So che sei stato alla Berggasse 19, Vienna, qualche giorno fa: che cosa sei andato a fare? – A farti psicanalizzare. – a me? – Sì, a te. – Ma Io sono l’Es o il Super-Io? – Sei uno che sragiona. – Perché? – Ti sei dichiarato Io, ma non sei sicuro di esserlo, dubitavi della tua identità, domandandoti se eri l’Es o il Super-Io. – Io sono freudiano. – Tu sei non solo freudiano, ma anche… non me lo far dire. – Non sai dire gatto al gatto? – No. – Allora sei il super-Io. – Tu, invece, sei il gatto, non so se sei d’accordo? – Se Io sono il mio istinto animale, il gatto, l’Es, tanto per intenderci, allora posso solo miagolare, tanto per restare nella metafora. – Perché, adesso, che cosa stai facendo? – Sto miagolando con te. – Ottima risposta, e chiudiamola qui. – E la Berggasse 19? – Una visita di anni fa, ne venne fuori con il tempo anche un malriuscito racconto. – Vogliamo riesumarlo? – Va bene, vado a disseppellirlo dalla memoria del computer. – D’accordo, ti aspetto pazientemente. – Eccomi! – E allora? – Non l’ho ancora trovato, ma mentre facevo le ricerche, mi sono imbattuto in questo che non mi sembra male, a proposito di pazzi, e ce ne sono altri. – Va bene, intanto postiamo questo, poi vediamo gli altri. – D’accordo. – Eccolo, dunque.
IL “DIVERTIMENTO” DEGLI INSENSATI Anni fa, mentre ero in volo da Roma a Venezia, per motivi dovuti alle cattive condizioni meteo, il volo venne “divertito” sull’aeroporto Ronchi dei Legionari di Trieste. “Divertire”: fu proprio questo il verbo usato dallo speaker in cabina. Nel linguaggio comune, divertire significa intrattenersi piacevolmente in giochi o interessarsi a spettacoli leggeri o compiere attività di proprio diletto o svago. Ora, il significato fondamentale di “divertire”, dal latino “di-vertere”, è quello di “volgere altrove”, e quindi distogliersi, distrarsi, svagarsi, tutti termini che riconducono al significato indicato. Nella letteratura classica però il verbo conserva quel suo significato proprio che sta a indicare un’azione di diversione, ossia il cambiamento di direzione da un oggetto all’altro, nel compimento dell’azione. E riportiamo qui alcuni esempi (Treccani): “Non veggendo altro modo a salvarla, diliberarono di divertire quella guerra (Machiavelli); la poesia ci divertisce da molti delitti (T. Tasso); ebbe certamente l’ordine di divertire gli aiuti inviati a Vitellio (B. Davanzati); «Animo dottore», scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti (Manzoni); egli si studiò allora di divertire il discorso da quella faccenda (I. Nievo).” Anche nel linguaggio tecnico, es. “divertire” le acque, il verbo sta a significare l’azione del “volgere altrove”. Infine, nel linguaggio militare, “divertire” sta a significare attirare il nemico in un luogo diverso da quello dove attaccarlo. Questo significato specifico del cambiamento d’obiettivo è stato conservato nel gergo aeronautico di “divertire” la rotta da un aeroporto all’altro. In ragione di quanto detto, si può quindi associare il senso di divertire a quello di deviare, scivolando in un diverso comparto di significati, da quello letterale all’altro figurativo, nell’espressione: “deviare dalla retta via”. In quest’ultimo senso, il “deviare” ha in sé un carattere riconoscibile di “devianza”, un erramento non dovuto soltanto ad atteggiamenti volontari contrari alla norma, ma anche allo smarrimento della ragione, proprio di soggetti in precario equilibrio psichico.
Ora, restando in tema di viaggi e voli aerei, a chiunque è capitato, e più spesso a chi viaggia molto frequentemente, di essere soggetto a ritardi, cancellazioni di voli, diversioni nella destinazione. Una volta, anni fa, ero in viaggio, e a causa di uno di questi contrattempi, dopo un’odissea tra sale d’attesa di aeroporti, trasferimenti e cambiamenti di velivoli, mi ritrovai, in ore notturne, a bordo di un autobus della compagnia aerea, che ci conduceva alla nostra destinazione finale di Ciampino, provenienti da Fiumicino, dove il volo era stato “divertito”. L’ultimo motivo era dovuto al fatto che l’aeroporto di Ciampino, in quell’occasione, era completamente occupato da voli di Stato, per uno dei tanti convegni internazionali che si svolgono nella capitale. Ricordo che sotto la pioggia incessante, il militare di guardia interrogò l’autista per sapere chi eravamo, come dire che cosa ci facevamo lì a quell’ora di notte. Ricordo che l’autista, per giustificare la nostra presenza in quel luogo e in quella insolita ora, a bordo dell’autobus, disse ridendo, quasi a voler smorzare ogni sospetto, e indicando dietro di sé i viaggiatori addormentati: “Sono quelli delle low cost.” Era come dire: “Sono quegli sfaccendati, che se ne vanno in giro per i cieli d’Europa e del mondo, con quelle loro espressioni inebetite [1] di viaggiatori senza una meta fissa.” Almeno così interpretai io la risposta dell’autista, e il militare dopo una telefonata alle guardie interne, diede il benestare per farci entrare e rilevare le nostre automobili nei parcheggi. Così andò quella volta, una storiella banale, certo, ma istruttiva. In “Storia della follia nell’età classica”, Michel Foucault scrive: “Un nuovo oggetto fa la sua apparizione nel paesaggio immaginario del Rinascimento; ben presto occuperà in esso un posto privilegiato: è la Nave dei folli [Das Narrenschiff], strano battello ubriaco che fila lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi.” E parafrasando Foucault, possiamo ora rendere la nostra testimonianza: “Agli albori dell’era spaziale un nuovo oggetto fa la sua apparizione nella geografia del pianeta: è l’aeroplano dei folli, strano oggetto volante ubriaco nei cieli d’Italia, d’Europa e del mondo. A bordo viaggiano piccole comunità d’insensati, privi di verità e di patria, passeggeri senza un vero luogo d’imbarco o sbarco, rappresentanti emblematici del “divertimento” dei folli, una situazione liminare della follia, che si profila all’orizzonte inquieto dell’uomo contemporaneo.”
[1] Parlo di “espressioni inebetite” non perché i viaggiatori siano degli ebeti, tutt’altro. Essi sembrano e sono tali, perché il loro intontimento è dovuto proprio alla fatica del loro lungo viaggiare. Ma, domandiamoci, è una fatica o un “divertimento”?
POST-SCRIPTUM Devo questa mia associazione di idee, la nave dei folli e il moderno aeroplano degli insensati, a un illustre professore di cui non ricordo il nome, che in epoca abbastanza remota, una cinquantina d’anni fa, tenne una lezione magistrale. Riferiva, il professore, quest’immagine, verosimilmente tratta dalla sua esperienza personale, di persone che nei vari aeroporti del mondo scendevano in fila da grossi tubi metallici, gli aeroplani, diretti non si sa bene dove e provenienti da chissà quali altri luoghi. Quello che oggi può apparire, in scala mondiale, un traffico razionale e ben ordinato di viaggiatori, diretti nelle loro più varie destinazioni, soltanto mezzo secolo fa, allo sguardo disincantato dello studioso, si rivelava come un presagio d’insensatezza.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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So che sei stato alla Berggasse 19, Vienna, qualche giorno fa: che cosa sei andato a fare? – A farti psicanalizzare. – a me? – Sì, a te. – Ma Io sono l’Es o il Super-Io? – Sei uno che sragiona. – Perché? – Ti sei dichiarato Io, ma non sei sicuro di esserlo, dubitavi della tua identità, domandandoti se eri l’Es o il Super-Io. – Io sono freudiano. – Tu sei non solo freudiano, ma anche… non me lo far dire. – Non sai dire gatto al gatto? – No. – Allora sei il super-Io. – Tu, invece, sei il gatto, non so se sei d’accordo? – Se Io sono il mio istinto animale, il gatto, l’Es, tanto per intenderci, allora posso solo miagolare, tanto per restare nella metafora. – Perché, adesso, che cosa stai facendo? – Sto miagolando con te. – Ottima risposta, e chiudiamola qui. – E la Berggasse 19? – Una visita di anni fa, ne venne fuori con il tempo anche un malriuscito racconto. – Vogliamo riesumarlo? – Va bene, vado a disseppellirlo dalla memoria del computer. – D’accordo, ti aspetto pazientemente. – Eccomi! – E allora? – Non l’ho ancora trovato, ma mentre facevo le ricerche, mi sono imbattuto in questo che non mi sembra male, a proposito di pazzi, e ce ne sono altri. – Va bene, intanto postiamo questo, poi vediamo gli altri. – D’accordo. – Eccolo, dunque.
IL “DIVERTIMENTO” DEGLI INSENSATI
Anni fa, mentre ero in volo da Roma a Venezia, per motivi dovuti alle cattive condizioni meteo, il volo venne “divertito” sull’aeroporto Ronchi dei Legionari di Trieste. “Divertire”: fu proprio questo il verbo usato dallo speaker in cabina.
Nel linguaggio comune, divertire significa intrattenersi piacevolmente in giochi o interessarsi a spettacoli leggeri o compiere attività di proprio diletto o svago. Ora, il significato fondamentale di “divertire”, dal latino “di-vertere”, è quello di “volgere altrove”, e quindi distogliersi, distrarsi, svagarsi, tutti termini che riconducono al significato indicato. Nella letteratura classica però il verbo conserva quel suo significato proprio che sta a indicare un’azione di diversione, ossia il cambiamento di direzione da un oggetto all’altro, nel compimento dell’azione. E riportiamo qui alcuni esempi (Treccani): “Non veggendo altro modo a salvarla, diliberarono di divertire quella guerra (Machiavelli); la poesia ci divertisce da molti delitti (T. Tasso); ebbe certamente l’ordine di divertire gli aiuti inviati a Vitellio (B. Davanzati); «Animo dottore», scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti (Manzoni); egli si studiò allora di divertire il discorso da quella faccenda (I. Nievo).” Anche nel linguaggio tecnico, es. “divertire” le acque, il verbo sta a significare l’azione del “volgere altrove”. Infine, nel linguaggio militare, “divertire” sta a significare attirare il nemico in un luogo diverso da quello dove attaccarlo. Questo significato specifico del cambiamento d’obiettivo è stato conservato nel gergo aeronautico di “divertire” la rotta da un aeroporto all’altro.
In ragione di quanto detto, si può quindi associare il senso di divertire a quello di deviare, scivolando in un diverso comparto di significati, da quello letterale all’altro figurativo, nell’espressione: “deviare dalla retta via”. In quest’ultimo senso, il “deviare” ha in sé un carattere riconoscibile di “devianza”, un erramento non dovuto soltanto ad atteggiamenti volontari contrari alla norma, ma anche allo smarrimento della ragione, proprio di soggetti in precario equilibrio psichico.
Ora, restando in tema di viaggi e voli aerei, a chiunque è capitato, e più spesso a chi viaggia molto frequentemente, di essere soggetto a ritardi, cancellazioni di voli, diversioni nella destinazione. Una volta, anni fa, ero in viaggio, e a causa di uno di questi contrattempi, dopo un’odissea tra sale d’attesa di aeroporti, trasferimenti e cambiamenti di velivoli, mi ritrovai, in ore notturne, a bordo di un autobus della compagnia aerea, che ci conduceva alla nostra destinazione finale di Ciampino, provenienti da Fiumicino, dove il volo era stato “divertito”. L’ultimo motivo era dovuto al fatto che l’aeroporto di Ciampino, in quell’occasione, era completamente occupato da voli di Stato, per uno dei tanti convegni internazionali che si svolgono nella capitale. Ricordo che sotto la pioggia incessante, il militare di guardia interrogò l’autista per sapere chi eravamo, come dire che cosa ci facevamo lì a quell’ora di notte. Ricordo che l’autista, per giustificare la nostra presenza in quel luogo e in quella insolita ora, a bordo dell’autobus, disse ridendo, quasi a voler smorzare ogni sospetto, e indicando dietro di sé i viaggiatori addormentati: “Sono quelli delle low cost.” Era come dire: “Sono quegli sfaccendati, che se ne vanno in giro per i cieli d’Europa e del mondo, con quelle loro espressioni inebetite [1] di viaggiatori senza una meta fissa.” Almeno così interpretai io la risposta dell’autista, e il militare dopo una telefonata alle guardie interne, diede il benestare per farci entrare e rilevare le nostre automobili nei parcheggi. Così andò quella volta, una storiella banale, certo, ma istruttiva.
In “Storia della follia nell’età classica”, Michel Foucault scrive: “Un nuovo oggetto fa la sua apparizione nel paesaggio immaginario del Rinascimento; ben presto occuperà in esso un posto privilegiato: è la Nave dei folli [Das Narrenschiff], strano battello ubriaco che fila lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi.” E parafrasando Foucault, possiamo ora rendere la nostra testimonianza: “Agli albori dell’era spaziale un nuovo oggetto fa la sua apparizione nella geografia del pianeta: è l’aeroplano dei folli, strano oggetto volante ubriaco nei cieli d’Italia, d’Europa e del mondo. A bordo viaggiano piccole comunità d’insensati, privi di verità e di patria, passeggeri senza un vero luogo d’imbarco o sbarco, rappresentanti emblematici del “divertimento” dei folli, una situazione liminare della follia, che si profila all’orizzonte inquieto dell’uomo contemporaneo.”
[1] Parlo di “espressioni inebetite” non perché i viaggiatori siano degli ebeti, tutt’altro. Essi sembrano e sono tali, perché il loro intontimento è dovuto proprio alla fatica del loro lungo viaggiare. Ma, domandiamoci, è una fatica o un “divertimento”?
POST-SCRIPTUM
Devo questa mia associazione di idee, la nave dei folli e il moderno aeroplano degli insensati, a un illustre professore di cui non ricordo il nome, che in epoca abbastanza remota, una cinquantina d’anni fa, tenne una lezione magistrale. Riferiva, il professore, quest’immagine, verosimilmente tratta dalla sua esperienza personale, di persone che nei vari aeroporti del mondo scendevano in fila da grossi tubi metallici, gli aeroplani, diretti non si sa bene dove e provenienti da chissà quali altri luoghi.
Quello che oggi può apparire, in scala mondiale, un traffico razionale e ben ordinato di viaggiatori, diretti nelle loro più varie destinazioni, soltanto mezzo secolo fa, allo sguardo disincantato dello studioso, si rivelava come un presagio d’insensatezza.
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