LUNA D’AGOSTO Erano le otto del mattino, quando sono uscito, e ho guardato in alto nel cielo azzurro cristallino. La luna era lassù, dove sapevo di trovarla nella sua fase decrescente, bianca luna a metà. Ho attraversato il parco e sono andato alla fermata dell’autobus, un’ora dopo ero disteso sulla spiaggia in riva al mare, nei pressi dello stabilimento balneare, dove oltre cinquant’anni fa, la giovane hostess napoletana scherzava con i suoi compagni “lazzaroni”, tempi perduti oltre l’orizzonte del tempo. il sole brillava nel cielo a sinistra a sud-est, in alto a destra ho rivisto la luna non ancora al tramonto. E quindi, una buona nuotata, e siamo a posto per la mattinata. E ora? Una prima parte del racconto, titolo provvisorio: “La morte di Legret”. Il seguito verrà pubblicato non prima del sorgere della luna di domani, che sorgerà alle 23:25 di questa sera.
UNO Siamo atterrati all’aeroporto di Roissy, poco prima di mezzogiorno, io ho preso la mia borsa valigia, un cambio per quarantotto, massimo settantadue ore, e la borsa cartella con i documenti e un quaderno per appunti. Nella sala d’arrivo sono stato avvicinato da un giovane, che mi ha domandato se cercassi un hotel, ho ringraziato e sono passato oltre. Intorno, alcuni soldati in tuta mimetica con il fucile mitragliatore, ho dato uno sguardo a una bacheca ben in vista, che riportava il prezzo del pane del giorno. Sono uscito e ho raggiunto il piazzale, dove ho trovato l’autobus, la navetta per l’Opéra, sono salito e ho trovato posto al centro, dopo un po' l’autobus è partito. Sono rimasto a guardare il paesaggio dei quartieri residenziali della banlieue nord, poi l’autobus ha raggiunto la tangenziale, il Boulevard Périphérique, e infine siamo entrati a Parigi dalla Porte de la Chapelle. Non molto dopo, anche se c’era traffico, abbiamo raggiunto il terminal dell’Opéra. Non sapevo che il viaggio appena compiuto con il Roissy bus sarebbe stato l’ultimo, infatti sul tragitto il servizio navetta, da quella data, era stato definitivamente sospeso. Sono sceso dall’autobus e mi sono guardato tutto intorno, Eric Legret non c’era, sarebbe spuntato tra poco, intanto ho posato il bagaglio sul marciapiede, e ho preso il telefonino, per controllare se vi fossero messaggi. Avevo sentito Legret il giorno prima, nel pomeriggio inoltrato, e mi aveva confermato l’appuntamento al terminal del Roissy bus dell’Opéra. Ho incominciato a guardare in direzione della stazione del metrò, e oltre verso l’incrocio tra Boulevard des Capucines e Boulevard des Italiens, osservando i passanti. Ho visto venire nella mia direzione un uomo alto con un impermeabile, il cappello a falda larga, una borsa nella mano destra. Ho guardato meglio, ma quando si è avvicinato, ho capito che andava oltre, con passo deciso: non era il mio amico Legret. Dopo un po', ho pensato di chiamarlo al telefono, e ho abbassato lo sguardo sul display, proprio mentre una donna bionda, avanzava da lontano verso di me, e sembrava avermi guardato. Allora, mi sono girato di lato, quasi a non voler essere disturbato, e ho composto il numero di Legret, l’utente risultava non raggiungibile. Ho chiuso e mi sono girato di fronte, la donna che avevo notato prima, nel frattempo si era avvicinata, e rallentando il passo si era andata a fermare di fianco, a qualche metro di distanza da me. Quindi si è voltata a guardarmi dritto negli occhi, uno sguardo interrogativo. “Madame” ho detto. Si è avvicinata: “Robert Serrà?” “Sì, sono Roberto Serra, aspetto Eric.” La donna aveva un’espressione seria, ed era come se un’ombra le attraversasse il viso: “Eric ne viendra pas” ha detto. Stavo per rispondere, ma lei ha aggiunto con voce spenta: “Il a été assassiné hier soir, lors d’un vol à main armée, rue Rambuteau, près du Beaubourg.” Sono rimasto in silenzio: Eric Legret era morto assassinato la sera prima nel corso di una rapina a mano armata.
“Crystel, je suis Crystel” si è presentata la donna. “Enchanté” ho detto e ho allungato la mano, che lei mi ha stretto. “Eric è all’obitorio?” ho domandato. Lei ha confermato: “Oui, à la morgue.” Mi sono chinato e ho preso il bagaglio, muovendomi verso i taxi sulla piazza: “Vado a posarli in albergo” ho detto. “Je vous accompagne” ha detto lei e si incamminata al mio fianco. È salita con me sul taxi, e abbiamo preso posto sui sedili di dietro. Durante la corsa in hotel, siamo rimasti in silenzio, aveva entrambe le mani sulle ginocchia, il vestito a fiori, non aveva la borsa. Ero venuto a Parigi, per conoscere lo scrittore e poeta, Eric Legret, che avevo contattato sul web, avendo saputo che aveva tradotto la “Divina Commedia” in lingua francese. La nuovissima edizione dell’opera doveva uscire tra due mesi, a maggio 2026, ed io volevo parlargli dell’apocrifo del Primo Canto del “Purgatorio”. Era rimasto così interessato alla mia notizia, tanto da invitarmi a Parigi, offrendosi di venirmi a prendere, se non all’aeroporto, quanto meno al terminal del bus navetta, che ora non c’è più, come avrei appreso dopo. Era l’annullamento definitivo di quella corsa come un segno, uno di quei “signa” di cui dicono gli Stoici, la tragica coincidenza di una scomparsa improvvisa, traumatica e violenta del poeta dantista francese, Eric Legret. Quando siamo arrivati all’hotel, sono sceso con i bagagli, mi sono avvicinato al finestrino del guidatore e ho pagato la tariffa, lasciando anche la mancia. Nel frattempo, la bionda Crystel era scesa, e mi è venuta vicino, ho fatto cenno al tassista di attendere. “Deve andare alla morgue, madame?” ho chiesto, rivolgendomi a lei. Ha accennato di sì con il capo, allora ho estratto di tasca una banconota da cinquanta euro, e tendendola al conducente, ho detto: “Alla morgue.” L’uomo si è voltato verso la donna, che era intervenuta prontamente, bloccandomi il polso con la mano, una lieve pressione: “Oh, no, no, no, monsieur!” Subito dopo, il tassista le ha chiesto: “Devez-vous remonter, Madame?" La bionda Chrystel mi ha guardato. “Vi raggiungo più tardi alla morgue” ho detto, indicando i bagagli e poi l’ingresso dell’hotel. Lei si è mossa verso lo sportello di destra dell’autovettura, da cui era scesa e che aveva lasciato aperto, e prima di risalire, mi ha guardato da sopra il tettuccio, sollevando la mano destra: “Au revoir, Robert.” Ho risposto con un cenno della mano: “Au revoir, Madame.” Quindi ho preso il bagaglio e mi sono avviato verso l’hotel. Poi, giunto all’ingresso, prima di entrare, mi sono voltato a guardare alle mie spalle. Il taxi non era ancora partito e mi è sembrato che la donna e il conducente stessero parlando tra di loro e gesticolando. Mi sono di nuovo voltato in avanti e sono entrato nell’hotel.
DUE All’indomani mattina, mentre ancora dormivo, in verità un dormiveglia, è squillato il telefono della camera. Ho allungato il braccio ed ho alzato la cornetta, una breve musichetta, e poi la voce femminile registrata su disco: “Bonjour, Monsieur, il est sept heures du matin.” Quindi, di nuovo la musichetta, ho agganciato. Mentre mi alzavo e andavo in bagno, per lavarmi, ho ripensato all’accaduto del giorno precedente. Dopo la prima sistemazione in hotel, sono sceso nella hall, al bancone della ricezione mi sono informato sull’indirizzo della morgue. “La morgue centrale, Monsieur?” ha detto in maniera interrogativa il receptionist. Quindi, senza aspettare la mia conferma, ha digitato al computer, ha aspettato un po', ha girato lo schermo a metà verso di me, e ho letto la dicitura: “L'Institut Médico-Légal de Paris, qui fait office de morgue centrale, est situé au 2 place Mazas, 75012 Paris (le long du quai de la Rapée). Pour toute démarche administrative spécifique, le pôle des opérations mortuaires de la préfecture de police se trouve au 12, quai de Gesvres, 75004 Paris.” Quindi il receptionist ha riassunto: “Metrò, “Quai de la rapée”, le douzième.” “Qual è la stazione più vicino?” Ho domandato. “Cadet” mi ha risposto, allargando il braccio e indicando la direzione verso il retro dell’ingresso.” Ho ringraziato e sono uscito, quindi a piedi ho raggiunto la stazione del metrò.” Ho consultato la mappa, individuando il percorso più breve, dopo una ventina di minuti, ero in Quai de la rapée. In lontananza ho notato un folto gruppo di persone e mi sono avvicinato, erano in gran parte cinesi, vestiti di bianco, il colore del lutto proprio di quel popolo. Ho raggiunto la piccola folla, e sono rimasto lì a guardare, si trattava del raduno per un funerale, ero disorientato, non sapevo che cosa fare. Ho richiamato il numero del defunto, l’utenza non era raggiungibile, e non sarebbe stata per l’eternità. Con questo assurdo pensiero per la testa mi sono allontanato, restando a distanza, in attesa. In attesa di chi? Crystel?
In quel momento, ho pensato, chissà perché, che lei per venire alla morgue, aveva preso il metrò. Aveva discusso con il tassista e poi era scesa, per raggiungere la vicina stazione dell’Opéra, il tempo che io sparissi alla vista. Ma dov’era? Non c’era? E la sala mortuaria con la salma di Legret, non era così facile da raggiungere, come avevo immaginato, tutt’intorno solo cinesi a lutto, vestiti di bianco. Dopo un po' ho desistito, non erano i miei luoghi consueti, non sapevo come muovermi, avevo difficoltà nel dover trovare una persona appropriata che mi desse informazioni precise. Infatti, quando un’ora dopo, mi sono ritrovato all’ufficio postale, quello accanto all’Hotel de Ville de Paris, e ho spedito un telegramma alla famiglia di Eric Legret, come avevo scritto nell’indirizzo, preso dai miei appunti, ho notato che l’impiegato mi guardava con aria perplessa. Mi ha chiesto ulteriori indicazioni, io ho indicato il foglio del mio quadernetto, dov’era scritto l’indirizzo, lui ha guardato, poi a penna ha aggiunto sulla bozza da me scritta sul modulo: “le5e.” Ripensandoci, in seguito, ho pensato che la perplessità dell’impiegato forse era dovuta al fatto che io, il forestiero, arrivato a Parigi, invece di recarmi sul posto, mandavo un telegramma di condoglianze. Legret assassinato era la notizia di un fatto straordinario, che in lingua francese “fait divers”, diverso dall’ordinario, indica un fatto di cronaca nera. Comunque c’era il mio indirizzo romano sul modulo, ero facilmente rintracciabile, cominciavo a sentirmi sospetto. In hotel, mi avevano concesso lo sconto di una notte su tre, un invito a tornare. E quando sono sceso per la prima colazione, e il successivo check-out mi hanno trattato con un certo riguardo, almeno così mi è sembrato. In aereo, mentre lasciavo Parigi, ho rivisto l’immagine di Crystel, una donna di notevole bellezza, ecco questa era la definizione esatta. L’amica del defunto Legret, pur nei suoi modi ordinari e nel suo abbigliamento semplice, un comune vestito a fiori, conservava un certo fascino, quello proprio di una modella o un’attrice di grande attrazione e successo. Ecco, che cosa era accaduto? Sarà stato il contrasto tra la morte e il lutto, e la vita e la gioia di vivere. Ho guardato fuori dall’oblò, mentre l’aereo virava nel prendere quota, rivelando tutto l’azzurro del cielo.
Sono i silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata Divinità. (Eugenio Montale, “I limoni”)
Erano passati quasi tre mesi, a Roma era quasi estate. Rientrato a casa, avevo ripreso il manoscritto con l’apocrifo dantesco, che avevo ricopiato tempo fa da una Rivista letteraria on-line, “Il Raccoglitore”, dopo averne chiesto e ottenuto l’autorizzazione, per motivi di studio. Quando avevo scoperto sulla Rivista il saggio dantesco “Lo diverso foco” e il seguito “L’esilio”, datati rispettivamente 14 e 28 gennaio 2022, avevo scritto al direttore per ottenere il nulla osta a farne una copia, e qualche tempo dopo avevo ricevuto una lettera di risposta e di assenso.
Gentile Signor Giorgio Come Vicedirettore della Rivista, mi sento molto lusingato di avere ricevuto la sua richiesta, e la ringrazio in maniera vivissima del suo interessamento agli articoli del nostro giornale, a cui collaborano esperti critici letterari, saggisti, scrittori, filosofi e anche matematici e scienziati. È con mio grande piacere che le rilascio il nulla osta per estrarre copia dei due saggi danteschi da lei indicati, con l’augurio e l’auspicio che possa trarne gradimento e giovamento per il suo spirito. Sarei molto lieto, inoltre, di ricevere qualche suo commento sul testo dei saggi danteschi e anche degli altri scritti di ogni genere pubblicati sulla nostra rivista. Grato della sua attenzione prestata, le invio i miei migliori saluti. Vicedirettore Armando Rossi Bartolini
Avevo riletto più volte la lettera, cogliendone il lato ampolloso, volto a decantare i pregi della Rivista del direttore Bartolini, ma con senso pratico, mi limitai a segnalare l’incompletezza del secondo saggio, che rimandava ad un ulteriore seguito, mai pubblicato. E così mi affrettai a rispondere.
Gentile direttore Bartolini Grato per la sua risposta e per avermi accordato il nulla osta richiesto, le invio una mia prima osservazione sui saggi danteschi pubblicati sulla sua pregiatissima Rivista, in verità un interrogativo, prima ancora che un’osservazione. Come può ben riscontrare, il seguito del 28 gennaio 2022, “L’esilio”, così si conclude: “Il romanzo di Balzac costituisce un incontro tra Dante e la cultura francese, un recupero ottocentesco della figura dell’autore della Divina Commedia, un’opera abbastanza trascurata nel Medioevo e nei secoli successivi. Una prima traduzione dell’intero poema è stata eseguita, come indicato nello studio di Ottavia Anessi, “Dante au tournant du XXIe siècle” (Università Ferrara, 2018), un manoscritto contenente l’Inferno in terzine di alessandrini, conservato nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e risalente alla prima metà del secolo XVI, dunque ben due secoli dopo la sua prima pubblicazione. Su questa e altre traduzioni in lingua francese di singole Cantiche o semplici brani dell’opera, ne parliamo nel prossimo paragrafo, in cui dobbiamo affrontare la soluzione dell’origine e ritrovamento del documento apocrifo presentato all’inizio di questo lavoro.” Quel “prossimo paragrafo”, direttore Bartolini, non è mai stato pubblicato, potrebbe gentilmente fornirmi qualche notizia in merito. Con i miei sentiti ringraziamenti e i miei più cordiali saluti. Roberto Serra.
Post-Scriptum Volevo segnalare un piccolo errore: mi chiamo Roberto e non Giorgio.
Questa volta, dovetti attendere più di una settimana per ottenere quella risposta, che confermò certe mie idee, direi sospetti, sull’intera faccenda. Ma prima di commentare quanto appena detto, presento il testo della lettera di Bartolini.
Carissimo Roberto Scusami dell’errore, ma quando mi verrai a trovare, come spero che accada presto, mio caro giovane amico, capirai quel mio qui pro quo sul nome. Il ragazzo della mia segretaria Barbara si chiama Giorgio, e quando ti ho scritto, il giovane era presente in redazione, ed io purtroppo ho fatto confusione sui nomi. Ora, però, ti invio una bozza di quel paragrafo, che a suo tempo non è mai stato compiutamente elaborato né tanto meno pubblicato. Per poterlo a te inviare sono riuscito ad ottenere il permesso speciale concessomi dal nostro fondatore e maestro, quello che noi della Rivista chiamiamo scherzosamente con affetto: “Sua divinità”, perché dimorante nell’eternità del suo cielo divino, da cui ci invia i suoi messaggi. Ecco in allegato l’elaborato inedito, che sono riuscito ad ottenere. A presto, Armando Bartolini.
Quando ricevetti le carte, tre allegati all’email, rimasi subito colpito dalla traduzione in francese dei versi dell’apocrifo. A occhio, mi parve una traduzione nella lingua moderna d’oltralpe, un preziosismo le rime. Chi era il traduttore? Sua divinità?
“Come di marmo fosse ‘l suo costume, dissemi ‘l duca voltosi col busto, ora convien su questo che t’allume.
Lo gran veglio che fu del verso giusto a guardia sta de lo diverso foco, foglia caduta dal violato arbusto.
L’assoluto voler, che in santo loco per tutto amor di grazìa assurga, ancor lo tien intra cotesto gioco,
tal che mondo lo spirito resurga luce beata nel divino regno a tempo pieno, ché infinito urga.
Or lesti siam al suo mostrar ’l segno tosto che ’l peso di ragion assume che tu possa varcar fattone degno.”
Quelle rigueur sa morale était Virgile dit face à moi maintenant je dois t'expliquer.
Le vieil homme du chemin droit âme tombée dans le péché originel du different feu c'est le gardien roi.
La volonté de Dieu, qui du ciel par sa grâce il accorde de monter, lui maintient dans ce rôle éternel
pour ressusciter l'esprit purifié et parmi les esprits divins qu’il aligne lorsque le temps c'est terminé.
En ce moment nous attendons le signe dès qu'il prend la bonne décision afin que tu peux entrer une fois digne.
D’un tratto, non so perché, sarà stata la suggestione di quella scena edenica, l’eterna dimora di Sua divinità, ero stato colto come da un incanto, di cui mi sembrava non riconoscere la sorgente. Lasciai il mio studio, ossia il computer in un angolo del salotto di casa, e uscii in strada. L’allusione al divino dei cieli aveva perso quella coloritura di azzurro, sfumata nel limbo di un grigio che andava sempre più schiarendosi in un’aria impalpabile. Era come se una presenza invisibile scesa dall’alto si muovesse indefinita nel silenzio delle figure dei passanti, animando il loro andare e svanire.
Sono i silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana “una qualche incerta divinità.”
Ecco, avevo modificato il verso di Montale, per esprimere al meglio il mio stato d’animo. I glossatori ci dicono che la “disturbata divinità” del poeta ligure si oppone alle divinità classiche proprie della poetica di D’Annunzio, la figura a cui allude il verso iniziale dei “limoni”: i “poeti laureati”. La divinità montaliana è resa vulnerabile e inquieta dalla presenza umana, “disturbata” nella sua “divina indifferenza” (“Ossi di seppia”). Confuso tra quelle figure umane, nel silenzio dell’ora del vespro, l’ombra della divinità mi appariva “incerta”, sospesa. Ero come soggiogato dalla presenza invisibile della figura divina evocata dal direttore del “Raccoglitore”, quasi un inganno. Dovevo uscire dall’incertezza, e per sciogliere ogni dubbio, decisi di recarmi nella sede della “Rivista” e accertare la presenza reale del direttore e incontrare la squadra dei redattori. Iniziai le ricerche sul web, non avendo, oltre all’e-mail, altri riferimenti, quali il telefono o l’indirizzo della sede, e ne trovai uno in via Goito, zona Castro Pretorio. E fu il giorno in cui pensai di recarmi sul posto, che ricevetti il messaggio di Eric Legret. Ecco, se l’autore dell’apocrifo e della traduzione delle terzine dantesche nella lingua francese moderna, come era facilmente riscontrabile con una semplice lettura, non si celava nelle pieghe della redazione del “Raccoglitore”, qualche lume mi poteva venire dall’attuale migliore dantista di Francia. Senza ulteriori indugi, partii per Parigi, dove al previsto rendez-vous con Legret, al terminal della navetta dall’aeroporto di Roissy, all’Opéra, ebbi la sorpresa di quell’incontro inaspettato e della drammatica notizia. E l’episodio fu come un’interruzione delle mie ricerche appena iniziate sull’apocrifo, quella sorprendente traduzione in lingua francese. Era forse il riadattamento di una fonte più antica, che solo il defunto Legret avrebbe potuto aiutarmi a scoprire. Ed ora? Non mi rimaneva che rintracciare sua divinità e cercare di incontrarla, sfatando il mito dell’esistenza, oltre a quello reale, di un mondo ideale, di cui avvertivo la suggestione. Ecco come una chiamata. Ecco, era stato questo il sortilegio compiuto in me non so come: sentirmi chiamato a un diverso più alto destino. In altre parole, forse mi ero montato la testa, avendo deciso di diventare protagonista di una storia, di cui dovevo inventare l’ulteriore percorso e seguirne il tracciato.
QUATTRO Avevo ricavato l’indirizzo romano del “Raccoglitore” da una mia ricerca on-line, e una mattina, mi recai in zona Castro Pretorio, via Goito, dove si trovano principalmente immobili residenziali, uffici e attività commerciali, non molto lontano dalla sede del Municipio II di Roma. Erano le ore nove passate e io non riuscivo a trovare il civico 49 α (alfa), perché dopo il 49 veniva il 51, quasi all’incrocio con via Gaeta, quando sono stato avvicinato da una donna asiatica di mezza età, che voleva sapere da me dove si trovavano gli uffici municipali. Io mi sono guardato intorno, sapevo che erano lì vicino, ed infatti con la mano ho indicato lungo la strada sulla parte sinistra, poi mi sono continuato a muovere sul marciapiedi, tornando un po' indietro e ho notato che la donna mi seguiva sorridente. Ho fatto una giravolta e sono ritornato sui miei passi, e quella ha continuato a seguirmi, sempre sorridente e con lo sguardo interrogativo. Io ho pensato al riso della donna tracia, quella che vedendo Talete cadere in un pozzo, mentre camminava guardando in cielo, era scoppiata a ridere. Stavo quasi rivolgendomi a un passante per chiedere l’informazione, quando ho notato un’autovettura della polizia municipale procedere in direzione della sede degli uffici del Municipio II. Ho indicato l’autoradio alla donna, e il percorso da seguire, e mi sono voltato bruscamente per cercare il civico 49 alfa: eccolo! In una rientranza del muro dell’edificio, una porta in metallo, con una targhetta: “Il Raccoglitore”. Mi sono infilato nel vano del muro e ho suonato al citofono, sparendo alla vista della donna tracia e a quella dei passanti. Uno scatto, ho spinto la porta e sono entrato. Ho sceso tre scalini – ma erano tre o quattro? – disposti a forma di Tetraktys: un primo gradino triangolare, seguito da due successivi, a forma di trapezio, in dimensioni tali da completare in successione la figura di un triangolo equilatero, con i lati tracciati da quattro punti: a, b, c, d. Di questo simbolo sacro dei pitagorici avevo letto sul “Raccoglitore”, l’articolo “L’Universo triangolare”, e quello mi sembrava un segno di buon auspicio, che però non si rivelò tale. Sarà stato il riso della donna tracia di prima? O erano miei impropri collegamenti? E poi, a Roma, i tre scalini evocano altre realtà. All’interno del locale, una ragazza bionda, con i capelli corti, stava scaldando su un fornellino la macchinetta del caffè, e stava mangiando un croissant preso da una busta di carta. Anche questa donna sorrideva, ed essendo più giovane dell’altra, il suo sorriso era certo più invitante. Ho domandato di Bartolini e della Rivista, ha sorriso ancora e ha scosso la testa. Non capiva, forse era straniera, magari sbarcata da poco a Roma, e allocata da Bartolini, sempre lui, in quello scantinato. “Do you speak English?” ho domandato. “From Belgium” ha risposto. Ah, ecco! “C’est ici le siege del Raccoglitore?” Ha corrugato leggermente la fronte, poi ha indicato la vasta sala, a cui si accedeva di fianco attraverso un vano senza porta.
Ho guardato alla mia sinistra, ho di nuovo guardato la ragazza, lei ha di nuovo sorriso, era imbarazzata, stava facendo colazione. Non intendendo disturbarla, sono passato nella sala, dove c’erano degli scaffali a muro pieno di libri vecchi e usati, pile di libri e altri libri ingialliti sparsi in disordine sul pavimento, dappertutto. Ne ho raccolti alcuni e letto i titoli: “Amadigi di Gaula”, “Le prodezze di Esplandián”, “Diana” di Jorge de Montemayor, “Galatea” di Cervantes, e sfogliandoli, ho scoperto che le pagine presentavano gli orli anneriti ed erano accartocciate come se fossero state lambite dal fuoco. Quale fuoco? Quello che aveva risparmiato la “Galatea”, perché l’autore era amico del curato. E magari anche del barbiere. Ma che cosa erano questi miei pensieri in disordine? Qui, devo confessare che da quando ero entrato in contatto con la redazione del “Raccoglitore”, nell’occasione Bartolini, mi succedevano strane cose. Nelle mie riflessioni, mi rivolgevo all’improvviso a un qualche mio invisibile interlocutore, una sorta di daimon, interrogavo sovente la IA e in maniera quasi compulsiva il web. Sono il solo? No, sono il solo, o quanto meno faccio parte della minoranza, a non averlo fatto finora in tale ultimo modo smodato, non ho lo smartphone. Nel corso della mia passeggiata mattutina, tre chilometri e mezzo, al passo di quattro chilometri all’ora, noto sovente altri più veloci camminatori che guardano i loro smartphone. E quindi? Ecco, quest’ultimo perdermi in discorsi inani sarà il sintomo di una qualche sventura mentale. Comunque, sono caduto nella trappola del “Raccoglitore”. È da quella Rivista on-line, che si predica la favola della nostra realtà come illusione, noi vivi come personaggi irreali, creature di un racconto “divino” (non di vino, o forse si, nel senso del dionisiaco, Dioniso dio del vino) di un narratore celeste, in realtà ingiallito e incartapecorito, che se la ride di noi e non sa che siamo noi a ridere di lui. Noi chi? Noi tutti, anzi no, noi pochi, noi felici pochi, quelli del discorso di San Crispino dello shakespeariano Re Enrico V dell’omonima tragedia. Per riprendere l’orientamento e uscire dalle astrazioni del “Chisciotte” di Cervantes, in cui mi ero smarrito poc’anzi, e venir fuori dalle retoriche suggestioni shakespeariane, sono tornato dalla donna bionda all’ingresso.
E se prima ero stato conciso, questa volta, mi sono messo a parlare in lingua italiana fluente per un orecchio straniero capace di distinguere e decifrare i suoni dell’idioma del Belpaese, e quindi capire quello che uno sta dicendo, almeno in parte. Sapevo benissimo che la fiamminga non avrebbe capito nulla, ma feci scivolare sapientemente nel mio discorso più volte l’espressione “Il signor Bartolini” e “il Raccoglitore”. Infatti, la giovane prese il suo smartphone e mentre scuoteva la testa, digitò un numero di telefono, in viva voce. Quindi, me lo porse dicendo: “No, signor Bartolini, signor De Maria.” Dopo qualche squillo, si sentì la voce di un uomo: “Ciao Else, novità?” “Buongiorno, signor De Maria,” dissi. E restituii lo smartphone a Else. “Un comprador, signor Ugo,” si affrettò a rispondere la ragazza, e mi ridiede subito lo smartphone. Spiegai, o meglio, tentai di spiegare che cercavo la sede della Rivista on-line “Il Raccoglitore”, ma De Maria mi interruppe, e disse deciso che era quella la sede del “Raccoglitore”, un magazzino di raccolta di libri vecchi e usati di ogni genere, non in vendita, ma in offerta di scambio. Io che libri avevo? Non sapendo che cosa rispondere, parlai dei libri del “Chisciotte”, peraltro bruciacchiati, che avevo visto in sala. E l’altro ne approfittò, per sbarazzarsi subito di me: “Ah, ecco, ho proprio qui l’esperto di spagnolo, glielo passo.” Una voce mi salutò in spagnolo con giovialità: “¡Hola!” Io risposi: “Buenos días”. L’altro iniziò a parlare fluentemente in spagnolo, io ogni tanto cercavo di interromperlo, ma non riuscivo, alla fine pronunciai il nome magico: “Chisciotte”. Alcuni secondi, il tempo al mio interlocutore di metabolizzare il messaggio, e tacque. Io parlai di Cervantes e dei libri di Don Chisciotte che erano stati scartati dal barbiere e dal curato e condannati al rogo, quindi attesi. “Desechos? Residuos?” Interrogò l’altro. Senza aver capito, risposi sì. Dopo un attimo, la risposta, che era una nuova domanda, la voce divenuta aspra: “Residuos sólidos urbani?” L’interrogativo mostrava l’equivoco. Tacqui, per non accrescere il malinteso. Ora, il tono era di forte rampogna, in spagnolo misto italiano: “Se debe recolectar toda quella mierda abandonada en le strade de Roma.” Si deve raccogliere tutta quella spazzatura lasciata nelle strade di Roma. Ma che cosa aveva capito? E gridava, pure! Senza replicare, ho restituito il telefono alla giovane Else, che aveva seguito con una certa preoccupazione l’evoluzione del tono della telefonata. “¡Hola!” disse lei. L’altro tacque, ed Else aggiunse: “Señor!” Il tono prima concitato, ora si andava smorzando, alla fine sentii lei che si congedava: “Gracias, buenos días, señor" Quindi chiuse, e mi guardò. Poi, cominciò a digitare sulla tastiera di un personal computer che aveva davanti a sé, infine dopo aver premuto “invio” e data un’occhiata allo schermo, girò il PC verso di me. Aveva visualizzato la pagina dell’AMA di piazzale Ostiense. Adesso ci si metteva pure lei! Risposi con un sorriso, dissi grazie, e rigirai il computer con lo schermo aperto verso di lei. Feci cenno che volevo uscire, sentii lo scatto, aveva premuto con il piede un pulsante celato sotto il tavolino. “Gracias y adiós” ho detto per congedarmi. “Adiós, señor" ha risposto. Sono uscito e risalito in strada. La vichinga, anzi no, la fiamminga conosceva lo spagnolo, ma non aveva ancora imparato l’italiano, l’avrebbe appreso presto da De Maria, da Ugo. Ciao, Else.
Nella Bibbia, Zebedeo è un pescatore del Lago di Galilea, marito di Salomè e padre degli apostoli Giacomo e Giovanni. Nel linguaggio comune italiano, la parola è nota soprattutto nell'espressione eufemistica "rompere gli zebedei", derivata proprio dal frequente richiamo evangelico ai "figli di Zebedeo". (IA)
La musichetta del mio telefonino mi svegliò. Mi voltai verso il comodino nella piena luce del giorno, che invadeva la mia camera da letto, esposta a sud-ovest, erano quasi le quattro del pomeriggio. “Ciao Serra, stai dormendo?” Riconobbi la voce del capo reparto, Gabriella. “Mi hai svegliato, capo” risposi assonnato. “Roberto, stammi bene a sentire: domani a mezzogiorno arrivano i francesi.” Balzai a sedere sul letto, pronto ad alzarmi: “Chi?” domandai allarmato. “I tuoi amici, Serra.” Non capivo, o meglio, non capivo bene: “Chi sono?” “I Legret, Serra. Svegliati, datti una mossa.” Cercai di schiarirmi le idee: “Il mio turno comincia alle cinque” dissi. “Ti aspetto in ufficio, muoviti.” Mi alzai, lei aveva chiuso. I francesi? I Legret? Ma che c’entrava, lei? Gabriella Sciuto, dottore in fisica teorica ed ingegnere elettronico, è la responsabile del settore robotica dell’azienda di componentistica elettronica, società nella cui sede di Roma sono stato assunto circa dieci mesi fa, come guardiano dello stabile. Espleto il mio servizio dalle 17 alle 24, quando gli uffici sono chiusi, di notte subentra un servizio di vigilanza mobile esterna di una ditta di sorveglianza privata, coordinato con il sistema di allarme interno. È stata la Sciuto ad assumermi, in qualità di vicecapo del personale dell’azienda, funzione da lei svolta durante un periodo di assenza del dottor Manfredi Esposito, capo della divisione amministrativa. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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LUNA D’AGOSTO
Erano le otto del mattino, quando sono uscito, e ho guardato in alto nel cielo azzurro cristallino. La luna era lassù, dove sapevo di trovarla nella sua fase decrescente, bianca luna a metà. Ho attraversato il parco e sono andato alla fermata dell’autobus, un’ora dopo ero disteso sulla spiaggia in riva al mare, nei pressi dello stabilimento balneare, dove oltre cinquant’anni fa, la giovane hostess napoletana scherzava con i suoi compagni “lazzaroni”, tempi perduti oltre l’orizzonte del tempo. il sole brillava nel cielo a sinistra a sud-est, in alto a destra ho rivisto la luna non ancora al tramonto. E quindi, una buona nuotata, e siamo a posto per la mattinata. E ora? Una prima parte del racconto, titolo provvisorio: “La morte di Legret”. Il seguito verrà pubblicato non prima del sorgere della luna di domani, che sorgerà alle 23:25 di questa sera.
LA MORTE DI LEGRET
UNO
Siamo atterrati all’aeroporto di Roissy, poco prima di mezzogiorno, io ho preso la mia borsa valigia, un cambio per quarantotto, massimo settantadue ore, e la borsa cartella con i documenti e un quaderno per appunti. Nella sala d’arrivo sono stato avvicinato da un giovane, che mi ha domandato se cercassi un hotel, ho ringraziato e sono passato oltre. Intorno, alcuni soldati in tuta mimetica con il fucile mitragliatore, ho dato uno sguardo a una bacheca ben in vista, che riportava il prezzo del pane del giorno. Sono uscito e ho raggiunto il piazzale, dove ho trovato l’autobus, la navetta per l’Opéra, sono salito e ho trovato posto al centro, dopo un po' l’autobus è partito. Sono rimasto a guardare il paesaggio dei quartieri residenziali della banlieue nord, poi l’autobus ha raggiunto la tangenziale, il Boulevard Périphérique, e infine siamo entrati a Parigi dalla Porte de la Chapelle. Non molto dopo, anche se c’era traffico, abbiamo raggiunto il terminal dell’Opéra. Non sapevo che il viaggio appena compiuto con il Roissy bus sarebbe stato l’ultimo, infatti sul tragitto il servizio navetta, da quella data, era stato definitivamente sospeso. Sono sceso dall’autobus e mi sono guardato tutto intorno, Eric Legret non c’era, sarebbe spuntato tra poco, intanto ho posato il bagaglio sul marciapiede, e ho preso il telefonino, per controllare se vi fossero messaggi. Avevo sentito Legret il giorno prima, nel pomeriggio inoltrato, e mi aveva confermato l’appuntamento al terminal del Roissy bus dell’Opéra. Ho incominciato a guardare in direzione della stazione del metrò, e oltre verso l’incrocio tra Boulevard des Capucines e Boulevard des Italiens, osservando i passanti. Ho visto venire nella mia direzione un uomo alto con un impermeabile, il cappello a falda larga, una borsa nella mano destra. Ho guardato meglio, ma quando si è avvicinato, ho capito che andava oltre, con passo deciso: non era il mio amico Legret. Dopo un po', ho pensato di chiamarlo al telefono, e ho abbassato lo sguardo sul display, proprio mentre una donna bionda, avanzava da lontano verso di me, e sembrava avermi guardato. Allora, mi sono girato di lato, quasi a non voler essere disturbato, e ho composto il numero di Legret, l’utente risultava non raggiungibile. Ho chiuso e mi sono girato di fronte, la donna che avevo notato prima, nel frattempo si era avvicinata, e rallentando il passo si era andata a fermare di fianco, a qualche metro di distanza da me. Quindi si è voltata a guardarmi dritto negli occhi, uno sguardo interrogativo. “Madame” ho detto. Si è avvicinata: “Robert Serrà?” “Sì, sono Roberto Serra, aspetto Eric.” La donna aveva un’espressione seria, ed era come se un’ombra le attraversasse il viso: “Eric ne viendra pas” ha detto. Stavo per rispondere, ma lei ha aggiunto con voce spenta: “Il a été assassiné hier soir, lors d’un vol à main armée, rue Rambuteau, près du Beaubourg.” Sono rimasto in silenzio: Eric Legret era morto assassinato la sera prima nel corso di una rapina a mano armata.
“Crystel, je suis Crystel” si è presentata la donna. “Enchanté” ho detto e ho allungato la mano, che lei mi ha stretto. “Eric è all’obitorio?” ho domandato. Lei ha confermato: “Oui, à la morgue.” Mi sono chinato e ho preso il bagaglio, muovendomi verso i taxi sulla piazza: “Vado a posarli in albergo” ho detto. “Je vous accompagne” ha detto lei e si incamminata al mio fianco. È salita con me sul taxi, e abbiamo preso posto sui sedili di dietro. Durante la corsa in hotel, siamo rimasti in silenzio, aveva entrambe le mani sulle ginocchia, il vestito a fiori, non aveva la borsa. Ero venuto a Parigi, per conoscere lo scrittore e poeta, Eric Legret, che avevo contattato sul web, avendo saputo che aveva tradotto la “Divina Commedia” in lingua francese. La nuovissima edizione dell’opera doveva uscire tra due mesi, a maggio 2026, ed io volevo parlargli dell’apocrifo del Primo Canto del “Purgatorio”. Era rimasto così interessato alla mia notizia, tanto da invitarmi a Parigi, offrendosi di venirmi a prendere, se non all’aeroporto, quanto meno al terminal del bus navetta, che ora non c’è più, come avrei appreso dopo. Era l’annullamento definitivo di quella corsa come un segno, uno di quei “signa” di cui dicono gli Stoici, la tragica coincidenza di una scomparsa improvvisa, traumatica e violenta del poeta dantista francese, Eric Legret.
Quando siamo arrivati all’hotel, sono sceso con i bagagli, mi sono avvicinato al finestrino del guidatore e ho pagato la tariffa, lasciando anche la mancia. Nel frattempo, la bionda Crystel era scesa, e mi è venuta vicino, ho fatto cenno al tassista di attendere. “Deve andare alla morgue, madame?” ho chiesto, rivolgendomi a lei. Ha accennato di sì con il capo, allora ho estratto di tasca una banconota da cinquanta euro, e tendendola al conducente, ho detto: “Alla morgue.” L’uomo si è voltato verso la donna, che era intervenuta prontamente, bloccandomi il polso con la mano, una lieve pressione: “Oh, no, no, no, monsieur!” Subito dopo, il tassista le ha chiesto: “Devez-vous remonter, Madame?" La bionda Chrystel mi ha guardato. “Vi raggiungo più tardi alla morgue” ho detto, indicando i bagagli e poi l’ingresso dell’hotel. Lei si è mossa verso lo sportello di destra dell’autovettura, da cui era scesa e che aveva lasciato aperto, e prima di risalire, mi ha guardato da sopra il tettuccio, sollevando la mano destra: “Au revoir, Robert.” Ho risposto con un cenno della mano: “Au revoir, Madame.” Quindi ho preso il bagaglio e mi sono avviato verso l’hotel. Poi, giunto all’ingresso, prima di entrare, mi sono voltato a guardare alle mie spalle. Il taxi non era ancora partito e mi è sembrato che la donna e il conducente stessero parlando tra di loro e gesticolando. Mi sono di nuovo voltato in avanti e sono entrato nell’hotel.
DUE
All’indomani mattina, mentre ancora dormivo, in verità un dormiveglia, è squillato il telefono della camera. Ho allungato il braccio ed ho alzato la cornetta, una breve musichetta, e poi la voce femminile registrata su disco: “Bonjour, Monsieur, il est sept heures du matin.” Quindi, di nuovo la musichetta, ho agganciato.
Mentre mi alzavo e andavo in bagno, per lavarmi, ho ripensato all’accaduto del giorno precedente. Dopo la prima sistemazione in hotel, sono sceso nella hall, al bancone della ricezione mi sono informato sull’indirizzo della morgue. “La morgue centrale, Monsieur?” ha detto in maniera interrogativa il receptionist. Quindi, senza aspettare la mia conferma, ha digitato al computer, ha aspettato un po', ha girato lo schermo a metà verso di me, e ho letto la dicitura: “L'Institut Médico-Légal de Paris, qui fait office de morgue centrale, est situé au 2 place Mazas, 75012 Paris (le long du quai de la Rapée). Pour toute démarche administrative spécifique, le pôle des opérations mortuaires de la préfecture de police se trouve au 12, quai de Gesvres, 75004 Paris.” Quindi il receptionist ha riassunto: “Metrò, “Quai de la rapée”, le douzième.” “Qual è la stazione più vicino?” Ho domandato. “Cadet” mi ha risposto, allargando il braccio e indicando la direzione verso il retro dell’ingresso.” Ho ringraziato e sono uscito, quindi a piedi ho raggiunto la stazione del metrò.” Ho consultato la mappa, individuando il percorso più breve, dopo una ventina di minuti, ero in Quai de la rapée. In lontananza ho notato un folto gruppo di persone e mi sono avvicinato, erano in gran parte cinesi, vestiti di bianco, il colore del lutto proprio di quel popolo. Ho raggiunto la piccola folla, e sono rimasto lì a guardare, si trattava del raduno per un funerale, ero disorientato, non sapevo che cosa fare. Ho richiamato il numero del defunto, l’utenza non era raggiungibile, e non sarebbe stata per l’eternità. Con questo assurdo pensiero per la testa mi sono allontanato, restando a distanza, in attesa. In attesa di chi? Crystel?
In quel momento, ho pensato, chissà perché, che lei per venire alla morgue, aveva preso il metrò. Aveva discusso con il tassista e poi era scesa, per raggiungere la vicina stazione dell’Opéra, il tempo che io sparissi alla vista. Ma dov’era? Non c’era? E la sala mortuaria con la salma di Legret, non era così facile da raggiungere, come avevo immaginato, tutt’intorno solo cinesi a lutto, vestiti di bianco. Dopo un po' ho desistito, non erano i miei luoghi consueti, non sapevo come muovermi, avevo difficoltà nel dover trovare una persona appropriata che mi desse informazioni precise. Infatti, quando un’ora dopo, mi sono ritrovato all’ufficio postale, quello accanto all’Hotel de Ville de Paris, e ho spedito un telegramma alla famiglia di Eric Legret, come avevo scritto nell’indirizzo, preso dai miei appunti, ho notato che l’impiegato mi guardava con aria perplessa. Mi ha chiesto ulteriori indicazioni, io ho indicato il foglio del mio quadernetto, dov’era scritto l’indirizzo, lui ha guardato, poi a penna ha aggiunto sulla bozza da me scritta sul modulo: “le5e.” Ripensandoci, in seguito, ho pensato che la perplessità dell’impiegato forse era dovuta al fatto che io, il forestiero, arrivato a Parigi, invece di recarmi sul posto, mandavo un telegramma di condoglianze. Legret assassinato era la notizia di un fatto straordinario, che in lingua francese “fait divers”, diverso dall’ordinario, indica un fatto di cronaca nera. Comunque c’era il mio indirizzo romano sul modulo, ero facilmente rintracciabile, cominciavo a sentirmi sospetto.
In hotel, mi avevano concesso lo sconto di una notte su tre, un invito a tornare. E quando sono sceso per la prima colazione, e il successivo check-out mi hanno trattato con un certo riguardo, almeno così mi è sembrato.
In aereo, mentre lasciavo Parigi, ho rivisto l’immagine di Crystel, una donna di notevole bellezza, ecco questa era la definizione esatta. L’amica del defunto Legret, pur nei suoi modi ordinari e nel suo abbigliamento semplice, un comune vestito a fiori, conservava un certo fascino, quello proprio di una modella o un’attrice di grande attrazione e successo. Ecco, che cosa era accaduto? Sarà stato il contrasto tra la morte e il lutto, e la vita e la gioia di vivere. Ho guardato fuori dall’oblò, mentre l’aereo virava nel prendere quota, rivelando tutto l’azzurro del cielo.
TRE
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
(Eugenio Montale, “I limoni”)
Erano passati quasi tre mesi, a Roma era quasi estate. Rientrato a casa, avevo ripreso il manoscritto con l’apocrifo dantesco, che avevo ricopiato tempo fa da una Rivista letteraria on-line, “Il Raccoglitore”, dopo averne chiesto e ottenuto l’autorizzazione, per motivi di studio. Quando avevo scoperto sulla Rivista il saggio dantesco “Lo diverso foco” e il seguito “L’esilio”, datati rispettivamente 14 e 28 gennaio 2022, avevo scritto al direttore per ottenere il nulla osta a farne una copia, e qualche tempo dopo avevo ricevuto una lettera di risposta e di assenso.
Gentile Signor Giorgio
Come Vicedirettore della Rivista, mi sento molto lusingato di avere ricevuto la sua richiesta, e la ringrazio in maniera vivissima del suo interessamento agli articoli del nostro giornale, a cui collaborano esperti critici letterari, saggisti, scrittori, filosofi e anche matematici e scienziati. È con mio grande piacere che le rilascio il nulla osta per estrarre copia dei due saggi danteschi da lei indicati, con l’augurio e l’auspicio che possa trarne gradimento e giovamento per il suo spirito. Sarei molto lieto, inoltre, di ricevere qualche suo commento sul testo dei saggi danteschi e anche degli altri scritti di ogni genere pubblicati sulla nostra rivista.
Grato della sua attenzione prestata, le invio i miei migliori saluti.
Vicedirettore Armando Rossi Bartolini
Avevo riletto più volte la lettera, cogliendone il lato ampolloso, volto a decantare i pregi della Rivista del direttore Bartolini, ma con senso pratico, mi limitai a segnalare l’incompletezza del secondo saggio, che rimandava ad un ulteriore seguito, mai pubblicato. E così mi affrettai a rispondere.
Gentile direttore Bartolini
Grato per la sua risposta e per avermi accordato il nulla osta richiesto, le invio una mia prima osservazione sui saggi danteschi pubblicati sulla sua pregiatissima Rivista, in verità un interrogativo, prima ancora che un’osservazione.
Come può ben riscontrare, il seguito del 28 gennaio 2022, “L’esilio”, così si conclude: “Il romanzo di Balzac costituisce un incontro tra Dante e la cultura francese, un recupero ottocentesco della figura dell’autore della Divina Commedia, un’opera abbastanza trascurata nel Medioevo e nei secoli successivi. Una prima traduzione dell’intero poema è stata eseguita, come indicato nello studio di Ottavia Anessi, “Dante au tournant du XXIe siècle” (Università Ferrara, 2018), un manoscritto contenente l’Inferno in terzine di alessandrini, conservato nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e risalente alla prima metà del secolo XVI, dunque ben due secoli dopo la sua prima pubblicazione. Su questa e altre traduzioni in lingua francese di singole Cantiche o semplici brani dell’opera, ne parliamo nel prossimo paragrafo, in cui dobbiamo affrontare la soluzione dell’origine e ritrovamento del documento apocrifo presentato all’inizio di questo lavoro.”
Quel “prossimo paragrafo”, direttore Bartolini, non è mai stato pubblicato, potrebbe gentilmente fornirmi qualche notizia in merito.
Con i miei sentiti ringraziamenti e i miei più cordiali saluti.
Roberto Serra.
Post-Scriptum
Volevo segnalare un piccolo errore: mi chiamo Roberto e non Giorgio.
Questa volta, dovetti attendere più di una settimana per ottenere quella risposta, che confermò certe mie idee, direi sospetti, sull’intera faccenda. Ma prima di commentare quanto appena detto, presento il testo della lettera di Bartolini.
Carissimo Roberto
Scusami dell’errore, ma quando mi verrai a trovare, come spero che accada presto, mio caro giovane amico, capirai quel mio qui pro quo sul nome. Il ragazzo della mia segretaria Barbara si chiama Giorgio, e quando ti ho scritto, il giovane era presente in redazione, ed io purtroppo ho fatto confusione sui nomi.
Ora, però, ti invio una bozza di quel paragrafo, che a suo tempo non è mai stato compiutamente elaborato né tanto meno pubblicato. Per poterlo a te inviare sono riuscito ad ottenere il permesso speciale concessomi dal nostro fondatore e maestro, quello che noi della Rivista chiamiamo scherzosamente con affetto: “Sua divinità”, perché dimorante nell’eternità del suo cielo divino, da cui ci invia i suoi messaggi.
Ecco in allegato l’elaborato inedito, che sono riuscito ad ottenere.
A presto, Armando Bartolini.
Quando ricevetti le carte, tre allegati all’email, rimasi subito colpito dalla traduzione in francese dei versi dell’apocrifo. A occhio, mi parve una traduzione nella lingua moderna d’oltralpe, un preziosismo le rime. Chi era il traduttore? Sua divinità?
“Come di marmo fosse ‘l suo costume,
dissemi ‘l duca voltosi col busto,
ora convien su questo che t’allume.
Lo gran veglio che fu del verso giusto
a guardia sta de lo diverso foco,
foglia caduta dal violato arbusto.
L’assoluto voler, che in santo loco
per tutto amor di grazìa assurga,
ancor lo tien intra cotesto gioco,
tal che mondo lo spirito resurga
luce beata nel divino regno
a tempo pieno, ché infinito urga.
Or lesti siam al suo mostrar ’l segno
tosto che ’l peso di ragion assume
che tu possa varcar fattone degno.”
Quelle rigueur sa morale était
Virgile dit face à moi
maintenant je dois t'expliquer.
Le vieil homme du chemin droit
âme tombée dans le péché originel
du different feu c'est le gardien roi.
La volonté de Dieu, qui du ciel
par sa grâce il accorde de monter,
lui maintient dans ce rôle éternel
pour ressusciter l'esprit purifié
et parmi les esprits divins qu’il aligne
lorsque le temps c'est terminé.
En ce moment nous attendons le signe
dès qu'il prend la bonne décision
afin que tu peux entrer une fois digne.
D’un tratto, non so perché, sarà stata la suggestione di quella scena edenica, l’eterna dimora di Sua divinità, ero stato colto come da un incanto, di cui mi sembrava non riconoscere la sorgente. Lasciai il mio studio, ossia il computer in un angolo del salotto di casa, e uscii in strada. L’allusione al divino dei cieli aveva perso quella coloritura di azzurro, sfumata nel limbo di un grigio che andava sempre più schiarendosi in un’aria impalpabile. Era come se una presenza invisibile scesa dall’alto si muovesse indefinita nel silenzio delle figure dei passanti, animando il loro andare e svanire.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
“una qualche incerta divinità.”
Ecco, avevo modificato il verso di Montale, per esprimere al meglio il mio stato d’animo. I glossatori ci dicono che la “disturbata divinità” del poeta ligure si oppone alle divinità classiche proprie della poetica di D’Annunzio, la figura a cui allude il verso iniziale dei “limoni”: i “poeti laureati”. La divinità montaliana è resa vulnerabile e inquieta dalla presenza umana, “disturbata” nella sua “divina indifferenza” (“Ossi di seppia”). Confuso tra quelle figure umane, nel silenzio dell’ora del vespro, l’ombra della divinità mi appariva “incerta”, sospesa. Ero come soggiogato dalla presenza invisibile della figura divina evocata dal direttore del “Raccoglitore”, quasi un inganno. Dovevo uscire dall’incertezza, e per sciogliere ogni dubbio, decisi di recarmi nella sede della “Rivista” e accertare la presenza reale del direttore e incontrare la squadra dei redattori. Iniziai le ricerche sul web, non avendo, oltre all’e-mail, altri riferimenti, quali il telefono o l’indirizzo della sede, e ne trovai uno in via Goito, zona Castro Pretorio. E fu il giorno in cui pensai di recarmi sul posto, che ricevetti il messaggio di Eric Legret.
Ecco, se l’autore dell’apocrifo e della traduzione delle terzine dantesche nella lingua francese moderna, come era facilmente riscontrabile con una semplice lettura, non si celava nelle pieghe della redazione del “Raccoglitore”, qualche lume mi poteva venire dall’attuale migliore dantista di Francia. Senza ulteriori indugi, partii per Parigi, dove al previsto rendez-vous con Legret, al terminal della navetta dall’aeroporto di Roissy, all’Opéra, ebbi la sorpresa di quell’incontro inaspettato e della drammatica notizia. E l’episodio fu come un’interruzione delle mie ricerche appena iniziate sull’apocrifo, quella sorprendente traduzione in lingua francese. Era forse il riadattamento di una fonte più antica, che solo il defunto Legret avrebbe potuto aiutarmi a scoprire. Ed ora? Non mi rimaneva che rintracciare sua divinità e cercare di incontrarla, sfatando il mito dell’esistenza, oltre a quello reale, di un mondo ideale, di cui avvertivo la suggestione. Ecco come una chiamata. Ecco, era stato questo il sortilegio compiuto in me non so come: sentirmi chiamato a un diverso più alto destino. In altre parole, forse mi ero montato la testa, avendo deciso di diventare protagonista di una storia, di cui dovevo inventare l’ulteriore percorso e seguirne il tracciato.
QUATTRO
Avevo ricavato l’indirizzo romano del “Raccoglitore” da una mia ricerca on-line, e una mattina, mi recai in zona Castro Pretorio, via Goito, dove si trovano principalmente immobili residenziali, uffici e attività commerciali, non molto lontano dalla sede del Municipio II di Roma. Erano le ore nove passate e io non riuscivo a trovare il civico 49 α (alfa), perché dopo il 49 veniva il 51, quasi all’incrocio con via Gaeta, quando sono stato avvicinato da una donna asiatica di mezza età, che voleva sapere da me dove si trovavano gli uffici municipali. Io mi sono guardato intorno, sapevo che erano lì vicino, ed infatti con la mano ho indicato lungo la strada sulla parte sinistra, poi mi sono continuato a muovere sul marciapiedi, tornando un po' indietro e ho notato che la donna mi seguiva sorridente. Ho fatto una giravolta e sono ritornato sui miei passi, e quella ha continuato a seguirmi, sempre sorridente e con lo sguardo interrogativo. Io ho pensato al riso della donna tracia, quella che vedendo Talete cadere in un pozzo, mentre camminava guardando in cielo, era scoppiata a ridere. Stavo quasi rivolgendomi a un passante per chiedere l’informazione, quando ho notato un’autovettura della polizia municipale procedere in direzione della sede degli uffici del Municipio II. Ho indicato l’autoradio alla donna, e il percorso da seguire, e mi sono voltato bruscamente per cercare il civico 49 alfa: eccolo! In una rientranza del muro dell’edificio, una porta in metallo, con una targhetta: “Il Raccoglitore”. Mi sono infilato nel vano del muro e ho suonato al citofono, sparendo alla vista della donna tracia e a quella dei passanti. Uno scatto, ho spinto la porta e sono entrato. Ho sceso tre scalini – ma erano tre o quattro? – disposti a forma di Tetraktys: un primo gradino triangolare, seguito da due successivi, a forma di trapezio, in dimensioni tali da completare in successione la figura di un triangolo equilatero, con i lati tracciati da quattro punti: a, b, c, d. Di questo simbolo sacro dei pitagorici avevo letto sul “Raccoglitore”, l’articolo “L’Universo triangolare”, e quello mi sembrava un segno di buon auspicio, che però non si rivelò tale. Sarà stato il riso della donna tracia di prima? O erano miei impropri collegamenti? E poi, a Roma, i tre scalini evocano altre realtà.
All’interno del locale, una ragazza bionda, con i capelli corti, stava scaldando su un fornellino la macchinetta del caffè, e stava mangiando un croissant preso da una busta di carta. Anche questa donna sorrideva, ed essendo più giovane dell’altra, il suo sorriso era certo più invitante. Ho domandato di Bartolini e della Rivista, ha sorriso ancora e ha scosso la testa. Non capiva, forse era straniera, magari sbarcata da poco a Roma, e allocata da Bartolini, sempre lui, in quello scantinato. “Do you speak English?” ho domandato. “From Belgium” ha risposto. Ah, ecco! “C’est ici le siege del Raccoglitore?” Ha corrugato leggermente la fronte, poi ha indicato la vasta sala, a cui si accedeva di fianco attraverso un vano senza porta.
Ho guardato alla mia sinistra, ho di nuovo guardato la ragazza, lei ha di nuovo sorriso, era imbarazzata, stava facendo colazione. Non intendendo disturbarla, sono passato nella sala, dove c’erano degli scaffali a muro pieno di libri vecchi e usati, pile di libri e altri libri ingialliti sparsi in disordine sul pavimento, dappertutto. Ne ho raccolti alcuni e letto i titoli: “Amadigi di Gaula”, “Le prodezze di Esplandián”, “Diana” di Jorge de Montemayor, “Galatea” di Cervantes, e sfogliandoli, ho scoperto che le pagine presentavano gli orli anneriti ed erano accartocciate come se fossero state lambite dal fuoco. Quale fuoco? Quello che aveva risparmiato la “Galatea”, perché l’autore era amico del curato. E magari anche del barbiere. Ma che cosa erano questi miei pensieri in disordine?
Qui, devo confessare che da quando ero entrato in contatto con la redazione del “Raccoglitore”, nell’occasione Bartolini, mi succedevano strane cose. Nelle mie riflessioni, mi rivolgevo all’improvviso a un qualche mio invisibile interlocutore, una sorta di daimon, interrogavo sovente la IA e in maniera quasi compulsiva il web. Sono il solo? No, sono il solo, o quanto meno faccio parte della minoranza, a non averlo fatto finora in tale ultimo modo smodato, non ho lo smartphone. Nel corso della mia passeggiata mattutina, tre chilometri e mezzo, al passo di quattro chilometri all’ora, noto sovente altri più veloci camminatori che guardano i loro smartphone. E quindi? Ecco, quest’ultimo perdermi in discorsi inani sarà il sintomo di una qualche sventura mentale. Comunque, sono caduto nella trappola del “Raccoglitore”. È da quella Rivista on-line, che si predica la favola della nostra realtà come illusione, noi vivi come personaggi irreali, creature di un racconto “divino” (non di vino, o forse si, nel senso del dionisiaco, Dioniso dio del vino) di un narratore celeste, in realtà ingiallito e incartapecorito, che se la ride di noi e non sa che siamo noi a ridere di lui. Noi chi? Noi tutti, anzi no, noi pochi, noi felici pochi, quelli del discorso di San Crispino dello shakespeariano Re Enrico V dell’omonima tragedia. Per riprendere l’orientamento e uscire dalle astrazioni del “Chisciotte” di Cervantes, in cui mi ero smarrito poc’anzi, e venir fuori dalle retoriche suggestioni shakespeariane, sono tornato dalla donna bionda all’ingresso.
E se prima ero stato conciso, questa volta, mi sono messo a parlare in lingua italiana fluente per un orecchio straniero capace di distinguere e decifrare i suoni dell’idioma del Belpaese, e quindi capire quello che uno sta dicendo, almeno in parte. Sapevo benissimo che la fiamminga non avrebbe capito nulla, ma feci scivolare sapientemente nel mio discorso più volte l’espressione “Il signor Bartolini” e “il Raccoglitore”. Infatti, la giovane prese il suo smartphone e mentre scuoteva la testa, digitò un numero di telefono, in viva voce. Quindi, me lo porse dicendo: “No, signor Bartolini, signor De Maria.” Dopo qualche squillo, si sentì la voce di un uomo: “Ciao Else, novità?” “Buongiorno, signor De Maria,” dissi. E restituii lo smartphone a Else. “Un comprador, signor Ugo,” si affrettò a rispondere la ragazza, e mi ridiede subito lo smartphone. Spiegai, o meglio, tentai di spiegare che cercavo la sede della Rivista on-line “Il Raccoglitore”, ma De Maria mi interruppe, e disse deciso che era quella la sede del “Raccoglitore”, un magazzino di raccolta di libri vecchi e usati di ogni genere, non in vendita, ma in offerta di scambio. Io che libri avevo? Non sapendo che cosa rispondere, parlai dei libri del “Chisciotte”, peraltro bruciacchiati, che avevo visto in sala. E l’altro ne approfittò, per sbarazzarsi subito di me: “Ah, ecco, ho proprio qui l’esperto di spagnolo, glielo passo.” Una voce mi salutò in spagnolo con giovialità: “¡Hola!” Io risposi: “Buenos días”. L’altro iniziò a parlare fluentemente in spagnolo, io ogni tanto cercavo di interromperlo, ma non riuscivo, alla fine pronunciai il nome magico: “Chisciotte”. Alcuni secondi, il tempo al mio interlocutore di metabolizzare il messaggio, e tacque. Io parlai di Cervantes e dei libri di Don Chisciotte che erano stati scartati dal barbiere e dal curato e condannati al rogo, quindi attesi. “Desechos? Residuos?” Interrogò l’altro. Senza aver capito, risposi sì. Dopo un attimo, la risposta, che era una nuova domanda, la voce divenuta aspra: “Residuos sólidos urbani?” L’interrogativo mostrava l’equivoco. Tacqui, per non accrescere il malinteso. Ora, il tono era di forte rampogna, in spagnolo misto italiano: “Se debe recolectar toda quella mierda abandonada en le strade de Roma.” Si deve raccogliere tutta quella spazzatura lasciata nelle strade di Roma. Ma che cosa aveva capito? E gridava, pure! Senza replicare, ho restituito il telefono alla giovane Else, che aveva seguito con una certa preoccupazione l’evoluzione del tono della telefonata. “¡Hola!” disse lei. L’altro tacque, ed Else aggiunse: “Señor!” Il tono prima concitato, ora si andava smorzando, alla fine sentii lei che si congedava: “Gracias, buenos días, señor" Quindi chiuse, e mi guardò. Poi, cominciò a digitare sulla tastiera di un personal computer che aveva davanti a sé, infine dopo aver premuto “invio” e data un’occhiata allo schermo, girò il PC verso di me. Aveva visualizzato la pagina dell’AMA di piazzale Ostiense. Adesso ci si metteva pure lei! Risposi con un sorriso, dissi grazie, e rigirai il computer con lo schermo aperto verso di lei. Feci cenno che volevo uscire, sentii lo scatto, aveva premuto con il piede un pulsante celato sotto il tavolino. “Gracias y adiós” ho detto per congedarmi. “Adiós, señor" ha risposto. Sono uscito e risalito in strada. La vichinga, anzi no, la fiamminga conosceva lo spagnolo, ma non aveva ancora imparato l’italiano, l’avrebbe appreso presto da De Maria, da Ugo. Ciao, Else.
CINQUE
Nella Bibbia, Zebedeo è un pescatore del Lago di Galilea, marito di Salomè e padre degli apostoli Giacomo e Giovanni. Nel linguaggio comune italiano, la parola è nota soprattutto nell'espressione eufemistica "rompere gli zebedei", derivata proprio dal frequente richiamo evangelico ai "figli di Zebedeo". (IA)
La musichetta del mio telefonino mi svegliò. Mi voltai verso il comodino nella piena luce del giorno, che invadeva la mia camera da letto, esposta a sud-ovest, erano quasi le quattro del pomeriggio. “Ciao Serra, stai dormendo?” Riconobbi la voce del capo reparto, Gabriella. “Mi hai svegliato, capo” risposi assonnato. “Roberto, stammi bene a sentire: domani a mezzogiorno arrivano i francesi.” Balzai a sedere sul letto, pronto ad alzarmi: “Chi?” domandai allarmato. “I tuoi amici, Serra.” Non capivo, o meglio, non capivo bene: “Chi sono?” “I Legret, Serra. Svegliati, datti una mossa.” Cercai di schiarirmi le idee: “Il mio turno comincia alle cinque” dissi. “Ti aspetto in ufficio, muoviti.” Mi alzai, lei aveva chiuso. I francesi? I Legret? Ma che c’entrava, lei?
Gabriella Sciuto, dottore in fisica teorica ed ingegnere elettronico, è la responsabile del settore robotica dell’azienda di componentistica elettronica, società nella cui sede di Roma sono stato assunto circa dieci mesi fa, come guardiano dello stabile. Espleto il mio servizio dalle 17 alle 24, quando gli uffici sono chiusi, di notte subentra un servizio di vigilanza mobile esterna di una ditta di sorveglianza privata, coordinato con il sistema di allarme interno. È stata la Sciuto ad assumermi, in qualità di vicecapo del personale dell’azienda, funzione da lei svolta durante un periodo di assenza del dottor Manfredi Esposito, capo della divisione amministrativa.
(Segue)
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