martedì 28 aprile 2026

Soliloquio

 


              Le novità della notte




6 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L’INCHIOSTRO AZZURRO
La penna a sfera con l’inchiostro azzurro, che Corisco mi ha regalato, non scrive più: o perché l’inchiostro è finito o perché ha perso fluidità, e questo ritengo sia un ragionamento aristotelico, quello deduttivo. Il ragionamento aristotelico, secondo me, e dovrebbe esserlo anche per i più, tende a trovare la ragione delle cose o sensibili o intellegibili. Lasciamo per il momento la penna di Corisco e passiamo all’incidente.
Ho compreso, ripensandoci, perché Corisco non ricordava gli avvenimenti successivi all’immediata perdita di coscienza, a causa del trauma cranico occorsogli, quando è caduto mentre scendeva in bicicletta dai Colli Albani. Non indossava il casco, ha sbattuto la testa e ha perso conoscenza. I Vigili intervenuti sul luogo dell’incidente hanno accertato due contravvenzioni: guida della bici senza casco; superamento dei limiti di velocità, 60 km l’ora. Peraltro, il mezzo meccanico era stato truccato, perché era stato nascosto un motorino elettrico nel tubo verticale del telaio collegato al cardio-frequenzimetro. Al momento dell’incidente l’apparecchio era spento, perché Corisco nella discesa era molto al disotto della soglia di sforzo, posizionata a 160 bpm. Questa circostanza si era rivelata utile, per contestare la contravvenzione per eccesso di velocità rilevata dall’autovelox, sebbene Corisco abbia pagato lo stesso l’ammenda. In ambulanza, come mi hanno riferito gli infermieri, Corisco ha ripreso conoscenza, infatti aveva chiesto ai soccorritori dove stavano andando. In ospedale, la mattina dopo, Corisco riferiva di non ricordare nulla dell’incidente, e questa perdita di memoria ci è stata spiegata da Aristotele, nei suoi “Parva Naturalia”.
“Sono oggetti di memoria per sé quelli che cadono sotto l’immaginazione, per accidente, poi quelli che non sono separati dall’immaginazione.” (“Della memoria e della reminiscenza”, 1, 450a, 24-26) Commenta il Beare: “Tutti gli oggetti suscettibili di essere presenti (αισθητά) sono immediatamente e propriamente oggetti di memoria, mentre quelli (νοητά) che necessariamente implicano (ma solo implicano) la presenza, sono oggetti di memoria incidentalmente.” Tu lo credi? Scusate l’apostrofe (figura retorica che consiste nell'interrompere il filo del discorso per rivolgere la parola direttamente a una persona presente o assente, a un oggetto inanimato, a un concetto astratto oppure a un pubblico.) Poco prima, Aristotele aveva spiegato che la memoria non può consistere soltanto in una facoltà intellettiva pura. Infatti, se la memoria fosse una facoltà intellettiva pura e non sensitiva, non si troverebbe né negli animali bruti né negli uomini: non nei bruti che non hanno intelletto, non nell’uomo perché allora l’uomo mancherebbe della percezione del tempo, che si può avere solo mediante il senso comune. Non è così?
“Si potrebbe chiedere come mai, presente l’affezione nell’anima e assente l’oggetto, ci si ricordi di ciò che non è presente. È chiaro che l’affezione prodotta dalla sensazione nell’anima e nella parte del corpo sede della sensazione dev’essere concepita qualcosa come un disegno: il perdurante stato di tale disegno noi diciamo.” La parte del corpo a cui si riferisce Aristotele è il cuore, da dove scorre il sangue, lo spirito fluido della nostra vita, irrorando tutte le nostre membra. E nel cuore si registrano i ricordi, come vuole l’etimo della parola, dal latino “re-cordari”, composto da “re”, di nuovo, indietro, e “cordari”, da “cor”, cuore, “ritornare al cuore”, “riportare al cuore”. A differenza della memoria cognitiva, l’intelligenza del cuore è il centro dei sentimenti e delle emozioni, ed avremo modo di parlare… è finito l’inchiostro azzurro della penna di Corisco, riprenderemo…

Silvio Minieri ha detto...

GLI AVVINAZZATI
Stavamo parlando dell’intelligenza del cuore, ma rimandiamo il commento sul tema, per riprendere il solito soliloquio, in cui colloquiamo io e te, al fine di sollazzarci e indurre al sollazzo anche i nostri lettori. A proposito, ti ricordi dell’amico Sollazzo? Gigio Sollazzo di Calabria, dici? Sì. No, Gigio era Gigio Milazzo di Amalfi. No, non ricordi bene. E basta con questi sollazzi e milazzi! Milazzi, ma che dici? Andremo sulla luna. Che significano tutte queste uscite? Sono convulsioni della mente atte (participio passato del verbo attare) a mostrare i processi psichici di una mente adulterata, in scienza e coscienza, che corrispondono alle confusioni incoscienti dei sogni, come quelli incomprensibili che faccio io, e poi interpreto, come quello di stanotte, che non sto qui adesso a raccontare, magari più tardi. Posso spiegare di Gigio l’amico antico, con cui discutevamo su chi di noi due avrebbe messo per primo il piede sulla Luna, nei giorni lontani. Spiega, allora. Ho spiegato di Gigio e della Luna, resta il rammarico di essere stati preceduti da Neil, astronauta statunitense. Ma tu, amico, hai dei forti deficit, te ne rendi conto? Perché dico cose insensate, o aventi oscuri sensi anche per me? Ci mancava l’ambigua espressione “oscuri sensi”! Poteva essere il titolo di un film o di un racconto, un diamante raccolto nella melma della psiche. Pure!
Io direi di ricominciare da Corisco. Va bene. Chi è Corisco? L’amico di Callicle. E chi è Callicle? E non rispondere che è l’amico di Corisco. No, infatti non lo è E allora? Per amico, deve qui intendersi l’uno che con l’altro fa coppia, tipo i due cumparielli o il gatto e la volpe, pur senza essere amici, vedi Tom e Jerry. Non ho capito. Nemmeno io. Dobbiamo proseguire lo stesso, strizziamo l’occhio sinistro ai nostri amici, ovvero gli iniziati alle nostre amenità, follie e sollazzi, ancora sollazzo e milazzo e che caspita! Allora, Corisco e Callicle, dimmi chi li ha promossi come coppia. Il balbuziente. E chi sarebbe il balbuziente. Un suo generale (non era un suo generale, ma il precettore del figlio). Generale di chi? Filippo II di Macedonia, quello a cui ricorre il balbuziente, se viene a sapere che qualcuno lo irride. E che succede? Gli fa cardare il pelo. E chi è quest’ultimo a cui viene cardato il pelo? Sei tu. Ah, ecco!
“L'espressione "cardare il pelo" in senso figurato, intesa come punizione, si rifà all'atto di districare e pettinare le fibre tessili (come lana o cotone) con strumenti dotati di denti di ferro, gli scardassi. In metafora, significa trattare qualcuno con estrema durezza, "pettinarlo per le feste", rimproverarlo duramente, in maniera energica e con un tono aggressivo, che "pela" o pulisce via le pretese del soggetto.”

Silvio Minieri ha detto...

E quindi? Spieghiamo chi è “tu”. Il tu è l’interlocutore, in tal senso chiunque venga a trovarsi ad interloquire con il locutore. E chi sono, nel nostro contesto, il locutore e l’interlocutore? Gli avvinazzati, altrimenti non avrebbero dato del balbuziente a un principe della scienza. Non ho capito, in che senso, essendo io e te il locutore e l’interlocutore, siamo degli avvinazzati. In senso aristotelico. Ah, è lui! Sì, Aristotele. E quindi? Rispondi a questa domanda. Quale? Tu quando dormi, sogni? Penso di sì. Come sì? Così dicono. Chi lo dice. il Si. Quale Si? il si impersonale. E perché l’hai scritto con la lettera maiuscolo? Peraltro, il correttore segnala l’errore. Quindi? L’ho scritto alla tedesca, dove i nomi comuni si scrivono con la lettera maiuscola. Ma tu credi di imbrogliarmi perché io non conosco la lingua di Goethe. Tu non conosci niente e in questo senso non puoi conoscere né la lingua di Goethe né quella di Heidegger né altre lingue né nulla. Mi basta conoscere te. Taci! Lo vedi? Ho detto che tu devi tacere. Ma io sono te. No sei tu. Tu, che credi di essere io, quando parli in prima persona, sei sotto il giogo dell’io-tu. Tu, invece sei sotto il gioco (gioco che più o meno vale giogo) del tu-tu, vale a dire il gonnellino del tutù. Ecco dove siamo finiti! Dove? Ungaretti.
“Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.”
Poesia ermetica, come dire di difficile interpretazione. Quindi, l’unica è affidarsi alla immaginazione, inseguendo le immagini, che i versi della poesia suscitano. E cioè? Sembra di vedere il poeta in gonnellina rosa che si appoggia al parapetto della terrazza per godersi il fresco della sera. Le malelingue. Tu. No, non io, i critici, di cui peraltro, conoscendo Ungaretti, credo che fosse egli stesso a farsi beffe di loro. Tu hai conosciuto il poeta? No una sua controfigura. Dove? A Milano, avevamo evocato l’episodio altre volte. Non ricordo. Allora te lo ricordo io. No, per oggi abbiamo detto quanto basta. Anche di più, direi. E quindi tagliamo e andiamo via. Dovevamo parlare d’altro. La prossima volta. Va bene, non ti dimenticare. Fave et vale. Beh, te ne vai! Dopo di te. E perché? Perché ridi? Perché ride bene chi ride ultimo. Tu sei il penultimo. Certamente, e immagino che stai ridendo ancora, un riso di ghiaccio. Che desolazione!

Silvio Minieri ha detto...

LE NOVITÀ DELLA NOTTE

1. L’abaco
Troppe istanze urgono dalla coscienza, per venire in chiaro in un razionale discorso scritto, per cui direi di metterle in fila, come si è soliti dire, ovvero dare alle cose un ordine logico (discorso) temporale, vale a dire il tempo della narrazione. Ma non potevi dire: facciamo un elenco degli argomenti da trattare, prendendo spunto da una revisione dei testi degli ultimi giorni, a cominciare da “Corisco”? Non lo so, trovo più divertente dare segni di erudizione. Presunta, immagino. E direi velleitaria. E che più? Niente più. Tronchiamo qui, tenendo a mente l’ultimo argomento appena suscitato: il non detto era lo “scherno” nei discorsi con l’anima, come riferito da Jung.
E adesso cominciamo con le novità della notte e poi passiamo a Corisco e via via a tutti gli altri argomenti, nel segno principalmente di Aristotele prima e di Ungaretti poi. Va bene, speriamo e auguriamocelo. Comunque, cerchiamo di non essere ridondanti, e diamo un taglio a queste premesse. Basta!
Le novità della notte. – Che cosa hai sognato? Al lettore non interessa. A me, sì. Il sogno, che ho individuato da ultimo come ricorrente, come tu sai, da me interpretato indica il desiderio di evadere. Da dove? Da Roma. Una gita fuori porta? Mi hai sminuito tutto. Ti riporto alla realtà quotidiana. Poeticamente, diciamo: “Il prigioniero del giardino”. Dimmi, l’ultimo sogno. Sul litorale, probabilmente Ostia. Ah, ecco, vedi? Che cosa? Il X Municipio. La terza Roma. Che più? Quando sono a Roma, vorrei andare a Tivoli, e quando sono a Tivoli, vorrei andare a Roma. Chi è? Il poeta Orazio. Storia antica. Poi dobbiamo riparlare di Orazio, rammentiamocelo. Bene, fine dei sogni, peraltro abbastanza anodini, un aggettivo che a noi piace tanto, forse per nascondere chissà quali altri significati, infatti anodino significa insignificante. Basta! Va bene.
Altre novità? Altre novità della notte? Sì. Le aritmetiche notturne. Non sono una novità. E invece sì, lo sono. Ultimamente il controllo del risultato risulta esatto di primo acchito. Sto facendo progressi. Sveliamo la procedura di calcolo. Certo.
Dunque, 6.372 x 3.627 = 23. 111.244. Come è iniziata l’operazione? con la ricerca dei numeri da moltiplicare. Cominciamo dal moltiplicando, che scriviamo così: 63.72.
Perché 63? Moltiplichiamo con le dita, fai attenzione. Quanto fa nove per sette? Sessantatré. E come? Una mano ha cinque dita: come fai a contare fino a nove? Pollice, indice, medio, anulare (senza anello), mignolo. Quel senza anello è un vezzo? Sì. Credevo il contrario. Va bene. E poi? Ricominci dal pollice all’anulare. Il mignolo rimane piegato? Sì, o in altra maniera, contando alla rovescia, il pollice. Insomma la mano (guidata dal cervello, la CMU), che conta fino a nove, ha 1 dito ripiegato, e 4 distesi? Sì. Con l’altra mano, contiamo allo stesso modo fino a sette. E allora? Abbiamo 2 dita distese e 3 ripiegate. Sommiamo le dita distese: 4 + 2 = 6; adesso moltiplichiamo le dita ripiegate sui palmi 3 x 1 = 3; quindi 6 e 3, 63. Caspita! E dove hai imparato questa meraviglia? Alla scuola elementare, prima (o seconda) lezione sulla teoria dei numeri. Alla tua età quasi ottuagenaria? Non è mai troppo tardi. Sei tornato bambino? Va bene, dillo. Ti sei rimbambinito, ovvero sei un vecchio rimbambito. Ehi, cafone!

Silvio Minieri ha detto...

Pasqualino, non si dice “cafone”, ma “villano”. Il correttore automatico? Sì, quel Pasqualino che è stato educato da una governante svizzera. Una storia simile a quella del prigioniero del giardino? Sì, due storie tutte da raccontare. Come? Postume. E allora, parliamo di Pasqualino. No. E di chi? Continuiamo con il calcolo naturale con le dita della mano. Ma non facciamo prima con l’abaco? No. Perché? Perché l’abaco è stato costruito dopo, con le mani e la CMU, l’unità di controllo mentale, a imitazione della CPU dei computer, Central Processing Unit, Unità centrale di elaborazione (dei dati ricevuti con l’input, tastiere, schermi digitali etc., elaborati ed emessi con gli output, display, stampante, video etc..), e quindi non è uno strumento naturale, ma artificiale. Come sei bravo con i computer e l’informatica! Grazie, ora anche con l’abaco, un ritorno alle origini. L’abaco? Facciamo un copia e incolla. Va bene.

«Parent denique iam ingressurae Artis obsequio electissimae feminarum, quae decentem quandam atque hyalini pulveris respersione coloratam uelut mensulam gestitantes ad medium superi senatus locum fiducia promptiore procedunt. [...] Illud quippe, quod gerulae detulerunt, abacus nuncupatur, res depingendis designandisque opportuna formis; quippe ibi uel lineares ductus uel circulares flexus uel triangulares arraduntur anfractus. Hic totum potis est ambitum et circos formare mundi, elementorum facies ipsamque profunditatem adumbrare telluris; uidebis istic depingi, quicquid uerbis uisum non ualeas explicare.»
Marziano Capella, “De nuptiis Philologiae et Mercuri”, Liber VI, De geometria, 575-79

«Poi si presentano, obbedendo all'Artis che ormai sta per fare il suo ingresso, le più nobili tra le donne, mentre portano con sé una sorta di grazioso tavolino, colorato con l'aspersione di polvere ialina, e avanzano fino al centro del senato celeste con sicura fiducia. [...] Infatti, quello che le due portatrici hanno recato, si chiama "abaco", lo strumento adatto se si deve rappresentare le figure attraverso i segni; poiché lì possono essere tracciate linee rette e curve, o archi di cerchio, o spezzate a forma triangolare. L'abaco è in grado di rappresentare l'ambito sferico del mondo e i circoli celesti, le forme dei quattro elementi, e persino di misurare, con il metodo dell'ombra, la profondità del raggio terrestre; lì vedrai raffigurate tutte quelle immagini che non è possibile esprimere con le parole.»
Marziano Capella, “Le nozze di Filologia e Mercurio”, Libro VI, Geometria, 575-79

Silvio Minieri ha detto...

2. MUSICHE DI TAMBURELLI
I calcoli mentali, come avevamo già detto una volta, se non sbaglio, non sono sassolini nel cervello che devono essere frantumati con il laser ed espulsi per evaporazione, al fine di liberare il paziente da emicranie frontali e parietali, ma nuove tecniche dette “aritmetiche notturne”, di fatto moltiplicazioni esclusivamente mnemoniche tra due numeri a quattro cifre, al fine di prendere sonno, oppure ai risvegli prima dell’alba.
Ed ora continuiamo con addizione e moltiplicazione, strumento di calcolo naturale le dita delle mani, provando con un altro numero ... musiche di tamburelli fino all'aurora ...
(Segue)