo. Non ricordo altro, solo un flash, la bara che scendeva nella fossa, la benedizione del prete e il salmo:
“L’Eternel te gardera de tout mal,
il gardera ton âme.
L’Eternel gardera ton départ et ton arrivée,
dès maintenant et à jamais.”
Ora la sua anima, invisibile, non più rivestita dal corpo, verrà a incontrarmi, per compiere il nostro viaggio infinito, un viaggio di mille anni lassù in cielo.
LE DISSOLTE IDENTITÀ
PROLOGO
Non ricordo più bene chi sono, anzi chi sono stato, perché sono morto, sebbene continui a vivere. È una contraddizione, quest’ultima affermazione, ma soltanto nel linguaggio, non certo nella realtà. Provare per credere o forse credere per provare, è sempre meglio rovesciare un luogo comune. Comunque, chi sono? Anzi chi sono stato? Manlio Arditi. Ecco era questa la mia ultima identità, nel senso di quella appena lasciata, ma forse anche di altre, come dire l’ultima di una serie di tante altre identità. Sono morto sull’ambulanza, nel tragitto tra Rennes e Parigi, forse poco prima di entrare in città attraverso la Porte d’Auteuil, tra le braccia di Rossella.
Il nascosto del destino, la parte velata della sorte ora appare come un destino svelato: la mia morte. La mia compagna mi aspetta a San Pietro, davanti alla tomba di Cristina di Svezia, l’ambigua Regina che aveva abdicato in favore del cugino Carlo Gustavo. Io devo raggiungerla per il nostro viaggio infinito di mille anni, come dire l’eternità. Intanto, sono qui (dove?) a raccontare chi sono io, chi sono stato nella mia vita, una sorta di testamento scritto post mortem, o meglio un’autobiografia a mo’ di lascito spirituale. Ma a chi interesserà? Ai miei successori? Come dire agli appartenenti a un tempo successivo a quello della mia vita sulla terra.
MYSTERIUM VENERIS
Vitaliano Cartapesta, che sagoma! Ricordo ancora la scena nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, un flash che dura un’eternità: Vitaliano, le braccia tremanti sollevate in alto quasi a cerchio al di sopra della testa, le gambe divaricate come quelle di un cavallerizzo; poi l’immagine si muove, quei passi in avanti della sagoma barcollante e infine il tonfo e il fermo immagine. Ma quanto tempo durò quel blocco? Un’eternità, nel senso di un tempo lunghissimo per la ripresa dell’azione, il soccorso del caduto e il mio trascinarlo fuori con l’aiuto della dea. Ecco qui, i conti non tornano. Che significa con l’aiuto della dea? Avevo promesso di sciogliere i dubbi. Si trattava di una statua vivente, forse? Nel senso di quelle che si vedono in certe piazze di Roma e di altre grandi metropoli europee, ma anche in America, a New York, la statua della libertà, minimo un dollaro per una fotografia distante e prezzi superiori per altre pose con i turisti. No, sarebbe una buffonata. E poi, il malessere di Vitaliano?
(Segue)
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