lunedì 19 gennaio 2026

Narrativa

                                

            


            Le dissolte identità




14 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

IL FUTURO NASCOSTO
Il file "Un nascosto destino" è stato... spostato in coda a "Il libro di Attanasio" – Ehi, tu! – Che vuoi? – Perché ti sei intromesso? – Ormai è quasi una settimana che vai raccomandando che il file del giorno prima finisce in coda a “Il libro di Attanasio”. Ormai il ritornello lo sappiamo a memoria. – Sì, ma non credere che questo ritornello stia a significare “l’eterno “ritornello” dell’eguale”. – Come dici? – Non so fino a che punto “Il libro di Attanasio” possa contenere il tutto avvenire. – Parli dei limiti della blogosfera? – “Il futuro nascosto”. – Come? – Solo l’incipit, poi dobbiamo finire il racconto. – Va bene. – “All’inizio del II libro dell’Etica Nicomachea, Aristotele rileva che la virtù etica (ἀρετή ἠθικὴ) deriva il suo nome (ἦθος) da quello di abitudine (ἔθος), parola da cui differisce leggermente, e poi spiega che soltanto attraverso l’esercizio, possiamo acquisire l’abitudine e raggiungere la virtù. In tal modo viene evidenziato il carattere continuativo di una serie di azioni, che deve essere tradotto nel comportamento di una vita: “Una sola rondine non fa primavera” afferma, “così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità.” In questo passaggio si può cogliere quello che per Aristotele è il significato dell’ethos (ἦθος), termine che significa soggiorno o luogo abituale di dimora ed anche uso o costume (latino, mos-ris), motivo per cui noi lo traduciamo nella lingua italiana con “etico” o “morale”. L’abitualità ovvero la costanza di un comportamento di vita contraddistinguono quindi il “carattere” dell’uomo e l’obiettivo (“destino”) di felicità (εὐδαιμονία) da conseguire ovvero lo scopo finale dell’esistenza. Ora, vediamo come queste osservazioni di carattere generale si possano legare con le fasi alterne della vita ed i suoi imprevisti e con il destino particolare di ogni singolo individuo.”
(segue)

Silvio Minieri ha detto...

LE DISSOLTE IDENTITÀ

PROLOGO
Non ricordo più bene chi sono, anzi chi sono stato, perché sono morto, sebbene continui a vivere. È una contraddizione, quest’ultima affermazione, ma soltanto nel linguaggio, non certo nella realtà. Provare per credere o forse credere per provare, è sempre meglio rovesciare un luogo comune. Comunque, chi sono? Anzi chi sono stato? Manlio Arditi. Ecco era questa la mia ultima identità, nel senso di quella appena lasciata, ma forse anche di altre, come dire l’ultima di una serie di tante altre identità. Sono morto sull’ambulanza, nel tragitto tra Rennes e Parigi, forse poco prima di entrare in città attraverso la Porte d’Auteuil, tra le braccia di Rossella.
Il nascosto del destino, la parte velata della sorte ora appare come un destino svelato: la mia morte. La mia compagna mi aspetta a San Pietro, davanti alla tomba di Cristina di Svezia, l’ambigua Regina che aveva abdicato in favore del cugino Carlo Gustavo. Io devo raggiungerla per il nostro viaggio infinito di mille anni, come dire l’eternità. Intanto, sono qui (dove?) a raccontare chi sono io, chi sono stato nella mia vita, una sorta di testamento scritto post mortem, o meglio un’autobiografia a mo’ di lascito spirituale. Ma a chi interesserà? Ai miei successori? Come dire agli appartenenti a un tempo successivo a quello della mia vita sulla terra.

Silvio Minieri ha detto...

MYSTERIUM VENERIS
Vitaliano Cartapesta, che sagoma! Ricordo ancora la scena nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, un flash che dura un’eternità: Vitaliano, le braccia tremanti sollevate in alto quasi a cerchio al di sopra della testa, le gambe divaricate come quelle di un cavallerizzo; poi l’immagine si muove, quei passi in avanti della sagoma barcollante e infine il tonfo e il fermo immagine. Ma quanto tempo durò quel blocco? Un’eternità, nel senso di un tempo lunghissimo per la ripresa dell’azione, il soccorso del caduto e il mio trascinarlo fuori con l’aiuto della dea. Ecco qui, i conti non tornano. Che significa con l’aiuto della dea? Avevo promesso di sciogliere i dubbi. Si trattava di una statua vivente, forse? Nel senso di quelle che si vedono in certe piazze di Roma e di altre grandi metropoli europee, ma anche in America, a New York, la Statua della Libertà, minimo un dollaro per una fotografia distante e prezzi superiori per altre pose con i turisti. No, sarebbe una buffonata. E poi, il malessere di Vitaliano?
Siamo in ambiente cartesiano, allora procediamo per idee chiare e distinte. Quale l’evidenza? L’accaduto, il ricordo dell’accaduto. Se questa è la “evidenza” procediamo nella “analisi”: Vitaliano cade a terra stordito, io rimango immobile, infine mi muovo e soccorro Vitaliano con l’aiuto della dea, la divinità che abita la sua forma artistica, la statua di Venere. Chi si muove non è la statua, ma l’essere divino di cui la statua è immagine. Quella che io vedo muoversi è la Venus abscondita, come dire la divinità nascosta nella figura scultorea di marmo. Ecco, io e Vitaliano abbiamo visto e toccato la divinità di Venere. È un vedere e toccare che significa entrare in comunione con il dio, e la bellezza di Venere ha stordito e steso Vitaliano e catturato me. Con la fine della mia prigionia estatica, la dea mi ha concesso e aiutato a soccorrere il suo pio fedele, che pure ha così duramente colpito.

Silvio Minieri ha detto...

Ma perché? Perché Vitaliano ha subito una tale punizione divina, che lo ha condotto ai limiti della sua esistenza di mortale? Era un interrogativo sorgente nella mia coscienza, che m’inquietava e a cui cercai di dare risposta con caute e indirette allusioni, nel mio colloquio con il malato, mentre un po' alla volta si andava riprendendo. Stai riemergendo da uno stato di lunga incoscienza, Vitaliano, mormoravo. Prestavo orecchio, intanto, al suono indistinto delle parole che andava pronunciando nel delirio della febbre, cercando di captarne il senso, finché non riuscii a distinguerne una in maniera chiara e distinta: anasyrma.
Andai a controllare il significato della parola: ana-syrma si compone di ana-su e syrma-veste. È il gesto di sollevarsi la veste. Dovevo capire meglio, pertanto mi posi in ascolto al capezzale del mio amico semincosciente. Bau-bau o baobab era il refrain, tra altri suoni incomprensibili, almeno così mi sembrava di capire. Poi, all’improvviso, Vitaliano si sollevò a metà sul letto, l’espressione stravolta, e lanciò un urlo: “Baubò!” Rimasi per un attimo costernato, vedendolo ricadere sul letto esanime. Mi chinai a guardarlo, muoveva appena le labbra, era ancora vivo. Corsi a prendere un pezzo di stoffa, lo bagnai con l’acqua fredda e volevo applicarglielo sulla fronte, ma esitai, forse era meglio chiamare il medico. In quel frangente, rimasi sbigottito, quando vidi il corpo disteso del mio amico percorso da un violento brivido, come fosse stato colpito da una scossa elettrica, che lo squassò tutto. Non sapevo che cosa fare e allora gli appoggiai una mano sulla spalla, quando intervenne un secondo brivido meno violento che gli attraversò il corpo. Resistetti e feci pressione con la mano, che pure era stata smossa. Sembrò acquietarsi, vidi che muoveva le labbra, senza emettere suoni, mentre un sudore freddo m’imperlava la fronte, sentivo freddo, ma rimasi in quella posizione. Ebbe un sussulto breve, che avvertii anch’io, infine sentii come una folata di vento umido, che sollevatasi dal corpo disteso, mi attraversò, svanendo alle mie spalle. Ebbi quasi timore di voltarmi indietro e accennai appena a girare il capo, poi guardai di nuovo verso il letto. Vitaliano giaceva quieto e sembrava essersi addormentato, il respiro era regolare. Feci passare un po' di tempo e chiamai il medico per telefono, sarebbe venuto solo tra un’ora. Andai di nuovo a stare vicino al capezzale del mio amico e rimasi così in attesa.

Silvio Minieri ha detto...

Fui quasi sorpreso, quando sentii suonare alla porta. Al dottore dissi che la febbre era aumentata e il malato aveva delirato ed era stato colto anche da brividi. Il medico mi ascoltò senza rispondere, visitò il paziente auscultandone il petto con lo stetoscopio, poi gl’infilò il termometro sotto un’ascella. “Il battito del cuore è regolare,” disse, riponendo l’attrezzo. Quindi mi domandò: “Ha starnutito?” “No,” risposi. Rimase soprappensiero, attese un po', quindi rilevò il termometro e tenendolo di fronte a sé lesse la temperatura: “Regolare,” disse, “non ha febbre.” Ci allontanammo dal letto, io chiesi della parcella, lui non rispose, rifletteva. Quindi mi guardò: “Uno strano caso, questa febbre come è venuta così se n’è andata.” Ci avviammo nel corridoio, io rinnovai la richiesta di pagare. “Come l’altra volta, disse lui.” Pagai, ma questa volta si fermò a rilasciarmi la ricevuta, e prima di consegnarmela domandò: “Ma è sicuro che non abbia starnutito?” “Ha un’infiammazione bronchiale?” domandai a mia volta. “No,” rispose in maniera decisa.
Quando se ne andò, mi ricordai immediatamente dell’urlo di Vitaliano: “Baubò!” Andai a spiare in camera da letto, dormiva, mi ritirai e andai in salotto. Presi l’iPad e andai a controllare sul web: “Baubò.” È la dea dell’oscenità. Ricapitolai: anasyrma, il termine riconduce al gesto di sollevare la veste, il tema artistico proprio della Venere Callipigia, una scultura di epoca romana, copia della statua originale di epoca greco-alessandrina del III sec. a.C., Aphrodite Kallipygos. La dea è scolpita nell’atto di sollevare il peplo e voltarsi indietro a guardare.
Ovviamente, noi stiamo parlando di arte classica e mitologia, un mondo antico, di cui conserviamo preziose vestigia, ma nella contingenza, quella mia e di Vitaliano, noi vivevamo questa situazione. Se la prima regola del “Metodo” di Cartesio è quella di non accogliere mai come vera nessuna cosa che non sia evidente come tale, qui l’unica evidenza era l’accaduto nel sacellum della Venus abscondita, il “colpo” che aveva stordito Vitaliano e la conseguente febbre. Per andare oltre, bisognava seguire la seconda regola e quindi dividere le difficoltà nella maggior parte possibile, per trovare la migliore soluzione e così risolvere questo “Mysterium Veneris”. Gli elementi raccolti finora erano: anasyrma, Baubò, Aphrodite Kallipygos, ed era necessario sottoporli a una minuta analisi. Avvertii un senso di stanchezza e mi distesi sul divano del salotto, per prendere sonno, quando inopinatamente fui colto da un brivido di freddo ed emisi un forte starnuto.

Silvio Minieri ha detto...

UNA NUOVA ANIMA
La luce del giorno che filtrava dalla finestra mi ferì gli occhi, non appena mi svegliai, costringendomi ad abbassare le palpebre. Realizzai di stare nel salotto della casa di Vitaliano, mi alzai in piedi e mi stropicciai gli occhi, per svegliarmi completamente. Poi andai in camera sua, era seduto in mezzo al letto. Appena entrai seguì in silenzio, con lo sguardo rintontito, ogni mio movimento, quasi a volerne capire il significato. “Hai fame?” domandai. Fece cenno di sì con la testa. “Ti preparo la colazione,” dissi, e uscii.
“Sollecitata da venti sottili come da vini frizzanti, la mia anima starnutisce - starnutisce e grida a sé stessa giubilante: Salute!” Rientrai: “Hai detto qualcosa, Vitaliano?” Sollevò la testa dal cuscino e mi fissò in silenzio. “Scusa,” dissi, e uscii.
Con il passare dei giorni si riprese, riacquistò espressione nel volto, si rianimò, ormai stava meglio. Si alzava, andava in cucina, si preparava da mangiare con la spesa che facevo io. Quella volta, era seduto in mezzo al letto, stavamo parlando di come gestire la sua scoperta archeologica ed evitavamo di parlare del mysterium Veneris, che ancora ci teneva avvinti, un mistero sottaciuto tra noi, quello del sacellum. Sentimmo dei passi nel corridoio, ci guardammo in volto, sulla soglia della porta comparve Lorenza. Entrò, guardò Vitaliano ed esclamò: “Ma non è morto!” Io tagliai la corda.
Lontano da Vitaliano e dall’ambiente della sua casa, insistente sull’antica domus del prefetto Salvio Nerva, che custodiva il mistero divino del sacellum, con il passare del tempo, mi sentivo un po' alla volta come sempre più libero da quell’influsso numinoso, da cui sapevo di essere stato investito. Ripensai alla domanda ripetuta del medico sullo starnuto. Era stato lui a pronunziare quella frase o forse… no Vitaliano no … oppure io stesso? Possibile? Feci delle ricerche in casa tra i miei libri, mi arrovellavo, poi eccola là: “Sollecitata da venti sottili come da vini frizzanti, la mia anima starnutisce - starnutisce e grida a sé stessa giubilante: Salute!” Eh, sì! Era venuta fuori della mia mente, che l’aveva associata alla domanda ripetuta del medico, e suggestionato, credevo di averla sentita pronunciare, appena uscito dalla camera di Vitaliano. Avevo afferrato un filo, e tirandolo, cominciavo a svolgere il gomitolo. “Lo starnutire si riferisce al primo starnuto del neonato.” Così Jung inizia il suo commento al versetto ultimo del capitolo “Il ritorno”, parte III, dello “Zarathustra” di Nietzsche. E prosegue: “I primitivi ritengono che l’anima faccia il suo ingresso nel corpo in quell’istante, quando il bambino starnutisce per la prima volta dopo la nascita. Nella “Genesi” si afferma che Dio alitò il soffio vitale nelle narici di Adamo e in quell’istante egli divenne un’anima vivente. È l’istante in cui si starnutisce. Perciò, quando a un re negro capita di starnutire, tutti gli astanti s’inchinano per circa cinque minuti e si congratulano con lui, perché vuol dire che una nuova anima ha fatto ingresso in lui; in altre parole, un accrescimento di vita, libido, mana, energia vitale. È per questo motivo che ancora oggi a qualcuno che starnutisce diciamo: “Salute!” È l’antica idea archetipica, per cui quando starnutiamo, una nuova anima è entrata nel corpo. È un istante fortunato, ma anche pericoloso, perché non si è certi di quale genere di anima possa trattarsi, e dunque bisogna dire: “Prosit, alla salute, che la fortuna ti arrida”, sperando in questo modo di propiziarsi l’istante, di renderlo un istante fortunato. Potrebbe esserci un’anima ancestrale malvagia o una qualsiasi anima malvagia che aleggia su una certa persona, e con quell’augurio si cerca di impedirne l’ingresso, o di trasformare la sfortuna in fortuna.”

Silvio Minieri ha detto...

Ero molto soddisfatto, con un sorriso di compiacimento riposi il libro nello scaffale della libreria, e tornai al centro del mio studio, cercando di trovare l’applicazione concreta al mio caso, quello mio e di Vitaliano, del criterio guida appena appreso: la nuova anima che s’impossessa di noi al momento dello starnuto. Ero leggermente incerto e tornai verso lo scaffale, quasi per allungare la mano verso il libro con la copertina rossa che avevo appena riposto; ma non era quello il gesto, era piuttosto un desiderio di accarezzare il dorso del libro, come simbolicamente a voler dare un’amichevole pacca sulla spalla del suo autore, Jung, il buon medico svizzero, per la sapienza che mi aveva infuso. E fu in quell’istante che capii come lo “Jung” vivente non era quello morto del libro, ma l’altro, il medico che mi aveva interrogato sullo starnuto di Vitaliano, cioè che mi aveva domandato se Vitaliano avesse starnutito. In verità, a ripensarci bene, chi aveva starnutito era stato… chi era stato? Io. Non riuscivo a formulare correttamente la frase: “Era stato io”. Io, chi? Qui l’identità sembrava vacillare, la mia identità. Quale? Dovevo telefonare a quel medico, la soluzione era lì. Soltanto lui poteva chiarirmi questo dubbio. Quale?
Avevo capito che in Vitaliano era entrata una nuova anima, anche se non l’avevo sentito starnutire, almeno non ricordavo, ricordavo però che a starnutire ero stato io. Avevo una nuova anima? Di che cosa si trattava? E un pensiero latente sembrava affiorare in me dietro questi interrogativi. Composi il numero telefonico, quello ultimo che il medico mi aveva lasciato. Sentii lo squillo e poi una voce femminile: “Pronto, Melina.” M’impappinai e non seppi rispondere, articolando suoni confusi, a dirla con un ossimoro articolando suoni disarticolati. L’altra capì e mi soccorse: “Qui lo studio medico Mercuri, sono Melina.” “Oh, sì, il dottore,” dissi. “Il nome, e glielo passo.” “Arditi, cioè no, Cartapesta.” Seguì una pausa di silenzio e poi sentii la donna che diceva: “Arditi Cartapesta.” Seguirono alcuni rumori di fondo, e poi la voce del dottor Mercuri: “Sì, chi parla?” “Manlio Arditi, telefono per Cartapesta, ricorda?” “E come no?” Mi sentii rinfrancato: “Ricorda di avermi chiesto se avesse starnutito?” “Certo.” “Sì, dopo, ha starnutito.” “Dopo?” “Dopo che lei è andato via.” “Ma, ora, come sta?” “Sta meglio.” “Ah, bene!” “Però…” Non sapevo come continuare. “Se dovesse ancora starnutire e poi ammalarsi di nuovo, mi richiami.” “Mi dice un farmaco?” “Certo, l’elleboro, venti gocce, però con la ricetta.” “Grazie, dottore.” “Prego.” Il dottor Mercuri chiuse la comunicazione. Oh! Finalmente avevo la traccia, l’elleboro. Dalla terapia potevo risalire alla diagnosi e confermare il mio presentimento sul genere della malattia, pazzia, che aveva colpito Cartapesta e lambito me.

Silvio Minieri ha detto...

UN FANCIULLINO IMPAURITO
Lo scompartimento del treno subì alcuni scossoni, mentre vedevo sfilare fuori dal finestrino la campagna laziale e in alto una rete di fili elettrici. Era lo scambio del binario, a nord delle porte di Roma, dalla rotaia dell’alta velocità a quella ordinaria, che ci avrebbe poi condotto dopo un po' di tempo alla stazione Termini. Con la coda dell’occhio potevo osservare la bionda signora sulla cinquantina, che sedeva all’altro lato, con il compagno di fronte, un signore con gli occhiali alto e stempiato. Eravamo saliti insieme a Firenze, e sentendola parlare, mi ero fatta la convinzione che fosse americana. Aveva rimbrottato il compagno, quando avevano preso posto e sistemato il bagaglio sul reticolo in alto, e dopo aver parlato per un po’ all’inizio del viaggio, ricevendo soltanto risposte brevi o a monosillabi, si era acquietata mettendosi a leggere una rivista. Io ero tornato ai miei pensieri, poi d’un tratto l’uomo aveva starnutito, la donna aveva alzato la testa: “God bless you!” Il tono non era quello di buon auspicio: “Dio ti benedica.” Sembrava piuttosto un malaugurio: “Che ti esca l’anima!” Toh! Ho pensato a Lorenza, era stata lei una volta a pronunciare una tale espressione ovviamente nei confronti di Vitaliano. Ripeteva un’espressione popolare, senza necessità di erudirsi su testi junghiani. Se un’anima esce e non entra una nuova, il corpo giace esanime. Ma esiste poi questa dualità tra corpo e anima? Siamo in ambiente cartesiano, il trait-d’union è la glandola pineale. L’anima di un demone malvagio aveva squassato il corpo di Vitaliano, ma fortunatamente era uscita. Ed io? Mi sembravo un po' intontito. Ero andato a Firenze per dimenticare Roma, ma ora stavo tornando a Roma, e nel corso del viaggio mi dibattevo tra le tesi di Socrate e le obiezioni di Simmia e Cebete sull’immortalità dell’anima, che Platone riporta nel “Fedone”, 77b-e: “Tuttavia, se l’anima continuerà ad esistere anche dopo che noi saremo morti, non pare che sia stato dimostrato neanche a me, o Socrate. Resta sempre quello che Cebete obiettava poc’anzi, cioè quello che dice la gente, ossia che, non appena l’uomo muore, l’anima si dissolva, e che questo sia la fine della sua esistenza.” E Simmia riceve l’appoggio di Cebete: “Dici bene, o Simmia, - affermò Cebete. Mi pare proprio che si sia dimostrato solo la metà di quello che si doveva, cioè che la nostra anima esisteva prima che nascessimo; ma bisogna dimostrare anche che dopo che si è morti, l’anima continuerà ad esistere non meno di prima che nascessimo, se la dimostrazione vuol essere completa.” Ed ecco la risposta di Socrate, non certo conclusiva: “Ma questo è dimostrato fin d’ora, Simmia e Cebete – rispose Socrate -: basta che voi mettiate insieme quest’argomento con quello sul quale ci siamo già accordati, ossia che tutto ciò che è vivo nasce da ciò che è morto. Infatti, se l’anima esiste anche prima, ed è necessario che venendo essa in vita e nascendo, non da altro si generi se non dalla morte e dall’esser morto, allora, come non potrà essere necessario che essa continui ad esistere anche dopo la morte, dal momento che deve poi nuovamente nascere? Dunque, ciò che ora chiedete resta senz’altro dimostrato.” Ma i dubbi restano, e resteranno, infatti sono giunti fino a noi, sebbene Socrate si diverta a fare dell’ironia, insinuando che nei suoi amici vi sia un fanciullino impaurito: “Però, mi pare che tu e Simmia volentieri approfondireste questo argomento, e che abbiate paura, come i fanciulli, che davvero il vento, non appena l’anima esca dal corpo, se la porti via e disperda: specie se ad uno toccherà di morire non quando il vento sia in quiete, ma quando soffi una forte bufera.”

Silvio Minieri ha detto...

Guardavo sfilare, fuori dal finestrino del treno la campagna romana. Dove trascinava la mia anima il vento? Dovevo fare anch’io gli incantesimi, come ironizzava Socrate, al fanciullino impaurito della mia anima? Avevo parlato di questo passo del “Fedone” ad Antonella Capriglia, chiedendo perché, secondo lei, Socrate facesse dell’ironia sul vento di bufera che si porta via l’anima. Antonella, i capelli neri lunghi, gli occhi scuri, un sorrisetto ambiguo sulle labbra, mentre ascoltava me, un suo compagno d’ufficio – lavoravamo nello stesso laboratorio informatico, alle dipendenze di Giacometti, il nostro principale – che invece di parlare di lavoro o di attualità, se ne veniva fuori con Platone. Ed invero, io, Manlio Arditi, ormai prossimo alla soglia dantesca del mezzo cammino di vita, ero proprio da canzonare, con questo mio comportamento da “professore”. Però, avevo parlato del “Fedone” ad Antonella non a caso, ma provocato da lei: “Laura mi ha detto che sei un platonico.” Rividi la sua amica, non era il mio tipo, avevo parlato di filosofia, per allontanarla, ma quella si era avvicinata ancora di più; alla fine, vedendomi riottoso, aveva mollato: “Tu sei un tipo platonico, sei adatto per Antonella Capriglia.” Ed eccola, ora, Antonella, da cui attendevo la risposta, che io avevo in tasca. Come può un essere spirituale venire condotto via dal vento, un ente materiale?
Dopo avermi scrutato in viso, Antonella ha risposto: “Era Socrate che aveva paura della morte e cercava di convincere i suoi amici che l’anima è immortale, ma in verità cercava di convincere sé stesso.” E faceva pure dell’ironia! stavo per rispondere, ma poi ho detto: “Però ha bevuto la cicuta, con grande dignità.” “E tu credi che sia andata proprio così?” “La fonte è Platone.” “Ma se non era neppure presente! Parla per sentito dire.” La pausa pranzo era terminata e stavamo rientrando in ufficio. Non ho replicato, ero rimasto senza parole di fronte all’ultima battuta, dovevo controllare. Antonella mi ha guardato e vedendomi dubbioso, ha detto: “Se non ci credi, puoi chiedere a Rossella.” Ha riso e si è affrettata a rientrare in ufficio.
Che cosa dovevo più parlare di filosofia? In verità, sono andato a controllare. Il dialogo principale si svolge tra Echecrate e Fedone, parlano della morte di Socrate: “E chi erano quelli che erano presenti, o Fedone?” “Dei concittadini di Socrate c’erano il nostro Apollodoro, Critobulo e suo padre e c’erano anche Ermogene, Epigene, Eschine e Antistene, e poi c’erano Ctesippo di Peania, Menesseno e alcuni altri del luogo; Platone, credo, era ammalato.” (“Fedone”, 58b)

Silvio Minieri ha detto...

Rossella, una mia vicina, abita a pochi caseggiati distanti da me, un giorno c’eravamo pure incrociati sul marciapiedi, e un’altra volta, vedendomi, aveva detto: “Va in quell’ufficio?” Il laboratorio d’informatica di Giacometti è a pochi passi da casa. “Sì,” ho detto, “viene anche lei?” Si è messa a ridere e se n’è andata. Poi, un bel giorno, si è presentata nella sala del laboratorio, dove io e i miei colleghi siamo ognuno di noi seduti davanti a un computer. Deve avermi visto dalla strada, attraverso i vetri, ed è entrata. All’improvviso, me la sono trovata in piedi, accanto alla mia postazione: “Che cosa stai facendo?’” mi ha domandato, abbassandosi per guardare lo schermo. “Sto digitando il testo,” ho prontamente risposto. Si è accostata di più alla mia testa, per guardare meglio il monitor, poi si è risollevata, mettendosi dritta. “Un lavoro complesso,” ha commentato sorridendo. Mi guardava dall’alto in basso, perché ero seduto, bastava alzarsi per non stare in una posizione d’inferiorità, ma io non l’ho fatto. Ha indugiato un po' e poi si è allontanata, fermandosi in prossimità dell’uscita, quindi è tornata indietro di qualche passo e ha detto a voce alta: “Stasera non posso venire a cena.” Ha fatto un gesto, come per dire “un'altra volta” oppure “poi, ne parliamo meglio” e se n’è andata. Quelli seduti più vicino hanno seguito la scena, per me sorprendente e un tantino grottesca, non sapevo neppure come si chiamasse e non l’avevo certo invitata a cena, e invece il tono della breve conversazione era stato quello di una coppia di conoscenti, se non proprio fidanzati o sposati. Mah! Eppure sottilmente mi rimproveravo una sorta di comportamento omissivo, aver mancato di compiere l’azione attesa, vale a dire l’invito a cena.
Comunque non sono rimasto impreparato all’occasione seguente da lei creata. Quella volta, sembrava proprio mi stesse aspettando fuori dall’ufficio. Ho preso l’iniziativa e ho detto: “Ciao, come…” Mi ha interrotto: “Tu, come ti chiami?” “Manlio.” “Manlio, l’altra volta non sono potuta venire a cena.” “Ma io non ti avevo invitata!” “È per questo, appunto, perché non mi avevi invitata!” Il tono era nervoso. Ho sorriso: “T’invito, adesso.” “No, ora non posso, sabato sera, alle otto e mezzo.” Ha allungato il braccio destro sul mio collo, tirandomi a sé, e ha sfiorato la sua gota con la mia. “Sto al 75, sul citofono “Romani”, io sono Rossella,” ha detto prima di andarsene, indicando verso la strada dove abitavamo.

Silvio Minieri ha detto...

LA POSSESSIONE DIVINA
All’inizio, l’intesa fu perfetta o apparentemente tale: ero caduto nella sua rete, o meglio mi ero tuffato sulla rete dall’alto del trapezio, da cui in verità ero precipitato giù, ed ora sto cercando di trasformare la caduta in tuffo. Dopo i primi tempi, ognuno di noi due fu ripreso dalle proprie cure quotidiane e l’intesa si allentò un po'. Per uscire dall’isolamento di noi due in coppia, le avevo proposto di uscire una sera insieme con Vitaliano e Lorenza. Accettò volentieri, ma a cena vidi che si annoiava, sarà stato per i miei discorsi un po' troppo vaghi o forse perché la mia intesa con l’amico sembrava superare la nostra, sebbene il legame di amicizia fosse di tutt’altro genere rispetto a quello d’amore. Però, si sa, quest’ultimo è esclusivo e non ammette intrusioni d’altro genere: ma era intrusione quella di Vitaliano? Beh, sì! Anzi, no, era lui a dover fare i conti con una intrusione dall’alto, definiamola così, quel suo entusiasmo, proprio da chi è invasato dal dio, una divina mania, peraltro pericolosamente contagiosa. Ed era questo pericolo che avvertiva Rossella? O erano i miei discorsi astratti?
Cangiamila Francesco Emanuele, giurista e teologo palermitano del Settecento, nella sua “Embriologia sacra”, sostiene la tesi della creazione dell’anima immediatamente dopo la concezione, respingendo le dottrine che stabilivano l’inizio dell’animazione al settimo o al quarantesimo giorno. Egli contestò la tesi del traducianesimo, per il quale sono i genitori a trasmettere l’anima ai figli e ogni altra teoria della germinazione spontanea, come può ritenersi ad esempio quella delle omeomerie di Anassagora. Che cosa in origine? “Bisogna scavare a fondo il terreno della storia, per estrarne i segreti, Manlio,” era il commento estemporaneo di Vitaliano a questi miei discorsi sull’anima, mentre fissava me e Rossella con uno sguardo che allora ci appariva indecifrabile, ma che si doveva rivelare abbastanza esplicito alla luce di quanto poi venuto allo scoperto. Ecco perché male interpretavamo l’espressione insofferente di Lorenza a queste sue parole, per lei chiaramente allusive a quella “sotterranea” attività del marito. Vitaliano era stato contagiato da una pazzia divina, e secondo me in concreto posseduto da Baubò, la dea dell’oscenità, che nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, cozzando contro lo spirito della Venere celeste, era stato atterrato d’un solo colpo quasi mortale. Nel “Simposio”, Platone così distingue un’Afrodite del cielo priva di ogni brutalità da quella pandemia, che si accompagna a tutti del popolo (pan-demos), come suggerisce l’etimo. Ed io? Io posso soltanto dire che dopo quel mio starnuto sul divano di casa Cartapesta ero diventato un altro: Cartesio? Ma no! E nel dire così io capisco che come puro spirito, anima nuda, un demone mi conduce, quello a cui fui affidato in custodia dalla sorte, che io stesso avevo scelto, ma che poi avevo dimenticato, oltrepassando il fiume dell’oblio.

Silvio Minieri ha detto...

FRAMMENTI LUMINOSI
“Il cielo appariva ricoperto da un’uniforme coltre di nubi e l’aria era carica di umidità. Guardò in direzione di Marina di Ponte. Nella scura distesa del mare, distante dalla linea di terra della riva, era ormeggiato un battello splendente di decorazioni di luci. Si udiva l’eco dei botti e, dopo il fischio acuto che accompagnava la corsa a razzo dello stelo luminoso in verticale verso l’alto, si aprivano espandendosi veloci nel cielo della sera i vividi raggi multicolori di un’abbagliante e immensa stella, a cui seguiva una cascata di parabole luminose che si andavano spegnendo nella caduta.”
Ecco, forse prendendo a prestito immagini mie e di altri, io posso paragonare la coscienza, in cui si dissolvono le identità, a un insieme di frammenti luminosi di vivido splendore nello sfondo nero della notte, una scena su cui si avvicendano i cangianti colori dell’aurora boreale. Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.

F I N E

Silvio Minieri ha detto...

LA RAGAZZA DI FRANCOFORTE
Nel rileggere i quattro racconti del ciclo “Bellarmino”, che seguono i due del ciclo “Scardanelli”, mi rendo conto che diverse zone d’ombra dei luoghi narrativi di entrambi i cicli non sono stati illuminate a sufficienza, lasciando enigmi non risolti, di cui senz’altro il lettore troverà soluzioni migliori delle mie. Intanto, io qui mi vorrei limitare a commentare l’Epilogo di “Le dissolte identità”, ovverosia “Frammenti luminosi” e prima ancora il “Prologo” e il primo capitolo, “L’approccio e la fuga” di “Abscondita dea”, qui di seguito riportati.
Nel “Prologo” il narratore si descrive come personaggio in azione e in questo modo ha la possibilità d’incontrare un personaggio della sua narrazione, che ha ragione di ritenere sia Elisabetta Del Tullio. Da dove gli deriva questa ragione? Verosimilmente dal fatto che il narratore è l’autore e quindi il creatore del contesto narrativo. Avvicinandoci, quindi, noi (io e il lettore) al piano della “realtà”, a cui risaliamo da quello della “finzione”, dobbiamo o meglio io debbo rispondere al quesito fino a che punto il mio personaggio sia reale nella sua finzione (raffigurazione). E qui la contrapposizione tra realtà e finzione si muta nell’altra tra “verità” e “falsità”. Dico subito che mi sono ispirato a un personaggio vero, ovvero che l’episodio della connazionale alla portineria dell’albergo di Francoforte è ripreso dal vero, nel senso che allora la giovane diede qualche piccola pratica informazione e basta. E allora perché a distanza di anni quel ricordo è venuto fuori? Semplice, si può pensare, la ragazza ti ha colpito e non l’hai dimenticata. Certo, è semplice, forse un po' troppo semplice. Il mondo è disseminato di gentili donzelle, che incontri nelle reception dei vari alberghi d’Europa e altrove, ma anche di sgradevoli, fortunatamente di meno. E allora, perché quella in particolare? Vediamo un po'. Dovendo (volendo) ambientare la storia a Francoforte, mi sono ricordato di quella giovane, che si limitò a dare indicazioni a dei connazionali, e io ci ho ricamato sopra la storia di Roberto Bellarmino e i suoi calzini grigi, anzi il suo non indossare calzini e non solo grigi.

Silvio Minieri ha detto...

LA RAGAZZA DI FRANCOFORTE
Nel rileggere i quattro racconti del ciclo “Bellarmino”, che seguono i due del ciclo “Scardanelli”, mi rendo conto che diverse zone d’ombra dei luoghi narrativi di entrambi i cicli non sono stati illuminate a sufficienza, lasciando enigmi non risolti, di cui senz’altro il lettore troverà soluzioni migliori delle mie. Intanto, io qui mi vorrei limitare a commentare l’Epilogo di “Le dissolte identità”, ovverosia “Frammenti luminosi” e prima ancora il “Prologo” e il primo capitolo, “L’approccio e la fuga” di “Abscondita dea”, qui di seguito riportati.
Nel “Prologo” il narratore si descrive come personaggio in azione e in questo modo ha la possibilità d’incontrare un personaggio della sua narrazione, che ha ragione di ritenere sia Elisabetta Del Tullio. Da dove gli deriva questa ragione? Verosimilmente dal fatto che il narratore è l’autore e quindi il creatore del contesto narrativo. Avvicinandoci, quindi, noi (io e il lettore) al piano della “realtà”, a cui risaliamo da quello della “finzione”, dobbiamo o meglio io debbo rispondere al quesito fino a che punto il mio personaggio sia reale nella sua finzione (raffigurazione). E qui la contrapposizione tra realtà e finzione si muta nell’altra tra “verità” e “falsità”. Dico subito che mi sono ispirato a un personaggio vero, ovvero che l’episodio della connazionale alla portineria dell’albergo di Francoforte è ripreso dal vero, nel senso che allora la giovane diede qualche piccola pratica informazione e basta. E allora perché a distanza di anni quel ricordo è venuto fuori? Semplice, si può pensare, la ragazza ti ha colpito e non l’hai dimenticata. Certo, è semplice, forse un po' troppo semplice. Il mondo è disseminato di gentili donzelle, che incontri nelle reception dei vari alberghi d’Europa e altrove, ma anche di sgradevoli, fortunatamente di meno. E allora, perché quella in particolare? Vediamo un po'. Dovendo (volendo) ambientare la storia a Francoforte, mi sono ricordato di quella giovane, che si limitò a dare indicazioni a dei connazionali, e io ci ho ricamato sopra la storia di Roberto Bellarmino e i suoi calzini grigi, anzi il suo non indossare calzini e non solo grigi.
(Segue)