GLI ULTIMI GIORNI “Care lettrici e lettori, l’altro giorno ho ricevuto una lettera da Silvio, in cui si rivolge direttamente a voi, “il pubblico”, che frequenta le pagine web del “Raccoglitore”. Caro Direttore, la prego di inviare alle sue gentili lettrici e gentili lettori le mie scuse per la brusca interruzione della mia lettera dell’altra volta, ma ora che ho concluso l’improrogabile incontro con Gilda Capogrossi, sono tutto per voi. Certo, so che voi vorrete sapere di Gilda, e chi non vorrebbe, una volta suscitata la curiosità? Io esordisco nella presentazione con le parole di una nota commovente canzone:
Don't cry for me, Argentina It won't be easy, you'll think it strange When I try to explain how I feel That I still need your love after all that I've done You won't believe me, all you will see is a girl you once knew Although she's dressed up to the nines At sixes and sevens with you I had to let it happen, I had to change Couldn't stay all my life down at heel Looking out of the window, staying out of the sun So I chose freedom, running around trying everything new But nothing impressed me at all I never expected it to Don't cry for me, Argentina The truth is, I never left you
Non piangere per me, Argentina Non sarà facile, ti sembrerà strano Quando provo a spiegare come mi sento Che ho ancora bisogno del tuo amore dopo tutto quello che ho fatto Non mi crederai, tutto ciò che vedrai sarà una ragazza che conoscevi una volta Anche se è vestita a festa In disaccordo con te Ho dovuto lasciarlo accadere, ho dovuto cambiare Non potevo rimanere tutta la vita senza muovermi Guardare fuori dalla finestra, stare al riparo dal sole Quindi ho scelto la libertà, correndo in giro provando tutto ciò che è nuovo Ma niente mi ha colpito assolutamente Non me lo sarei mai aspettato Non piangere per me, Argentina La verità è che non ti ho mai lasciato Durante i miei giorni selvaggi, la mia folle esistenza Ho mantenuto la mia promessa Non mantenere le distanze E per quanto riguarda la fortuna e la fama Non li ho mai invitati ad entrare Anche se al mondo sembrava che fossero tutto ciò che desideravo Sono illusioni, non sono le soluzioni che avevano promesso di essere La risposta era sempre qui Ti amo e spero che tu mi ami Non piangere per me, Argentina La verità è che non ti ho mai lasciato
Ecco, care lettrici e cari lettori, la verità è che Gilda non ci ha mai lasciato. Io penso che attraverso le note musicali, che voi sicuramente avrete ascoltato, nelle interpretazioni migliori, avrete capito lo stato d’animo di Gilda nei nostri confronti. Ecco, quando io l’ho accompagnata, in tutta fretta, all’aeroporto di Fiumicino, per l’imbarco su un volo in partenza per Buenos Aires, lei ha voluto lasciarci con questa invocazione di non piangere. Anche se al mondo sembrava che fossero tutto ciò che desideravo Sono illusioni, non sono le soluzioni che avevano promesso di essere La risposta era sempre qui Ti amo e spero che tu mi ami Non piangere per me, Argentina La verità è che non ti ho mai lasciato Scusate il refrain, care lettrici e cari lettori, ma Gilda ha così implorato noi che siamo il suo pubblico (Argentina): “Ti amo e spero che tu mi ami, non piangere per me, Argentina.” Ora, mi domandate: Gilda è sepolta al Cimitero della Recoleta? No, le sue ceneri sono state tumulate nella tomba di famiglia al “Pincetto”, il lato dei VIP del Verano, qui a Roma. E quando è accaduto tutto questo, Silvio? Negli ultimi giorni.
LA FRATTURA NARRATIVA 1. Ora voi mi domanderete: Ma tu, Silvio, Gilda la conoscevi bene? Certo, risponderò, come voi. Ma voi insisterete: Eri il suo compagno? Avevi una relazione sentimentale con lei? Certo, risponderò, come voi. E voi osserverete perplessi una pausa di silenzio. Poi domanderete: Ma tu, Silvio, avevi un rapporto preferenziale privato con Gilda? Non come noi, che ne avevamo uno soltanto pubblico (Argentina). Certo, risponderò, avete ragione a dire così, e avete ancora ragione a domandarmi se io e Gilda eravamo una coppia. Io non posso eludere questa domanda. E da quando stavate insieme, Silvio? mi domanderete. Da quando Gilda decise che io fossi il compagno del resto della sua vita, gli ultimi giorni, compreso quello in cui l’ho accompagnata all’aeroporto di Fiumicino, il volo in partenza per Buenos Aires. Comunque se volete, vi racconto meglio la mia storia con Gilda, anzi no, perché è abbastanza anodina. Ma tu, Silvio, sapevi che Gilda era molto malata e sarebbe morta a breve? Tutti lo sapevano. Noi non capiamo, Silvio, questo tuo atteggiamento. In verità, non lo capisco neppure io, sono rimasto scioccato e sconvolto da quanto è accaduto, sapete, è una storia che ha commosso tutti. Tutti noi? Sì, noi il suo pubblico, Argentina. Ma perché continui a nominare Argentina il pubblico di Gilda Cavaradossi? No, vi sbagliate, si chiamava Capogrossi. Scusaci il lapsus, Silvio. Noi rimaniamo aggrappati a questo vocativo, il tuo nome, che ripetiamo in maniera ricorrente, per cercare di sanare la frattura narrativa creatasi con il discorso che stavi tenendo a noi sul soggetto “Silvio”, in particolare “Risus sardonicus – Rievocazione della morte di Silvio.” In verità, io credo che la frattura sia abbastanza insanabile, perché questi due spezzoni narrativi mi sembra quasi impossibile poterli sistemare in un’unica narrazione, anche se un modo seppure slabbrato ci sarebbe. E quale, Silvio? Non lo immaginate, amici? Il tuo sorriso ambiguo e malizioso, in verità, l’occhietto furbo, ci intriga e insospettisce. Un unico fluente fluire di tronchi (log) in rete (web) delle mie narrazioni, a volte ironiche o forse deliranti, certo rivelatrici di turbe ossessive o solo frammenti di esse – “Datemi un uomo sano e io lo curerò”, diceva Jung, e chissà a chi pensava dicendo “uomo sano”. – Allora non hai capito quello che voleva dire con questo paradosso? No, e non lo voglio sapere. Ma tu sei un uomo sano? Andate via! L’ultimo invito è alle turbe, che poi se si mettono assieme formano un “complesso”. Ma tu sei un tipo complessato? Siete voi il mio complesso. Abbiamo capito. No, voi non avete capito, perché se avete capito, e da tempo, che io sono pazzoide – stavo dicendo genialoide, ma poi ho soprasseduto, cioè no, anzi sì, forse no, boh! Nel senso che non si capisce se voglio definirmi genialoide. In che senso? Nel senso di piena comprensibilità del costrutto grammaticale. In ogni caso io non sono qualcosa che finisce con la desinenza “oide”. Ah, ecco! Mi riferivo a umanoide. Ah, certo! Devo finire la frase. Va bene, completala. – o forse un lucido con turbe rivelate da certi miei modi e contenuti di narrare, ebbene ne potreste rimanere turbati, la malattia è contagiosa, chi pratica lo zoppo, impara a zoppicare, in ogni caso io pratico sia Nietzsche che Jung. Hanno bussato alla porta, vado ad aprire. Piccolo escamotage, per interrompere la scrittura, procedere alla rilettura e cercare di capire quello che ho scritto – il linguaggio conduce al pensiero, non tutto il contrario, così Heidegger e pure Gadamer, che è meno involuto di Heidegger. In ogni caso, vado ad aprire, può darsi che il fantasma di Gilda Capogrossi sia venuto a bussare alla mia porta, anche se non è possibile, perché ella è accanto a me. E non possiamo negarlo, lo sappiamo: Gilda non ci ha mai lasciato. Ancora! Che cosa? Niente. Volevate alludere a Gilda? No, no! Allora a me? No, per l’amor del cielo. Voi credete che Gilda sia una mia turba? Sì, lo crediamo. Sì, è vero, però all’atto pratico, Gilda è una di noi. Quale atto? Quello pratico. Alla prossima.
2. Il soggetto non è più “Silvio”, ma “Gilda Capogrossi”, in fondo è stata lei a produrre la frattura narrativa. Un momento, prego! Sì? Da quando hai scritto il primo paragrafo ad ora, che ti accingi a scrivere questo secondo paragrafo, è passato del tempo? Sì, un giorno quasi. E una notte? Più o meno. E che cosa ti è accaduto in questo lasso di tempo? Banalità quotidiane. Bene, puoi proseguire, ma ricorda, anzi scusa, anche noi sappiamo del soggetto e la maschera (Vattimo, però è una sua interpretazione), ovvero dell’aforisma di Nietzsche. Volete dire che questo mio scrivere ora, il linguaggio che insegue il pensiero, è la maschera che procede in superfice dopo essere emersa dal fondo della vita, in cui era immersa nello spazio di tempo che abbiamo ricordato? Sì una profondità non troppo profonda, diciamo quotidiana. Certo. Posso proseguire? Sì, prego. Grazie, stavo dicendo che il soggetto è Gilda Capogrossi, non più Silvio, e che Gilda aveva prodotto la frattura narrativa, inaugurando un nuovo sentiero nel racconto. E da che parte menava questo sentiero? Nulle part? (“Chemins qui ne mènent nulle part”, “Holzwege”). Andava dritto, tornava indietro da un cammino parallelo del bosco e poi ne prendeva uno diverso giungendo al chiaro della radura: Gilda Capogrossi. Ah, ecco! Il primo cammino tendeva a raccontarla (Gilda), il ritorno, chiamiamolo così, in un certo modo, andava alla ricerca delle spiegazioni del racconto (spiegare Gilda), il chiaro della radura in cui ci troviamo, la illumina. Quindi, riepilogando, abbiamo raccontato di Gilda negli “ultimi giorni” con Silvio, servendoci della metafora ricavata dal testo della canzone “Don't cry for me Argentina”, per indicare la vita di Gilda, la sua scelta di vivere libera, correndo per il mondo negli anni selvaggi della sua folle esistenza, ma senza tenere mai le distanze da noi, perché in verità non ci ha mai lasciato. Io, e nel dire io, dico Silvio, la prima volta l’ho vista a teatro, anni fa. Quanti? Tanti, nei primissimi anni Settanta – ricordiamoci che Silvio è vecchissimo, un quasi ottantenne. Ecco, sei sceso in po' verso il fondo, risali in superficie. Oh, sì, avete ragione! ma era un percorso del racconto, che ci ha fatto ritornare indietro negli anni. E ovviamente, in quegli anni, Gilda non si chiamava Gilda? No. E come si chiamava? Boh! Non hai visto il nome sulla locandina? No. Ma che importanza ha il nome? Certo, però avrà una sua importanza.
Avete ragione, identifica un soggetto, è come un’etichetta. Era una cantante? Poco fa io sono andato a dormire. Come? Avevamo chiesto conferma su Gilda se fosse una cantante. Sì, un momento, sì era una cantante , ma devo dare ora ragione di un’altra interruzione su questo mio racconto su Gilda, e dare ragione di questa interruzione rivela una certa diversità di funzioni e relazioni narrative nel nostro racconto. Capite? Va bene. Poco fa sono andato a dormire, e ho sognato che essendomi attardato qualche momento, ho perso il treno della metro B, partito nel momento in cui avevo raggiunto la banchina, mentre l’altro che stava con me era riuscito a farcela. Che significa tutto questo? Diverse cose per me, ma per il mio lettore ideale, quello al di fuori della mia sfera ideale, anche se compresente nel mondo reale, rileva un mio breve commento al pensiero di Kant: “Virtualità dell’imperativo categorico. – Dubbi sulla moralità dell’azione di salvataggio di un passeggero in pericolo.” (post 16 novembre 2024) Rileggendo il commento, mi accorgo che il sottotitolo è ambiguo, quasi si mette in dubbio che quel salvataggio sia stato moralmente valido. Aggiungo, quindi, una breve postilla: il salvataggio è stato senz’altro da un punto di vista esterno pragmatico, conforme ad ogni dovere civico verso la collettività, quale riflesso dell’istinto di conservazione della specie, ed in questo senso sicuramente morale, ma non il senso che Kant attribuisce all’azione morale, di cui non è possibile trovare un esempio empirico, come dire nell’esperienza del mondo umano, in quanto finito, possibile invece soltanto in quello infinito. E qui mi fermo, e magari mi studio meglio il pensiero e il testo della Critica della ragion pura pratica, per la quale ogni azione umana è appunto, secondo la purezza della ragion pratica (la ragion pura pratica), contaminata dal mondo empirico. Ed io, perché ho perso l’appuntamento della sera con l’ultimo convoglio della metro in partenza dalla Laurentina? Il discorso qui non interessa Silvio, la sua immagine, la sua maschera che ama la profondità, che quindi “qui” ed “ora” rimane inesplorata. E Gilda? Ritorniamo a Gilda, alla sua figura.
3. Ci siamo perduti alla stazione della metro B, ritroviamoci con la figura di Gilda, il suo aspetto a un tempo fantasioso e fantastico. Le case delle corporazioni circondano in buona parte la piazza centrale della città di Bruxelles, la Grand-Place (in olandese, Grote Markt), generalmente considerata come una delle più belle piazze del mondo. Gilda era una corporazione medievale di arti e mestieri. E quindi? Gilda è anche un nome femminile ed è stato associato da Silvio alla Grand-Place, forse anche in riferimento al post del 27 settembre 2017, uno dei post fondanti del Blog, “La palla d’oro” – “All’indomani della mia morte”. Uno scritto che collegato alle gilde medievali, in ragione della sua ambientazione, e attraverso il riferimento al nome proprio femminile, costituisce il punto di sutura della spaccatura tra Gilda e Silvio e la morte. Infatti, nel post, Silvio definisce la morte: la mia morte. E adesso facciamo una pausa ricreativa, consistente in un breve teatrino a sfondo didascalico, sì, didascalico. Narratore, ci hai fatto una testa come un pallone, tu, Silvio, Gilda e la morte, e non imprechiamo in romanesco per un dovere di educazione nei confronti di malcapitati lettori. Ma ti rendi conto che sei ossessionato da questo nome: Silvio, Silvio, Silvio. Basta! Non ce la facciamo più! Sei peggio di Asmodeo. Ehilà! Chi è stato? È il grido della riscossa: via! via da questa farsa, via, via, via! E dove andiamo? Nei palazzi della ragione. La regione! Dobbiamo andare a fare una manifestazione di protesta davanti alla Regione? No, ragazzi, cominciamo male questa riscossa. Non giochiamo con gli equivoci, come nei film comici, in particolare quelli con Totò. Cerchiamo di essere ragionevoli. Diciamo così: la festa è finita, adesso siamo seri, va bene? Va bene. In questo paragrafo dovevamo lumeggiare l’immagine del personaggio Gilda. Si chiama così, perché l’autore, recandosi come turista a Bruxelles, e visitando la Grand Place, dove era stato circa quarant’anni prima, aveva approfondito la conoscenza della piazza, in cui peraltro quella prima volta aveva alloggiato. Ah, ecco! Dove esattamente? Le Maison des Ducs de Brabant (Casa dei Duchi di Brabante): sede di una decina di gilde neoclassiche. Capita! Una residenza nobiliare. No, un hotel, tra i tanti, se non sbaglio al civico 14, come accertato ora. Ah! Ecco. E ora una domanda. Prego. Noi vogliamo sapere, al di là dello sbuffo di vanità espresso, quale importanza ha questo particolare autobiografico tuo, descritto in maniera così particolareggiata. Voi non capite, no, non capite. E sin dalla sua giovinezza che nel cuore di Silvio albergava la casa delle gilde, dove poi ha materialmente preso alloggio in albergo. E quindi tutte queste gilde sono l’immagine di Gilda? Quella stessa della Regoleta o del Verano? Sì, sono l’anima di Silvio, la sua vita. Come ogni uomo, a dire di Jung, egli conservava in sé l’archetipo femminile, Anima, così come ogni donna ha in sé Animus, l’archetipo dell’elemento maschile. Quindi, Silvio aveva l’Anima di Gilda, e Gilda l’Animus di Silvio, ma Gilda Capogrossi aveva l’Animus di Silvio? Era una cantante lirica, aveva interpretato il “Lamento di Arianna”, tragedia in musica di Claudio Monteverdi, e poi era passata alla musica leggera. Il lamento di Arianna? Nietzsche? No, il filosofo tedesco amava ascoltare la musica fino a un misto di risa e di lacrime. Forse era pazzo? Lo presagiva. E Cavaradossi? Un’assonanza linguistica. Nient’altro? Una frattura chissà dove nel tempo. E poi? Ora. E ora? Kant, genesi della sua etica. Dove? In un altrove narrativo lontano dagli “ultimi giorni”. Ah, ecco! Fine.
Ritornando a Hillman, alla Prefazione di “Anima”, il suo giudizio sulla compiutezza del saggio si evolve: “Devo dire, però, che una volta imbacatomi in quelle amplificazioni, ho faticato a contenerle entro i limiti di queste pagine.” Quindi prosegue sulla sua ispirazione: “Che istigatrice sa essere Anima. E tuttavia non so se questo libro, che mirava a chiarirne la nozione nella mia mente, sia poi servito a districarne gli effetti nella mia vita.” Andando avanti, rivela che “Anima” è stata alla base di tutto il suo lavoro, e sappiamo che Hillman è stato uno psicologo junghiano e psicoterapeuta, e nomina diverse sue opere. Infine, dichiarando di essersi servito di quattro collaboratori, rispettivamente per il controllo, la sistemazione e revisione delle oltre cinquecento citazioni di Jung, e un controllo e revisione generale, conclude: “Il libro, quindi, benché esca sotto un unico nome, ha in realtà altri quattro autori: Sullivan, Donat , Bishop, Cambray […] e un quinto autore, le cui parole e la cui Anima hanno dato un senso alla nostra fatica; C. G. Jung.” Il discorso di Hillman su “Anima” non è certo quello che io posso fare per “La frattura narrativa”, non soltanto per quanto riguarda il rifacimento, per il quale il mio testo andrebbe diversamente ristrutturato, ma per i suoi contenuti, uno dei frammenti della mia ispirazione, come dire psiche, come dire anima, ecco, ho detto anima. Per ora, la mia “anima” ha trovato espressione, in relazione alla “frattura narrativa”, soltanto nell’anagramma della sciarada, proposta di seguito. Concludo con la preannunciata last call per il lettore. Se un testo appare compiuto e intoccabile e lo si vuole riproporre in maniera identica, valgono le considerazioni esposte da Borges, come ricavabili dai due post del Blog del 27 luglio e del 3 agosto 2024, rispettivamente: “Pierre Menard” e “La recita impossibile”. Il mio appello alla “ultima lettura” è dovuta al fatto che presto questi due post usciranno dal cerchio dell’apparire, in conformità al loro “Destino della Necessità”, ovvero seguendo la necessità del loro apparire al di fuori del cerchio dell’apparire. Come? Ve lo dico non domani, non posdomani, ma il “terzo giorno”, per chi conosce questo giorno.
(Etimologia – dal francese charade, a sua volta dal provenzale charrado chiacchierata, affine all’italiano ciarlare, di origine onomatopeica.)
DEFINIZIONI PRIMA RIGA 1. Oltre quella le suore di clausura. – 2. Folto di peli ispidi. – 3. Stringere un pacco con lo spago. – 4. Fiochi. – 5. Unità di misura agraria.
DEFINIZIONI SECONDA RIGA 1. Quella ricordo. – 2. Gli specchi di Archimede. – 3. Atteggiamento da sovrani. – 4. Auto a grande velocità. – 5. Parte di circonferenza compresa tra due punti.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
8 commenti:
[N. d. B.]
"La frattura narrativa" presuppone la lettura del testo "Gli ultimi giorni", che qui viene ripresentato.
GLI ULTIMI GIORNI
“Care lettrici e lettori, l’altro giorno ho ricevuto una lettera da Silvio, in cui si rivolge direttamente a voi, “il pubblico”, che frequenta le pagine web del “Raccoglitore”.
Caro Direttore, la prego di inviare alle sue gentili lettrici e gentili lettori le mie scuse per la brusca interruzione della mia lettera dell’altra volta, ma ora che ho concluso l’improrogabile incontro con Gilda Capogrossi, sono tutto per voi. Certo, so che voi vorrete sapere di Gilda, e chi non vorrebbe, una volta suscitata la curiosità? Io esordisco nella presentazione con le parole di una nota commovente canzone:
Don't cry for me, Argentina
It won't be easy, you'll think it strange
When I try to explain how I feel
That I still need your love after all that I've done
You won't believe me, all you will see is a girl you once knew
Although she's dressed up to the nines
At sixes and sevens with you
I had to let it happen, I had to change
Couldn't stay all my life down at heel
Looking out of the window, staying out of the sun
So I chose freedom, running around trying everything new
But nothing impressed me at all
I never expected it to
Don't cry for me, Argentina
The truth is, I never left you
Non piangere per me, Argentina
Non sarà facile, ti sembrerà strano
Quando provo a spiegare come mi sento
Che ho ancora bisogno del tuo amore dopo tutto quello che ho fatto
Non mi crederai, tutto ciò che vedrai sarà una ragazza che conoscevi una volta
Anche se è vestita a festa
In disaccordo con te
Ho dovuto lasciarlo accadere, ho dovuto cambiare
Non potevo rimanere tutta la vita senza muovermi
Guardare fuori dalla finestra, stare al riparo dal sole
Quindi ho scelto la libertà, correndo in giro provando tutto ciò che è nuovo
Ma niente mi ha colpito assolutamente
Non me lo sarei mai aspettato
Non piangere per me, Argentina
La verità è che non ti ho mai lasciato
Durante i miei giorni selvaggi, la mia folle esistenza
Ho mantenuto la mia promessa
Non mantenere le distanze
E per quanto riguarda la fortuna e la fama
Non li ho mai invitati ad entrare
Anche se al mondo sembrava che fossero tutto ciò che desideravo
Sono illusioni, non sono le soluzioni che avevano promesso di essere
La risposta era sempre qui
Ti amo e spero che tu mi ami
Non piangere per me, Argentina
La verità è che non ti ho mai lasciato
Ecco, care lettrici e cari lettori, la verità è che Gilda non ci ha mai lasciato.
Io penso che attraverso le note musicali, che voi sicuramente avrete ascoltato, nelle interpretazioni migliori, avrete capito lo stato d’animo di Gilda nei nostri confronti.
Ecco, quando io l’ho accompagnata, in tutta fretta, all’aeroporto di Fiumicino, per l’imbarco su un volo in partenza per Buenos Aires, lei ha voluto lasciarci con questa invocazione di non piangere.
Anche se al mondo sembrava che fossero tutto ciò che desideravo
Sono illusioni, non sono le soluzioni che avevano promesso di essere
La risposta era sempre qui
Ti amo e spero che tu mi ami
Non piangere per me, Argentina
La verità è che non ti ho mai lasciato
Scusate il refrain, care lettrici e cari lettori, ma Gilda ha così implorato noi che siamo il suo pubblico (Argentina): “Ti amo e spero che tu mi ami, non piangere per me, Argentina.” Ora, mi domandate: Gilda è sepolta al Cimitero della Recoleta? No, le sue ceneri sono state tumulate nella tomba di famiglia al “Pincetto”, il lato dei VIP del Verano, qui a Roma. E quando è accaduto tutto questo, Silvio? Negli ultimi giorni.
LA FRATTURA NARRATIVA
1. Ora voi mi domanderete: Ma tu, Silvio, Gilda la conoscevi bene? Certo, risponderò, come voi. Ma voi insisterete: Eri il suo compagno? Avevi una relazione sentimentale con lei? Certo, risponderò, come voi. E voi osserverete perplessi una pausa di silenzio. Poi domanderete: Ma tu, Silvio, avevi un rapporto preferenziale privato con Gilda? Non come noi, che ne avevamo uno soltanto pubblico (Argentina). Certo, risponderò, avete ragione a dire così, e avete ancora ragione a domandarmi se io e Gilda eravamo una coppia. Io non posso eludere questa domanda. E da quando stavate insieme, Silvio? mi domanderete. Da quando Gilda decise che io fossi il compagno del resto della sua vita, gli ultimi giorni, compreso quello in cui l’ho accompagnata all’aeroporto di Fiumicino, il volo in partenza per Buenos Aires. Comunque se volete, vi racconto meglio la mia storia con Gilda, anzi no, perché è abbastanza anodina. Ma tu, Silvio, sapevi che Gilda era molto malata e sarebbe morta a breve? Tutti lo sapevano. Noi non capiamo, Silvio, questo tuo atteggiamento. In verità, non lo capisco neppure io, sono rimasto scioccato e sconvolto da quanto è accaduto, sapete, è una storia che ha commosso tutti. Tutti noi? Sì, noi il suo pubblico, Argentina. Ma perché continui a nominare Argentina il pubblico di Gilda Cavaradossi? No, vi sbagliate, si chiamava Capogrossi. Scusaci il lapsus, Silvio. Noi rimaniamo aggrappati a questo vocativo, il tuo nome, che ripetiamo in maniera ricorrente, per cercare di sanare la frattura narrativa creatasi con il discorso che stavi tenendo a noi sul soggetto “Silvio”, in particolare “Risus sardonicus – Rievocazione della morte di Silvio.” In verità, io credo che la frattura sia abbastanza insanabile, perché questi due spezzoni narrativi mi sembra quasi impossibile poterli sistemare in un’unica narrazione, anche se un modo seppure slabbrato ci sarebbe. E quale, Silvio? Non lo immaginate, amici? Il tuo sorriso ambiguo e malizioso, in verità, l’occhietto furbo, ci intriga e insospettisce. Un unico fluente fluire di tronchi (log) in rete (web) delle mie narrazioni, a volte ironiche o forse deliranti, certo rivelatrici di turbe ossessive o solo frammenti di esse – “Datemi un uomo sano e io lo curerò”, diceva Jung, e chissà a chi pensava dicendo “uomo sano”. – Allora non hai capito quello che voleva dire con questo paradosso? No, e non lo voglio sapere. Ma tu sei un uomo sano? Andate via! L’ultimo invito è alle turbe, che poi se si mettono assieme formano un “complesso”. Ma tu sei un tipo complessato? Siete voi il mio complesso. Abbiamo capito. No, voi non avete capito, perché se avete capito, e da tempo, che io sono pazzoide – stavo dicendo genialoide, ma poi ho soprasseduto, cioè no, anzi sì, forse no, boh! Nel senso che non si capisce se voglio definirmi genialoide. In che senso? Nel senso di piena comprensibilità del costrutto grammaticale. In ogni caso io non sono qualcosa che finisce con la desinenza “oide”. Ah, ecco! Mi riferivo a umanoide. Ah, certo! Devo finire la frase. Va bene, completala. – o forse un lucido con turbe rivelate da certi miei modi e contenuti di narrare, ebbene ne potreste rimanere turbati, la malattia è contagiosa, chi pratica lo zoppo, impara a zoppicare, in ogni caso io pratico sia Nietzsche che Jung. Hanno bussato alla porta, vado ad aprire. Piccolo escamotage, per interrompere la scrittura, procedere alla rilettura e cercare di capire quello che ho scritto – il linguaggio conduce al pensiero, non tutto il contrario, così Heidegger e pure Gadamer, che è meno involuto di Heidegger. In ogni caso, vado ad aprire, può darsi che il fantasma di Gilda Capogrossi sia venuto a bussare alla mia porta, anche se non è possibile, perché ella è accanto a me. E non possiamo negarlo, lo sappiamo: Gilda non ci ha mai lasciato. Ancora! Che cosa? Niente. Volevate alludere a Gilda? No, no! Allora a me? No, per l’amor del cielo. Voi credete che Gilda sia una mia turba? Sì, lo crediamo. Sì, è vero, però all’atto pratico, Gilda è una di noi. Quale atto? Quello pratico. Alla prossima.
2. Il soggetto non è più “Silvio”, ma “Gilda Capogrossi”, in fondo è stata lei a produrre la frattura narrativa. Un momento, prego! Sì? Da quando hai scritto il primo paragrafo ad ora, che ti accingi a scrivere questo secondo paragrafo, è passato del tempo? Sì, un giorno quasi. E una notte? Più o meno. E che cosa ti è accaduto in questo lasso di tempo? Banalità quotidiane. Bene, puoi proseguire, ma ricorda, anzi scusa, anche noi sappiamo del soggetto e la maschera (Vattimo, però è una sua interpretazione), ovvero dell’aforisma di Nietzsche. Volete dire che questo mio scrivere ora, il linguaggio che insegue il pensiero, è la maschera che procede in superfice dopo essere emersa dal fondo della vita, in cui era immersa nello spazio di tempo che abbiamo ricordato? Sì una profondità non troppo profonda, diciamo quotidiana. Certo. Posso proseguire? Sì, prego. Grazie, stavo dicendo che il soggetto è Gilda Capogrossi, non più Silvio, e che Gilda aveva prodotto la frattura narrativa, inaugurando un nuovo sentiero nel racconto. E da che parte menava questo sentiero? Nulle part? (“Chemins qui ne mènent nulle part”, “Holzwege”). Andava dritto, tornava indietro da un cammino parallelo del bosco e poi ne prendeva uno diverso giungendo al chiaro della radura: Gilda Capogrossi. Ah, ecco! Il primo cammino tendeva a raccontarla (Gilda), il ritorno, chiamiamolo così, in un certo modo, andava alla ricerca delle spiegazioni del racconto (spiegare Gilda), il chiaro della radura in cui ci troviamo, la illumina. Quindi, riepilogando, abbiamo raccontato di Gilda negli “ultimi giorni” con Silvio, servendoci della metafora ricavata dal testo della canzone “Don't cry for me Argentina”, per indicare la vita di Gilda, la sua scelta di vivere libera, correndo per il mondo negli anni selvaggi della sua folle esistenza, ma senza tenere mai le distanze da noi, perché in verità non ci ha mai lasciato. Io, e nel dire io, dico Silvio, la prima volta l’ho vista a teatro, anni fa. Quanti? Tanti, nei primissimi anni Settanta – ricordiamoci che Silvio è vecchissimo, un quasi ottantenne. Ecco, sei sceso in po' verso il fondo, risali in superficie. Oh, sì, avete ragione! ma era un percorso del racconto, che ci ha fatto ritornare indietro negli anni. E ovviamente, in quegli anni, Gilda non si chiamava Gilda? No. E come si chiamava? Boh! Non hai visto il nome sulla locandina? No. Ma che importanza ha il nome? Certo, però avrà una sua importanza.
Avete ragione, identifica un soggetto, è come un’etichetta. Era una cantante? Poco fa io sono andato a dormire. Come? Avevamo chiesto conferma su Gilda se fosse una cantante. Sì, un momento, sì era una cantante , ma devo dare ora ragione di un’altra interruzione su questo mio racconto su Gilda, e dare ragione di questa interruzione rivela una certa diversità di funzioni e relazioni narrative nel nostro racconto. Capite? Va bene. Poco fa sono andato a dormire, e ho sognato che essendomi attardato qualche momento, ho perso il treno della metro B, partito nel momento in cui avevo raggiunto la banchina, mentre l’altro che stava con me era riuscito a farcela. Che significa tutto questo? Diverse cose per me, ma per il mio lettore ideale, quello al di fuori della mia sfera ideale, anche se compresente nel mondo reale, rileva un mio breve commento al pensiero di Kant: “Virtualità dell’imperativo categorico. – Dubbi sulla moralità dell’azione di salvataggio di un passeggero in pericolo.” (post 16 novembre 2024) Rileggendo il commento, mi accorgo che il sottotitolo è ambiguo, quasi si mette in dubbio che quel salvataggio sia stato moralmente valido. Aggiungo, quindi, una breve postilla: il salvataggio è stato senz’altro da un punto di vista esterno pragmatico, conforme ad ogni dovere civico verso la collettività, quale riflesso dell’istinto di conservazione della specie, ed in questo senso sicuramente morale, ma non il senso che Kant attribuisce all’azione morale, di cui non è possibile trovare un esempio empirico, come dire nell’esperienza del mondo umano, in quanto finito, possibile invece soltanto in quello infinito. E qui mi fermo, e magari mi studio meglio il pensiero e il testo della Critica della ragion pura pratica, per la quale ogni azione umana è appunto, secondo la purezza della ragion pratica (la ragion pura pratica), contaminata dal mondo empirico. Ed io, perché ho perso l’appuntamento della sera con l’ultimo convoglio della metro in partenza dalla Laurentina? Il discorso qui non interessa Silvio, la sua immagine, la sua maschera che ama la profondità, che quindi “qui” ed “ora” rimane inesplorata. E Gilda? Ritorniamo a Gilda, alla sua figura.
3. Ci siamo perduti alla stazione della metro B, ritroviamoci con la figura di Gilda, il suo aspetto a un tempo fantasioso e fantastico. Le case delle corporazioni circondano in buona parte la piazza centrale della città di Bruxelles, la Grand-Place (in olandese, Grote Markt), generalmente considerata come una delle più belle piazze del mondo.
Gilda era una corporazione medievale di arti e mestieri. E quindi? Gilda è anche un nome femminile ed è stato associato da Silvio alla Grand-Place, forse anche in riferimento al post del 27 settembre 2017, uno dei post fondanti del Blog, “La palla d’oro” – “All’indomani della mia morte”. Uno scritto che collegato alle gilde medievali, in ragione della sua ambientazione, e attraverso il riferimento al nome proprio femminile, costituisce il punto di sutura della spaccatura tra Gilda e Silvio e la morte. Infatti, nel post, Silvio definisce la morte: la mia morte. E adesso facciamo una pausa ricreativa, consistente in un breve teatrino a sfondo didascalico, sì, didascalico.
Narratore, ci hai fatto una testa come un pallone, tu, Silvio, Gilda e la morte, e non imprechiamo in romanesco per un dovere di educazione nei confronti di malcapitati lettori. Ma ti rendi conto che sei ossessionato da questo nome: Silvio, Silvio, Silvio. Basta! Non ce la facciamo più! Sei peggio di Asmodeo. Ehilà! Chi è stato? È il grido della riscossa: via! via da questa farsa, via, via, via! E dove andiamo? Nei palazzi della ragione. La regione! Dobbiamo andare a fare una manifestazione di protesta davanti alla Regione? No, ragazzi, cominciamo male questa riscossa. Non giochiamo con gli equivoci, come nei film comici, in particolare quelli con Totò. Cerchiamo di essere ragionevoli. Diciamo così: la festa è finita, adesso siamo seri, va bene? Va bene.
In questo paragrafo dovevamo lumeggiare l’immagine del personaggio Gilda. Si chiama così, perché l’autore, recandosi come turista a Bruxelles, e visitando la Grand Place, dove era stato circa quarant’anni prima, aveva approfondito la conoscenza della piazza, in cui peraltro quella prima volta aveva alloggiato. Ah, ecco! Dove esattamente? Le Maison des Ducs de Brabant (Casa dei Duchi di Brabante): sede di una decina di gilde neoclassiche. Capita! Una residenza nobiliare. No, un hotel, tra i tanti, se non sbaglio al civico 14, come accertato ora. Ah! Ecco. E ora una domanda. Prego. Noi vogliamo sapere, al di là dello sbuffo di vanità espresso, quale importanza ha questo particolare autobiografico tuo, descritto in maniera così particolareggiata. Voi non capite, no, non capite. E sin dalla sua giovinezza che nel cuore di Silvio albergava la casa delle gilde, dove poi ha materialmente preso alloggio in albergo. E quindi tutte queste gilde sono l’immagine di Gilda? Quella stessa della Regoleta o del Verano? Sì, sono l’anima di Silvio, la sua vita. Come ogni uomo, a dire di Jung, egli conservava in sé l’archetipo femminile, Anima, così come ogni donna ha in sé Animus, l’archetipo dell’elemento maschile. Quindi, Silvio aveva l’Anima di Gilda, e Gilda l’Animus di Silvio, ma Gilda Capogrossi aveva l’Animus di Silvio? Era una cantante lirica, aveva interpretato il “Lamento di Arianna”, tragedia in musica di Claudio Monteverdi, e poi era passata alla musica leggera. Il lamento di Arianna? Nietzsche? No, il filosofo tedesco amava ascoltare la musica fino a un misto di risa e di lacrime. Forse era pazzo? Lo presagiva. E Cavaradossi? Un’assonanza linguistica. Nient’altro? Una frattura chissà dove nel tempo. E poi? Ora. E ora? Kant, genesi della sua etica. Dove? In un altrove narrativo lontano dagli “ultimi giorni”. Ah, ecco! Fine.
Ritornando a Hillman, alla Prefazione di “Anima”, il suo giudizio sulla compiutezza del saggio si evolve: “Devo dire, però, che una volta imbacatomi in quelle amplificazioni, ho faticato a contenerle entro i limiti di queste pagine.” Quindi prosegue sulla sua ispirazione: “Che istigatrice sa essere Anima. E tuttavia non so se questo libro, che mirava a chiarirne la nozione nella mia mente, sia poi servito a districarne gli effetti nella mia vita.” Andando avanti, rivela che “Anima” è stata alla base di tutto il suo lavoro, e sappiamo che Hillman è stato uno psicologo junghiano e psicoterapeuta, e nomina diverse sue opere. Infine, dichiarando di essersi servito di quattro collaboratori, rispettivamente per il controllo, la sistemazione e revisione delle oltre cinquecento citazioni di Jung, e un controllo e revisione generale, conclude: “Il libro, quindi, benché esca sotto un unico nome, ha in realtà altri quattro autori: Sullivan, Donat , Bishop, Cambray […] e un quinto autore, le cui parole e la cui Anima hanno dato un senso alla nostra fatica; C. G. Jung.”
Il discorso di Hillman su “Anima” non è certo quello che io posso fare per “La frattura narrativa”, non soltanto per quanto riguarda il rifacimento, per il quale il mio testo andrebbe diversamente ristrutturato, ma per i suoi contenuti, uno dei frammenti della mia ispirazione, come dire psiche, come dire anima, ecco, ho detto anima. Per ora, la mia “anima” ha trovato espressione, in relazione alla “frattura narrativa”, soltanto nell’anagramma della sciarada, proposta di seguito.
Concludo con la preannunciata last call per il lettore. Se un testo appare compiuto e intoccabile e lo si vuole riproporre in maniera identica, valgono le considerazioni esposte da Borges, come ricavabili dai due post del Blog del 27 luglio e del 3 agosto 2024, rispettivamente: “Pierre Menard” e “La recita impossibile”. Il mio appello alla “ultima lettura” è dovuta al fatto che presto questi due post usciranno dal cerchio dell’apparire, in conformità al loro “Destino della Necessità”, ovvero seguendo la necessità del loro apparire al di fuori del cerchio dell’apparire. Come? Ve lo dico non domani, non posdomani, ma il “terzo giorno”, per chi conosce questo giorno.
SCIARADA
(Etimologia – dal francese charade, a sua volta dal provenzale charrado chiacchierata, affine all’italiano ciarlare, di origine onomatopeica.)
DEFINIZIONI PRIMA RIGA
1. Oltre quella le suore di clausura. – 2. Folto di peli ispidi. – 3. Stringere un pacco con lo spago. – 4. Fiochi. – 5. Unità di misura agraria.
DEFINIZIONI SECONDA RIGA
1. Quella ricordo. – 2. Gli specchi di Archimede. – 3. Atteggiamento da sovrani. –
4. Auto a grande velocità. – 5. Parte di circonferenza compresa tra due punti.
GILDA
TURBA
GRATA IRSUTO LEGARE DEBOLI ACRO
TARGA USTORI REGALE BOLIDE ARCO
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