IL PECORAIO Scardanelli. Un fantasma letterario divenuto personaggio.
Ultimamente, abbiamo parlato del fantasma “Scardanelli”, uno pseudonimo adottato dal poeta Hölderlin, divenuto un fantasma poetico e quindi personaggio. Abbiamo parlato del riferimento ad un calzolaio Scardanelli, nel film di Dino Risi: “Anima persa”, dovuto ad una battuta del protagonista, impersonato da Vittorio Gassmann. Riservandoci di parlare del fantasma e personaggio Scardanelli, prendiamo a prestito ora questa figura letteraria, per adattarla ai nostri soliloqui, anzi a questo breve soliloquio, interrotto l’altra volta. – Quando? – L’altra volta, giorni fa, quando ti ho incontrato e salutato e tu hai fatto finta di non sapere che ti avevo riconosciuto. – Questa è una tua interpretazione. – Ah, sì! e meno male che esiste un blogger, che tutto registra nella sua memoria. – Che cosa ha registrato costui? – Non essere irrispettoso, potrebbe annullarti. – Impossibile. – Perché? – Annullerebbe sé stesso. – Un personita, per giunta inesistente come persona, la frazione di un’entità logica. – L’altra sei tu. – Però a te irriducibile. – Il tizio che cosa ha conservato in memoria? – Ecco: “Ciao Scardanelli, dove vai? – Che dici? – Ti ho chiesto dove stai andando. – Sì, ma mi hai chiamato Scardanelli. – Perché? Non avevi detto di esserlo. – Io? – Sì, l’altra volta. – Quando? – Nello spazio-tempo di uno o due giorni fa, non ricordi? – No, o forse sì, ma non posso più rispondere di quel mio personita, una parte temporale della mia persona. – Ho capito, non sei Scardanelli, ma Scordarelli.” – Tutto qui? – Sì. – Dove stavo andando? – Io stavo andando, tu stavi tornando. – Da dove? – Dal Centro Commerciale. – E che cosa ero andato a fare? – Se mi domandi quello che hai fatto, ed io so quello che hai fatto, allora vuol dire che noi sappiamo l’uno dell’altro, ed ognuno di noi due è una parte contigua all’altra parte, che forma un tutt’uno, un io. – Certo, quell’io di cui tu hai detto: “Eppure io, che sono io, so che tu sai, e tu sai che io so, quello che è accaduto qualche giorno fa.” Ed io avevo replicato: “Che cosa significa, io che sono io?” – Abbiamo finito? – Sì. – Arriviamo al sodo. – L’uovo che abbiamo fatto e adesso possiamo starnazzare? – Starnazza. – Tocca a te starnazzare, perché tu sei quello che stava andando ed io quello che stava tornando. – Tu eri indiziato di essere “Scardanelli”. – Raccontiamo l’episodio. – Tu avevi dimenticato che la volta precedente, eri tu che stavi andando, e andando hai incontrato Scardanelli. – Quindi non ero io questo calzolaio o falegname o poeta o sconosciuto attore defunto, che Hölderlin aveva scelto come identità per il suo stato di follia, in cui aveva smarrito l’io interiore. – Precisiamo: il calzolaio non è attestato altrove, rispetto alla nostra fonte.
– Il falegname era Zimmer, il cameriere. – Ma quale cameriere! – Scusa, ma Zimmer non vuol dire “camera”? – E allora? – Se vai sul lago di Garda, la lingua principale è il tedesco: affittano prima le Zimmer e poi le camere. – Quelli pagano. – Ma che stavamo dicendo? – Allora, chiariamo. Nell’autunno del 1807, dopo aver trascorso alcuni mesi nella clinica psichiatrica del professor Ferdinand Autenrieth, Friedrich Hölderlin fu affidato alle cure della famiglia del falegname Ernst Zimmer e rinchiuso nella torre di Tubinga, dove cambiò identità, e divenne Scardanelli. – E tu o io l’abbiamo incontrato sul viale che conduce al Centro Commerciale. – Sì, Scardanelli ci ha scutato in volto, sembrava riconoscerci. – In che senso? – Sapeva che noi sapevamo di lui. – Che cosa sapevamo? – Non sapevamo niente. – L’episodio è anodino. – Forse ci licenziano. – Anzi, facciamo una cosa, licenziamoci noi. – Sì, però, prima ci tocca l’annuncio. – Quale? – Quello di primaria importanza. – Ah, sì! – Allora? – “Gentili lettrici e gentili lettori, nei prossimi giorni, il blogger pubblicherà alcuni suoi scritti sul personaggio “Scardanelli”, peraltro già pubblicati diverse volte in passato.” – Un’ultima cosa? – Sì? – Chi era quello Scardanelli dell’altro giorno. – Vuoi proprio saperlo? – Sì. – Il pecoraio in pensione. – Quale? – Quello del casolare della campagna qui vicino, dove pascolano le pecore. – Nel cuore di Roma? – Sì, le pecore che curano l’habitat, brucando l’erba, consentendo al Comune, almeno all’amministrazione di qualche anno fa, di non assumere giardinieri, che graverebbero sul bilancio capitolino. – E perché Scardanelli, il pecoraio, ha colpito tanto la tua fantasia? – Perché era uguale a te. – Sì, un vecchio bacucco con il cappuccio di lana in testa. – Ecco! – Eri tu. – No tu. – Ciao, pecoraio. – Ciao, Scardanelli, ci vediamo.
L’IO Nel soliloquio “Il pecoraio”, molto raffazzonato – ma può non essere raffazzonato un soliloquio, flusso coscienziale, ma anche in-coscienziale, di immagini in parole? – abbiamo discusso dell’io, il tu, e il nome. Lasciando perdere il nome, per il momento, parliamo dell’io e del tu, nel soliloquio. Intanto, consultiamo il web e citiamo qualche fonte: “Benveniste è noto soprattutto per la sua idea di enunciazione. A metà strada fra generali sistemi linguistici e modi in cui essi vengono adoperati dai singoli individui, nell’interstizio cioè di quei due lati del linguaggio che Saussure chiamava langue e parole, ci sta, secondo Benveniste, un’istanza che egli chiama discorso: è la lingua inserita nelle situazioni tangibili in cui viene utilizzata e che, in qualche modo, essa inscrive al proprio interno. Sembra difficile, ma è abbastanza evidente. Prendiamo il caso dei pronomi personali, une delle poche entità a carattere universale, una forma grammaticale da cui nessuna lingua può prescindere. Non c’è lingua, riscontra Benveniste, in cui non ci sia qualcosa come un ‘io’ (segno corrispondente a colui che sta parlando, e che cambia quando costui cessa d’esprimersi), qualcosa come un ‘tu’ (corrispondente a colui che ascolta, diventando ‘io’ se prende la parola) e, conseguentemente, qualcosa come un ‘egli’ (definibile come colui che non è né ‘io’ né ‘tu’, una non-persona la chiama il linguista). Come dire che non c’è interlocuzione possibile senza quest’apparato pronominale minimo (presente nella grammatica linguistica) che si realizza solo nella comunicazione concreta. A metà strada, appunto, fra sistema linguistico e atto di parola. Come del resto altre parti della grammatica, come le forme verbali e i dimostrativi, che non possono prendere a significare senza un ‘qui’ e un ‘ora’ che mutano a ogni variare della situazione. Proferire un discorso è mettere in opera la lingua, la quale, però, ha previsto in anticipo quest’atto di enunciazione.” https://www.doppiozero.com/emile-benveniste-io-e-chi-dice-io “Émile Benveniste: io è chi dice io”, Gianfranco Marrone, 6 Luglio 2023. Chi è Benviste? Emile Benveniste nacque ad Aleppo il 27 gennaio 1902. Ricordato come persona dai modi sobri e riservati, morì a Versailles il 3 ottobre 1976, a sette anni di distanza dall’attacco che lo paralizzò e lo rese afasico, privando, come ricorda commosso Tristano Bolelli, l’uomo che aveva scrutato i segreti della parola, della possibilità di comunicare e di esprimersi (T. Bolelli, Emile Benveniste. Discorso commemorativo pronunciato dal Linceo Tristano Bolelli nella Seduta ordinaria del 18 novembre 1977, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1978, p.16). Allievo di Meillet e suo successore all’Ecole Pratique des Hautes Etudes e al Collège de France, Benveniste fu ricercatore geniale e indipendente che divise equamente il proprio impegno di studioso tra le ricerche di linguistica storica e quelle di linguistica generale. In particolare, la linguistica storica deve a Benveniste una rinnovata conoscenza delle lingue iraniche e la definizione di un metodo di ricostruzione culturale che culminò nel Vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969). È questa un’opera che si è rivelata estremamente feconda, divenendo fonte privilegiata per chiunque intenda ripercorrere la storia di alcuni dei concetti costitutivi del mondo occidentale. L’altra opera a cui Benveniste deve la propria fama è Problemi di linguistica generale (vol. I, 1966; vol. II, 1974), in cui sono raccolti gli articoli più importanti relativi all’esame delle lingue moderne, allo statuto della linguistica come disciplina autonoma e al rapporto tra la linguistica e le più importanti scuole con cui Benveniste si è confrontato: in particolare strutturalismo, filosofia analitica e psicoanalisi. https://www.fondazionesancarlo.it/ciclo-di-lezioni/emile-benveniste/
IL NOME Nel nome si nasconde un’insidia per tutta la filosofia analitica, la filosofia del linguaggio, la teoria del discorso: l’insidia è il nome stesso. “Per la semantica nata da Frege, i nomi propri logici designano degli esseri reali. “Socrate” è il nome di Socrate reale. Il nome è come un’etichetta incollata alla cosa.” (Paul Ricoeur, “Sé come un altro”, Jaka Book, 2020, nota, p. 105) Socrate lo conosciamo tutti, Émile Benviste i linguisti, Récanati non so, Scardanelli, abbiamo imparato a conoscerlo, e gli altri? Per esempio, Lafleur. I frequentatori del Blog sanno di Lafleur, pochi, pochissimi, forse nessuno, ma gli altri? I nomi degli esseri fittizi richiedono un discorso a parte, diciamo che bisogna conoscerne la storia, ovvero la trama del racconto che ci parla di loro, e ne fanno un personaggio con un nome. Se noi non conoscessimo la storia di Lorenzo Tramaglino, non potremmo mai capire chi è il Renzo dei “Promessi Sposi”, sentendolo solo nominare. Già, infatti, Renzo e Lucia ci dice qualcosa, quel qualcosa che ne fa una coppia, molto simile all’altra: Fermo e Lucia. Chi è il Fermo di “Fermo e Lucia”? Noi non abbiamo conosciuto la loro storia, almeno io, forse ne potremmo scoprire qualche frammento con una interrogazione digitale. Proviamo, dunque. Una prima occhiata al web ci fa capire che la storia di Fermo e Lucia è la stessa storia di Renzo e Lucia, e se guardiamo le date, scopriamo che l’autore non è lo stesso. Infatti, riconsultando il web, raccogliamo questa informazione: “Il Fermo e Lucia è un romanzo storico, scritto da Alessandro Manzoni tra il 1821 e il 1823, mai pubblicato in vita dall'autore. Fu pubblicato solo nel 1916 con il titolo Gli sposi promessi. Prima redazione del successivo I promessi sposi, al quale Manzoni lavorò per anni prima di approdare alla redazione definitiva del 1840, il Fermo e Lucia è stato a lungo ritenuto un semplice preludio di preparazione al romanzo più celebre. Si tratta in realtà di una versione molto diversa, più lunga e articolata, tanto che oggi si è inclini a leggerlo come un'opera a sé stante.” Rispetto all’unitarietà della storia raccontata, una storia di finzione con elementi di verità e descrizione di fatti storici, se i personaggi hanno nomi diversi, Fermo Spolino e Lucia Zarella, e non Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella, quello che cambia è l’autore. Non abbiamo più il Manzoni del 1840, edizione definitiva dei “Promessi Sposi”, ma il suo personita estinto del 1823. Sorge, qui, l’interrogativo, se anche le persone dei personaggi di finzione hanno i loro personiti, e in tal senso è come domandarsi se Fermo e Lucia del 1823 siano i personiti di Renzo e Lucia del 1840. Il discorso, allora, diventa più complesso rispetto all’interrelazione tra l’autore e i suoi personaggi. Proviamo a consultare qualche testo di narratologia. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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IL PECORAIO
Scardanelli. Un fantasma letterario divenuto personaggio.
Ultimamente, abbiamo parlato del fantasma “Scardanelli”, uno pseudonimo adottato dal poeta Hölderlin, divenuto un fantasma poetico e quindi personaggio. Abbiamo parlato del riferimento ad un calzolaio Scardanelli, nel film di Dino Risi: “Anima persa”, dovuto ad una battuta del protagonista, impersonato da Vittorio Gassmann. Riservandoci di parlare del fantasma e personaggio Scardanelli, prendiamo a prestito ora questa figura letteraria, per adattarla ai nostri soliloqui, anzi a questo breve soliloquio, interrotto l’altra volta. – Quando? – L’altra volta, giorni fa, quando ti ho incontrato e salutato e tu hai fatto finta di non sapere che ti avevo riconosciuto. – Questa è una tua interpretazione. – Ah, sì! e meno male che esiste un blogger, che tutto registra nella sua memoria. – Che cosa ha registrato costui? – Non essere irrispettoso, potrebbe annullarti. – Impossibile. – Perché? – Annullerebbe sé stesso. – Un personita, per giunta inesistente come persona, la frazione di un’entità logica. – L’altra sei tu. – Però a te irriducibile. – Il tizio che cosa ha conservato in memoria? – Ecco: “Ciao Scardanelli, dove vai? – Che dici? – Ti ho chiesto dove stai andando. – Sì, ma mi hai chiamato Scardanelli. – Perché? Non avevi detto di esserlo. – Io? – Sì, l’altra volta. – Quando? – Nello spazio-tempo di uno o due giorni fa, non ricordi? – No, o forse sì, ma non posso più rispondere di quel mio personita, una parte temporale della mia persona. – Ho capito, non sei Scardanelli, ma Scordarelli.” – Tutto qui? – Sì. – Dove stavo andando? – Io stavo andando, tu stavi tornando. – Da dove? – Dal Centro Commerciale. – E che cosa ero andato a fare? – Se mi domandi quello che hai fatto, ed io so quello che hai fatto, allora vuol dire che noi sappiamo l’uno dell’altro, ed ognuno di noi due è una parte contigua all’altra parte, che forma un tutt’uno, un io. – Certo, quell’io di cui tu hai detto: “Eppure io, che sono io, so che tu sai, e tu sai che io so, quello che è accaduto qualche giorno fa.” Ed io avevo replicato: “Che cosa significa, io che sono io?” – Abbiamo finito? – Sì. – Arriviamo al sodo. – L’uovo che abbiamo fatto e adesso possiamo starnazzare? – Starnazza. – Tocca a te starnazzare, perché tu sei quello che stava andando ed io quello che stava tornando. – Tu eri indiziato di essere “Scardanelli”. – Raccontiamo l’episodio. – Tu avevi dimenticato che la volta precedente, eri tu che stavi andando, e andando hai incontrato Scardanelli. – Quindi non ero io questo calzolaio o falegname o poeta o sconosciuto attore defunto, che Hölderlin aveva scelto come identità per il suo stato di follia, in cui aveva smarrito l’io interiore. – Precisiamo: il calzolaio non è attestato altrove, rispetto alla nostra fonte.
– Il falegname era Zimmer, il cameriere. – Ma quale cameriere! – Scusa, ma Zimmer non vuol dire “camera”? – E allora? – Se vai sul lago di Garda, la lingua principale è il tedesco: affittano prima le Zimmer e poi le camere. – Quelli pagano. – Ma che stavamo dicendo? – Allora, chiariamo. Nell’autunno del 1807, dopo aver trascorso alcuni mesi nella clinica psichiatrica del professor Ferdinand Autenrieth, Friedrich Hölderlin fu affidato alle cure della famiglia del falegname Ernst Zimmer e rinchiuso nella torre di Tubinga, dove cambiò identità, e divenne Scardanelli. – E tu o io l’abbiamo incontrato sul viale che conduce al Centro Commerciale. – Sì, Scardanelli ci ha scutato in volto, sembrava riconoscerci. – In che senso? – Sapeva che noi sapevamo di lui. – Che cosa sapevamo? – Non sapevamo niente. – L’episodio è anodino. – Forse ci licenziano. – Anzi, facciamo una cosa, licenziamoci noi. – Sì, però, prima ci tocca l’annuncio. – Quale? – Quello di primaria importanza. – Ah, sì! – Allora? – “Gentili lettrici e gentili lettori, nei prossimi giorni, il blogger pubblicherà alcuni suoi scritti sul personaggio “Scardanelli”, peraltro già pubblicati diverse volte in passato.” – Un’ultima cosa? – Sì? – Chi era quello Scardanelli dell’altro giorno. – Vuoi proprio saperlo? – Sì. – Il pecoraio in pensione. – Quale? – Quello del casolare della campagna qui vicino, dove pascolano le pecore. – Nel cuore di Roma? – Sì, le pecore che curano l’habitat, brucando l’erba, consentendo al Comune, almeno all’amministrazione di qualche anno fa, di non assumere giardinieri, che graverebbero sul bilancio capitolino. – E perché Scardanelli, il pecoraio, ha colpito tanto la tua fantasia? – Perché era uguale a te. – Sì, un vecchio bacucco con il cappuccio di lana in testa. – Ecco! – Eri tu. – No tu. – Ciao, pecoraio. – Ciao, Scardanelli, ci vediamo.
L’IO E IL NOME
L’IO
Nel soliloquio “Il pecoraio”, molto raffazzonato – ma può non essere raffazzonato un soliloquio, flusso coscienziale, ma anche in-coscienziale, di immagini in parole? – abbiamo discusso dell’io, il tu, e il nome. Lasciando perdere il nome, per il momento, parliamo dell’io e del tu, nel soliloquio. Intanto, consultiamo il web e citiamo qualche fonte: “Benveniste è noto soprattutto per la sua idea di enunciazione. A metà strada fra generali sistemi linguistici e modi in cui essi vengono adoperati dai singoli individui, nell’interstizio cioè di quei due lati del linguaggio che Saussure chiamava langue e parole, ci sta, secondo Benveniste, un’istanza che egli chiama discorso: è la lingua inserita nelle situazioni tangibili in cui viene utilizzata e che, in qualche modo, essa inscrive al proprio interno. Sembra difficile, ma è abbastanza evidente. Prendiamo il caso dei pronomi personali, une delle poche entità a carattere universale, una forma grammaticale da cui nessuna lingua può prescindere. Non c’è lingua, riscontra Benveniste, in cui non ci sia qualcosa come un ‘io’ (segno corrispondente a colui che sta parlando, e che cambia quando costui cessa d’esprimersi), qualcosa come un ‘tu’ (corrispondente a colui che ascolta, diventando ‘io’ se prende la parola) e, conseguentemente, qualcosa come un ‘egli’ (definibile come colui che non è né ‘io’ né ‘tu’, una non-persona la chiama il linguista). Come dire che non c’è interlocuzione possibile senza quest’apparato pronominale minimo (presente nella grammatica linguistica) che si realizza solo nella comunicazione concreta. A metà strada, appunto, fra sistema linguistico e atto di parola. Come del resto altre parti della grammatica, come le forme verbali e i dimostrativi, che non possono prendere a significare senza un ‘qui’ e un ‘ora’ che mutano a ogni variare della situazione. Proferire un discorso è mettere in opera la lingua, la quale, però, ha previsto in anticipo quest’atto di enunciazione.” https://www.doppiozero.com/emile-benveniste-io-e-chi-dice-io
“Émile Benveniste: io è chi dice io”, Gianfranco Marrone, 6 Luglio 2023.
Chi è Benviste? Emile Benveniste nacque ad Aleppo il 27 gennaio 1902. Ricordato come persona dai modi sobri e riservati, morì a Versailles il 3 ottobre 1976, a sette anni di distanza dall’attacco che lo paralizzò e lo rese afasico, privando, come ricorda commosso Tristano Bolelli, l’uomo che aveva scrutato i segreti della parola, della possibilità di comunicare e di esprimersi (T. Bolelli, Emile Benveniste. Discorso commemorativo pronunciato dal Linceo Tristano Bolelli nella Seduta ordinaria del 18 novembre 1977, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1978, p.16).
Allievo di Meillet e suo successore all’Ecole Pratique des Hautes Etudes e al Collège de France, Benveniste fu ricercatore geniale e indipendente che divise equamente il proprio impegno di studioso tra le ricerche di linguistica storica e quelle di linguistica generale. In particolare, la linguistica storica deve a Benveniste una rinnovata conoscenza delle lingue iraniche e la definizione di un metodo di ricostruzione culturale che culminò nel Vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969). È questa un’opera che si è rivelata estremamente feconda, divenendo fonte privilegiata per chiunque intenda ripercorrere la storia di alcuni dei concetti costitutivi del mondo occidentale. L’altra opera a cui Benveniste deve la propria fama è Problemi di linguistica generale (vol. I, 1966; vol. II, 1974), in cui sono raccolti gli articoli più importanti relativi all’esame delle lingue moderne, allo statuto della linguistica come disciplina autonoma e al rapporto tra la linguistica e le più importanti scuole con cui Benveniste si è confrontato: in particolare strutturalismo, filosofia analitica e psicoanalisi. https://www.fondazionesancarlo.it/ciclo-di-lezioni/emile-benveniste/
IL NOME
Nel nome si nasconde un’insidia per tutta la filosofia analitica, la filosofia del linguaggio, la teoria del discorso: l’insidia è il nome stesso.
“Per la semantica nata da Frege, i nomi propri logici designano degli esseri reali. “Socrate” è il nome di Socrate reale. Il nome è come un’etichetta incollata alla cosa.” (Paul Ricoeur, “Sé come un altro”, Jaka Book, 2020, nota, p. 105)
Socrate lo conosciamo tutti, Émile Benviste i linguisti, Récanati non so, Scardanelli, abbiamo imparato a conoscerlo, e gli altri? Per esempio, Lafleur. I frequentatori del Blog sanno di Lafleur, pochi, pochissimi, forse nessuno, ma gli altri? I nomi degli esseri fittizi richiedono un discorso a parte, diciamo che bisogna conoscerne la storia, ovvero la trama del racconto che ci parla di loro, e ne fanno un personaggio con un nome. Se noi non conoscessimo la storia di Lorenzo Tramaglino, non potremmo mai capire chi è il Renzo dei “Promessi Sposi”, sentendolo solo nominare. Già, infatti, Renzo e Lucia ci dice qualcosa, quel qualcosa che ne fa una coppia, molto simile all’altra: Fermo e Lucia. Chi è il Fermo di “Fermo e Lucia”? Noi non abbiamo conosciuto la loro storia, almeno io, forse ne potremmo scoprire qualche frammento con una interrogazione digitale. Proviamo, dunque. Una prima occhiata al web ci fa capire che la storia di Fermo e Lucia è la stessa storia di Renzo e Lucia, e se guardiamo le date, scopriamo che l’autore non è lo stesso. Infatti, riconsultando il web, raccogliamo questa informazione: “Il Fermo e Lucia è un romanzo storico, scritto da Alessandro Manzoni tra il 1821 e il 1823, mai pubblicato in vita dall'autore. Fu pubblicato solo nel 1916 con il titolo Gli sposi promessi. Prima redazione del successivo I promessi sposi, al quale Manzoni lavorò per anni prima di approdare alla redazione definitiva del 1840, il Fermo e Lucia è stato a lungo ritenuto un semplice preludio di preparazione al romanzo più celebre. Si tratta in realtà di una versione molto diversa, più lunga e articolata, tanto che oggi si è inclini a leggerlo come un'opera a sé stante.”
Rispetto all’unitarietà della storia raccontata, una storia di finzione con elementi di verità e descrizione di fatti storici, se i personaggi hanno nomi diversi, Fermo Spolino e Lucia Zarella, e non Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella, quello che cambia è l’autore. Non abbiamo più il Manzoni del 1840, edizione definitiva dei “Promessi Sposi”, ma il suo personita estinto del 1823. Sorge, qui, l’interrogativo, se anche le persone dei personaggi di finzione hanno i loro personiti, e in tal senso è come domandarsi se Fermo e Lucia del 1823 siano i personiti di Renzo e Lucia del 1840. Il discorso, allora, diventa più complesso rispetto all’interrelazione tra l’autore e i suoi personaggi. Proviamo a consultare qualche testo di narratologia.
(Segue)
IMMAGINE
Harald Bergmann, autore di drammi musicali e testi poetici dedicati alla figura fantasma Scardanelli evocata da Holderlin come suo alter ego.
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