[N. d. B.] – Silvio spaventa. Recentemente avevo pubblicato una serie di racconti, che posso definire “psichici” per il loro contenuto – sono rintracciabili sotto il post: “Il libro di Attanasio”. Non si tratta dell’Attanasio cavallo vanesio con l’indimenticato Renato Rascel (io sono dell’altro secolo), anche se l’omonimia fa da richiamo. E spiego che quest’associazione di idee mi è stata generata da una scoperta fatta uora uora: Giuseppe Giacometti, quest’anno, compie cento anni. Auguri, Giuseppe! Ci ritroviamo l’anno venturo con la carica dei centouno. Ma in che senso Giacometti e la sua età centenaria vengono ad incidere nella presentazione di questo mio racconto datato, trascinandosi dietro, come personaggio (un mio personaggio), tutta la loro ironia, nella mia disinvolta e smodata allegria di autore? Io l’ho rincontrato di recente, anzi no, noi l’abbiamo incontrato di recente, In “Una spia dell’ovest”, l’altro giorno appena. Mi scuso, ma coinvolgo gli amici lettori invisibili, ma presenti, che con la loro presenza, come dice Cicerone (“De natura Deorum”, II, 6,) – cfr. post “Exaiphnes” – esprimono la loro forza. Ma in che senso i lettori invisibili manifestano la loro forza con la loro presenza (“Dii saepe praesentes vim suam declarant”)? Perché essi, i lettori, riconducono il divenire della narrazione nello specchio dell’eternità della lettura, come pienezza del tempo, che in tal senso esaurisce tutto il suo futuro. Ritorneremo sull’argomento, e intanto ritorniamo a bomba (redeamus ad bonam frugem), ovvero riprendiamo il discorso principale. Recentemente avevo pubblicato una serie di racconti, che posso definire “psichici” per il loro contenuto, “L’ombra di un volo”, ora in pubblicazione, appartiene a quella serie, ma non so perché non sfugge in maniera estemporanea al fumus “Giacometti”. Il giogo dell’autore, forse che non riuscendo a sottrarsi al giogo di sé stesso, riconduce tutti i suoi personaggi sotto lo stesso suo giogo? Silvio spaventa. Come? Risponderò, prometto di rispondere, ma non so se riuscirò a mantenere la promessa, in un testo, che avrà il titolo: “Spaventa Silvio”. E dico, fin d’ora, che il riferimento a Silvio Spaventa, il politico e patriota dell’800, non è casuale.
POSTILLA Il testo di cui sopra e intitolato “Silvio spaventa” e s’imparenta con il futuro “Spaventa Silvio”, distinguendosi nello scambio posizionale dei due termini, prestandosi il primo (titolo) a un’interpretazione più chiara rispetto al secondo, come meglio vedremo. Segnalo inoltre che la sgrammaticatura: “Giacometti e la sua età centenaria … tutta la loro [loro, sua] ironia”, pur da me rilevata, non è stata corretta, perché l’ironia dell’età centenaria è un soggetto “personale” come “Giacometti”, pur non trattandosi di un individuo, ma semplicemente una maschera che forse lo nasconde. Anche se non si capisce bene, ma lo si intuisce, sono soggetti (argomenti) che si influenzano a vicenda, come Agilè, ricordate? No, non ricordiamo. Allora ve lo ricordo io: “La morte di Agilè ci colse tutti di sorpresa: “Come è possibile – ci interrogammo, in un silenzio sbigottito – che un uomo di oltre cinquecento anni, un immortale nelle nostre aspettative, potesse avere chiuso gli occhi e per sempre?” (“La dipartita”) (Segue)
L'OMBRA DI UN VOLO Credo fosse la festa di Halloween, era sera, quando bussarono alla porta. Mentre andavo ad aprire, diedi un’occhiata al comò, su cui avevo posato alcuni cioccolatini, caramelle ed altri pasticcini, perché sapevo che sarebbero venuti i bambini del palazzo e dei palazzi vicini: “Dolcetto o scherzetto?” Aprii la porta e mi trovai davanti uno strano individuo, sarà perché nel corridoio la luce era spenta. Il volto non era ben distinguibile, coperto a metà dal bavero del cappotto alzato e dalla tesa larga del cappello che gli cadeva sulla fronte e sugli occhi. “Ciao, Alberto fammi entrare”, ha detto facendo un passo in avanti. Non mi spostai, impedendogli di avanzare: “Scusi, lei chi è?” dissi, pensando a uno scherzo o meglio a uno “scherzetto” fuori luogo di un adulto. L’uomo, un po’ tracagnotto, sollevò la testa che teneva china, ma pure in quell’atto non mi parve di riconoscerlo, anche perché la fronte e l’occhio sinistro erano sempre coperti dalla falda del cappello e il bavero alzato non aiutava. Vedevo una gota grigio pallida nella penombra, parte del naso e un occhio semichiuso. “Dai, Alberto, non scherzare, fammi entrare!” disse. “Ehi, un momento!” mi posi di traverso. “Ma come! Mi scacci?” L’uomo si voltò con tutta la persona di lato, sentii che rideva in maniera leggermente isterica: “Che mondo!” disse. Credevo si voltasse di nuovo verso di me, invece finì di girarsi completamente, dandomi le spalle, poi con passo lento e strascicato si allontanò in direzione delle scale. Restai sospettoso ad osservare quella sagoma scura che si perdeva nell’ombra, aspettando di sentire l’arrivo al piano o la partenza della cabina dell’ascensore, abito all’ottavo piano. Ma non sentii nulla, neppure il passo di chi scende i gradini delle scale. Scrutai nel buio, ma riuscii soltanto a distinguere il profilo dello spigolo del muro, all’angolo con il pianerottolo delle scale. Attesi ancora, poi decisi di rientrare. Chi era quello sconosciuto, che conosceva il mio nome e fingeva un tono confidenziale? Un truffatore? Oppure si trattava di uno scherzo inopportuno? Riflettevo su quel passo strascicato e sulla sagoma cascante di spalle appena intravista. Aveva un’età indefinibile, ma doveva essere anziano. Ero incerto, presi le chiavi di casa, aprii la porta e uscii sul corridoio, richiudendo l’uscio dietro di me, accesi la luce e andai a guardare vicino alle scale e all’ascensore. Non c’era nessuno. Salii diversi gradini della rampa che portava al terrazzo, girando attorno alla colonna cilindrica del muro del vano ascensore. Non c’era nessuno, allora desistetti, scesi e tornai in casa. Più tardi, venne Eva, di ritorno da Claudio, nostro figlio, che abita qui vicino con la moglie Anna Rita. Mentre le riferivo dello sconosciuto dallo strano comportamento, lei mi ascoltava distrattamente, presa da altri pensieri. Cercavo una risposta, girando attorno a lei indaffarata a spostare e sistemare alcuni suoi oggetti personali, dopo essersi tolta gli orecchini e la collana, alla fine le ho domandato deciso: “Non è magari un familiare di Anna Rita, in vena di scherzi e che noi non conosciamo?” Il nome della nuora ha riscosso la sua attenzione, Eva si è fermata di colpo a guardarmi, poi con aria leggermente accigliata, mi ha detto bruscamente: “Ma che stai dicendo?” Io ho replicato: “Quindi, lei non c’entra?” “No!” Mi ha voltato le spalle ed è andata in cucina a preparare la cena. Nell’attesa, mi sono seduto sul divano, con la televisione accesa, ma non seguivo la trasmissione. Pensavo allo sconosciuto. Chi era?
Poi è suonato il campanello della porta: “Ecco, Sigismondo!” ho esclamato e mi sono alzato, per andare ad aprire. Eva si è affacciata dalla cucina, ho aperto la porta: “Dolcetto o scherzetto?” Ho fatto qualche passo indietro, ho preso le caramelle e i cioccolatini e li ho consegnati alla bambina. “Grazie, signore.” La madre accanto a lei mi ha sorriso. Prima di cena, sono arrivati ancora alcuni bambini vocianti, piccolo giocoso chiasso infantile in un giorno di festa. E Sigismondo? Ma soprattutto perché quel nome associato alla visita di quello strano individuo? Io non è che non credo al caso, ma spesso cerco sempre la causa di qualche piccola casualità, tipo quella del nome che avevo associato allo sconosciuto di Halloween, un’associazione di idee, Freud. Ecco, alcuni giorni dopo c’ero arrivato, e pensare che la soluzione era proprio nel nome del medico viennese. In quei giorni stavo leggendo: “L'homme Moïse et la religion monothéiste”. Avevo comperato il volume, nella libreria della casa museo di Sigmund Freud, alla Berggasse 19 di Vienna, dove ero stato tempo prima. Non c’erano libri in lingua italiana ed ho preferito la lingua francese, perché non scrivo né parlo correntemente in lingua tedesca o inglese, mi arrangio con il francese, e per la lingua italiana si fa quel che si può. Comunque la lingua originale conserva l’autenticità del nome: Sigmund, non certo Sigismondo. È un po’ come il vino che fuori dalla sua terra d’origine perde l’aroma e anche il colore. Ma che c’entrava Sigismondo con il tizio di Halloween? Non c’entrava, ossia non c’entrava direttamente. Però, a pensarci bene, che strana visita! Uno scherzo? Non telefonai a Claudio, perché coinvolgere in quell’affare Anna Rita era comunicare solo inquietudine ai giovani, ed io non volevo, per non parlare di eventuali reazioni di Eva. Decisi per lo scherzo ordito da qualche mio collega di lavoro, ma rientrando in ufficio, lavoro in un’agenzia di assicurazioni, non trovai riscontri. E allora, Sigismondo? Sembrava una suggestione, una rima, il tizio aveva esclamato: “Che mondo!” Quando ripensavo all’episodio, alle immagini dello sconosciuto che col tempo si andavano dissolvendo, veniva a sovrapporsi la visione a colori del paesaggio invernale di una città del Nord Europa coperta di neve nelle luci della notte. L’altro giorno consultavo “La scienza della logica” di Hegel, uno dei suoi testi principali, oltre alla “Fenomenologia dello Spirito”. Nell’Introduzione, mi sono imbattuto nella celebre affermazione: “Tutto quello che è razionale è reale Tutto quello che è reale è razionale.” Ricordavo di averla letta in un altro testo ed era lo stesso Hegel a darne la traccia, indicando la fonte nella Prefazione alla “Filosofia del diritto”. Intendeva contestare alcuni suoi critici o detrattori: “Queste semplici proposizioni a molti sono sembrate sconcertanti e sono state osteggiate, precisamente da parte di alcuni che non ammettono si metta in dubbio che essi possiedono la filosofia.” A suo tempo, considerando le due proposizioni, le avevo rovesciate in negativo: “Tutto quello che è irrazionale è irreale Tutto quello che è irreale è irrazionale.” Che cosa volevo dimostrare? Nella logica dei contrari, il mio rovesciamento del pensiero hegeliano non significava nulla. L’affermazione in positivo dice che solo il razionale è veramente reale, la seconda proposizione non fa altro che ribadire la prima, escludendo la possibilità di una realtà irrazionale. Pertanto la negatività da me introdotta nelle proposizioni non ne alterava il senso, la loro verità. Introduceva però subdolamente nel discorso il senso dell’irrazionale sia pure su un piano d’irrealtà, come dire una verità in negativo. Dire che “quello che è irrazionale è” significa già introdurre un “qualcosa” nella sfera dell’essere alias della realtà, per poi escluderlo dicendo che questo “qualcosa”, “l’irrazionalità”, non è reale.
Non è che Hegel non abbia considerato le critiche alla sua formula, infatti menziona le due obiezioni principali: “Alla realtà del razionale si contrappone tanto il modo di vedere per cui le idee, gli Ideali, non sono altro che chimere e la filosofia un sistema di tali fantasticherie; quanto il modo di vedere per cui le idee e gli Ideali sono qualcosa di troppo elevato per avere realtà o, egualmente, qualcosa di troppo impotente da potersela procurare.” Questo discorso richiamava una polemica del contrasto tra essere e dover essere, che veniva superato dall’equazione tra il “razionale”, l’idea, e la “realtà”, considerando che il dover essere si rivolge a oggetti, istituzioni, condizioni banali, esterne e transeunti. Erano affermazioni che si ricollegavano a quanto detto nella Prefazione a “Lineamenti di filosofia del diritto”, dove la raggiunta realtà (Wirklichkeit) storica della ragione nelle istituzioni, ossia famiglia, società civile e Stato, stava a base della formula della razionalità del reale, che non è un’acritica legittimazione dello status quo, ma un’effettività del reale. Per ripetere le frasi più celebri di Hegel, la filosofia è il proprio tempo appreso nel pensiero, lo spirito del tempo (Zeitgeist). È come la nottola di Minerva che si libra in volo sul far del crepuscolo, appare soltanto “dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta”. Non credo che fu il mio spirito di acribia a spingermi nella ricerca, quando deposi sulla scrivania “La scienza della logica” e mi alzai per andare a prendere nello scaffale della libreria i “Lineamenti della filosofia del diritto”. Cercai accuratamente, ma non trovai, estesi la ricerca agli altri scaffali, nulla. Da un po’ di tempo avevo portato tutta una serie di vecchi libri in cantina, per fare posto a nuovi volumi negli scaffali. Ero sicuro di non avere scartato Hegel, era impossibile. Scesi lo stesso giù a controllare, con la strana sensazione di andare in un luogo, di cui mi era vietato l’accesso, tipo le cantine delle grandi biblioteche di Stato dell’Europa dell’Est di una volta, dove venivano confinati tutti i libri degli autori censurati, o anche i magazzini terranei o sotterranei di grandi biblioteche occidentali (non tutte), dove vengono custoditi i libri di illustri autori sconosciuti. Fu una ricerca facile, perché i libri erano in ordine alfabetico, Hegel veniva prima di Hitler, catalogato non come soggetto autore, ma “soggetto” nel senso di argomento principale del libro. L’autore del testo, Walter Langer, uno psicanalista viennese emigrato negli Stati Uniti, in seguito all’Anschluss del 1938, aveva compiuto un attento studio a distanza sulla personalità del dittatore tedesco, per conto del governo di Washington, dove il documento era stato conservato negli archivi per oltre trent’anni dal momento della sua redazione del 1943. “Occorreva indagare a fondo sulla psiche di Hitler, poter prevedere come la sua mente morbosa avrebbe reagito al susseguirsi delle sconfitte, essere in grado di prevenire una possibile, apocalittica ritorsione all’inevitabile disfatta.” Si legge ancora nella quarta di copertina: “Il documento ha un valore scientifico e storico altissimo, anche per le rivelazioni che contiene sulle tare psichiche e sessuali dell’ex imbianchino di Monaco, per le illuminanti osservazioni sui complessi d’inferiorità, per la lucida analisi di certi tortuosi meccanismi mentali, per la luce che getta sul protagonista più tenebroso, maniaco e nefasto della storia del secolo.” Era un volume usato, che avevo comperato a prezzo ridotto su una bancarella, mentre i “Lineamenti” erano lì, un volume bello nuovo, sebbene fosse un testo di un secolo prima. Il volo della nottola non aveva comunque portato fortuna, perché l’uccello notturno, desacralizzato dai delitti e dalle nefandezze del Novecento, aveva perduto tutta la saggezza di Minerva, aleggiando in maniera sinistra sulle sciagure d’Europa e del mondo.
Preso da questi pensieri, rimisi a posto Hitler, sfilai il vicino Hegel e aprii il libro, che si spalancò sulla pagina della Prefazione, dove c’era una cartolina come segnalibro. Subito riconobbi il paesaggio invernale della città del Nord Europa, coperta di neve nelle luci della notte, era Stoccolma. Sul retro lessi: “Saluti Enrico”. Ora, ricordavo: mi era stata spedita due anni prima, nelle vacanze di Natale, da un mio lontano cugino, ossia il figlio di una cugina di mia madre, entrambe defunte da tempo. Io ricordavo Enrico da piccolo, non l’avevo mai visto da grande, abitava in una città della Toscana, mi sembra fosse Pisa o Lucca. Il padre, Roberto Di Rotondo, ossia il marito della cugina Enza di mia madre, era morto qualche settimana prima, e prima di morire mi aveva telefonato. Non lo vedevo né sentivo da una quindicina d’anni, quando era venuto a Roma in occasione dei funerali della mamma. Allora, lui era già vedovo e venne in compagnia di una signora, che era la sua seconda moglie, una cantante lirica, ed il loro figlio piccolo, Enrico, di quattro o cinque anni. Quando mi telefonò, mi parlò di un viaggio che avrebbe voluto fare in Germania, nominò una cittadina del nord, disse che era vicino a Lubecca. Poi aveva rinunciato, perché lì faceva troppo freddo. Parlava con aria stanca, non credevo che le sue condizioni di salute fossero gravi. Allora, ero preso da altri problemi, sia di famiglia che di lavoro. Due o tre giorni dopo quella telefonata presagio della sua fine, ricevetti un telegramma da un’agenzia di pompe funebri, che mi comunicava la data e il luogo delle esequie di questo mio zio Roberto. Mandai una corona di fiori a nome mio e di mia moglie. Una o due settimane dopo ricevetti la cartolina di Enrico, la neve e le luci d’inverno di Stoccolma. Forse, senza saperlo, io ero il parente più prossimo rimastogli, forse la madre era morta, non so. Deve essersi sentito solo ed era partito per la Svezia e di lì aveva spedito la cartolina. Chiusi il libro e pensai di riporlo, ma rimettere Hegel vicino a Hitler, il diavolo e l’acqua santa, mi sembrò un sacrilegio, lo riportai su in casa e lo misi accanto a “Platone” e “Aristotele”, due monografie, contenenti le sue lezioni di filosofia sui due classici. “Ciao, Alberto, fammi entrare”, quando ero andato a controllare nel corridoio, “zio Roberto”, se era lui, non aveva preso né l’ascensore né le scale, era soltanto sparito. È ragionevole quello che sto dicendo? “Tutto quello che è irrazionale è irreale Tutto quello che è irreale è irrazionale.” Questa mia massima però non mi convince, devo approfondire, studiare meglio oppure devo disinfestare questa casa dagli spiriti avversi che si sono annidati in essa, penetrando attraverso le fessure di porte e finestre. E poi devo dire che qualche volta, al crepuscolo, uscendo sul terrazzino e guardando l’aria che imbrunisce, mi sembra come se dalle vicinanze un qualche uccello notturno si librasse in alto, nel vento leggero l’ombra di un volo.
LO SPIRITO DELLA CASA “Un ospite inquietante viene a bussare alla nostra porta, adesso l’ospite inquietante si aggira familiarmente per la nostra casa.” L’immagine è di Nietzsche, là dove l’ospite inquietante è il nichilismo. Quest’ultima espressione è stata ripresa dal filosofo italiano Umberto Galimberti come titolo di un suo libro. L’espressione è suggestiva ed anch’io l’avrei volentieri adottata per questo brano a commento del mio racconto “L’ombra di un volo”, ma avrebbe finito per essere un titolo un po’ troppo scontato per me, che sono sempre in cerca di nuove metafore. Ed ecco allora: “Lo spirito della casa”. È uno spirito benevolo lo spirito che abita la mia casa, però sempre in lotta con altri spiriti forestieri, che a volte entrano o tentano d’entrare, venendo come ladri furtivi a turbare la mia sicurezza domestica. Peraltro, non posso neppure eccedere nel difendermi in maniera appropriata con armi da fuoco, operando una sorta d’illegittima difesa, perché agli spiriti, come in ogni buon film horror che si rispetti, dei proiettili che fischiano se ne infischiano, non si lasciano tangere da queste basse materialità, sono invulnerabili. Bene, fatta questa premessa, leggermente tinta di buffonesco (non dimentichiamo che io sono lo spirito creatore di due grottesche figure d’istrioni, che adesso si espone in prima persona come io narrante), passiamo a un discorso serio o quanto meno tentiamolo ossia tentiamo qualche riflessione critica sull’uomo di Halloween. Chi si nasconde dietro questo personaggio? “Zio Roberto” è un mio zio? Se vado a scavare nell’album di famiglia trovo un vero zio Roberto, che forse ho conosciuto soltanto una volta quand’ero bambino e di cui ho un ottimo ricordo, un uomo sorridente verso i suoi nipotini, che non ha niente a che fare con lo “zio Roberto” di Halloween. E allora? Dobbiamo premettere che ogni personaggio di un racconto è spesso il risultato della fusione psichica nella coscienza dell’artista di più personaggi della vita reale. E quindi nei loro caratteri tali personaggi immaginari corrispondono a più figure realmente esistenti o esistite che hanno ispirato l’artista. E questo succede con “zio Roberto”, di cui riconosco i diversi tratti che li compongono, attribuibili a soggetti diversi della vita reale ed anche di quella mia psichica. Mi spiego meglio. Creando un personaggio, la mia psiche più o meno inconsciamente si rifà a persone reali ed anche, se non sempre, a persone immaginarie già elaborate e costituitesi in precedenti fantasie ed in cui i tratti del modello originario reale si sono andati sbiadendo nel puro immaginario. Faccio un esempio, per chiarire questo concetto. Uno scrittore magari vuole descrivere la figura di un prete pacioccone e allora s’ispira a qualche suo conoscente o a qualche monsignore visto in televisione. Ma un tale scrittore, io domando, può non tener presente, seppure in maniera inconsapevole, la figura di don Abbondio? Stiamo entrando nel discorso junghiano dei “tipi psicologici”. Ma ritorniamo a “zio Roberto”, anche se magari la figura di “zio Peppe” è più tipica. Chi non ha mangiato in una trattoria di un tale zio? “Io”, mi sorprendo a rispondere io, ma forse è solo vanità, per dire che ho mangiato dalla “Zi’ Teresa”. E chi non conosce questo che è il più famoso ristorante del Mezzogiorno d’Italia? È come dire che un francese non conosca non dico “Maxim’s”, a Parigi, ma “La Cigale”, la più bella brasserie di Francia, che si trova a Nantes, in Bretagna.
“Zio Roberto”, dunque, quello spirito che ho scacciato il giorno di Halloween, oltre alla figura dello zio tipico, a Roma è “zio” una persona più anziana, con cui si vuole intrattenere un rapporto familiare, era anche un personaggio poetico ossia il personaggio di una poesia di Prévert, che mi viene in mente ogni volta che ne incontro uno simile, tipo il “professore” di viale Londra, una strada vicino casa: “La disperazione è seduta su una panchina. In un giardinetto su una panchina C'è un uomo che vi chiama quando passate O semplicemente egli vi fa un cenno Non bisogna guardarlo Non bisogna ascoltarlo Conviene andare avanti Fingere di non vederlo Fingere di non sentirlo Bisogna camminare affrettare il passo Se voi lo guardate Se voi l'ascoltate Egli vi fa un cenno e niente e nessuno Può impedirvi di andare a sedervi accanto a lui Allora egli vi guarda e sorride E soffrirete atrocemente.” Scacciando zio Roberto, avevo seguito il consiglio di Prévert: “Ciao, Alberto fammi entrare”, ha detto facendo un passo in avanti. Non mi spostai, impedendogli di avanzare: “Scusi, lei chi è?” La disperazione si era alzata dalla panchina ed era venuta a bussare a casa mia, nei panni di un irriconoscibile zio Roberto, anzi no, nei panni del defunto zio, un’anima in pena nella notte di Halloween. Avevo detto che lo spirito della mia casa è uno spirito benevolo, ma forse non è tanto compassionevole. In ogni caso, si ha l’impressione che io stia un po’ menando il can per l’aia, ciurlando nel manico, tanto per intenderci. A mia difesa, però, adduco che sono sempre sotto l’impressione, ancora viva, di quel personaggio dall’aria così falsamente familiare, diciamolo pure, l’aria dei malfattori, sconosciuti che tentano d’insinuarsi nel tuo privato, delinquenti insomma! E questo è perché sono uno spirito benevolo! E perché? Opporre il male al male è un male? Ma questo male di cui sto parlando che cos’è? L’irrazionale in campo morale, sociale, storico. Nella sua opera “La distruzione della ragione”, il filosofo ungherese di lingua tedesca, György Lukács denuncia la tesi della “via della Germania ad Hitler nel campo della filosofia”. Nel saggio, egli cerca d’illustrare il lungo processo di disgregazione della coscienza filosofica soprattutto tedesca, che fece precipitare il popolo germanico nell’abisso dell’hitlerismo e dei suoi orrori, intendendo per “ragione” e “razionalità” l’intero processo di edificazione della razionalità occidentale. Egli mette sotto accusa tutti quei pensatori e quei filoni di pensiero in contrasto il marxismo-leninismo, ultima e definitiva apparizione della ragione nella storia, essendo il materialismo storico e dialettico l’unico erede legittimo dell’idealismo oggettivo di Hegel, al contrario di tutte le forme di idealismo soggettivo, in cui Lukács accomuna Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche. In tale prospettiva, non tutto ciò che è stato reale è stato razionale, intanto l’uccello notturno, simbolo della saggezza di Atena, all’imbrunirsi dell’epoca, si è di nuovo librato in volo, iniziando un nuovo giro.
ERRATA CORRIGE Il "loro" tra parentesi quadre della Postilla del primo paragrafo deve intendersi cancellato. Infatti, nell'operazione di postare il testo dalla videoscrittura originaria alla scrittura a stampa del blog, ha perso la barra che lo cancellava, per evidenziare l'errore apparente o meno, di cui ho dato conto. Bizantinismi? Forse.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
8 commenti:
[N. d. B.] – Silvio spaventa.
Recentemente avevo pubblicato una serie di racconti, che posso definire “psichici” per il loro contenuto – sono rintracciabili sotto il post: “Il libro di Attanasio”. Non si tratta dell’Attanasio cavallo vanesio con l’indimenticato Renato Rascel (io sono dell’altro secolo), anche se l’omonimia fa da richiamo. E spiego che quest’associazione di idee mi è stata generata da una scoperta fatta uora uora: Giuseppe Giacometti, quest’anno, compie cento anni. Auguri, Giuseppe! Ci ritroviamo l’anno venturo con la carica dei centouno. Ma in che senso Giacometti e la sua età centenaria vengono ad incidere nella presentazione di questo mio racconto datato, trascinandosi dietro, come personaggio (un mio personaggio), tutta la loro ironia, nella mia disinvolta e smodata allegria di autore? Io l’ho rincontrato di recente, anzi no, noi l’abbiamo incontrato di recente, In “Una spia dell’ovest”, l’altro giorno appena. Mi scuso, ma coinvolgo gli amici lettori invisibili, ma presenti, che con la loro presenza, come dice Cicerone (“De natura Deorum”, II, 6,) – cfr. post “Exaiphnes” – esprimono la loro forza.
Ma in che senso i lettori invisibili manifestano la loro forza con la loro presenza (“Dii saepe praesentes vim suam declarant”)? Perché essi, i lettori, riconducono il divenire della narrazione nello specchio dell’eternità della lettura, come pienezza del tempo, che in tal senso esaurisce tutto il suo futuro. Ritorneremo sull’argomento, e intanto ritorniamo a bomba (redeamus ad bonam frugem), ovvero riprendiamo il discorso principale. Recentemente avevo pubblicato una serie di racconti, che posso definire “psichici” per il loro contenuto, “L’ombra di un volo”, ora in pubblicazione, appartiene a quella serie, ma non so perché non sfugge in maniera estemporanea al fumus “Giacometti”. Il giogo dell’autore, forse che non riuscendo a sottrarsi al giogo di sé stesso, riconduce tutti i suoi personaggi sotto lo stesso suo giogo? Silvio spaventa. Come? Risponderò, prometto di rispondere, ma non so se riuscirò a mantenere la promessa, in un testo, che avrà il titolo: “Spaventa Silvio”. E dico, fin d’ora, che il riferimento a Silvio Spaventa, il politico e patriota dell’800, non è casuale.
POSTILLA
Il testo di cui sopra e intitolato “Silvio spaventa” e s’imparenta con il futuro “Spaventa Silvio”, distinguendosi nello scambio posizionale dei due termini, prestandosi il primo (titolo) a un’interpretazione più chiara rispetto al secondo, come meglio vedremo.
Segnalo inoltre che la sgrammaticatura: “Giacometti e la sua età centenaria … tutta la loro [loro, sua] ironia”, pur da me rilevata, non è stata corretta, perché l’ironia dell’età centenaria è un soggetto “personale” come “Giacometti”, pur non trattandosi di un individuo, ma semplicemente una maschera che forse lo nasconde. Anche se non si capisce bene, ma lo si intuisce, sono soggetti (argomenti) che si influenzano a vicenda, come Agilè, ricordate? No, non ricordiamo. Allora ve lo ricordo io: “La morte di Agilè ci colse tutti di sorpresa: “Come è possibile – ci interrogammo, in un silenzio sbigottito – che un uomo di oltre cinquecento anni, un immortale nelle nostre aspettative, potesse avere chiuso gli occhi e per sempre?” (“La dipartita”)
(Segue)
L'OMBRA DI UN VOLO
Credo fosse la festa di Halloween, era sera, quando bussarono alla porta. Mentre andavo ad aprire, diedi un’occhiata al comò, su cui avevo posato alcuni cioccolatini, caramelle ed altri pasticcini, perché sapevo che sarebbero venuti i bambini del palazzo e dei palazzi vicini: “Dolcetto o scherzetto?” Aprii la porta e mi trovai davanti uno strano individuo, sarà perché nel corridoio la luce era spenta. Il volto non era ben distinguibile, coperto a metà dal bavero del cappotto alzato e dalla tesa larga del cappello che gli cadeva sulla fronte e sugli occhi. “Ciao, Alberto fammi entrare”, ha detto facendo un passo in avanti. Non mi spostai, impedendogli di avanzare: “Scusi, lei chi è?” dissi, pensando a uno scherzo o meglio a uno “scherzetto” fuori luogo di un adulto. L’uomo, un po’ tracagnotto, sollevò la testa che teneva china, ma pure in quell’atto non mi parve di riconoscerlo, anche perché la fronte e l’occhio sinistro erano sempre coperti dalla falda del cappello e il bavero alzato non aiutava. Vedevo una gota grigio pallida nella penombra, parte del naso e un occhio semichiuso. “Dai, Alberto, non scherzare, fammi entrare!” disse. “Ehi, un momento!” mi posi di traverso. “Ma come! Mi scacci?” L’uomo si voltò con tutta la persona di lato, sentii che rideva in maniera leggermente isterica: “Che mondo!” disse. Credevo si voltasse di nuovo verso di me, invece finì di girarsi completamente, dandomi le spalle, poi con passo lento e strascicato si allontanò in direzione delle scale. Restai sospettoso ad osservare quella sagoma scura che si perdeva nell’ombra, aspettando di sentire l’arrivo al piano o la partenza della cabina dell’ascensore, abito all’ottavo piano. Ma non sentii nulla, neppure il passo di chi scende i gradini delle scale. Scrutai nel buio, ma riuscii soltanto a distinguere il profilo dello spigolo del muro, all’angolo con il pianerottolo delle scale. Attesi ancora, poi decisi di rientrare. Chi era quello sconosciuto, che conosceva il mio nome e fingeva un tono confidenziale? Un truffatore? Oppure si trattava di uno scherzo inopportuno? Riflettevo su quel passo strascicato e sulla sagoma cascante di spalle appena intravista. Aveva un’età indefinibile, ma doveva essere anziano. Ero incerto, presi le chiavi di casa, aprii la porta e uscii sul corridoio, richiudendo l’uscio dietro di me, accesi la luce e andai a guardare vicino alle scale e all’ascensore. Non c’era nessuno. Salii diversi gradini della rampa che portava al terrazzo, girando attorno alla colonna cilindrica del muro del vano ascensore. Non c’era nessuno, allora desistetti, scesi e tornai in casa.
Più tardi, venne Eva, di ritorno da Claudio, nostro figlio, che abita qui vicino con la moglie Anna Rita. Mentre le riferivo dello sconosciuto dallo strano comportamento, lei mi ascoltava distrattamente, presa da altri pensieri. Cercavo una risposta, girando attorno a lei indaffarata a spostare e sistemare alcuni suoi oggetti personali, dopo essersi tolta gli orecchini e la collana, alla fine le ho domandato deciso: “Non è magari un familiare di Anna Rita, in vena di scherzi e che noi non conosciamo?” Il nome della nuora ha riscosso la sua attenzione, Eva si è fermata di colpo a guardarmi, poi con aria leggermente accigliata, mi ha detto bruscamente: “Ma che stai dicendo?” Io ho replicato: “Quindi, lei non c’entra?” “No!” Mi ha voltato le spalle ed è andata in cucina a preparare la cena. Nell’attesa, mi sono seduto sul divano, con la televisione accesa, ma non seguivo la trasmissione. Pensavo allo sconosciuto. Chi era?
Poi è suonato il campanello della porta: “Ecco, Sigismondo!” ho esclamato e mi sono alzato, per andare ad aprire. Eva si è affacciata dalla cucina, ho aperto la porta: “Dolcetto o scherzetto?” Ho fatto qualche passo indietro, ho preso le caramelle e i cioccolatini e li ho consegnati alla bambina. “Grazie, signore.” La madre accanto a lei mi ha sorriso. Prima di cena, sono arrivati ancora alcuni bambini vocianti, piccolo giocoso chiasso infantile in un giorno di festa. E Sigismondo? Ma soprattutto perché quel nome associato alla visita di quello strano individuo?
Io non è che non credo al caso, ma spesso cerco sempre la causa di qualche piccola casualità, tipo quella del nome che avevo associato allo sconosciuto di Halloween, un’associazione di idee, Freud. Ecco, alcuni giorni dopo c’ero arrivato, e pensare che la soluzione era proprio nel nome del medico viennese. In quei giorni stavo leggendo: “L'homme Moïse et la religion monothéiste”. Avevo comperato il volume, nella libreria della casa museo di Sigmund Freud, alla Berggasse 19 di Vienna, dove ero stato tempo prima. Non c’erano libri in lingua italiana ed ho preferito la lingua francese, perché non scrivo né parlo correntemente in lingua tedesca o inglese, mi arrangio con il francese, e per la lingua italiana si fa quel che si può. Comunque la lingua originale conserva l’autenticità del nome: Sigmund, non certo Sigismondo. È un po’ come il vino che fuori dalla sua terra d’origine perde l’aroma e anche il colore.
Ma che c’entrava Sigismondo con il tizio di Halloween? Non c’entrava, ossia non c’entrava direttamente. Però, a pensarci bene, che strana visita! Uno scherzo? Non telefonai a Claudio, perché coinvolgere in quell’affare Anna Rita era comunicare solo inquietudine ai giovani, ed io non volevo, per non parlare di eventuali reazioni di Eva. Decisi per lo scherzo ordito da qualche mio collega di lavoro, ma rientrando in ufficio, lavoro in un’agenzia di assicurazioni, non trovai riscontri. E allora, Sigismondo? Sembrava una suggestione, una rima, il tizio aveva esclamato: “Che mondo!”
Quando ripensavo all’episodio, alle immagini dello sconosciuto che col tempo si andavano dissolvendo, veniva a sovrapporsi la visione a colori del paesaggio invernale di una città del Nord Europa coperta di neve nelle luci della notte.
L’altro giorno consultavo “La scienza della logica” di Hegel, uno dei suoi testi principali, oltre alla “Fenomenologia dello Spirito”. Nell’Introduzione, mi sono imbattuto nella celebre affermazione:
“Tutto quello che è razionale è reale
Tutto quello che è reale è razionale.”
Ricordavo di averla letta in un altro testo ed era lo stesso Hegel a darne la traccia, indicando la fonte nella Prefazione alla “Filosofia del diritto”. Intendeva contestare alcuni suoi critici o detrattori: “Queste semplici proposizioni a molti sono sembrate sconcertanti e sono state osteggiate, precisamente da parte di alcuni che non ammettono si metta in dubbio che essi possiedono la filosofia.”
A suo tempo, considerando le due proposizioni, le avevo rovesciate in negativo:
“Tutto quello che è irrazionale è irreale
Tutto quello che è irreale è irrazionale.”
Che cosa volevo dimostrare? Nella logica dei contrari, il mio rovesciamento del pensiero hegeliano non significava nulla. L’affermazione in positivo dice che solo il razionale è veramente reale, la seconda proposizione non fa altro che ribadire la prima, escludendo la possibilità di una realtà irrazionale. Pertanto la negatività da me introdotta nelle proposizioni non ne alterava il senso, la loro verità. Introduceva però subdolamente nel discorso il senso dell’irrazionale sia pure su un piano d’irrealtà, come dire una verità in negativo. Dire che “quello che è irrazionale è” significa già introdurre un “qualcosa” nella sfera dell’essere alias della realtà, per poi escluderlo dicendo che questo “qualcosa”, “l’irrazionalità”, non è reale.
Non è che Hegel non abbia considerato le critiche alla sua formula, infatti menziona le due obiezioni principali: “Alla realtà del razionale si contrappone tanto il modo di vedere per cui le idee, gli Ideali, non sono altro che chimere e la filosofia un sistema di tali fantasticherie; quanto il modo di vedere per cui le idee e gli Ideali sono qualcosa di troppo elevato per avere realtà o, egualmente, qualcosa di troppo impotente da potersela procurare.” Questo discorso richiamava una polemica del contrasto tra essere e dover essere, che veniva superato dall’equazione tra il “razionale”, l’idea, e la “realtà”, considerando che il dover essere si rivolge a oggetti, istituzioni, condizioni banali, esterne e transeunti. Erano affermazioni che si ricollegavano a quanto detto nella Prefazione a “Lineamenti di filosofia del diritto”, dove la raggiunta realtà (Wirklichkeit) storica della ragione nelle istituzioni, ossia famiglia, società civile e Stato, stava a base della formula della razionalità del reale, che non è un’acritica legittimazione dello status quo, ma un’effettività del reale. Per ripetere le frasi più celebri di Hegel, la filosofia è il proprio tempo appreso nel pensiero, lo spirito del tempo (Zeitgeist). È come la nottola di Minerva che si libra in volo sul far del crepuscolo, appare soltanto “dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta”.
Non credo che fu il mio spirito di acribia a spingermi nella ricerca, quando deposi sulla scrivania “La scienza della logica” e mi alzai per andare a prendere nello scaffale della libreria i “Lineamenti della filosofia del diritto”. Cercai accuratamente, ma non trovai, estesi la ricerca agli altri scaffali, nulla. Da un po’ di tempo avevo portato tutta una serie di vecchi libri in cantina, per fare posto a nuovi volumi negli scaffali. Ero sicuro di non avere scartato Hegel, era impossibile. Scesi lo stesso giù a controllare, con la strana sensazione di andare in un luogo, di cui mi era vietato l’accesso, tipo le cantine delle grandi biblioteche di Stato dell’Europa dell’Est di una volta, dove venivano confinati tutti i libri degli autori censurati, o anche i magazzini terranei o sotterranei di grandi biblioteche occidentali (non tutte), dove vengono custoditi i libri di illustri autori sconosciuti. Fu una ricerca facile, perché i libri erano in ordine alfabetico, Hegel veniva prima di Hitler, catalogato non come soggetto autore, ma “soggetto” nel senso di argomento principale del libro. L’autore del testo, Walter Langer, uno psicanalista viennese emigrato negli Stati Uniti, in seguito all’Anschluss del 1938, aveva compiuto un attento studio a distanza sulla personalità del dittatore tedesco, per conto del governo di Washington, dove il documento era stato conservato negli archivi per oltre trent’anni dal momento della sua redazione del 1943. “Occorreva indagare a fondo sulla psiche di Hitler, poter prevedere come la sua mente morbosa avrebbe reagito al susseguirsi delle sconfitte, essere in grado di prevenire una possibile, apocalittica ritorsione all’inevitabile disfatta.” Si legge ancora nella quarta di copertina: “Il documento ha un valore scientifico e storico altissimo, anche per le rivelazioni che contiene sulle tare psichiche e sessuali dell’ex imbianchino di Monaco, per le illuminanti osservazioni sui complessi d’inferiorità, per la lucida analisi di certi tortuosi meccanismi mentali, per la luce che getta sul protagonista più tenebroso, maniaco e nefasto della storia del secolo.” Era un volume usato, che avevo comperato a prezzo ridotto su una bancarella, mentre i “Lineamenti” erano lì, un volume bello nuovo, sebbene fosse un testo di un secolo prima. Il volo della nottola non aveva comunque portato fortuna, perché l’uccello notturno, desacralizzato dai delitti e dalle nefandezze del Novecento, aveva perduto tutta la saggezza di Minerva, aleggiando in maniera sinistra sulle sciagure d’Europa e del mondo.
Preso da questi pensieri, rimisi a posto Hitler, sfilai il vicino Hegel e aprii il libro, che si spalancò sulla pagina della Prefazione, dove c’era una cartolina come segnalibro. Subito riconobbi il paesaggio invernale della città del Nord Europa, coperta di neve nelle luci della notte, era Stoccolma. Sul retro lessi: “Saluti Enrico”. Ora, ricordavo: mi era stata spedita due anni prima, nelle vacanze di Natale, da un mio lontano cugino, ossia il figlio di una cugina di mia madre, entrambe defunte da tempo. Io ricordavo Enrico da piccolo, non l’avevo mai visto da grande, abitava in una città della Toscana, mi sembra fosse Pisa o Lucca. Il padre, Roberto Di Rotondo, ossia il marito della cugina Enza di mia madre, era morto qualche settimana prima, e prima di morire mi aveva telefonato. Non lo vedevo né sentivo da una quindicina d’anni, quando era venuto a Roma in occasione dei funerali della mamma. Allora, lui era già vedovo e venne in compagnia di una signora, che era la sua seconda moglie, una cantante lirica, ed il loro figlio piccolo, Enrico, di quattro o cinque anni. Quando mi telefonò, mi parlò di un viaggio che avrebbe voluto fare in Germania, nominò una cittadina del nord, disse che era vicino a Lubecca. Poi aveva rinunciato, perché lì faceva troppo freddo. Parlava con aria stanca, non credevo che le sue condizioni di salute fossero gravi. Allora, ero preso da altri problemi, sia di famiglia che di lavoro. Due o tre giorni dopo quella telefonata presagio della sua fine, ricevetti un telegramma da un’agenzia di pompe funebri, che mi comunicava la data e il luogo delle esequie di questo mio zio Roberto. Mandai una corona di fiori a nome mio e di mia moglie. Una o due settimane dopo ricevetti la cartolina di Enrico, la neve e le luci d’inverno di Stoccolma. Forse, senza saperlo, io ero il parente più prossimo rimastogli, forse la madre era morta, non so. Deve essersi sentito solo ed era partito per la Svezia e di lì aveva spedito la cartolina.
Chiusi il libro e pensai di riporlo, ma rimettere Hegel vicino a Hitler, il diavolo e l’acqua santa, mi sembrò un sacrilegio, lo riportai su in casa e lo misi accanto a “Platone” e “Aristotele”, due monografie, contenenti le sue lezioni di filosofia sui due classici.
“Ciao, Alberto, fammi entrare”, quando ero andato a controllare nel corridoio, “zio Roberto”, se era lui, non aveva preso né l’ascensore né le scale, era soltanto sparito. È ragionevole quello che sto dicendo?
“Tutto quello che è irrazionale è irreale
Tutto quello che è irreale è irrazionale.”
Questa mia massima però non mi convince, devo approfondire, studiare meglio oppure devo disinfestare questa casa dagli spiriti avversi che si sono annidati in essa, penetrando attraverso le fessure di porte e finestre. E poi devo dire che qualche volta, al crepuscolo, uscendo sul terrazzino e guardando l’aria che imbrunisce, mi sembra come se dalle vicinanze un qualche uccello notturno si librasse in alto, nel vento leggero l’ombra di un volo.
LO SPIRITO DELLA CASA
“Un ospite inquietante viene a bussare alla nostra porta, adesso l’ospite inquietante si aggira familiarmente per la nostra casa.” L’immagine è di Nietzsche, là dove l’ospite inquietante è il nichilismo. Quest’ultima espressione è stata ripresa dal filosofo italiano Umberto Galimberti come titolo di un suo libro. L’espressione è suggestiva ed anch’io l’avrei volentieri adottata per questo brano a commento del mio racconto “L’ombra di un volo”, ma avrebbe finito per essere un titolo un po’ troppo scontato per me, che sono sempre in cerca di nuove metafore. Ed ecco allora: “Lo spirito della casa”. È uno spirito benevolo lo spirito che abita la mia casa, però sempre in lotta con altri spiriti forestieri, che a volte entrano o tentano d’entrare, venendo come ladri furtivi a turbare la mia sicurezza domestica. Peraltro, non posso neppure eccedere nel difendermi in maniera appropriata con armi da fuoco, operando una sorta d’illegittima difesa, perché agli spiriti, come in ogni buon film horror che si rispetti, dei proiettili che fischiano se ne infischiano, non si lasciano tangere da queste basse materialità, sono invulnerabili.
Bene, fatta questa premessa, leggermente tinta di buffonesco (non dimentichiamo che io sono lo spirito creatore di due grottesche figure d’istrioni, che adesso si espone in prima persona come io narrante), passiamo a un discorso serio o quanto meno tentiamolo ossia tentiamo qualche riflessione critica sull’uomo di Halloween. Chi si nasconde dietro questo personaggio?
“Zio Roberto” è un mio zio? Se vado a scavare nell’album di famiglia trovo un vero zio Roberto, che forse ho conosciuto soltanto una volta quand’ero bambino e di cui ho un ottimo ricordo, un uomo sorridente verso i suoi nipotini, che non ha niente a che fare con lo “zio Roberto” di Halloween. E allora?
Dobbiamo premettere che ogni personaggio di un racconto è spesso il risultato della fusione psichica nella coscienza dell’artista di più personaggi della vita reale. E quindi nei loro caratteri tali personaggi immaginari corrispondono a più figure realmente esistenti o esistite che hanno ispirato l’artista. E questo succede con “zio Roberto”, di cui riconosco i diversi tratti che li compongono, attribuibili a soggetti diversi della vita reale ed anche di quella mia psichica. Mi spiego meglio. Creando un personaggio, la mia psiche più o meno inconsciamente si rifà a persone reali ed anche, se non sempre, a persone immaginarie già elaborate e costituitesi in precedenti fantasie ed in cui i tratti del modello originario reale si sono andati sbiadendo nel puro immaginario.
Faccio un esempio, per chiarire questo concetto. Uno scrittore magari vuole descrivere la figura di un prete pacioccone e allora s’ispira a qualche suo conoscente o a qualche monsignore visto in televisione. Ma un tale scrittore, io domando, può non tener presente, seppure in maniera inconsapevole, la figura di don Abbondio? Stiamo entrando nel discorso junghiano dei “tipi psicologici”. Ma ritorniamo a “zio Roberto”, anche se magari la figura di “zio Peppe” è più tipica. Chi non ha mangiato in una trattoria di un tale zio? “Io”, mi sorprendo a rispondere io, ma forse è solo vanità, per dire che ho mangiato dalla “Zi’ Teresa”. E chi non conosce questo che è il più famoso ristorante del Mezzogiorno d’Italia? È come dire che un francese non conosca non dico “Maxim’s”, a Parigi, ma “La Cigale”, la più bella brasserie di Francia, che si trova a Nantes, in Bretagna.
“Zio Roberto”, dunque, quello spirito che ho scacciato il giorno di Halloween, oltre alla figura dello zio tipico, a Roma è “zio” una persona più anziana, con cui si vuole intrattenere un rapporto familiare, era anche un personaggio poetico ossia il personaggio di una poesia di Prévert, che mi viene in mente ogni volta che ne incontro uno simile, tipo il “professore” di viale Londra, una strada vicino casa:
“La disperazione è seduta su una panchina.
In un giardinetto su una panchina
C'è un uomo che vi chiama quando passate
O semplicemente egli vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Conviene andare avanti
Fingere di non vederlo
Fingere di non sentirlo
Bisogna camminare affrettare il passo
Se voi lo guardate
Se voi l'ascoltate
Egli vi fa un cenno e niente e nessuno
Può impedirvi di andare a sedervi accanto a lui
Allora egli vi guarda e sorride
E soffrirete atrocemente.”
Scacciando zio Roberto, avevo seguito il consiglio di Prévert: “Ciao, Alberto fammi entrare”, ha detto facendo un passo in avanti. Non mi spostai, impedendogli di avanzare: “Scusi, lei chi è?” La disperazione si era alzata dalla panchina ed era venuta a bussare a casa mia, nei panni di un irriconoscibile zio Roberto, anzi no, nei panni del defunto zio, un’anima in pena nella notte di Halloween.
Avevo detto che lo spirito della mia casa è uno spirito benevolo, ma forse non è tanto compassionevole. In ogni caso, si ha l’impressione che io stia un po’ menando il can per l’aia, ciurlando nel manico, tanto per intenderci. A mia difesa, però, adduco che sono sempre sotto l’impressione, ancora viva, di quel personaggio dall’aria così falsamente familiare, diciamolo pure, l’aria dei malfattori, sconosciuti che tentano d’insinuarsi nel tuo privato, delinquenti insomma! E questo è perché sono uno spirito benevolo! E perché? Opporre il male al male è un male? Ma questo male di cui sto parlando che cos’è? L’irrazionale in campo morale, sociale, storico.
Nella sua opera “La distruzione della ragione”, il filosofo ungherese di lingua tedesca, György Lukács denuncia la tesi della “via della Germania ad Hitler nel campo della filosofia”. Nel saggio, egli cerca d’illustrare il lungo processo di disgregazione della coscienza filosofica soprattutto tedesca, che fece precipitare il popolo germanico nell’abisso dell’hitlerismo e dei suoi orrori, intendendo per “ragione” e “razionalità” l’intero processo di edificazione della razionalità occidentale. Egli mette sotto accusa tutti quei pensatori e quei filoni di pensiero in contrasto il marxismo-leninismo, ultima e definitiva apparizione della ragione nella storia, essendo il materialismo storico e dialettico l’unico erede legittimo dell’idealismo oggettivo di Hegel, al contrario di tutte le forme di idealismo soggettivo, in cui Lukács accomuna Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche. In tale prospettiva, non tutto ciò che è stato reale è stato razionale, intanto l’uccello notturno, simbolo della saggezza di Atena, all’imbrunirsi dell’epoca, si è di nuovo librato in volo, iniziando un nuovo giro.
ERRATA CORRIGE
Il "loro" tra parentesi quadre della Postilla del primo paragrafo deve intendersi cancellato. Infatti, nell'operazione di postare il testo dalla videoscrittura originaria alla scrittura a stampa del blog, ha perso la barra che lo cancellava, per evidenziare l'errore apparente o meno, di cui ho dato conto. Bizantinismi? Forse.
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