PROLOGO Il flusso di coscienza che si traduce in pensiero e si riversa nella scrittura può essere misurato a “pacchetti” nella forma delle parole, frasi e discorsi, oppure come un’onda ricca di sgrammaticature e di violazioni sintattiche. Per la scienza grafo-quantica, (una mia invenzione di questo momento), al di sotto del principio di indeterminazione, ossia al di sotto del livello della coscienza, non è possibile misurare il flusso di pensieri, indecifrabili nella forma di sogni, rêverie, immagini di fantasia. La dimostrazione dell’esistenza del flusso a pacchetti, come dire quantico, si può ricavare ad esempio dal principio di sovrapposizione nella misura del flusso di coscienza che diventa scrittura. In tal senso il testo SPAVENTA SILVIO (1) può venire ad articolarsi in maniera diversa nella forma di SPAVENTA SILVIO (2), dando luogo all’indecidibilità direzionale del flusso, non misurabile come onda, se non nella teoria tradizionale. Va bene? Boh!
SPAVENTA SILVIO (1) Come si chiama il nostro blogger? – Silvio. – E tu leggi tutti i post del suo blog? – Quotidianamente, salvo rare eccezioni, quando non pubblica o io non sono attaccato alla macchina. – Quale macchina? – La macchina che ci tiene in vita. – Per respirare? – Ruah! – C’ré? – Eh? – Che cos’è? – Che cosa? – Ruah! – Ruah, ah! – E allora babbah? – Babbah? – Babbeo! – A me! – E a chi altri, se non a te? – A te! – Beh, smettiamola di balbettare senza motivo né significato. –Siamo scivolati dall’ebraico nel napoletano e siamo finiti nell’insensato. – La nave dei folli? – Sì. – Continuiamo. – Con una certa ratio, però. – Va bene. – Il balbettio è stato causato da ruah e c’ré, come dire l’incontro tra il colto e l’ignorante che si esprime in dialetto napoletano. – È una lingua romanza. – D’accordo, lo dice la IA, tratteremo altrove l’argomento. – E babbah? – Una rima demenziale, ancorata a spettacoli che tendono a far divertire con il “demenziale”, appunto. – Quindi l’incrocio tra il celebre dolce napoletano, il babà, Alì babà, e per finire babbah, come imitazione della desinenza araba ah, che richiamava babbeo, l’insulto che dovrebbe muovere al riso lo spettatore, non si sa perché. – Perché? – Perché quella dei burattini è l’arte naif, diciamo così, per i più piccoli. – Arte ingenua. – E i grandi, come dire i bambini cresciuti? – Quelli dal riso non più innocente, ma di ghiaccio? – Sì. – Ragionano o almeno dovrebbero. – Quindi torniamo a bomba, un annuncio a spaventa Silvio, come vedremo. – Va bene. – Ruah. – Copia e incolla. – “Ruah (o ruach) è un termine ebraico che significa letteralmente "vento", "respiro" o "soffio". Nella Bibbia, indica la forza vitale, lo Spirito di Dio creativo e impalpabile, nonché l'energia che dà vita all'uomo. Rappresenta una forza dinamica e invisibile, spesso associata all'ispirazione divina. Ecco i principali significati e aspetti di ruah. Vento e Aria: Indica l'aria in movimento, il soffio del vento, riflettendo una natura onomatopeica. Respiro e Vita: È il soffio vitale infuso da Dio negli esseri viventi. Se Dio ritira il suo ruah, la creatura torna alla polvere. Spirito di Dio: Rappresenta la potenza divina, creatrice e vivificante che aleggia sulle acque (Genesi 1,2). Forza interiore: Indica anche lo spirito umano, lo stato d'animo, il coraggio o l'energia vitale che spinge all'azione. In sintesi, ruah è l'energia divina che mette in movimento, trasforma e dà vita, descritta come un'aria impalpabile ma potente.” IA. – Ottimo! – Torniamo, allora, alla nostra metafora: noi esseri virtuali dobbiamo la vita (soffio creativo, spirito) all’energia (ruah) del computer, insufflataci dal blog del blogger. – Un po' contorta la spiegazione, ma accontentiamoci. – In questo senso, come malati terminali gravi, dobbiamo la vita alla macchina, se si stacca la spina, fine dell’energia. – Il petrolio!
Che cosa c’entra il petrolio? – Un’associazione di idee. – Dissociati! – Va bene. – E quindi? – Ritorniamo a bomba. – Richiama la IA. – Subito. – “L’espressione “torniamo a bomba" significa tornare al punto centrale di un discorso, interrotto da divagazioni. Secondo la tradizione, fu pronunciata dal politico e patriota italiano Silvio Spaventa (nato a Bomba, in provincia di Chieti, nel 1822) durante un intervento in Parlamento, per richiamare i colleghi all'ordine e all'essenziale. Ecco i dettagli salienti sulla vicenda. Origine: Silvio Spaventa, nato a Bomba nel 1822, fu un importante politico, senatore del Regno d'Italia e patriota. Il suo paese natale è un piccolo comune in provincia di Chieti, in Abruzzo, da cui il gioco di parole. Significato: L'espressione viene utilizzata per invitare a riprendere un discorso interrotto, tornando al cuore della questione. Aneddoto: Si racconta che Spaventa, spazientito da un dibattito caotico o privo di senso, esclamò "torniamo a bomba", intendendo sia "torniamo all'argomento principale", sia, in senso ironico, "torniamo al mio paese natale", luogo metaforico di partenza. Contesto: Sebbene spesso associata a Silvio Spaventa, alcuni sostengono che la locuzione possa avere origini più antiche, legate al gioco del nascondino (dove "bomba" era il luogo sicuro). Riconoscimenti: A 200 anni dalla sua nascita, il paese di Bomba ha celebrato Spaventa con un murales dell'artista Perry Sullivan per ricordare il suo legame con il territorio.” –Tutto molto interessante, ma a noi che cosa, dunque? – A noi spaventa Silvio. – Perché ? – Ha trovato ispirazione, essendo Silvio il blogger, da questo aneddoto sull’espressione “tornare a bomba”, per intessere tutta una trama, abbastanza anodina, di un suo testo da postare sul blog, come intermezzo. – E questo che significa? – Che Silvio spaventa. – In che senso? – Nel senso che noi rimaniamo spaventati da lui. – Io, no. – Perché? – Ero già a conoscenza della sua ignoranza spaventosa, e quindi Silvio spaventa chi non lo conosce, non me. – Questa storia non ha senso. – E allora diamogli un senso. – Devo andare a riprendere vecchi testi, da collegare a questo, sull’espediente dello “spaventoso”. – Fattorini? – Sì. – E Giacometti, dove lo metti? – Senti, non ricominciare, altrimenti … – Altrimenti che cosa? – Ti mando in terrazza a “ricevere” un altro missile in testa. – Non è necessario. – Perché? – Già mi scoppia la testa. – Per lo spavento? – Spaventa Silvio, se pensiamo alla sua insensatezza spaventosa. – Vogliamo finirla? – Non sappiamo come uscirne, anche se con “finirla” mi veniva la rima con la parola gergale montaliana. – E non bisogna dirla. – Perché? – Sarebbe prosaica, e solo un poeta può poeticamente dirla. – Bravo! Abbiamo finito in bellezza. – Grazie, ciao.
SPAVENTA SILVIO (2) Come si chiama il nostro blogger? – Silvio. – E tu leggi tutti i post del suo blog? – Quotidianamente, salvo rare eccezioni, quando non pubblica o io non sono attaccato alla macchina. – Quale macchina? – La macchina che ci tiene in vita. – Per respirare? – Sì, il computer, della cui energia, il blogger si avvale per soffiarci la vita, come dire darci il respiro, ruah, lo spirito. – E quindi? – Io sono un assiduo lettore e scrittore dei suoi post giornalieri dalla notte dei tempi. – Come scrittore? – Nelle vesti di ministro di Silvio, suo psicopompo. – Ah, sì? – Sì. – Allora spiegami quella Nota sparita nel nulla in cui commentava: “Ma in che senso Giacometti e la sua età centenaria vengono ad incidere nella presentazione di questo mio racconto datato, trascinandosi dietro, come personaggio (un mio personaggio), tutta la loro ironia, nella mia disinvolta e smodata allegria di autore?” – La nota è sparita per un accidente, ma spiegava, anche se in maniera contorta, secondo lo stile del nostro blogger, il nostro amato blogger, che la “loro” ironia… non mi ricordo più, la mia mente vacilla. – E allora te la ricordo io. – Bene, ti ascolto. – Nel post aveva corretto il testo ed aveva scritto: “tutta la loro [loro, sua] ironia”, poi aveva messo una linea su loro, come cancellatura, che la stampa sul post aveva cancellato, rovesciando il senso. – In che senso? – Se “loro”, messo tra parentesi quadre, era stato cancellato con una linea sovrapposta sulla parola resa invisibile dalla stampa del post, che aveva cancellato la cancellatura, voleva dire che la forma grammaticalmente corretta, invece di “loro” era “sua”, anche se messa tra parentesi quadre, per indicare di avere scientemente preferito l’errore grammaticale. Hai capito? – Tutto, perfettamente, e non solo, ho anche riletto il post del 18 marzo, la [N. d. B.] e la Postilla, introduttive del testo: “L’ombra di un volo”, e il mio lavoro certosino ha premiato la mia acribia. – Che vuoi dire? – La forma corretta è l’uso del pronome possessivo “loro” e non “suo”, al contrario di quello che il blogger aveva scritto e commentato, mostrando tutta la verità del proverbio romano. – Quale? – Fa tutto da solo: “Se la canta e se la suona”. – E invece? – Se i soggetti sono due, uno personale (Giacometti) e l’altro impersonale (la sua età centenaria), infatti la forma verbale è al plurale (“vengono”), allora il pronome possessivo di riferimento ai due è la terza persona plurale e non singolare.
E qui ti volevo! – Dove? – A bomba! Hai mai visto un’età centenaria fare dell’ironia? – Sì, ieri sera. – Bugiardo. – È l’invidia che ti fa parlare, perché sei nonagenario e non centenario, e non sai ironizzare come l’età centenaria. – Sei un buffone. – E tu un ignorante, che non conosce le regole della grammatica. – Abbiamo finito? – Non ancora. – E allora? – Per capire se un’entità astratta, ad es. l’età centenaria, può essere ipostatizzata, come dire personificata, basta pensare a Calloné, ipostatizzazione di Bellezza, e faccio riferimento all’omonimo testo del Blogger, reperibile in diverse biblioteche pubbliche. – E l’età centenaria, immagino una vecchia befana, ipostatizzazione di una centenaria, ti sembra un bello spettacolo? – No, soprattutto se si mette a fare dell’ironia. – Immagino. – Ed è questo che spaventa Silvio. – Che cosa? – Incontrarla ancora. – Sì, ma con questi sgradevoli discorsi e infausti presagi, Silvio spaventa anche noi. – Hai ragione, e se la megera spaventa Silvio, e lui l’ha incontrata davvero lassù, nel cielo della sua realtà, non solo la megera spaventa Silvio, ma Silvio spaventa anche noi. – Abbiamo finito con tutti questi spaventa Silvio e Silvio spaventa? – Sì. – Bene, salutiamoci e allontaniamoci. – Allora, ciao. – E perché mi vieni dietro? – Ho paura, teniamoci per mano. – Senti, io non ti voglio rimproverare, ma non ti voglio neppure incoraggiare. – E la megera? – Spaventa Silvio, non noi. – Sì, ma Silvio spaventa noi! – Vattene via! – E non gridare! – Te ne vuoi andare? – Io non posso scavalcare con un salto l’ombra, che accompagna la mia vita. – Guarda che l’ombra sei tu. – Io sono un’ombra? – Sì. – La tua? – Sì. – Tu sei un pazzo. – Perché? – Uno che parla con la sua ombra, non ti sembra uno tanto sano di mente? – Forse non hai torto, ma adesso vattene, che ho fa fare. – Che cosa? – Non sono affari tuoi. – Chi non vuole compagnia o fa il ladro o fa la spia. – Il proverbio era un po' diverso. – Ma il senso è lo stesso. – Ho capito. – Che cosa? – Mi ricordi il passaggio di un capitolo di “Morte di un professore di zoologia”. – Quale? – Questo: “Ho dato uno sguardo ad un edificio in mattoni, isolato tra gli alberi dalle foglie ingiallite, una congiura della sorte… – O della morte. – Di cui ora qui, alla morgue, siamo i convitati. – Traseo Nera, io vorrei scendere in giardino, perché in quest’ora notturna ed in questo luogo lugubre avverto la necessità urgente… – Vai dietro quella porta d’angolo, io intanto continuerò ad illustrarti la vicenda di Palleschi, di come egli sia giunto sin qui..” – A questo punto, direi di riesumare il mimo per intero. – Va bene.
Traversata notturna di Parigi di due sospetti e sprovveduti detective sulle tracce del professore di zoologia defunto
- Decio, sei arrivato, finalmente! - È stata una lunga traversata notturna della ville lumière nella tenebra dei viali deserti, illuminati soltanto dal chiarore della luna, che poi ho visto brillare sulle acque scure della Senna, quando sono passato sul ponte di Waterloo… - Decio Livio! - Eh? - Ma dove si trova questo ponte di Waterloo? - Qui vicino. - Qui vicino? Non mi risulta. - Traseo Nera, noi siamo personaggi immaginari, peraltro calati nel ruolo di ombre o meglio di mortali chissà come discesi nell’Ade, anzi no, arrivati nei Campi Elisi, come ci ha ricordato Palleschi, e soltanto per esigenze narrative la storia che stiamo vivendo, si fa per dire “vivendo”, è ambientata in una Parigi notturna e spettrale, di cui a ragione io posso tracciare una mappa immaginaria, che si sovrapponga a quella reale, seguendo itinerari verosimili. Vorrei comunque precisare che il ponte di Waterloo è qui vicino, ed è esattamente quello che prima di me, fu attraversato due secoli fa da Jean Valjean, in una notte di plenilunio, quando il forzato fuggiva con Cosette tra le braccia, inseguito da Javert, scivolando sul lato scuro dei muri e delle case, descrivendo “parecchi diversi labirinti nel quartiere Mouffetard, già addormentato”, cito testualmente Hugo. - Conosco la storia, Decio Livio: “Mentre suonavano le undici a Santo Stefano al Monte, egli stava traversando la rue de Pontoise, davanti all'ufficio del commissario di polizia, che trovasi al n. 14. Pochi istanti dopo, l'istinto di cui abbiam già fatto cenno l'indusse a voltarsi: in quel momento, vide distintamente, in grazia del fanale del commissariato, che li tradiva, tre uomini che lo seguivano piuttosto da vicino e che passarono uno dopo l'altro sotto quel fanale, dalla parte in ombra della via.” Allora il fuggiasco si allontanò e dopo lunghi giri raggiunse le Jardin des Plantes, in prossimità della Senna, per attraversarla sul ponte, apri bene le orecchie, Decio Livio: “Austerlitz”. - Nera, non stiamo qui a perderci dietro le vittorie o le sconfitte sui campi di battaglia di Napoleone od a smarrirci in una Parigi d’altri tempi, dietro le fughe e gli inseguimenti di Jean Valjean e Javert; dobbiamo tenere fermo il nostro obiettivo da perseguire, il nemico da battere: il nostro uomo è Palleschi, sempre lui, il professore di zoologia.
- Ci siamo, Decio, siamo arrivati: non ci resta che salire la scalinata per giungere alla camera mortuaria, come dire la morgue. - Ah! - L'Istituto in cui ci troviamo accoglie da una parte le persone decedute sulla pubblica via, a seguito di un incidente come che sia, dall’altra i corpi delle persone decedute a causa di un atto criminoso o per una morte sospetta o non identificate. Saranno i cadaveri stessi a raccontare la storia del loro decesso al medico legale, investito della delicata missione di esaminarli attraverso l’autopsia. - Ah! E lui, Palleschi, come è arrivato fin qui? - Hic sunt leones! - Spiegami l’enigma, dunque, mia consimile ombra. - L’altra mattina avevo accompagnato Nunzia Marcella al “Bon Marché” ed in attesa di andarla a riprendere, ho deciso di fare un salto in una libreria di Boulevard Saint-Michel a comperare: “Le fughe dalla realtà. La fisica immaginaria da Talete ai nostri giorni” di Skion Wiedman, un testo che avevo adocchiato tempo prima. Ho preso la linea 10 del metrò a “Sèvres Babylon” per scendere a “Cluny La Sorbonne” e di lì risalire il viale Saint-Michel. Decio Livio, lei era là! - Chi? - La nera signora. - Come? - Ricordi le parole di “Samarcanda” di Roberto Vecchioni? “Vide tra la folla quella nera signora / vide che cercava lui e si spaventò.” - E allora? - Sono sceso con aria indifferente ad una stazione che non so e sono risalito su, avviandomi tra grandi e piccole strade, ritrovandomi alla fine a passeggiare per rue de Seine, dove in un angolo ho visto un uomo con un impermeabile e un cappello, in compagnia di una donna che lo scuoteva, entrambi pallidi. Conosci la poesia di Prevert, Decio Livio? - “Rue de Seine dix heures et demie - le soir - au coin d’une autre rue - un home titube …un homme jeune - avec un chapeau - un imperméable - une femme le secoue … - Pierre dis-moi la vérité.” - Bon! Allora sono andato più in fretta e in quell’atto, mi ha fermato un giovane in motorino, chiedendomi un’indicazione stradale; io ho fatto cenno dietro di me ed ho subito accelerato, ridiscendendo nel metrò ad “Odéon”, dove sono andato al binario ad aspettare il convoglio della linea 10, sedendomi nell’attesa sulla panchina: lei è sbucata dal corridoio ed è venuta a sedersi accanto a me. - Una delle pedinatrici? - No, sempre lei. - La nera signora. - Sì, è salita dietro di me sul treno ed ha preso posto sul sedile di fronte, sollevando l’ampia gonna fiorata di scuro e guardandomi con occhi cattivi. - Siamo scesi insieme ad “Austerlitz” ed abbiamo attraversato il ponte sulla Senna, dove ho girato a sinistra per il quai de la Rapée; nella vicina piazzetta (place Mazas), ho dato uno sguardo ad un edificio in mattoni, isolato tra gli alberi dalle foglie ingiallite, una congiura della sorte… - O della morte. - Di cui ora qui, alla morgue, siamo i convitati. - Traseo Nera, io vorrei scendere in giardino, perché in quest’ora notturna ed in questo luogo lugubre avverto la necessità urgente… - Vai dietro quella porta d’angolo, io intanto continuerò ad illustrarti la vicenda di Palleschi, di come egli sia giunto sin qui. - Certo.
- Secondo il decreto della Prefettura di polizia i cadaveri di persone non identificate vengono ricoverati qui. Ed invero, se risaliamo all’origine del termine morgue, troviamo il verbo “morguer”, che significa dévisager, guardare in faccia, secondo la procedura eseguita dai guardiani della prigione di Châtelet incaricati di identificare all’arrivo i detenuti, onde riconoscerli in caso di tentativo d’evasione. Nel Settecento, i cadaveri rinvenuti in strada venivano raccolti ed ammucchiati nei sotterranei, sempre della prigione di Châtelet. Lì si presentavano familiari ed amici per il riconoscimento, alla luce di una lanterna portata all’altezza del viso dei cadaveri. Nell’Ottocento, la morgue viene trasferita alla île de la Cité, ed i cadaveri, dopo essere stati composti e rivestiti, venivano messi in esposizione dietro un vetro, alla vista della popolazione, che veniva a sfilare lì davanti, onde tentarne una identificazione o anche per semplice svago. Hai capito, Decio Livio? Mi senti? Decio! - Eh? - Hai finito? - Sì, ora esco. - Ah, eccoti! Allora, apri bene le orecchie, Decio Livio: la tecnica di esporre i cadaveri in pubblico rendeva sovente possibile alle autorità l’arresto dei criminali, che discretamente venivano ad osservare i loro “trofei”. - Traseo Nera, ma chi ti ha raccontato tutte queste cose? - Sono notizie facilmente reperibili su internet. - Ah! - Entriamo, dunque, nella camera mortuaria ad osservare il nostro “trofeo” di caccia: Palleschi. - Sei sicuro, Nera, che oltre alla salma, dentro, non vi sia qualcun altro ad attenderci? - Sicurissimo. - Ed allora sicuramente ci sarà qualcun altro. - Sì, un’entità impalpabile, che non si vede. - Come? - Decio, quando hai compiuto la traversata della città addormentata, volando tra anime di tenebra vestite, come tu stesso ti sei espresso, nel nostro incontro ai Campi Elisi, anticipando il tuo itinerario nella notte profonda, chi era con te? - Nessuno mi seguiva, Nera. - Sei sicuro, Livio? - Sicurissimo. - Ed allora qualcuno certamente ti seguiva, quello stesso che ora ci attende, oltre la porta della camera mortuaria. - Chi, dunque? - Entriamo. - Oh! - Hai visto? - Sì, ma avviciniamoci al tavolo di marmo, Nera, per potere meglio osservare la salma ivi distesa, illuminata dalla bianca luce della luna, che attraverso il vetro della finestra, schiarisce il buio. - Riconosci il suo volto, ora, Decio Livio? - Sì, è lui, Palleschi, il professore di zoologia del liceo Darwin: la corporatura robusta, il volto un tempo pieno, le gote arrossate ora pallide, il bianco striato di grigio cenere della capigliatura crespa, la barba canuta intorno al mento, i folti baffi argentei. - Qui giunto cadavere. - Chi l’assassino, Nera? - Il medico legale, che ha compiuto l’autopsia del cadavere, ne ha osservato a lungo il cuore, estratto dal petto, rigirandolo perplesso tra le sue professionali mani di esperto chirurgo. - Ed il cuore ha parlato? - Sì, ha rivelato il nome del suo assassino: il killer silenzioso. - Hic locus est ubi mors gaudet succurrere vitae. - Questo è il luogo dove la morte è felice di soccorre la vita.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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PROLOGO
Il flusso di coscienza che si traduce in pensiero e si riversa nella scrittura può essere misurato a “pacchetti” nella forma delle parole, frasi e discorsi, oppure come un’onda ricca di sgrammaticature e di violazioni sintattiche. Per la scienza grafo-quantica, (una mia invenzione di questo momento), al di sotto del principio di indeterminazione, ossia al di sotto del livello della coscienza, non è possibile misurare il flusso di pensieri, indecifrabili nella forma di sogni, rêverie, immagini di fantasia. La dimostrazione dell’esistenza del flusso a pacchetti, come dire quantico, si può ricavare ad esempio dal principio di sovrapposizione nella misura del flusso di coscienza che diventa scrittura. In tal senso il testo SPAVENTA SILVIO (1) può venire ad articolarsi in maniera diversa nella forma di SPAVENTA SILVIO (2), dando luogo all’indecidibilità direzionale del flusso, non misurabile come onda, se non nella teoria tradizionale. Va bene? Boh!
SPAVENTA SILVIO (1)
Come si chiama il nostro blogger? – Silvio. – E tu leggi tutti i post del suo blog? – Quotidianamente, salvo rare eccezioni, quando non pubblica o io non sono attaccato alla macchina. – Quale macchina? – La macchina che ci tiene in vita. – Per respirare? – Ruah! – C’ré? – Eh? – Che cos’è? – Che cosa? – Ruah! – Ruah, ah! – E allora babbah? – Babbah? – Babbeo! – A me! – E a chi altri, se non a te? – A te! – Beh, smettiamola di balbettare senza motivo né significato. –Siamo scivolati dall’ebraico nel napoletano e siamo finiti nell’insensato. – La nave dei folli? – Sì. – Continuiamo. – Con una certa ratio, però. – Va bene. – Il balbettio è stato causato da ruah e c’ré, come dire l’incontro tra il colto e l’ignorante che si esprime in dialetto napoletano. – È una lingua romanza. – D’accordo, lo dice la IA, tratteremo altrove l’argomento. – E babbah? – Una rima demenziale, ancorata a spettacoli che tendono a far divertire con il “demenziale”, appunto. – Quindi l’incrocio tra il celebre dolce napoletano, il babà, Alì babà, e per finire babbah, come imitazione della desinenza araba ah, che richiamava babbeo, l’insulto che dovrebbe muovere al riso lo spettatore, non si sa perché. – Perché? – Perché quella dei burattini è l’arte naif, diciamo così, per i più piccoli. – Arte ingenua. – E i grandi, come dire i bambini cresciuti? – Quelli dal riso non più innocente, ma di ghiaccio? – Sì. – Ragionano o almeno dovrebbero. – Quindi torniamo a bomba, un annuncio a spaventa Silvio, come vedremo. – Va bene. – Ruah. – Copia e incolla. – “Ruah (o ruach) è un termine ebraico che significa letteralmente "vento", "respiro" o "soffio". Nella Bibbia, indica la forza vitale, lo Spirito di Dio creativo e impalpabile, nonché l'energia che dà vita all'uomo. Rappresenta una forza dinamica e invisibile, spesso associata all'ispirazione divina. Ecco i principali significati e aspetti di ruah. Vento e Aria: Indica l'aria in movimento, il soffio del vento, riflettendo una natura onomatopeica. Respiro e Vita: È il soffio vitale infuso da Dio negli esseri viventi. Se Dio ritira il suo ruah, la creatura torna alla polvere. Spirito di Dio: Rappresenta la potenza divina, creatrice e vivificante che aleggia sulle acque (Genesi 1,2). Forza interiore: Indica anche lo spirito umano, lo stato d'animo, il coraggio o l'energia vitale che spinge all'azione. In sintesi, ruah è l'energia divina che mette in movimento, trasforma e dà vita, descritta come un'aria impalpabile ma potente.” IA. – Ottimo! – Torniamo, allora, alla nostra metafora: noi esseri virtuali dobbiamo la vita (soffio creativo, spirito) all’energia (ruah) del computer, insufflataci dal blog del blogger. – Un po' contorta la spiegazione, ma accontentiamoci. – In questo senso, come malati terminali gravi, dobbiamo la vita alla macchina, se si stacca la spina, fine dell’energia. – Il petrolio!
Che cosa c’entra il petrolio? – Un’associazione di idee. – Dissociati! – Va bene. – E quindi? – Ritorniamo a bomba. – Richiama la IA. – Subito. – “L’espressione “torniamo a bomba" significa tornare al punto centrale di un discorso, interrotto da divagazioni. Secondo la tradizione, fu pronunciata dal politico e patriota italiano Silvio Spaventa (nato a Bomba, in provincia di Chieti, nel 1822) durante un intervento in Parlamento, per richiamare i colleghi all'ordine e all'essenziale. Ecco i dettagli salienti sulla vicenda.
Origine: Silvio Spaventa, nato a Bomba nel 1822, fu un importante politico, senatore del Regno d'Italia e patriota. Il suo paese natale è un piccolo comune in provincia di Chieti, in Abruzzo, da cui il gioco di parole. Significato: L'espressione viene utilizzata per invitare a riprendere un discorso interrotto, tornando al cuore della questione. Aneddoto: Si racconta che Spaventa, spazientito da un dibattito caotico o privo di senso, esclamò "torniamo a bomba", intendendo sia "torniamo all'argomento principale", sia, in senso ironico, "torniamo al mio paese natale", luogo metaforico di partenza. Contesto: Sebbene spesso associata a Silvio Spaventa, alcuni sostengono che la locuzione possa avere origini più antiche, legate al gioco del nascondino (dove "bomba" era il luogo sicuro). Riconoscimenti: A 200 anni dalla sua nascita, il paese di Bomba ha celebrato Spaventa con un murales dell'artista Perry Sullivan per ricordare il suo legame con il territorio.” –Tutto molto interessante, ma a noi che cosa, dunque? – A noi spaventa Silvio. – Perché ? – Ha trovato ispirazione, essendo Silvio il blogger, da questo aneddoto sull’espressione “tornare a bomba”, per intessere tutta una trama, abbastanza anodina, di un suo testo da postare sul blog, come intermezzo. – E questo che significa? – Che Silvio spaventa. – In che senso? – Nel senso che noi rimaniamo spaventati da lui. – Io, no. – Perché? – Ero già a conoscenza della sua ignoranza spaventosa, e quindi Silvio spaventa chi non lo conosce, non me. – Questa storia non ha senso. – E allora diamogli un senso. – Devo andare a riprendere vecchi testi, da collegare a questo, sull’espediente dello “spaventoso”. – Fattorini? – Sì. – E Giacometti, dove lo metti? – Senti, non ricominciare, altrimenti … – Altrimenti che cosa? – Ti mando in terrazza a “ricevere” un altro missile in testa. – Non è necessario. – Perché? – Già mi scoppia la testa. – Per lo spavento? – Spaventa Silvio, se pensiamo alla sua insensatezza spaventosa. – Vogliamo finirla? – Non sappiamo come uscirne, anche se con “finirla” mi veniva la rima con la parola gergale montaliana. – E non bisogna dirla. – Perché? – Sarebbe prosaica, e solo un poeta può poeticamente dirla. – Bravo! Abbiamo finito in bellezza. – Grazie, ciao.
SPAVENTA SILVIO (2)
Come si chiama il nostro blogger? – Silvio. – E tu leggi tutti i post del suo blog? – Quotidianamente, salvo rare eccezioni, quando non pubblica o io non sono attaccato alla macchina. – Quale macchina? – La macchina che ci tiene in vita. – Per respirare? – Sì, il computer, della cui energia, il blogger si avvale per soffiarci la vita, come dire darci il respiro, ruah, lo spirito. – E quindi? – Io sono un assiduo lettore e scrittore dei suoi post giornalieri dalla notte dei tempi. – Come scrittore? – Nelle vesti di ministro di Silvio, suo psicopompo. – Ah, sì? – Sì. – Allora spiegami quella Nota sparita nel nulla in cui commentava: “Ma in che senso Giacometti e la sua età centenaria vengono ad incidere nella presentazione di questo mio racconto datato, trascinandosi dietro, come personaggio (un mio personaggio), tutta la loro ironia, nella mia disinvolta e smodata allegria di autore?” – La nota è sparita per un accidente, ma spiegava, anche se in maniera contorta, secondo lo stile del nostro blogger, il nostro amato blogger, che la “loro” ironia… non mi ricordo più, la mia mente vacilla. – E allora te la ricordo io. – Bene, ti ascolto. – Nel post aveva corretto il testo ed aveva scritto: “tutta la loro [loro, sua] ironia”, poi aveva messo una linea su loro, come cancellatura, che la stampa sul post aveva cancellato, rovesciando il senso. – In che senso? – Se “loro”, messo tra parentesi quadre, era stato cancellato con una linea sovrapposta sulla parola resa invisibile dalla stampa del post, che aveva cancellato la cancellatura, voleva dire che la forma grammaticalmente corretta, invece di “loro” era “sua”, anche se messa tra parentesi quadre, per indicare di avere scientemente preferito l’errore grammaticale. Hai capito? – Tutto, perfettamente, e non solo, ho anche riletto il post del 18 marzo, la [N. d. B.] e la Postilla, introduttive del testo: “L’ombra di un volo”, e il mio lavoro certosino ha premiato la mia acribia. – Che vuoi dire? – La forma corretta è l’uso del pronome possessivo “loro” e non “suo”, al contrario di quello che il blogger aveva scritto e commentato, mostrando tutta la verità del proverbio romano. – Quale? – Fa tutto da solo: “Se la canta e se la suona”. – E invece? – Se i soggetti sono due, uno personale (Giacometti) e l’altro impersonale (la sua età centenaria), infatti la forma verbale è al plurale (“vengono”), allora il pronome possessivo di riferimento ai due è la terza persona plurale e non singolare.
E qui ti volevo! – Dove? – A bomba! Hai mai visto un’età centenaria fare dell’ironia? – Sì, ieri sera. – Bugiardo. – È l’invidia che ti fa parlare, perché sei nonagenario e non centenario, e non sai ironizzare come l’età centenaria. – Sei un buffone. – E tu un ignorante, che non conosce le regole della grammatica. – Abbiamo finito? – Non ancora. – E allora? – Per capire se un’entità astratta, ad es. l’età centenaria, può essere ipostatizzata, come dire personificata, basta pensare a Calloné, ipostatizzazione di Bellezza, e faccio riferimento all’omonimo testo del Blogger, reperibile in diverse biblioteche pubbliche. – E l’età centenaria, immagino una vecchia befana, ipostatizzazione di una centenaria, ti sembra un bello spettacolo? – No, soprattutto se si mette a fare dell’ironia. – Immagino. – Ed è questo che spaventa Silvio. – Che cosa? – Incontrarla ancora. – Sì, ma con questi sgradevoli discorsi e infausti presagi, Silvio spaventa anche noi. – Hai ragione, e se la megera spaventa Silvio, e lui l’ha incontrata davvero lassù, nel cielo della sua realtà, non solo la megera spaventa Silvio, ma Silvio spaventa anche noi. – Abbiamo finito con tutti questi spaventa Silvio e Silvio spaventa? – Sì. – Bene, salutiamoci e allontaniamoci. – Allora, ciao. – E perché mi vieni dietro? – Ho paura, teniamoci per mano. – Senti, io non ti voglio rimproverare, ma non ti voglio neppure incoraggiare. – E la megera? – Spaventa Silvio, non noi. – Sì, ma Silvio spaventa noi! – Vattene via! – E non gridare! – Te ne vuoi andare? – Io non posso scavalcare con un salto l’ombra, che accompagna la mia vita. – Guarda che l’ombra sei tu. – Io sono un’ombra? – Sì. – La tua? – Sì. – Tu sei un pazzo. – Perché? – Uno che parla con la sua ombra, non ti sembra uno tanto sano di mente? – Forse non hai torto, ma adesso vattene, che ho fa fare. – Che cosa? – Non sono affari tuoi. – Chi non vuole compagnia o fa il ladro o fa la spia. – Il proverbio era un po' diverso. – Ma il senso è lo stesso. – Ho capito. – Che cosa? – Mi ricordi il passaggio di un capitolo di “Morte di un professore di zoologia”. – Quale? – Questo: “Ho dato uno sguardo ad un edificio in mattoni, isolato tra gli alberi dalle foglie ingiallite, una congiura della sorte… – O della morte. – Di cui ora qui, alla morgue, siamo i convitati. – Traseo Nera, io vorrei scendere in giardino, perché in quest’ora notturna ed in questo luogo lugubre avverto la necessità urgente… – Vai dietro quella porta d’angolo, io intanto continuerò ad illustrarti la vicenda di Palleschi, di come egli sia giunto sin qui..” – A questo punto, direi di riesumare il mimo per intero. – Va bene.
LE PEDINATRICI DEL METRÒ E IL KILLER SILENZIOSO
Traversata notturna di Parigi di due sospetti e sprovveduti detective sulle tracce del professore di zoologia defunto
- Decio, sei arrivato, finalmente!
- È stata una lunga traversata notturna della ville lumière nella tenebra dei viali deserti, illuminati soltanto dal chiarore della luna, che poi ho visto brillare sulle acque scure della Senna, quando sono passato sul ponte di Waterloo…
- Decio Livio!
- Eh?
- Ma dove si trova questo ponte di Waterloo?
- Qui vicino.
- Qui vicino? Non mi risulta.
- Traseo Nera, noi siamo personaggi immaginari, peraltro calati nel ruolo di ombre o meglio di mortali chissà come discesi nell’Ade, anzi no, arrivati nei Campi Elisi, come ci ha ricordato Palleschi, e soltanto per esigenze narrative la storia che stiamo vivendo, si fa per dire “vivendo”, è ambientata in una Parigi notturna e spettrale, di cui a ragione io posso tracciare una mappa immaginaria, che si sovrapponga a quella reale, seguendo itinerari verosimili. Vorrei comunque precisare che il ponte di Waterloo è qui vicino, ed è esattamente quello che prima di me, fu attraversato due secoli fa da Jean Valjean, in una notte di plenilunio, quando il forzato fuggiva con Cosette tra le braccia, inseguito da Javert, scivolando sul lato scuro dei muri e delle case, descrivendo “parecchi diversi labirinti nel quartiere Mouffetard, già addormentato”, cito testualmente Hugo.
- Conosco la storia, Decio Livio: “Mentre suonavano le undici a Santo Stefano al Monte, egli stava traversando la rue de Pontoise, davanti all'ufficio del commissario di polizia, che trovasi al n. 14. Pochi istanti dopo, l'istinto di cui abbiam già fatto cenno l'indusse a voltarsi: in quel momento, vide distintamente, in grazia del fanale del commissariato, che li tradiva, tre uomini che lo seguivano piuttosto da vicino e che passarono uno dopo l'altro sotto quel fanale, dalla parte in ombra della via.” Allora il fuggiasco si allontanò e dopo lunghi giri raggiunse le Jardin des Plantes, in prossimità della Senna, per attraversarla sul ponte, apri bene le orecchie, Decio Livio: “Austerlitz”.
- Nera, non stiamo qui a perderci dietro le vittorie o le sconfitte sui campi di battaglia di Napoleone od a smarrirci in una Parigi d’altri tempi, dietro le fughe e gli inseguimenti di Jean Valjean e Javert; dobbiamo tenere fermo il nostro obiettivo da perseguire, il nemico da battere: il nostro uomo è Palleschi, sempre lui, il professore di zoologia.
- Ci siamo, Decio, siamo arrivati: non ci resta che salire la scalinata per giungere alla camera mortuaria, come dire la morgue.
- Ah!
- L'Istituto in cui ci troviamo accoglie da una parte le persone decedute sulla pubblica via, a seguito di un incidente come che sia, dall’altra i corpi delle persone decedute a causa di un atto criminoso o per una morte sospetta o non identificate. Saranno i cadaveri stessi a raccontare la storia del loro decesso al medico legale, investito della delicata missione di esaminarli attraverso l’autopsia.
- Ah! E lui, Palleschi, come è arrivato fin qui?
- Hic sunt leones!
- Spiegami l’enigma, dunque, mia consimile ombra.
- L’altra mattina avevo accompagnato Nunzia Marcella al “Bon Marché” ed in attesa di andarla a riprendere, ho deciso di fare un salto in una libreria di Boulevard Saint-Michel a comperare: “Le fughe dalla realtà. La fisica immaginaria da Talete ai nostri giorni” di Skion Wiedman, un testo che avevo adocchiato tempo prima. Ho preso la linea 10 del metrò a “Sèvres Babylon” per scendere a “Cluny La Sorbonne” e di lì risalire il viale Saint-Michel. Decio Livio, lei era là!
- Chi?
- La nera signora.
- Come?
- Ricordi le parole di “Samarcanda” di Roberto Vecchioni? “Vide tra la folla quella nera signora / vide che cercava lui e si spaventò.”
- E allora?
- Sono sceso con aria indifferente ad una stazione che non so e sono risalito su, avviandomi tra grandi e piccole strade, ritrovandomi alla fine a passeggiare per rue de Seine, dove in un angolo ho visto un uomo con un impermeabile e un cappello, in compagnia di una donna che lo scuoteva, entrambi pallidi. Conosci la poesia di Prevert, Decio Livio?
- “Rue de Seine dix heures et demie - le soir - au coin d’une autre rue - un home titube …un homme jeune - avec un chapeau - un imperméable - une femme le secoue … - Pierre dis-moi la vérité.”
- Bon! Allora sono andato più in fretta e in quell’atto, mi ha fermato un giovane in motorino, chiedendomi un’indicazione stradale; io ho fatto cenno dietro di me ed ho subito accelerato, ridiscendendo nel metrò ad “Odéon”, dove sono andato al binario ad aspettare il convoglio della linea 10, sedendomi nell’attesa sulla panchina: lei è sbucata dal corridoio ed è venuta a sedersi accanto a me.
- Una delle pedinatrici?
- No, sempre lei.
- La nera signora.
- Sì, è salita dietro di me sul treno ed ha preso posto sul sedile di fronte, sollevando l’ampia gonna fiorata di scuro e guardandomi con occhi cattivi.
- Siamo scesi insieme ad “Austerlitz” ed abbiamo attraversato il ponte sulla Senna, dove ho girato a sinistra per il quai de la Rapée; nella vicina piazzetta (place Mazas), ho dato uno sguardo ad un edificio in mattoni, isolato tra gli alberi dalle foglie ingiallite, una congiura della sorte…
- O della morte.
- Di cui ora qui, alla morgue, siamo i convitati.
- Traseo Nera, io vorrei scendere in giardino, perché in quest’ora notturna ed in questo luogo lugubre avverto la necessità urgente…
- Vai dietro quella porta d’angolo, io intanto continuerò ad illustrarti la vicenda di Palleschi, di come egli sia giunto sin qui.
- Certo.
- Secondo il decreto della Prefettura di polizia i cadaveri di persone non identificate vengono ricoverati qui. Ed invero, se risaliamo all’origine del termine morgue, troviamo il verbo “morguer”, che significa dévisager, guardare in faccia, secondo la procedura eseguita dai guardiani della prigione di Châtelet incaricati di identificare all’arrivo i detenuti, onde riconoscerli in caso di tentativo d’evasione. Nel Settecento, i cadaveri rinvenuti in strada venivano raccolti ed ammucchiati nei sotterranei, sempre della prigione di Châtelet. Lì si presentavano familiari ed amici per il riconoscimento, alla luce di una lanterna portata all’altezza del viso dei cadaveri. Nell’Ottocento, la morgue viene trasferita alla île de la Cité, ed i cadaveri, dopo essere stati composti e rivestiti, venivano messi in esposizione dietro un vetro, alla vista della popolazione, che veniva a sfilare lì davanti, onde tentarne una identificazione o anche per semplice svago. Hai capito, Decio Livio? Mi senti? Decio!
- Eh?
- Hai finito?
- Sì, ora esco.
- Ah, eccoti! Allora, apri bene le orecchie, Decio Livio: la tecnica di esporre i cadaveri in pubblico rendeva sovente possibile alle autorità l’arresto dei criminali, che discretamente venivano ad osservare i loro “trofei”.
- Traseo Nera, ma chi ti ha raccontato tutte queste cose?
- Sono notizie facilmente reperibili su internet.
- Ah!
- Entriamo, dunque, nella camera mortuaria ad osservare il nostro “trofeo” di caccia: Palleschi.
- Sei sicuro, Nera, che oltre alla salma, dentro, non vi sia qualcun altro ad attenderci?
- Sicurissimo.
- Ed allora sicuramente ci sarà qualcun altro.
- Sì, un’entità impalpabile, che non si vede.
- Come?
- Decio, quando hai compiuto la traversata della città addormentata, volando tra anime di tenebra vestite, come tu stesso ti sei espresso, nel nostro incontro ai Campi Elisi, anticipando il tuo itinerario nella notte profonda, chi era con te?
- Nessuno mi seguiva, Nera.
- Sei sicuro, Livio?
- Sicurissimo.
- Ed allora qualcuno certamente ti seguiva, quello stesso che ora ci attende, oltre la porta della camera mortuaria.
- Chi, dunque?
- Entriamo.
- Oh!
- Hai visto?
- Sì, ma avviciniamoci al tavolo di marmo, Nera, per potere meglio osservare la salma ivi distesa, illuminata dalla bianca luce della luna, che attraverso il vetro della finestra, schiarisce il buio.
- Riconosci il suo volto, ora, Decio Livio?
- Sì, è lui, Palleschi, il professore di zoologia del liceo Darwin: la corporatura robusta, il volto un tempo pieno, le gote arrossate ora pallide, il bianco striato di grigio cenere della capigliatura crespa, la barba canuta intorno al mento, i folti baffi argentei.
- Qui giunto cadavere.
- Chi l’assassino, Nera?
- Il medico legale, che ha compiuto l’autopsia del cadavere, ne ha osservato a lungo il cuore, estratto dal petto, rigirandolo perplesso tra le sue professionali mani di esperto chirurgo.
- Ed il cuore ha parlato?
- Sì, ha rivelato il nome del suo assassino: il killer silenzioso.
- Hic locus est ubi mors gaudet succurrere vitae.
- Questo è il luogo dove la morte è felice di soccorre la vita.
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