[N. d. B.] "Gli avvinazzati" è il seguito del "Frammento" sparito da qualche giorno dal Blog, ovvero uscito dal cerchio dell'apparire del Blog ed entrato nel cerchio del non apparire. Ora, grazie ad un'operazione di trascinamento del post presente, è rientrato nel cerchio dell'apparire seguito dagli avvinazzati, come Dioniso e i suoi seguaci. Se l'accenno al cerchio dell'apparire riguarda il filosofo scomparso Emanuele Severino, a cui come lettori siamo rimasti sempre affezionati (dagli scaffali delle librerie, ho scoperto con "un certo sgomento", sono scomparsi tutti o quasi tutti i suoi libri, triste destino), "gli avvinazzati" accenna impropriamente ad Aristotele, come ancora non appare nel cerchio dell'apparire di questo post, dove comincia ad apparire soltanto come titolo. E Dioniso? Se ne parla un'altra volta. Anche lui comincia ad apparire nel cerchio dell’apparire del presente post soltanto come menzione del nome.
L’INCHIOSTRO AZZURRO La penna a sfera con l’inchiostro azzurro, che Corisco mi ha regalato, non scrive più: o perché l’inchiostro è finito o perché ha perso fluidità, e questo ritengo sia un ragionamento aristotelico, quello deduttivo. Il ragionamento aristotelico, secondo me, e dovrebbe esserlo anche per i più, tende a trovare la ragione delle cose o sensibili o intellegibili. Lasciamo per il momento la penna di Corisco e passiamo all’incidente. Ho compreso, ripensandoci, perché Corisco non ricordava gli avvenimenti successivi all’immediata perdita di coscienza, a causa del trauma cranico occorsogli, quando è caduto mentre scendeva in bicicletta dai Colli Albani. Non indossava il casco, ha sbattuto la testa e ha perso conoscenza. I Vigili intervenuti sul luogo dell’incidente hanno accertato due contravvenzioni: guida della bici senza casco; superamento dei limiti di velocità, 60 km l’ora. Peraltro, il mezzo meccanico era stato truccato, perché era stato nascosto un motorino elettrico nel tubo verticale del telaio collegato al cardio-frequenzimetro. Al momento dell’incidente l’apparecchio era spento, perché Corisco nella discesa era molto al disotto della soglia di sforzo, posizionata a 160 bpm. Questa circostanza si era rivelata utile, per contestare la contravvenzione per eccesso di velocità rilevata dall’autovelox, sebbene Corisco abbia pagato lo stesso l’ammenda. In ambulanza, come mi hanno riferito gli infermieri, Corisco ha ripreso conoscenza, infatti aveva chiesto ai soccorritori dove stavano andando. In ospedale, la mattina dopo, Corisco riferiva di non ricordare nulla dell’incidente, e questa perdita di memoria ci è stata spiegata da Aristotele, nei suoi “Parva Naturalia”. “Sono oggetti di memoria per sé quelli che cadono sotto l’immaginazione, per accidente, poi quelli che non sono separati dall’immaginazione.” (“Della memoria e della reminiscenza”, 1, 450a, 24-26) Commenta il Beare: “Tutti gli oggetti suscettibili di essere presenti (αισθητά) sono immediatamente e propriamente oggetti di memoria, mentre quelli (νοητά) che necessariamente implicano (ma solo implicano) la presenza, sono oggetti di memoria incidentalmente.” Tu lo credi? Scusate l’apostrofe (figura retorica che consiste nell'interrompere il filo del discorso per rivolgere la parola direttamente a una persona presente o assente, a un oggetto inanimato, a un concetto astratto oppure a un pubblico.) Poco prima, Aristotele aveva spiegato che la memoria non può consistere soltanto in una facoltà intellettiva pura. Infatti, se la memoria fosse una facoltà intellettiva pura e non sensitiva, non si troverebbe né negli animali bruti né negli uomini: non nei bruti che non hanno intelletto, non nell’uomo perché allora l’uomo mancherebbe della percezione del tempo, che si può avere solo mediante il senso comune. Non è così? “Si potrebbe chiedere come mai, presente l’affezione nell’anima e assente l’oggetto, ci si ricordi di ciò che non è presente. È chiaro che l’affezione prodotta dalla sensazione nell’anima e nella parte del corpo sede della sensazione dev’essere concepita qualcosa come un disegno: il perdurante stato di tale disegno noi diciamo.” La parte del corpo a cui si riferisce Aristotele è il cuore, da dove scorre il sangue, lo spirito fluido della nostra vita, irrorando tutte le nostre membra. E nel cuore si registrano i ricordi, come vuole l’etimo della parola, dal latino “re-cordari”, composto da “re”, di nuovo, indietro, e “cordari”, da “cor”, cuore, “ritornare al cuore”, “riportare al cuore”. A differenza della memoria cognitiva, l’intelligenza del cuore è il centro dei sentimenti e delle emozioni, ed avremo modo di parlare… è finito l’inchiostro azzurro della penna di Corisco, riprenderemo…
GLI AVVINAZZATI Stavamo parlando dell’intelligenza del cuore, ma rimandiamo il commento sul tema, per riprendere il solito soliloquio, in cui colloquiamo io e te, al fine di sollazzarci e indurre al sollazzo anche i nostri lettori. A proposito, ti ricordi dell’amico Sollazzo? Gigio Sollazzo di Calabria, dici? Sì. No, Gigio era Gigio Milazzo di Amalfi. No, non ricordi bene. E basta con questi sollazzi e milazzi! Milazzi, ma che dici? Andremo sulla luna. Che significano tutte queste uscite? Sono convulsioni della mente atte (participio passato del verbo attare) a mostrare i processi psichici di una mente adulterata, in scienza e coscienza, che corrispondono alle confusioni incoscienti dei sogni, come quelli incomprensibili che faccio io, e poi interpreto, come quello di stanotte, che non sto qui adesso a raccontare, magari più tardi. Posso spiegare di Gigio l’amico antico, con cui discutevamo su chi di noi due avrebbe messo per primo il piede sulla Luna, nei giorni lontani. Spiega, allora. Ho spiegato di Gigio e della Luna, resta il rammarico di essere stati preceduti da Neil, astronauta statunitense. Ma tu, amico, hai dei forti deficit, te ne rendi conto? Perché dico cose insensate, o aventi oscuri sensi anche per me? Ci mancava l’ambigua espressione “oscuri sensi”! Poteva essere il titolo di un film o di un racconto, un diamante raccolto nella melma della psiche. Pure! Io direi di ricominciare da Corisco. Va bene. Chi è Corisco? L’amico di Callicle. E chi è Callicle? E non rispondere che è l’amico di Corisco. No, infatti non lo è E allora? Per amico, deve qui intendersi l’uno che con l’altro fa coppia, tipo i due cumparielli o il gatto e la volpe, pur senza essere amici, vedi Tom e Jerry. Non ho capito. Nemmeno io. Dobbiamo proseguire lo stesso, strizziamo l’occhio sinistro ai nostri amici, ovvero gli iniziati alle nostre amenità, follie e sollazzi, ancora sollazzo e milazzo e che caspita! Allora, Corisco e Callicle, dimmi chi li ha promossi come coppia. Il balbuziente. E chi sarebbe il balbuziente. Un suo generale (non era un suo generale, ma il precettore del figlio). Generale di chi? Filippo II di Macedonia, quello a cui ricorre il balbuziente, se viene a sapere che qualcuno lo irride. E che succede? Gli fa cardare il pelo. E chi è quest’ultimo a cui viene cardato il pelo? Sei tu. Ah, ecco! “L'espressione "cardare il pelo" in senso figurato, intesa come punizione, si rifà all'atto di districare e pettinare le fibre tessili (come lana o cotone) con strumenti dotati di denti di ferro, gli scardassi. In metafora, significa trattare qualcuno con estrema durezza, "pettinarlo per le feste", rimproverarlo duramente, in maniera energica e con un tono aggressivo, che "pela" o pulisce via le pretese del soggetto.”
E quindi? Spieghiamo chi è “tu”. Il tu è l’interlocutore, in tal senso chiunque venga a trovarsi ad interloquire con il locutore. E chi sono, nel nostro contesto, il locutore e l’interlocutore? Gli avvinazzati, altrimenti non avrebbero dato del balbuziente a un principe della scienza. Non ho capito, in che senso, essendo io e te il locutore e l’interlocutore, siamo degli avvinazzati. In senso aristotelico. Ah, è lui! Sì, Aristotele. E quindi? Rispondi a questa domanda. Quale? Tu quando dormi, sogni? Penso di sì. Come sì? Così dicono. Chi lo dice. il Si. Quale Si? il si impersonale. E perché l’hai scritto con la lettera maiuscolo? Peraltro, il correttore segnala l’errore. Quindi? L’ho scritto alla tedesca, dove i nomi comuni si scrivono con la lettera maiuscola. Ma tu credi di imbrogliarmi perché io non conosco la lingua di Goethe. Tu non conosci niente e in questo senso non puoi conoscere né la lingua di Goethe né quella di Heidegger né altre lingue né nulla. Mi basta conoscere te. Taci! Lo vedi? Ho detto che tu devi tacere. Ma io sono te. No sei tu. Tu, che credi di essere io, quando parli in prima persona, sei sotto il giogo dell’io-tu. Tu, invece sei sotto il gioco (gioco che più o meno vale giogo) del tu-tu, vale a dire il gonnellino del tutù. Ecco dove siamo finiti! Dove? Ungaretti. “Balaustrata di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia.” Poesia ermetica, come dire di difficile interpretazione. Quindi, l’unica è affidarsi alla immaginazione, inseguendo le immagini, che i versi della poesia suscitano. E cioè? Sembra di vedere il poeta in gonnellina rosa che si appoggia al parapetto della terrazza per godersi il fresco della sera. Le malelingue. Tu. No, non io, i critici, di cui peraltro, conoscendo Ungaretti, credo che fosse egli stesso a farsi beffe di loro. Tu hai conosciuto il poeta? No una sua controfigura. Dove? A Milano, avevamo evocato l’episodio altre volte. Non ricordo. Allora te lo ricordo io. No, per oggi abbiamo detto quanto basta. Anche di più, direi. E quindi tagliamo e andiamo via. Dovevamo parlare d’altro. La prossima volta. Va bene, non ti dimenticare. Fave et vale. Beh, te ne vai! Dopo di te. E perché? Perché ridi? Perché ride bene chi ride ultimo. Tu sei il penultimo. Certamente, e immagino che stai ridendo ancora, un riso di ghiaccio. Che desolazione!
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
4 commenti:
[N. d. B.]
"Gli avvinazzati" è il seguito del "Frammento" sparito da qualche giorno dal Blog, ovvero uscito dal cerchio dell'apparire del Blog ed entrato nel cerchio del non apparire. Ora, grazie ad un'operazione di trascinamento del post presente, è rientrato nel cerchio dell'apparire seguito dagli avvinazzati, come Dioniso e i suoi seguaci. Se l'accenno al cerchio dell'apparire riguarda il filosofo scomparso Emanuele Severino, a cui come lettori siamo rimasti sempre affezionati (dagli scaffali delle librerie, ho scoperto con "un certo sgomento", sono scomparsi tutti o quasi tutti i suoi libri, triste destino), "gli avvinazzati" accenna impropriamente ad Aristotele, come ancora non appare nel cerchio dell'apparire di questo post, dove comincia ad apparire soltanto come titolo. E Dioniso? Se ne parla un'altra volta. Anche lui comincia ad apparire nel cerchio dell’apparire del presente post soltanto come menzione del nome.
L’INCHIOSTRO AZZURRO
La penna a sfera con l’inchiostro azzurro, che Corisco mi ha regalato, non scrive più: o perché l’inchiostro è finito o perché ha perso fluidità, e questo ritengo sia un ragionamento aristotelico, quello deduttivo. Il ragionamento aristotelico, secondo me, e dovrebbe esserlo anche per i più, tende a trovare la ragione delle cose o sensibili o intellegibili. Lasciamo per il momento la penna di Corisco e passiamo all’incidente.
Ho compreso, ripensandoci, perché Corisco non ricordava gli avvenimenti successivi all’immediata perdita di coscienza, a causa del trauma cranico occorsogli, quando è caduto mentre scendeva in bicicletta dai Colli Albani. Non indossava il casco, ha sbattuto la testa e ha perso conoscenza. I Vigili intervenuti sul luogo dell’incidente hanno accertato due contravvenzioni: guida della bici senza casco; superamento dei limiti di velocità, 60 km l’ora. Peraltro, il mezzo meccanico era stato truccato, perché era stato nascosto un motorino elettrico nel tubo verticale del telaio collegato al cardio-frequenzimetro. Al momento dell’incidente l’apparecchio era spento, perché Corisco nella discesa era molto al disotto della soglia di sforzo, posizionata a 160 bpm. Questa circostanza si era rivelata utile, per contestare la contravvenzione per eccesso di velocità rilevata dall’autovelox, sebbene Corisco abbia pagato lo stesso l’ammenda. In ambulanza, come mi hanno riferito gli infermieri, Corisco ha ripreso conoscenza, infatti aveva chiesto ai soccorritori dove stavano andando. In ospedale, la mattina dopo, Corisco riferiva di non ricordare nulla dell’incidente, e questa perdita di memoria ci è stata spiegata da Aristotele, nei suoi “Parva Naturalia”.
“Sono oggetti di memoria per sé quelli che cadono sotto l’immaginazione, per accidente, poi quelli che non sono separati dall’immaginazione.” (“Della memoria e della reminiscenza”, 1, 450a, 24-26) Commenta il Beare: “Tutti gli oggetti suscettibili di essere presenti (αισθητά) sono immediatamente e propriamente oggetti di memoria, mentre quelli (νοητά) che necessariamente implicano (ma solo implicano) la presenza, sono oggetti di memoria incidentalmente.” Tu lo credi? Scusate l’apostrofe (figura retorica che consiste nell'interrompere il filo del discorso per rivolgere la parola direttamente a una persona presente o assente, a un oggetto inanimato, a un concetto astratto oppure a un pubblico.) Poco prima, Aristotele aveva spiegato che la memoria non può consistere soltanto in una facoltà intellettiva pura. Infatti, se la memoria fosse una facoltà intellettiva pura e non sensitiva, non si troverebbe né negli animali bruti né negli uomini: non nei bruti che non hanno intelletto, non nell’uomo perché allora l’uomo mancherebbe della percezione del tempo, che si può avere solo mediante il senso comune. Non è così?
“Si potrebbe chiedere come mai, presente l’affezione nell’anima e assente l’oggetto, ci si ricordi di ciò che non è presente. È chiaro che l’affezione prodotta dalla sensazione nell’anima e nella parte del corpo sede della sensazione dev’essere concepita qualcosa come un disegno: il perdurante stato di tale disegno noi diciamo.” La parte del corpo a cui si riferisce Aristotele è il cuore, da dove scorre il sangue, lo spirito fluido della nostra vita, irrorando tutte le nostre membra. E nel cuore si registrano i ricordi, come vuole l’etimo della parola, dal latino “re-cordari”, composto da “re”, di nuovo, indietro, e “cordari”, da “cor”, cuore, “ritornare al cuore”, “riportare al cuore”. A differenza della memoria cognitiva, l’intelligenza del cuore è il centro dei sentimenti e delle emozioni, ed avremo modo di parlare… è finito l’inchiostro azzurro della penna di Corisco, riprenderemo…
GLI AVVINAZZATI
Stavamo parlando dell’intelligenza del cuore, ma rimandiamo il commento sul tema, per riprendere il solito soliloquio, in cui colloquiamo io e te, al fine di sollazzarci e indurre al sollazzo anche i nostri lettori. A proposito, ti ricordi dell’amico Sollazzo? Gigio Sollazzo di Calabria, dici? Sì. No, Gigio era Gigio Milazzo di Amalfi. No, non ricordi bene. E basta con questi sollazzi e milazzi! Milazzi, ma che dici? Andremo sulla luna. Che significano tutte queste uscite? Sono convulsioni della mente atte (participio passato del verbo attare) a mostrare i processi psichici di una mente adulterata, in scienza e coscienza, che corrispondono alle confusioni incoscienti dei sogni, come quelli incomprensibili che faccio io, e poi interpreto, come quello di stanotte, che non sto qui adesso a raccontare, magari più tardi. Posso spiegare di Gigio l’amico antico, con cui discutevamo su chi di noi due avrebbe messo per primo il piede sulla Luna, nei giorni lontani. Spiega, allora. Ho spiegato di Gigio e della Luna, resta il rammarico di essere stati preceduti da Neil, astronauta statunitense. Ma tu, amico, hai dei forti deficit, te ne rendi conto? Perché dico cose insensate, o aventi oscuri sensi anche per me? Ci mancava l’ambigua espressione “oscuri sensi”! Poteva essere il titolo di un film o di un racconto, un diamante raccolto nella melma della psiche. Pure!
Io direi di ricominciare da Corisco. Va bene. Chi è Corisco? L’amico di Callicle. E chi è Callicle? E non rispondere che è l’amico di Corisco. No, infatti non lo è E allora? Per amico, deve qui intendersi l’uno che con l’altro fa coppia, tipo i due cumparielli o il gatto e la volpe, pur senza essere amici, vedi Tom e Jerry. Non ho capito. Nemmeno io. Dobbiamo proseguire lo stesso, strizziamo l’occhio sinistro ai nostri amici, ovvero gli iniziati alle nostre amenità, follie e sollazzi, ancora sollazzo e milazzo e che caspita! Allora, Corisco e Callicle, dimmi chi li ha promossi come coppia. Il balbuziente. E chi sarebbe il balbuziente. Un suo generale (non era un suo generale, ma il precettore del figlio). Generale di chi? Filippo II di Macedonia, quello a cui ricorre il balbuziente, se viene a sapere che qualcuno lo irride. E che succede? Gli fa cardare il pelo. E chi è quest’ultimo a cui viene cardato il pelo? Sei tu. Ah, ecco!
“L'espressione "cardare il pelo" in senso figurato, intesa come punizione, si rifà all'atto di districare e pettinare le fibre tessili (come lana o cotone) con strumenti dotati di denti di ferro, gli scardassi. In metafora, significa trattare qualcuno con estrema durezza, "pettinarlo per le feste", rimproverarlo duramente, in maniera energica e con un tono aggressivo, che "pela" o pulisce via le pretese del soggetto.”
E quindi? Spieghiamo chi è “tu”. Il tu è l’interlocutore, in tal senso chiunque venga a trovarsi ad interloquire con il locutore. E chi sono, nel nostro contesto, il locutore e l’interlocutore? Gli avvinazzati, altrimenti non avrebbero dato del balbuziente a un principe della scienza. Non ho capito, in che senso, essendo io e te il locutore e l’interlocutore, siamo degli avvinazzati. In senso aristotelico. Ah, è lui! Sì, Aristotele. E quindi? Rispondi a questa domanda. Quale? Tu quando dormi, sogni? Penso di sì. Come sì? Così dicono. Chi lo dice. il Si. Quale Si? il si impersonale. E perché l’hai scritto con la lettera maiuscolo? Peraltro, il correttore segnala l’errore. Quindi? L’ho scritto alla tedesca, dove i nomi comuni si scrivono con la lettera maiuscola. Ma tu credi di imbrogliarmi perché io non conosco la lingua di Goethe. Tu non conosci niente e in questo senso non puoi conoscere né la lingua di Goethe né quella di Heidegger né altre lingue né nulla. Mi basta conoscere te. Taci! Lo vedi? Ho detto che tu devi tacere. Ma io sono te. No sei tu. Tu, che credi di essere io, quando parli in prima persona, sei sotto il giogo dell’io-tu. Tu, invece sei sotto il gioco (gioco che più o meno vale giogo) del tu-tu, vale a dire il gonnellino del tutù. Ecco dove siamo finiti! Dove? Ungaretti.
“Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.”
Poesia ermetica, come dire di difficile interpretazione. Quindi, l’unica è affidarsi alla immaginazione, inseguendo le immagini, che i versi della poesia suscitano. E cioè? Sembra di vedere il poeta in gonnellina rosa che si appoggia al parapetto della terrazza per godersi il fresco della sera. Le malelingue. Tu. No, non io, i critici, di cui peraltro, conoscendo Ungaretti, credo che fosse egli stesso a farsi beffe di loro. Tu hai conosciuto il poeta? No una sua controfigura. Dove? A Milano, avevamo evocato l’episodio altre volte. Non ricordo. Allora te lo ricordo io. No, per oggi abbiamo detto quanto basta. Anche di più, direi. E quindi tagliamo e andiamo via. Dovevamo parlare d’altro. La prossima volta. Va bene, non ti dimenticare. Fave et vale. Beh, te ne vai! Dopo di te. E perché? Perché ridi? Perché ride bene chi ride ultimo. Tu sei il penultimo. Certamente, e immagino che stai ridendo ancora, un riso di ghiaccio. Che desolazione!
Posta un commento