NEL SEGNO INFAME DELLA VIOLENZA Aveva smesso di piovere, ma non completamente; ancora persisteva nell’aria un sottile velo d’acqua, che si andava però diradando in una rete di infinite goccioline, nella notturna umidità della terra avvolta nelle tenebre. Le due ombre acquattate sull’erba, in un vialetto secondario, ma proprio al limite dell’incrocio con il viale principale, si mossero lentamente sotto i lucidi impermeabili scuri, come percorse da un’onda sinuosa. “Ahó!” soffiò uno dei due. “Eh!” rispose l’altro, pure in un soffio. “Sst!” sibilò piano il primo. Si era tolto il cappuccio e volse la testa in alto per saggiare l’aria; in breve, il viso gli s’inumidì, allora si rimise il cappuccio e tornò di nuovo in posizione prona. Erano entrambi stesi sull’erba ed ogni tanto si sollevavano con cautela sui gomiti, per lanciare un’occhiata sul viale principale, che tenevano, a quanto pare, sotto osservazione. Erano di guardia, ma in attesa di chi? Sarebbe comunque meglio dire, vista la situazione ed i soggetti che la interpretavano, che costoro preparavano un agguato, nell’ora notturna della civetta e del gufo. Dov’erano? In un vasto luogo silenzioso ed apparentemente deserto, una vera ampia macchia verde nell’area urbana di cemento, ricca di cipressi ombrosi e viali e vialetti, tra cui brillavano mille lumi e tante altre piccole luci di ceri accesi e lampade votive, che vegliavano e insieme custodivano il sonno eterno degli spiriti, che lì dimoravano, sparsi sotto le zolle di terra e le lastre tombali. In questi luoghi di pietà e di memoria, dedicati al culto dei defunti, nel silenzio profondo della notte, i due tristi e tenebrosi figuri tramavano il loro delitto, appiattiti sull’erba. Aleggiava nell’aria buia, aggirandosi tra sepolcri e sculture funebri, lo spirito funesto e tenebroso del Male, sostanziato nei due animali da preda, che fiutavano attraverso nari di brace l’odore del sangue. Lieve e sfuggente, quasi inafferrabile, sembrò annunciarsi un lontano scalpiccio, che divenne quindi appena percettibile, per andare poi gradualmente aumentando. Quando a distanza si delineò un rumore indistinto di passi, le due ombre distese nel buio si sollevarono repentinamente da terra sui gomiti e poi d’un balzo furono subito in piedi, sebbene curve e circospette; quindi, con un salto felino raggiunsero l’angolo del viale. Il rumore dei passi era divenuto chiaramente distinguibile ed era accompagnato da un brusio sommesso e continuo; in fondo al viale, nell’incerta oscurità avanzavano due figure. Alla luce soffusa dei lumini votivi, si potevano distinguere, a malapena, due sagome femminili abbastanza corpose, che venivano avanti nell’umidità della notte. Si trattava di due donne di età avanzata, l’una di circa settanta anni, l’altra più giovane di qualche anno; si somigliavano, forse erano sorelle. La più anziana veniva avanti con passo fermo e deciso, la figura eretta, tenendosi entrambi i polsi stretti con le mani sotto il petto voluminoso e cadente; l’altra con la spalla leggermente piegata verso la compagna, si teneva aggrappata con la mano sinistra al suo gomito, quasi come a farsi trascinare. Aveva costei i capelli tinti di biondo, indossava pantaloni neri ed un maglione alto sul collo di colore rosso granata, sotto un cappotto di montone, al braccio dalla parte libera una voluminosa borsa di pelle scura; nel buio balenava a tratti il riflesso di vetro dei suoi occhiali metallici. L’altra donna che incedeva con passo sicuro, tirandosi dietro quella sua familiare seguace, era elegantemente vestita con un completo blu scuro, indossato sotto una pelliccia di visone, i capelli color rame, perfettamente in piega, senza neppure un filo di bianco.
Chi erano queste due anziane donne, così distintamente abbigliate, l’una l’aspetto altero e nobiliare, l’altra più lievemente composta, che sembrava aggrapparsi alla prima? Perché si aggiravano in quell’ora di notte profonda in luoghi funebri, destinati alla pietà dei defunti? La donna dai capelli biondi investiva con un fitto chiacchierio la sua compagna, che rispondeva a monosillabi e tirava dritto in avanti, con l’atteggiamento deciso di chi è abituato ad andare incontro a qualsiasi avvenimento. Io sono convinto che se avesse saputo dei due assalitori nascosti nell’ombra e pronti all’agguato mortale, non avrebbe battuto ciglio ed avrebbe proceduto fieramente in avanti incontro al suo destino finale. Comunque, non si può non osservare come quella passeggiata notturna così inconsueta di due anziane donne fosse tanto carica di mistero, un mistero che quasi sembra implicare la conseguenza di un assalto da parte di tenebrosi assassini, che sotto questo profilo maggiormente si attagliano alla notte, l’oscurità, il male, la morte. Ma perché essi erano lì in agguato? Come potevano sapere delle due anziane donne e della loro escursione cimiteriale e notturna, lì, nell’ora del lupo? Forse si trovavano in quella presente attitudine delittuosa, in attesa del prossimo rendez-vous finale, al termine di tutta una trama di pedinamenti, appostamenti, intercettazioni, lunghi intervalli di tempo trascorsi a spiare gesti, volti, azioni più o meno furtivi? Direi di no, anzi no, non è così. I due criminali, veri topi di fogna, frequentatori di bassifondi, galere ed oscuri canali di cimiteri, avevano sorpreso due donne totalmente estranee al loro torbido mondo di abiezione e turpitudine, coinvolte in maniera pregiudizievole in un affare, che le circostanze di tempo e di luogo rivelavano chiaramente incongruo rispetto alla loro posizione sociale; allora le iene, digrignando i denti e fiutando le prede, avevano teso l’agguato. Ma come? Aggirandosi nella notte umida e tenebrosa tra sepolcri ed avelli, loculi e tombe, per compiere atti di vile latrocinio e sciacallaggio, senza cura e scrupoli per profanazioni e brutture, i due clavicenses, come nel tardo latino medievale sono nominati gli abitatori della clavica, i.e. in italiano moderno, la chiavica o cloaca (da clovaca), vale a dire la fossa di scolo dei liquami e dei rifiuti civici, ebbene questi due esseri abietti, venuti fuori chissà come dalla mota e dalla sentina, si erano imbattuti, nei pressi di una cappella funebre, nella presenza delle due ignare visitatrici, che trafficavano all’interno. In verità, nel silenzio assoluto del cimitero di notte, gli sciacalli avevano avvertito dei rumori improbabili provenire all’interno del monumento tombale ed allora colti da subitaneo spavento, all’istante e per istinto si erano dati a fuga improvvisa; poi, raggiunti da altre già sperimentate sensazioni, si erano fermati con il cuore in gola e frementi di stizza; quindi cautamente, ma ancora timorosi erano tornati sui loro passi, portandosi fino alla sagoma della costruzione mortuaria, per porgere l’orecchio, onde discernere se si trattasse di animali da preda, felini notturni loro simili, lì, in attività concorrenziale di rapina o per avventura di chissà che cosa altro. Allora, con le pupille dilatate nel buio si erano avvicinati e spiando ignobilmente attraverso i vetri colorati, avevano scorto le due anziane donne intende ad armeggiare intorno ad un sarcofago; in quell’istante, i loro volti, sinistramente illuminati dal riverbero di una lampada accesa all’interno, avevano rivelato il mostruoso ghigno della iena ridens, il mammifero che solitamente si nutre di sterco nel deserto.
I due bastardi dalle fattezze animalesche avrebbero approfittato subito, seguendo il loro istinto predatorio, però forse troppo in fretta ed inavvedutamente; resta il fatto che si sentì il lontano latrare di un cane; allora arretrando rapidamente tra i viali, le faine si erano in fretta allontanate dal luogo, paventando un possibile intervento di disturbo, inopportuno per un’azione criminale agevole e risoluta. In questa loro manovra di sganciamento, avevano però avuto l’accortezza di portarsi in un vialetto secondario, comunque abbastanza prossimo al grande viale centrale, attraverso cui si raggiungeva l’ingresso principale, distante circa sette ottocento metri; lì i due si erano acquattati nell’ombra. Intanto era cominciato a piovere. La pioggia non durò a lungo, presto divenne un velo sottile; nelle tenebre i due si destarono, si chiamarono, si adagiarono. Poi lo scalpiccio lontano dei passi, che si avvicinò ed aumentò in maniera distinta, accompagnato dal brusio di fondo, avvertì i due sciacalli, che con un balzo felino si slanciarono fino all’incrocio con il viale centrale, per l’agguato imminente. Le due anziane donne giunsero camminando all’altezza del vialetto secondario et voilà: l’assalto! Ah! Sortirono le due ombre delittuose nel buio e più veloci del vento si avventarono sulle sagome femminili abbattendole. La prima belva era saltata sulla donna bionda in pantaloni, subito pugnalandola al fianco e poi ripetutamente all’addome, due, tre, quattro, infinite volte, mentre d’impeto con la mano sinistra le aveva bruscamente e con forza tappato la bocca, soffocandole in gola l’urlo di terrore e di morte. L’aggredita stramazzò al suolo di fianco e poi rotolò supina in una pozza di sangue, con il suo squallido assassino piombatole addosso, che subito si rialzò, strappandole di mano la borsa. Contestualmente, l’altra belva sanguinaria si era scagliata sulla donna più anziana, vibrandole un colpo di pugnale dritto al cuore, sotto il seno sinistro, andato perfettamente a segno, in quanto l’assalita, con riflesso fulmineo, si era drizzata di colpo e stirata in tutta la sua persona, nel curvarsi all’indietro, facilitando così il bersaglio alla penetrazione della lama. Poi per contraccolpo la donna si era piegata in avanti, cacciando un grido strozzato e gutturale e vomitando un fiotto di sangue sul braccio del suo assalitore, che ritratta con forza lo stilo, vibrò ulteriori, numerosi colpi allo stomaco ed al petto della donna, di cui teneva sollevato il seno destro. Quando la vittima, per un decisivo violento strattone ricevuto, crollò riversa a terra, sbattendo la nuca, il disumano assassino le fu sopra e con forza le strappò il filo di perle dal collo, lasciando il segno di una ferita circolare alla gola. Dopo aver consumato, in pochi attimi di inaudita ferocia, il duplice bestiale delitto, le belve si dileguarono in fretta, eclissandosi nell’ombra profonda della notte, in fuga verso il muro di cinta del cimitero, dal lato della via Tiburtina, nelle mani un incongruo bottino, che rivelava nei loro animi empi e malvagi la preponderanza della voluttà del coltello e del sangue sull’animalesco istinto di preda e rapina, mentre lo spirito del Male aleggiava d’intorno, nelle impalpabili forme e sembianze dello sciacallo di morte. Alcuni istanti ancora ed ecco che sull’orrenda scena di sangue intervenne dall’alto una luce! Era forse l’angelo del cielo sceso a contendere al signore delle tenebre le vittime disperate ed innocenti del bestiale massacro? Ahi, no! Chi era allora?
Era accaduto questo. Svegliato all’improvviso dal latrare di un cane, il custode notturno si era drizzato di colpo sulla sedia, nel gabbiotto posto al grande cancello d’ingresso; quindi, con gli occhi sbarrati dal sonno era rimasto a fissare i vetri su cui batteva la pioggia. Intontito, rivedeva l’immagine del sogno di qualche istante prima: “Hai chiuso gli occhi!” Il suo superiore, il direttore dei servizi funebri e cimiteriali, l’espressione severa del viso, ancora lo rimproverava, perché egli si era addormentato. Ora, in quella specie di veglia, si sentiva colpevole e così imbambolato fissava i vetri rigati d’acqua ed il piazzale illuminato bagnato dalla pioggia; poi aveva allungato lo sguardo sul viale centrale, indistinto sul fondo, sbattendo ogni tanto le palpebre. Ombre, sagome nel buio dileguatesi subito o figure della coscienza? “Hai chiuso gli occhi!” L’esclamazione di rimprovero unita all’eco lontana del latrato del cane nel sogno si confondeva con la veglia. Continuò a fissare il viale, gli occhi aperti, la mente annebbiata. Intanto l’intensità della pioggia si era attenuata, ora soltanto un velo d’acqua nell’aria, fili sottilissimi che scendevano dall’alto sulla terra. Il custode notturno si stropicciò gli occhi, scrutò in fondo con maggiore attenzione, non si riusciva bene a distinguere nell’ombra, qualcosa sembrava muoversi in quella dimora di quiete e silenzio. Benché anziano e prossimo ai settanta anni, l’uomo era saldo e coraggioso, ex guardia privata di grande esperienza, da più di qualche anno in pensione, era stato assunto con contratto a termine dalla direzione provinciale dei servizi funebri e cimiteriali, per turni di vigilanza di notte. Si alzò in piedi, prese la lampada a petrolio ed uscì dal gabbiotto di vetro. Fu subito investito dall’aria fresca e umida e si sentì finalmente sveglio in tutta la persona, acquistò sicurezza e si avviò, scrutando lontano nel buio. Nelle confuse linee che disegnavano le file di tombe e monumenti funebri, ombre indistinte in movimento nel buio venivano a stento percepite dalla sua coscienza; uscito dalla zona di luce del lampione che illuminava la piazzola antistante il cancello, il sorvegliante allungò il passo, rischiarandosi il cammino con la lampada a petrolio. Da lontano, ebbe incerta visione di balzi improvvisi, ombre fuggenti, sagome nere, sottili balenii nell’oscurità della notte; udì o gli sembrò udire echi soffocati, tonfi lontani, colpi smorzati; vide poi meglio ombre distese e figure che si dileguavano a sinistra in un viale secondario; si affrettò ed accorse, poi di colpo si fermò, alzò il braccio tenendo alta la lampada ed illuminò la scena insanguinata del massacro delle due anziane donne ancora rantolanti. Di fronte all’orrendo spettacolo, egli s’irrigidì in tutta la persona.
Nel corso della sua lunga carriera di custode della notte aveva scoperto ed inseguito ladri e malfattori, da solo e con altre guardie private ed anche guardie civiche; aveva catturato rapinatori, scassinatori, molestatori della proprietà privata e della quiete pubblica, malandrini e tanti altri furfanti; forse, ma doveva averne rimosso il ricordo, era stato testimone nel corso dei suoi lunghi anni di scene certo truculente e senz’altro aveva partecipato a lotte sregolate e violente per reprimere aggressioni o altro genere di crimini, ebbene ora lì, sulla scena insanguinata di quel duplice delitto consumato con inaudita ferocia, di cui aveva avuto una prima confusa percezione e poi una visione indistinta, rimase scioccato nel prenderne piena coscienza. L’età, l’atroce destino che comminava una fine così efferata a due anziane vite, dovette sconvolgerlo, la lampada a petrolio gli cadde di mano e ruzzolò a terra, andandosi ad infrangere in mille pezzi; la fiamma corse rapida estendendosi all’istante a tutta la macchia di liquido combustibile sparso al suolo, attaccando la veste della donna in posizione riversa, quella più anziana, e propagando in pochi attimi il fuoco. Il pover’uomo, che era rimasto pietrificato, con il braccio ancora teso in alto e lo sguardo sbarrato e sgomento, alla vista del fuoco ebbe un sobbalzo; poi di colpo si voltò e cominciò a correre. Eh, no? Andava per i settanta anni, eppure correva, eh, correva! Se qualcuno avesse potuto osservarlo, mentre filava via nel buio della notte, avrebbe visto una curiosa figura piegata quasi a metà, che procedeva veloce a singhiozzo, una brutta imitazione della corsa del canguro; ogni tanto si fermava ed alzava la testa verso il cielo, in quel momento cercava di lanciare ogni volta un urlo, che però non riusciva ad articolare e che dunque gli rimaneva soffocato nella strozza; allora traeva un respiro affannoso e poi riprendeva la corsa. Intanto la fiamma era risalita lungo la veste della vittima in completo blu, esanime al suolo, passando poi ai lembi dei pantaloni dell’altra; le gambe delle due donne assassinate ardevano. La luce sinistra dell’incendio illuminava sullo sfondo la lunga corsa dell’uomo, che sembrava modulare la caratteristica andatura a balzi della specie marsupiale delle terre australi. L’ombra si allungava lontano dal lugubre bagliore delle fiamme. Cominciò di nuovo a piovere.
Siccome ora debbo partire e non ho altro tempo a disposizione, sono costretto a interrompere qui il mio racconto di questo duplice ed orrendo delitto, che passò poi alle cronache romane di fine secolo, cioè di fine ‘900, come l’omicidio delle sorelle Hoverlock, in verità due anziane signorine sorellastre tra loro. Gli assassini furono presto identificati ed arrestati e successivamente condannati; nel corso del processo inoltre furono chiarite diverse circostanze, che essendo rimaste qui non spiegate potrebbero magari portare a congetture denigratorie nei confronti delle due innocenti vittime; ma racconterò un’altra volta il seguito di questa storia abbastanza truce, che ebbe a svolgersi in quella cupa e umida notte, nel segno infame della violenza e della morte.
Florentia, die vigesima quarta mensis februarii, anno MMVI
NOTA Nell’immagine del riquadro è ritratta la scultura funebre “l’Angelo della notte o della morte” dell’artista piemontese Giulio Monteverde (1837-1917), che attualmente si trova nel Quadriportico del Cimitero del Verano di Roma, sulla tomba di Primo Zonca. L’angelo mantiene un’espressione malinconica e meditabonda, con le ali ripiegate e lo sguardo rivolto al cielo.
NEL SEGNO DELLA NOTTE Mi sono arrampicato a piedi, lungo l’erta finale che dalla strada porta alla vetta della collina che sorge dietro San Miniato e dopo un breve tratto sono giunto sullo spiazzo antistante la costruzione medievale del Collegio dei Diaconi. Ad attendermi, ho trovato Annamaria ed un suo amico sacerdote, don Saverio, già docente esterno del Collegio. Grazie al loro interessamento, il Rettore mi ha concesso di accedere alla sala dei papiri, dove sono custodite tutte le opere letterarie di quegli autori che nel Medio Evo e nel Rinascimento sono stati insigniti del titolo di “Scolastici” e dal Risorgimento ad oggi nominati “Cavalieri Illustri” dell’Accademia d’Italia. Qui ho potuto prendere visione di numerosi testi, ma fra i molti che ho sfogliato, mi ha colpito più di tutti la cronaca di un accademico del nostro ventunesimo secolo, scritta su un papiro, con elegante calligrafia, i capoversi dei periodi in caratteri gotici rossi; veniva narrata una storia, suddivisa in due parti, intitolate rispettivamente: “Nel segno infame della violenza” e “Nel segno nero della notte”. Della prima parte della storia il lettore deve già avere avuto cognizione, della seconda qui voglio riportare alcuni passi del testo originale. “Correva, eh, correva l’anziano sorvegliante! Correva con il cuore in gola, nella caratteristica maniera di correre a balzi, propria del canguro australe, mentre lo sfondo nero della notte era illuminato dal fosco bagliore d’incendio, alle cui fiamme ardevano le gambe delle due povere donne assassinate. Ah! Ed infine giunse alla meta il poveruomo zuppo di pioggia, che ora cadeva a scrosci ed in maniera violenta; si slanciò con un ultimo sforzo allargando in alto le braccia contro la vetrata del gabbiotto, quasi a volerla afferrare, e così facendo, scivolò fin giù con le palme aperte delle mani attaccate al vetro, reso viscido dall’acqua, finalmente riuscendo a gridare: “Allarme!”; poi si accasciò al suolo. Non rimase così a lungo, ma presto si riscosse e si rialzò; quindi, con mani tremanti riuscì ad aprire la porta del locale della guardiania e ad entrare; sedette ed afferrò il telefono, mentre si portava la mano in tasca e macchinalmente tastava il telefonino portatile: “Allarme, allarme!”, gridò. Accorgendosi però di non aver composto il numero, posò il ricevitore ed estrasse il telefonino; quindi, pigiò tre volte il tasto con il numero “sette” ed attese lo squillo. Oltre lo spiazzo antistante il cimitero monumentale di Roma, dall’altro lato della via Tiburtina, in piazzale del Verano, si ergeva la sagoma scura del grande fabbricato storico, sede della caserma che ospita il nucleo dei cavalleggeri della Polizia Civile. Di questo fabbricato storico, nel suo libro “Uscita di sicurezza”, scrive Ignazio Silone: “Si era allora nel 1916 e da alcuni mesi, per terminare gli studi ginnasiali, ero stato messo a Roma in un collegio diretto da zelanti religiosi… Il collegio era nel quartiere di Roma, in cui si trova il cimitero del Verano, il più triste rione della capitale. In quel tempo, le vetture che più di frequente vi si vedevano per strada erano carri funebri. Anche la maggior parte dei negozi vendevano forniture per tombe e funerali. Di alcune misere locande si parlava come di luoghi malfamati. L’edificio del collegio, a tre piani, era umido, grigio, triste, con un ampio e polveroso cortile, in parte coperto da una tettoia per i giorni di pioggia, ed era affiancato da una chiesa che serviva da parrocchia per l’intero quartiere.” Oggi ritengo che sia rimasta soltanto la facciata dell’originario fabbricato ed attualmente vi è ospitata la caserma di cavalleggeri, di cui dicevo prima.
Il telefono squillò nel corpo di guardia e subito l’agente alzò il ricevitore, ma prima di riuscire ad articolare verbo, udì un grido soffocato: “Allarme, allarme!” “Chi parla?” disse. Ma il grido dall’altro capo risuonò ancora soffocato: “Allarme, allarme!” Poi più nulla, la comunicazione si era interrotta. L’agente guardò il ricevitore, con la tipica aria interdetta di chi fissa un determinato oggetto, ma pensa ad altro; poi lo agganciò, ma per rialzarlo subito e chiamare la sede centrale del suo Comando. In breve, chiese da quale utenza risultasse provenire la telefonata di poco prima al numero di pronto intervento dei cavalleggeri della polizia: “777”. Il collega gli riferì che l’utenza apparteneva ad un telefono portatile ed era intestata alla direzione provinciale dei servizi funebri e cimiteriali del Comune, poi interruppe la comunicazione. L’agente si alzò, si spostò nella sala di fronte e andò a spalancare la porta del locale, dove dormiva il sergente. Nel riquadro vide la sagoma del suo superiore balzare seduto sul letto, con il mitra imbracciato e puntato contro di lui: “Altolà!” L’agente chiuse di scatto la porta, raggelato. Fissava a capo chino la maniglia della porta. A che cosa stava pensando? “Allarme, allarme!” Il grido risuonò distante nella notte. “Allarme, allarme!” Il grido si avvicinò. L’agente si diresse verso il cancello elettrico d’entrata e premette il pulsante. Il cancello cominciò ad aprirsi, scorrendo nella guida; in quel momento, egli avvertì che il sergente, scivolatogli a fianco, lo prendeva sottobraccio: “Ti sei spaventato?” L’agente si voltò verso di lui, per guardarlo in viso. “Pensavo a un terrorista!” disse il sergente. L’altro non rispose. “Allarme, allarme!” Il grido risuonò vicinissimo e nell’alone di luce del fanale che illuminava lo spiazzo antistante il cancello della caserma apparve lo spiritato sorvegliante del cimitero, zuppo di pioggia, le braccia agitate per aria. “La motocicletta!” gridò il sergente e corse indietro; l’agente si mosse e subito dopo era già pronto alla guida del cavallo d’acciaio, con il motore acceso; il sergente era andato a indossare la giubba di cuoio sul maglione ed a prendere il mitra, che aveva messo a tracolla; balzò sul sellino posteriore e gridò: “Andiamo!” Uscirono, mentre l’anziano custode notturno li guardava passare ammutolito. “Ahò!” gridò un attimo dopo. La motocicletta si fermò di botto ed anch’egli balzò a sedere sul sellino aggrappato al sergente. Nelle condizioni in cui si trovava fu davvero un salto di sorprendente agilità. Ripartirono. La moto rombò nella notte, mentre il segnale della sirena bitonale squarciava il silenzio. Raggiunsero in un baleno il cimitero, varcarono a tutto gas l’ingresso spalancato e puntarono dritto verso il falò dell’incendio. Qui il pilota frenò bruscamente, impennandosi su una ruota, il custode cadde a terra e gridò: “Ahò!” La pioggia sembrava non riuscire a smorzare le fiamme, che avevano arso entrambi gli arti inferiori delle due vittime ed ora attaccavano il tronco; allora in due, l’agente ed il custode, tornarono al locale della guardiania, presero una coperta e riguadagnarono in fretta il luogo dell’incendio. In tre agitavano la coperta sui corpi semicarbonizzati, infine vi riuscirono, le fiamme erano state domate, pioveva ancora, si fermarono per riposarsi. Intanto, protette dalle tenebre, le belve assassine, ispirate dal Male, erano scomparse, via dalla follia del massacro, via dalla scena dell’orrendo crimine.
I rilievi della polizia scientifica ebbero inizio alle prime incerte luci dell’alba, quando ormai sul posto erano accorsi un po’ tutti: investigatori, giornalisti, fotografi, responsabili amministrativi dei servizi funebri e cimiteriali, guardie della polizia municipale ed anche i pompieri, forse temendosi altri incendi. Infine, quando ormai il sole si era alto levato in un cielo sfolgorante d’azzurro, in cui erano state spazzate via quasi tutte le nubi, fece in tempo ad accorrere un frate del vicino convento, che impartì l’ultima benedizione alle salme, proprio mentre queste venivano caricate sul furgone mortuario, per essere accompagnate all’obitorio per l’autopsia. Omnes una manet nox. Qui io mi fermo, per una pausa, e ne approfitto per lanciare il mio appello a tutti gli esseri umani viventi sulla Terra, perché sappiano e meditino sull’infinita vanità del tutto. Ahimè, quanto triste e precaria è questa vita, che conduciamo sull’umida zolla, sotto il sole, o miei simili e sventurati! Chi di voi non sa già appena nato che presto finirà anche lui nel tavuto? Noi inseguiamo affannosi e senza sosta le nostre illusioni, come il nomade che risalendo ogni volta sulle dune di sabbia del deserto si affretta a scavalcarle, per potersi precipitare sulla prossima e superarla come le altre nella sua infinita corsa sul mare di sabbia, magari in groppa al suo cammello o dromedario. Non sa lo stolto che questa sua corsa sul vasto e illimitato mare di sabbia, sotto il sole cocente non avrà mai fine? Non riesce a vedere che la linea dell’orizzonte si allontana ogni volta sotto il suo sguardo allucinato, abbacinato dalla vivida luce, che piovendo dall’alto del cielo e confondendosi con le nubi di polvere sollevate dalla sua folle corsa gli brucia gli occhi in maniera inenarrabile? O non siamo forse noi come il nuotatore solitario sperduto tra i flutti dell’oceano e trascinato dai venti alisei, che bracciata dopo bracciata tenta di avvicinare chissà quale invisibile riva, per approdare su chissà quale terra, di cui egli non riesce mai, onda dopo onda, a scorgere un lontanissimo profilo? Ahimè! Quanto è vana questa vita, quanto vano è ogni nostro agitarci, questo nostro folle abbarbicarci all’ultimo lembo, l’ultimo brandello, l’ultimo respiro, che rappresenta la fine di ogni nostra velleità ed illusione!” Ohibò! Mi ero imbattuto in quest’ultimo passo alquanto bizzarro, leggendo le cronache di Guido Alberto Pelagatti, accademico e letterato fiorentino, che narrava dell’efferato caso di assassinio delle sorelle Hoverlock, avvenuto a Roma in una notte invernale di fine ‘900. Esaminai con più attenzione il papiro: e se si fosse trattato di una interpolazione? Oh!
Peraltro, devo dire che il napoletano “tavuto”, i.e. la bara, è termine che deriva dall’ispanico ataúd, come ricordato in una nota al testo dallo stesso Pelagatti. E sempre a suo dire, nell’Enciclopedia della lingua spagnola e catalana, il termine è così definito: “Ataud es una caja de madera o piedra, en la que se encierra a los muertos humanos principalmente.” Poi, sempre citando fedelmente l’Enciclopedia, così continuava testualmente: “La idea de una protección para los cadáveres, que les ayude en el camino a otra vida, fue pensado desde hace ya mucho tiempo por los egipcios en forma de caja, e incluso por culturas anteriores, en forma de fardos funerarios o telares, en que envolvian al cadáver.” Comunque, non ero in grado di stabilire, date le mie modeste conoscenze tecniche, se si trattasse di un’alterazione del testo originario delle “Cronache italiane quotidiane del ventesimo e del ventunesimo secolo” di codesto autore di Firenze. Nel frangente mi domandai anche perché un tale accademico e insigne scrittore nonché cronista emerito si fosse andato ad interessare di un caso di omicidio avvenuto nella capitale e non nella sua città, ma non stetti troppo a riflettere su questo particolare e ripresi la lettura del papiro, anche perché confusamente pensavo, in questo inconsciamente indotto dalla citazione in lingua spagnola, che egli fosse un autore cosmopolita del Mediterraneo. Pelagatti dava poi un’esauriente spiegazione sul perché della misteriosa presenza delle due anziane donne nella cappella funebre del cimitero, in quella tragica notte, in cui per esse scoccò l’ora di un destino mortale, riportando integralmente l’arringa tenuta dall’avvocato di parte civile, nel corso del processo ai due criminali assassini, di cui qui, per brevità, riassumo le parti salienti che più ci interessano: “Le povere signorine Vincenzina ed Enrica Hoverlock si erano recate quel pomeriggio al cimitero, nella cappella funebre gentilizia della famiglia, per assicurarsi se i lavori di muratura per la sistemazione dell’ossarino fossero stati completati. Infatti, con il passare del tempo dalla sepoltura, i resti della loro compianta zia Marta Maria Hoverlock si erano mineralizzati e gli addetti comunali all’estumulazione avevano proceduto all’operazione di restringimento. La sorella di Marta Maria, l’ultraottantenne Antonietta, madre di Enrica, era rimasta a casa perché semiparalitica. Le due anziane donne, applicatesi da settimane con cura a quel triste affare, erano stanchissime e quel pomeriggio nella cappella si erano attardate a pregare, tra profumi e vapori d’incenso, di cui avevano forse un po’ incautamente acceso qualche grano; ma poi affrante da tutta la fatica accumulata in quei giorni e quasi sicuramente inebriate e stordite dagli effluvi aromatici si erano addormentate. E se ne poteva fare a loro una colpa? La sorella sopravvissuta, nel cuore della notte, aveva ricevuto una telefonata in tal senso da Vincenzina ed Enrica, che però avevano pensato bene di non allarmare le pubbliche autorità, ma di cavarsi da sole d’impaccio. Avevano sistemato accanto al sarcofago principale l’inginocchiatoio (rumori che le avevano tradite ai lunghi orecchi affilati dei due assassini), raccolto la borsa con le carte amministrative del servizio cimiteriale ottenuto, e quando aveva smesso di piovere, si erano avviate lungo il viale principale verso il cancello d’ingresso, dove avrebbero spiegato al sorvegliante del contrattempo. Non erano mai arrivate. Due sciacalli notturni, due criminali assassini, loschi figuri da appendere al patibolo, che è l’unico luogo dove la società può relegarli, avevano compiuto il più tenebroso e feroce delitto di sangue contro esseri deboli e indifesi e… per che cosa?”
Il Pelagatti, oltre all’intera arringa dell’avvocato di parte civile, raccontava dettagliatamente nelle sue “Cronache” dell’indagine di polizia che aveva condotto all’identificazione ed alla cattura dei colpevoli dell’efferato omicidio, di cui io qui riporto una sintesi: “Quasi subito gli inquirenti, anche su indicazione del sorvegliante notturno, che aveva indicato la prima via di fuga degli assassini, erano giunti al muro di cinta del cimitero confinante con la via Tiburtina. Sul luogo, sotto il sole di Satana, come si esprimono le “Cronache”, era stata identificata una striscia di sangue, essendosi uno degli assassini ferito a un piede nel saltare il muro; dai referti dei “Pronto Soccorso” degli ospedali cittadini si era giunti all’identificazione di uno degli incauti criminali e poi subito dell’altro. Arrestati il giorno stesso, erano stati trovati in possesso della catenina d’oro strappata ad una delle vittime, che fu uno degli altri indizi a loro carico. In proposito il Pelagatti spiega come in un primo momento si sia pensato, nello stilare l’identkit degli assassini, a dei volgari tagliagole, sulla base della ferita circolare rilevata sul collo di Vincenzina Hoverlock. A chiusura del processo, sebbene in assenza di prove, furono entrambi condannati all’ergastolo, per concorso in duplice omicidio premeditato.” Chiusi il papiro, avevo dunque così terminato la lettura di una triste, lugubre storia e forse sopraffatto dall’emozione, sentii un moto di ribellione dentro di me: non sempre le storie raccontate esprimono l’intensità della sofferenza di chi le ha dovute sopportare con tutta la loro violenza, il loro orrore, la loro follia. Capivo forse allora perché il cronista Guidalberto, accademico e letterato, avesse inserito nel corso della narrazione personali osservazioni, rappresentate con immagini fosche e a tratti balenanti di sinistro umorismo; potevo comprendere le sue brevi digressioni, che risultano stridenti con lo scorrere omogeneo del racconto, ma che si rivelano poi soltanto in apparenza estemporanee; ed infine ne apprezzavo la sottile ambiguità di retore irridente, che consegna alla scrittura un messaggio di violenza e di morte, in un linguaggio traboccante, troppo traboccante di umano, comprensibile sdegno, ai limiti del grandguignolesco e con dosi forse eccessive di cinismo nel narrare, ma certo usate allo scopo di rispecchiare la tragica infamia della storia narrata. Alla fine, soltanto silenzio e pietà.
SOFFERENZA E COLPA Commento al racconto: “L’omicidio delle sorelle Hoverlock”
1. Illustrazione della trama narrativa Una domanda sorge alla fine della lettura della vicenda criminale: qual è il senso del destino atroce delle due anziane donne nella notte fosca e lugubre di un cimitero? È un interrogativo questo che lasciando la risposta in una nebbia caliginosa, dove non è discernibile la distinzione tra bene e male, sofferenza e colpa, crimine e punizione, rivela un profilo di domanda che investe il più generale senso enigmatico della vita dell’universo e in particolare dell’esistenza umana. Prima, però, di approfondire questo discorso, esaminiamo alcuni risvolti del racconto, illuminandone determinati dettagli, e prestiamo una maggiore attenzione allo stile del narratore, che commenta con una passione carica di ridondante disprezzo i gesti delittuosi dei criminali. Il linguaggio si carica nei toni di un’atroce enfasi celebrativa, per poi assumere un aspetto granguignolesco, in un’atmosfera di cupo e sinistro umorismo. Infine, tutto lo scenario farsesco di quel saltellare a canguro dell’ombra fuggente nella pioggia notturna e del disarticolato accorrere dei soccorsi, nello sfondo dei bagliori del macabro incendio, viene a dissolversi con le ombre della notte. E nella nuova luce del giorno sbiadiscono le immagini di quella recita irreale nelle tenebre, mentre l’azione riprende il suo ritmo ordinato e il suo razionale svolgimento. Ma aveva un suo specifico significato quella narrazione di neri colori notturni e di sinistri bagliori? Voleva indicare un senso ulteriore oltre quello della semplice scena rappresentata? E quale questo senso ulteriore? “Dopo aver consumato, in pochi attimi di inaudita ferocia, il duplice bestiale delitto, le belve si dileguarono in fretta, eclissandosi nell’ombra profonda della notte, in fuga verso il muro di cinta del cimitero, dal lato della via Tiburtina, nelle mani un incongruo bottino, che rivelava nei loro animi empi e malvagi la preponderanza della voluttà del coltello e del sangue sull’animalesco istinto di preda e rapina, mentre lo spirito del Male aleggiava d’intorno, nelle impalpabili forme e sembianze dello sciacallo di morte.” Ecco, era questo il senso ulteriore della narrazione, peraltro non occultato, ma chiaramente svelato? La nera caligine del male, in cui si disegna il profilo impalpabile dello sciacallo di morte? Così sembra. Diciamo così sembra e non così è, perché quello che sembra svelato, la nera figura del Male, finisce poi per nascondersi nella essenza ultima delle sue tenebre. Forse è ora, però, di uscire da questo linguaggio di nero barocco, che nella critica finisce per fondersi negli eguali colori notturni della narrazione, e avviare il discorso su un percorso razionale, meno immaginifico, quello degli interrogativi che suscita il problema del male e la sfida che esso ha da sempre lanciato a filosofie e religioni, intese a scioglierne i nodi. Ed è questo il senso che sembra proporsi l’autore, quando scinde in due componenti narrative la vicenda, per affrontare in coda alla seconda parte il problema enunciato nella prima, dove il dramma viene messo in scena.
Comunque, soffermiamoci ancora un momento sulla prima parte: “Nel segno infame della violenza”. Subito notiamo che già questo sottotitolo proietta un’ombra di scelleratezza sulla trama della storia, stendendovi sopra un velo appunto d’infamia. La narrazione poi si svolge investendo i profili di due strati non incongrui tra loro nella superficie piana della storia, quello dei segni naturali, che richiamano il gotico thrilling della notte e l’altro della trama delittuosa dei due assassini nascosti nell’ombra. E la scena si compenetra di entrambe le parti: “Nella notturna umidità della terra avvolta nelle tenebre… le due ombre acquattate sull’erba… un agguato, nell’ora notturna della civetta e del gufo… nel silenzio profondo della notte, i due tristi e tenebrosi figuri tramavano il loro delitto… Aleggiava nell’aria buia, aggirandosi tra sepolcri e sculture funebri, lo spirito funesto e tenebroso del Male, sostanziato nei due animali da preda, che fiutavano attraverso nari di brace l’odore del sangue.” Il quadro è disegnato: la scena e i personaggi della notte, gli scellerati sicari e la nera forma del Male, e nel silenzio il rumore di passi che si avvicinano e il sommesso mormorio che li accompagna. Quindi, nell’incerta luce dei lumini tombali, si profilano sulla scena le due figure che avanzano nella loro misteriosa passeggiata notturna. “Chi erano queste due anziane donne, così distintamente abbigliate, l’una l’aspetto altero e nobiliare, l’altra più lievemente composta, che sembrava aggrapparsi alla prima? Perché si aggiravano in quell’ora di notte profonda in luoghi funebri, destinati alla pietà dei defunti?” L’interrogativo è d’obbligo, e ad esso sarà data risposta nella seconda parte, quella che completa la narrazione dei fatti e li commenta. Però, a ben leggere il testo, una risposta c’è già nel prosieguo immediato, ed è una risposta che cerca luce nel mistero: “Comunque non si può non osservare come quella passeggiata notturna così inconsueta di due anziane donne fosse tanto carica di mistero, un mistero che quasi sembra implicare la conseguenza di un assalto da parte di tenebrosi assassini, che sotto questo profilo maggiormente si attagliano alla notte, l’oscurità, il male, la morte.” Il passaggio è chiaro: l’insolita situazione di due anziane donne sole che camminano tra i viali del cimitero di notte “sembra implicare” l’assalto dei tenebrosi assassini, come dire è la trama del destino, un destino di oscurità, di male, di morte. Ora, se è vero che l’autore ha predisposto questa sorte sciagurata per i suoi due personaggi, ne ha combinato il destino, nondimeno non si può dire che egli sia stato completamente libero in questa scelta, essendo anche lui soggetto alla legge della Necessità, a cui non sfuggono neppure gli dèi. Gli dèi? Ma che c’entrano gli dèi in questo discorso? L’interrogativo non è peregrino, ha invece un suo sentiero di ragione da seguire. Orbene, il riferimento alle divinità pagane è certo del tutto estemporaneo o almeno così pare. E allora sembra opportuno riportare qui un pensiero di Franz Werfel, un autore di lingua tedesca, che evoca un’immagine d’ispirazione classica. “Gli eroi omerici combattono alle porte Scee e credono che la vittoria o la sconfitta dipenda dalle loro armi. Ma la battaglia degli eroi non è che un riflesso della battaglia che sopra le loro teste combattono gli dèi per decidere la sorte umana. Gli dèi stessi però non sanno che anche la loro lotta non fa che rispecchiare quella che da tempo è decisa nel petto dell’Altissimo, da cui sgorgano la pace e la guerra.” [1]
[1] Franz Wefel, “I quaranta giorni del Mussa-Dagh”. (1933)
Se paragoniamo i personaggi del racconto agli eroi omerici e l’autore agli dèi che sovrintendono alle loro sorti, e osserviamo che anche questi ultimi sono sottoposti a una volontà superiore, dobbiamo riconoscere che similmente l’autore nel mettere in scena i suoi personaggi non può sfuggire a questa legge. Diciamo che dal subconscio dell’artista, dove si erano andati accumulando i più diversi strati di immagini psichiche, fondendosi e ricomponendosi tra loro in un magma prima confuso, sono poi risalite un po' alla volta fino al teatro della coscienza le nuove figure, riproposte quindi in forma letteraria. In particolare, io posso dire di “avere visto” la scena dell’incedere delle due donne in quella loro solitudine della notte e di avere quindi descritto l’agguato, certo derivante dalla mia immaginazione creativa, che però guardava e traeva dalla realtà delle cronache del crimine la sostanza dei fatti, vale a dire l’assassinio feroce di due donne inermi. In questo senso la mia immaginazione era mossa dalla visione ineludibile e necessaria delle storie accadute nella verità del reale, da me rifigurato in verità di finzione. In tal modo si è venuto a formare un supplemento di realtà, dato dalla rappresentazione, in cui tornano a rivivere, venendo citati di nuovo ossia “recitati”, i fatti e le emozioni violente che da essi scaturiscono. E come spettatori possiamo immedesimarci in quelle passioni ossia provarne compassione, intesa quest’ultima però senza nessuna coloritura morale. In tal guisa, possiamo anche non sorprenderci nel riconoscere in noi certi istinti in conflitto con la ragione, perché come diceva Freud noi portiamo nel sangue i segni di un’antica stirpe di assassini. Ed ora possiamo avvicinarci di nuovo al nostro interrogativo iniziale: “Una domanda sorge alla fine della lettura della vicenda criminale: qual è il senso del destino atroce delle due anziane donne nella notte fosca e lugubre di un cimitero?” E parlando di destino, non posso sottrarmi al ruolo di svelarmi ossia di spiegare il perché del senso del racconto, che ovviamente poteva rimanere oscuro anche a me, se non l’avessi sottoposto alla mia riflessione. E qui devo ammettere che se nella prima parte ho narrato con immagini, peraltro illuminate di luce fosca e sinistra, nella seconda ho completato il racconto, tentando una spiegazione razionale, rimasta irrisolta. Quindi, ho parodiato un po' il lamento con l’ironica metafora delle dune di sabbia del deserto e del susseguirsi delle onde nella vastità dell’oceano, e poi ho concluso in maniera molto incerta, ponendo a sigillo dell’intera vicenda il silenzio e la pietà. In tal modo, anche in sede di un ultimo commento, ero rimasto sulla superficie della narrazione, senza scendere in profondità a scrutare negli oscuri fondali della storia, che manifestava l’enigmatica presenza del male. È quindi ora il momento di arrivare alla radice, interrogandosi sulla sofferenza e la colpa, il crimine e la punizione, che riproducono i due aspetti contrastanti del male.
LA QUESTIONE DEL MALE “Per rendere per intero l’enigma del male, noi siamo soliti mettere insieme sotto uno stesso termine, quantomeno nella tradizione dell’Occidente cristiano, fenomeni assai diversi, approssimativamente, il peccato, la sofferenza, la morte.” Così si esprime Paul Ricoeur, nella “Conferenza” del 1985 alla facoltà di teologia dell’Università di Losanna: “Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia.”. Quindi, nell’approfondire il problema, evidenzia come “nella misura in cui la sofferenza è costantemente presa come termine di riferimento per la questione del male, essa si distingue dal peccato e dalla colpa.” Ma se vi è una differenza tra il male commesso e quello subito, nondimeno se si va in profondità si può scoprire come le due realtà differenti e contrastanti della sofferenza e della colpa affondano le loro radici in un fondamento comune. Ossia il male costituisce in profondità un principio unico che nel suo affiorare va mostrando i due diversi profili di chi lo subisce e di chi lo compie. Il nesso inestricabile che lega tra loro vittima e assassino, sofferenza e colpa, torto e ragione può anche essere rintracciato nel verso poetico del Manzoni: “Al mondo non resta che far torto o patirlo.” Sono i due estremi in cui si polarizza la medesima realtà, che muove dalla sua unicità, costituente la sostanza del male, se del male si può dire sostanza, avendo sempre la filosofia e la religione dell’Occidente cristiano considerato il male come una realtà negata, ovvero l’assenza del bene. Se però saltiamo all’indietro, agli inizi della storia della civiltà occidentale, ossia nel terreno del Mito, abbiamo la ventura d’incontrare i primi grandiosi e fantastici scenari rappresentati su scala cosmica, che descrivono le origini dell’Universo. Narrazioni fantastiche si trovano alla base di molte culture e religioni orientali, da cui all’alba del cristianesimo, furono introdotti nell’Occidente molti elementi, che si fusero nel II sec. d.C. in una forma di sincretismo religioso. In tale realtà si possono ripercorrere le tracce della gnosi, che affondano le loro radici fino nel lontano Oriente. È quindi bene tracciare un quadro seppure sommario delle dottrine gnostiche, nelle quali si può individuare un tratto generale comune soteriologico: l’anima straniera, smarrita sulla terra, raggiunge la salvezza, la sua vera patria, il cielo, attraverso la vera conoscenza ossia la gnosi. All’origine di questa condizione s’incontrano le immagini straordinarie dell’immenso e gigantesco conflitto cosmico, generatore dell’Universo, che confluisce nella contesa individuale dell’anima tra le forze del Bene e quelle del Male. È il conflitto più generale instauratosi tra il regno della luce e quello delle tenebre, la cortina d’ombra della materia, venuta a formarsi al di sotto dell’onda luminosa fluita dal “pleroma”, la sfera della “pienezza” di luce divina. Da quest’onda di luce spirituale sono cadute delle scintille, rimaste intrappolate nelle tenebre della materia. Da allora l’anima esiliata sulla terra, ma custode della scintilla divina dello spirito, aspira a ritornare nella sua vera patria, il cielo.
Nello schema delineato della visione gnostica, si ritrova anche un’altra figura che ne caratterizza la dottrina, quella dell’inviato divino, il messaggero del regno della luce, che scende sulla terra per aiutare l’anima smarrita a ritrovare la via del ritorno verso il cielo. Questo aiuto si realizza attraverso il risveglio, quando l’anima non riconosce più i luoghi abitualmente frequentati e diventati familiari, e non riconoscendoli li trova strani, riscoprendosi in quella condizione di esilio propria dello straniero, che suscita la nostalgia e il desiderio della patria perduta. In questa condizione, diventa allora riconoscibile quell’esperienza di smarrimento dell’anima, perduta tra l’irraggiungibile perfezione divina e la condizione d’indigenza spirituale del suo aggirarsi disorientata sulla terra, un desiderio di ascesi, che rispecchia il conflitto di ciò che è bene, lo spirito, e ciò che è male, la materia. La questione si trasferisce allora dal piano etico della vita del singolo a quello metafisico più generale, e la domanda diventa questa: unde malum, da dove ha origine il male? E se la gnosi dà una risposta dualistica al problema, riconoscendo l’esistenza del regno delle tenebre opposto al regno della luce, la spiegazione della religione monoteistica, quella cristiana, che predica la fede in un Dio unico, creatore e signore del cielo e della terra, non può che essere negativa: il male non ha una sua sostanza, non esiste, rivela soltanto l’assenza del bene. Essendo Dio trascendente rispetto alla creazione, in quanto Sommo Bene, esclude qualsiasi sostanzialità del male. Il problema si rende trasparente in Agostino, il Padre della Chiesa, che per l’ispirazione neoplatonica della sua filosofia e la sua prima aderenza al manicheismo, poi respinto e condannato, può rendere meglio con il suo pensiero e le sue riflessioni la soluzione cristiana del male come assenza del bene. Il manicheismo è la religione fondata dal persiano Mani (216-277), che introduceva elementi della filosofia greca, della gnosi e del cristianesimo nello zoroastrismo. Avversato dai sacerdoti della religione tradizionale, ispiratori del potere imperiale, fu perseguitato e alla fine ucciso in carcere. Il manicheismo si fonda sull’esistenza di due principi contrastanti increati ed eterni: il Bene-Luce e il Male-Tenebre. Il loro conflitto si svolge nell’anima dell’uomo e ha dato origine alla formazione dell’Universo. L’approfondimento del problema del male, dal lato metafisico, e la conseguente morale ascetica contribuirono al diffondersi del manicheismo nell’Oriente romano, raggiungendo anche componenti della comunità cristiana, tra cui Agostino, ma venne alla fine respinto e condannato come eresia.
Eliminato ogni dualismo, il pensiero di Agostino si mosse nel solco del monoteismo ebraico, configurato nell’immagine trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito, pur seguendo la lettera dell’Antico Testamento. Andiamo a leggere come nel XII libro delle “Confessioni” illustra i primi versetti della “Genesi”, in atteggiamento di preghiera e di supplica: “Quante cose vorrebbe sapere il mio cuore colpito, Signore, nella grande povertà della mia vita, dalle parole della tua santa Scrittura!” E poi la domanda, che muovendo da una citazione del salmista, rivela una parentela con il pensiero platonico, in Agostino non una coincidenza: “– Il cielo del cielo al Signore, la terra invece fu da lui data ai figli degli uomini –. Dov’è il cielo che non vediamo, rispetto al quale tutto ciò che vediamo è terra?” Per il Santo Vescovo d’Ippona, oltre il cielo, il cielo del cielo è Dio. È quel cielo invisibile regno dell’eterno intellegibile, rispetto al quale il visibile è il mondo diveniente dei sensi. “La nostra terra era invisibile e confusa, un profondo e impenetrabile abisso – scrive Agostino – su cui non vi era luce, poiché non aveva nessun aspetto. Perciò hai fatto scrivere: – Le tenebre regnavano sull’abisso – cioè null’altro che assenza di luce.” Ecco risolto il dualismo luce tenebre, dove le tenebre non sono altro che assenza di luce. E poi, più avanti, inizia il discorso teso a formulare, nell’ambito della ragione cristiana, il tema della creazione ex nihilo, impensabile per la ragione greca. In Aristotele l’Atto puro del Movente Immobile è inscindibile dall’eternità del Cosmo, mentre in Platone, quello del Demiurgo artefice dell’Universo è soltanto un racconto verosimile, come afferma nel “Timeo”. “Il corollario più importante di questa negazione della sostanzialità del male è che l’ammissione del male fonda una visione esclusivamente morale del male. Se la questione: unde malum? perde ogni senso ontologico, la questione che la sostituisce: unde malum faciamus? (“Da dov’è che viene questo nostro fare il male?”) fa oscillare il problema intero del male nella sfera dell’atto, della volontà, del libero arbitrio. Il peccato introduce un niente di un genere distinto, un nihil privativum, di cui la caduta è interamente responsabile, che sia quella dell’uomo o delle creature più elevate tali quali gli angeli.” Questa è la conseguenza ricavata da Ricoeur (“Conferenza” cit.) dalla negazione del male come realtà ontologica. L’autore osserva come la conclusione ultima del discorso agostiniano è quella di ritenere che ogni male è sia peccato sia pena. “Il prezzo da pagare per la dottrina è enorme – osserva – … Per rendere credibile l’idea che ogni sofferenza, tanto quella giustamente ripartita tanto quella eccessiva, è una pena retributiva del peccato, bisogna darle una dimensione super-individuale” ossia quella del “peccato originale” o “peccato di natura”. [2] Conferendo al peccato originale lo statuto di dogma di fede, come dire verità indimostrabile, una tale proposizione lascia l’uomo disarmato di fronte a una potenza demoniaca di un male già presente prima di ogni azione malvagia imputabile a una qualche intenzione deliberata. “Ma questo enigma della potenza del male è già così posto sotto la falsa luce di una spiegazione apparentemente razionale: congiungendo, nel concetto di peccato di natura, due nozioni eterogenee, quella di una trasmissione biologica per mezzo della generazione e quella di un’imputazione individuale di colpevolezza, la nozione di peccato originale appare come un falso concetto che si può assegnare a una gnosi anti-gnostica. Il contenuto della gnosi è negato, ma la forma di discorso della gnosi è ricostituito, cioè quello di un mito razionalizzato.”
Sia il pensiero mitico che quello razionale, dunque, non sembra riescano a decifrare quel fondo demoniaco della libertà, che rende possibile compiere azioni malvagie e lascia intravedere una possibile oscura sorgente del male. Sul piano ontoteologico, quello che investe la filosofia come ontologia ossia discorso sull’essere e la teologia come scienza dell’Essere supremo, Dio, la questione del male suscita determinati interrogativi in tema di libertà e di giustizia. [3] Se Dio è onnipotente, perché permette il male? A quest’interrogativo ha dato risposta Leibnitz nella sua “Teodicea”, giustizia divina, con la teoria del migliore dei mondi possibili, incontrando subito l’aspra critica di Voltaire, che ne ha fatto una satira spietata nella sua opera “Candido o dell’Ottimismo”. [4] Sul tema della giustizia e della compensazione dopo la morte, rispetto alla condotta tenuta da vivi, nella storia del pensiero filosofico, i grandi miti escatologici di Platone narrati nei suoi dialoghi, il “Gorgia”, Il “Fedone” e la “Repubblica”, ci raccontano dell’anima e del suo destino. In particolare, il mito del “Gorgia”, che Socrate considera in realtà un discorso veritiero, sembra rafforzare la tesi filosofica del comportamento virtuoso da tenere in vita, in contrasto peraltro con i discorsi dei Sofisti. Gli errori compiuti nei giudizi umani, come ad esempio l’ingiusta condanna a morte di Socrate, verranno corretti nell’aldilà. Rispetto ai miti del “Fedone” e della “Repubblica”, il giudizio delle anime del “Gorgia” è quello che più si avvicina al Giudizio Universale della dottrina cattolica, perché i premi e i castighi, previsti dopo la morte, sono ultimi (non si parla di reincarnazione delle anime), costituendo una sorta di ammonimento sulla condotta virtuosa da tenere in vita. Eppure, non ostante i nobili modelli di vita, che ci propongono la filosofia e la religione, l’etica retributiva della futura punizione dei malvagi e la premiazione dei buoni non sembra soddisfare quel senso di giustizia, che prepotente avvertiamo di fronte al dolore e alla morte. In questa prospettiva, la risposta all’interrogativo d’inizio sull’atroce destino delle sorelle Hoverlock, che rispecchia le morti tragiche e il lutto della vita reale, non sembra possa andare oltre al lamento e alla pietas che ispirano. Ma, ora, vogliamo concludere, citando Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”: “Il problema del male, la strana favola della malattia, propalata dai Conquistadores, cui fu dato raccogliere le moribonde parole dello Incas, secondo cui la morte arriva per nulla, circonfusa di silenzio, come una tacita, ultima combinazione del pensiero.”
[2] Cfr. “Un grido di tracotanza” [3] Cfr. “Il nodo alla gola” [4] Cfr. “Il mondo migliore”
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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L'OMICIDIO DELLE SORELLE HOVERLOCK
NEL SEGNO INFAME DELLA VIOLENZA
Aveva smesso di piovere, ma non completamente; ancora persisteva nell’aria un sottile velo d’acqua, che si andava però diradando in una rete di infinite goccioline, nella notturna umidità della terra avvolta nelle tenebre. Le due ombre acquattate sull’erba, in un vialetto secondario, ma proprio al limite dell’incrocio con il viale principale, si mossero lentamente sotto i lucidi impermeabili scuri, come percorse da un’onda sinuosa.
“Ahó!” soffiò uno dei due.
“Eh!” rispose l’altro, pure in un soffio.
“Sst!” sibilò piano il primo. Si era tolto il cappuccio e volse la testa in alto per saggiare l’aria; in breve, il viso gli s’inumidì, allora si rimise il cappuccio e tornò di nuovo in posizione prona. Erano entrambi stesi sull’erba ed ogni tanto si sollevavano con cautela sui gomiti, per lanciare un’occhiata sul viale principale, che tenevano, a quanto pare, sotto osservazione. Erano di guardia, ma in attesa di chi? Sarebbe comunque meglio dire, vista la situazione ed i soggetti che la interpretavano, che costoro preparavano un agguato, nell’ora notturna della civetta e del gufo. Dov’erano? In un vasto luogo silenzioso ed apparentemente deserto, una vera ampia macchia verde nell’area urbana di cemento, ricca di cipressi ombrosi e viali e vialetti, tra cui brillavano mille lumi e tante altre piccole luci di ceri accesi e lampade votive, che vegliavano e insieme custodivano il sonno eterno degli spiriti, che lì dimoravano, sparsi sotto le zolle di terra e le lastre tombali. In questi luoghi di pietà e di memoria, dedicati al culto dei defunti, nel silenzio profondo della notte, i due tristi e tenebrosi figuri tramavano il loro delitto, appiattiti sull’erba. Aleggiava nell’aria buia, aggirandosi tra sepolcri e sculture funebri, lo spirito funesto e tenebroso del Male, sostanziato nei due animali da preda, che fiutavano attraverso nari di brace l’odore del sangue.
Lieve e sfuggente, quasi inafferrabile, sembrò annunciarsi un lontano scalpiccio, che divenne quindi appena percettibile, per andare poi gradualmente aumentando. Quando a distanza si delineò un rumore indistinto di passi, le due ombre distese nel buio si sollevarono repentinamente da terra sui gomiti e poi d’un balzo furono subito in piedi, sebbene curve e circospette; quindi, con un salto felino raggiunsero l’angolo del viale.
Il rumore dei passi era divenuto chiaramente distinguibile ed era accompagnato da un brusio sommesso e continuo; in fondo al viale, nell’incerta oscurità avanzavano due figure. Alla luce soffusa dei lumini votivi, si potevano distinguere, a malapena, due sagome femminili abbastanza corpose, che venivano avanti nell’umidità della notte. Si trattava di due donne di età avanzata, l’una di circa settanta anni, l’altra più giovane di qualche anno; si somigliavano, forse erano sorelle. La più anziana veniva avanti con passo fermo e deciso, la figura eretta, tenendosi entrambi i polsi stretti con le mani sotto il petto voluminoso e cadente; l’altra con la spalla leggermente piegata verso la compagna, si teneva aggrappata con la mano sinistra al suo gomito, quasi come a farsi trascinare. Aveva costei i capelli tinti di biondo, indossava pantaloni neri ed un maglione alto sul collo di colore rosso granata, sotto un cappotto di montone, al braccio dalla parte libera una voluminosa borsa di pelle scura; nel buio balenava a tratti il riflesso di vetro dei suoi occhiali metallici. L’altra donna che incedeva con passo sicuro, tirandosi dietro quella sua familiare seguace, era elegantemente vestita con un completo blu scuro, indossato sotto una pelliccia di visone, i capelli color rame, perfettamente in piega, senza neppure un filo di bianco.
Chi erano queste due anziane donne, così distintamente abbigliate, l’una l’aspetto altero e nobiliare, l’altra più lievemente composta, che sembrava aggrapparsi alla prima? Perché si aggiravano in quell’ora di notte profonda in luoghi funebri, destinati alla pietà dei defunti?
La donna dai capelli biondi investiva con un fitto chiacchierio la sua compagna, che rispondeva a monosillabi e tirava dritto in avanti, con l’atteggiamento deciso di chi è abituato ad andare incontro a qualsiasi avvenimento. Io sono convinto che se avesse saputo dei due assalitori nascosti nell’ombra e pronti all’agguato mortale, non avrebbe battuto ciglio ed avrebbe proceduto fieramente in avanti incontro al suo destino finale. Comunque, non si può non osservare come quella passeggiata notturna così inconsueta di due anziane donne fosse tanto carica di mistero, un mistero che quasi sembra implicare la conseguenza di un assalto da parte di tenebrosi assassini, che sotto questo profilo maggiormente si attagliano alla notte, l’oscurità, il male, la morte.
Ma perché essi erano lì in agguato? Come potevano sapere delle due anziane donne e della loro escursione cimiteriale e notturna, lì, nell’ora del lupo?
Forse si trovavano in quella presente attitudine delittuosa, in attesa del prossimo rendez-vous finale, al termine di tutta una trama di pedinamenti, appostamenti, intercettazioni, lunghi intervalli di tempo trascorsi a spiare gesti, volti, azioni più o meno furtivi? Direi di no, anzi no, non è così. I due criminali, veri topi di fogna, frequentatori di bassifondi, galere ed oscuri canali di cimiteri, avevano sorpreso due donne totalmente estranee al loro torbido mondo di abiezione e turpitudine, coinvolte in maniera pregiudizievole in un affare, che le circostanze di tempo e di luogo rivelavano chiaramente incongruo rispetto alla loro posizione sociale; allora le iene, digrignando i denti e fiutando le prede, avevano teso l’agguato. Ma come?
Aggirandosi nella notte umida e tenebrosa tra sepolcri ed avelli, loculi e tombe, per compiere atti di vile latrocinio e sciacallaggio, senza cura e scrupoli per profanazioni e brutture, i due clavicenses, come nel tardo latino medievale sono nominati gli abitatori della clavica, i.e. in italiano moderno, la chiavica o cloaca (da clovaca), vale a dire la fossa di scolo dei liquami e dei rifiuti civici, ebbene questi due esseri abietti, venuti fuori chissà come dalla mota e dalla sentina, si erano imbattuti, nei pressi di una cappella funebre, nella presenza delle due ignare visitatrici, che trafficavano all’interno. In verità, nel silenzio assoluto del cimitero di notte, gli sciacalli avevano avvertito dei rumori improbabili provenire all’interno del monumento tombale ed allora colti da subitaneo spavento, all’istante e per istinto si erano dati a fuga improvvisa; poi, raggiunti da altre già sperimentate sensazioni, si erano fermati con il cuore in gola e frementi di stizza; quindi cautamente, ma ancora timorosi erano tornati sui loro passi, portandosi fino alla sagoma della costruzione mortuaria, per porgere l’orecchio, onde discernere se si trattasse di animali da preda, felini notturni loro simili, lì, in attività concorrenziale di rapina o per avventura di chissà che cosa altro. Allora, con le pupille dilatate nel buio si erano avvicinati e spiando ignobilmente attraverso i vetri colorati, avevano scorto le due anziane donne intende ad armeggiare intorno ad un sarcofago; in quell’istante, i loro volti, sinistramente illuminati dal riverbero di una lampada accesa all’interno, avevano rivelato il mostruoso ghigno della iena ridens, il mammifero che solitamente si nutre di sterco nel deserto.
I due bastardi dalle fattezze animalesche avrebbero approfittato subito, seguendo il loro istinto predatorio, però forse troppo in fretta ed inavvedutamente; resta il fatto che si sentì il lontano latrare di un cane; allora arretrando rapidamente tra i viali, le faine si erano in fretta allontanate dal luogo, paventando un possibile intervento di disturbo, inopportuno per un’azione criminale agevole e risoluta. In questa loro manovra di sganciamento, avevano però avuto l’accortezza di portarsi in un vialetto secondario, comunque abbastanza prossimo al grande viale centrale, attraverso cui si raggiungeva l’ingresso principale, distante circa sette ottocento metri; lì i due si erano acquattati nell’ombra. Intanto era cominciato a piovere.
La pioggia non durò a lungo, presto divenne un velo sottile; nelle tenebre i due si destarono, si chiamarono, si adagiarono. Poi lo scalpiccio lontano dei passi, che si avvicinò ed aumentò in maniera distinta, accompagnato dal brusio di fondo, avvertì i due sciacalli, che con un balzo felino si slanciarono fino all’incrocio con il viale centrale, per l’agguato imminente. Le due anziane donne giunsero camminando all’altezza del vialetto secondario et voilà: l’assalto! Ah!
Sortirono le due ombre delittuose nel buio e più veloci del vento si avventarono sulle sagome femminili abbattendole. La prima belva era saltata sulla donna bionda in pantaloni, subito pugnalandola al fianco e poi ripetutamente all’addome, due, tre, quattro, infinite volte, mentre d’impeto con la mano sinistra le aveva bruscamente e con forza tappato la bocca, soffocandole in gola l’urlo di terrore e di morte. L’aggredita stramazzò al suolo di fianco e poi rotolò supina in una pozza di sangue, con il suo squallido assassino piombatole addosso, che subito si rialzò, strappandole di mano la borsa.
Contestualmente, l’altra belva sanguinaria si era scagliata sulla donna più anziana, vibrandole un colpo di pugnale dritto al cuore, sotto il seno sinistro, andato perfettamente a segno, in quanto l’assalita, con riflesso fulmineo, si era drizzata di colpo e stirata in tutta la sua persona, nel curvarsi all’indietro, facilitando così il bersaglio alla penetrazione della lama. Poi per contraccolpo la donna si era piegata in avanti, cacciando un grido strozzato e gutturale e vomitando un fiotto di sangue sul braccio del suo assalitore, che ritratta con forza lo stilo, vibrò ulteriori, numerosi colpi allo stomaco ed al petto della donna, di cui teneva sollevato il seno destro. Quando la vittima, per un decisivo violento strattone ricevuto, crollò riversa a terra, sbattendo la nuca, il disumano assassino le fu sopra e con forza le strappò il filo di perle dal collo, lasciando il segno di una ferita circolare alla gola.
Dopo aver consumato, in pochi attimi di inaudita ferocia, il duplice bestiale delitto, le belve si dileguarono in fretta, eclissandosi nell’ombra profonda della notte, in fuga verso il muro di cinta del cimitero, dal lato della via Tiburtina, nelle mani un incongruo bottino, che rivelava nei loro animi empi e malvagi la preponderanza della voluttà del coltello e del sangue sull’animalesco istinto di preda e rapina, mentre lo spirito del Male aleggiava d’intorno, nelle impalpabili forme e sembianze dello sciacallo di morte.
Alcuni istanti ancora ed ecco che sull’orrenda scena di sangue intervenne dall’alto una luce! Era forse l’angelo del cielo sceso a contendere al signore delle tenebre le vittime disperate ed innocenti del bestiale massacro? Ahi, no! Chi era allora?
Era accaduto questo. Svegliato all’improvviso dal latrare di un cane, il custode notturno si era drizzato di colpo sulla sedia, nel gabbiotto posto al grande cancello d’ingresso; quindi, con gli occhi sbarrati dal sonno era rimasto a fissare i vetri su cui batteva la pioggia. Intontito, rivedeva l’immagine del sogno di qualche istante prima: “Hai chiuso gli occhi!” Il suo superiore, il direttore dei servizi funebri e cimiteriali, l’espressione severa del viso, ancora lo rimproverava, perché egli si era addormentato. Ora, in quella specie di veglia, si sentiva colpevole e così imbambolato fissava i vetri rigati d’acqua ed il piazzale illuminato bagnato dalla pioggia; poi aveva allungato lo sguardo sul viale centrale, indistinto sul fondo, sbattendo ogni tanto le palpebre. Ombre, sagome nel buio dileguatesi subito o figure della coscienza? “Hai chiuso gli occhi!” L’esclamazione di rimprovero unita all’eco lontana del latrato del cane nel sogno si confondeva con la veglia. Continuò a fissare il viale, gli occhi aperti, la mente annebbiata. Intanto l’intensità della pioggia si era attenuata, ora soltanto un velo d’acqua nell’aria, fili sottilissimi che scendevano dall’alto sulla terra.
Il custode notturno si stropicciò gli occhi, scrutò in fondo con maggiore attenzione, non si riusciva bene a distinguere nell’ombra, qualcosa sembrava muoversi in quella dimora di quiete e silenzio. Benché anziano e prossimo ai settanta anni, l’uomo era saldo e coraggioso, ex guardia privata di grande esperienza, da più di qualche anno in pensione, era stato assunto con contratto a termine dalla direzione provinciale dei servizi funebri e cimiteriali, per turni di vigilanza di notte. Si alzò in piedi, prese la lampada a petrolio ed uscì dal gabbiotto di vetro. Fu subito investito dall’aria fresca e umida e si sentì finalmente sveglio in tutta la persona, acquistò sicurezza e si avviò, scrutando lontano nel buio. Nelle confuse linee che disegnavano le file di tombe e monumenti funebri, ombre indistinte in movimento nel buio venivano a stento percepite dalla sua coscienza; uscito dalla zona di luce del lampione che illuminava la piazzola antistante il cancello, il sorvegliante allungò il passo, rischiarandosi il cammino con la lampada a petrolio.
Da lontano, ebbe incerta visione di balzi improvvisi, ombre fuggenti, sagome nere, sottili balenii nell’oscurità della notte; udì o gli sembrò udire echi soffocati, tonfi lontani, colpi smorzati; vide poi meglio ombre distese e figure che si dileguavano a sinistra in un viale secondario; si affrettò ed accorse, poi di colpo si fermò, alzò il braccio tenendo alta la lampada ed illuminò la scena insanguinata del massacro delle due anziane donne ancora rantolanti. Di fronte all’orrendo spettacolo, egli s’irrigidì in tutta la persona.
Nel corso della sua lunga carriera di custode della notte aveva scoperto ed inseguito ladri e malfattori, da solo e con altre guardie private ed anche guardie civiche; aveva catturato rapinatori, scassinatori, molestatori della proprietà privata e della quiete pubblica, malandrini e tanti altri furfanti; forse, ma doveva averne rimosso il ricordo, era stato testimone nel corso dei suoi lunghi anni di scene certo truculente e senz’altro aveva partecipato a lotte sregolate e violente per reprimere aggressioni o altro genere di crimini, ebbene ora lì, sulla scena insanguinata di quel duplice delitto consumato con inaudita ferocia, di cui aveva avuto una prima confusa percezione e poi una visione indistinta, rimase scioccato nel prenderne piena coscienza. L’età, l’atroce destino che comminava una fine così efferata a due anziane vite, dovette sconvolgerlo, la lampada a petrolio gli cadde di mano e ruzzolò a terra, andandosi ad infrangere in mille pezzi; la fiamma corse rapida estendendosi all’istante a tutta la macchia di liquido combustibile sparso al suolo, attaccando la veste della donna in posizione riversa, quella più anziana, e propagando in pochi attimi il fuoco.
Il pover’uomo, che era rimasto pietrificato, con il braccio ancora teso in alto e lo sguardo sbarrato e sgomento, alla vista del fuoco ebbe un sobbalzo; poi di colpo si voltò e cominciò a correre. Eh, no? Andava per i settanta anni, eppure correva, eh, correva! Se qualcuno avesse potuto osservarlo, mentre filava via nel buio della notte, avrebbe visto una curiosa figura piegata quasi a metà, che procedeva veloce a singhiozzo, una brutta imitazione della corsa del canguro; ogni tanto si fermava ed alzava la testa verso il cielo, in quel momento cercava di lanciare ogni volta un urlo, che però non riusciva ad articolare e che dunque gli rimaneva soffocato nella strozza; allora traeva un respiro affannoso e poi riprendeva la corsa.
Intanto la fiamma era risalita lungo la veste della vittima in completo blu, esanime al suolo, passando poi ai lembi dei pantaloni dell’altra; le gambe delle due donne assassinate ardevano. La luce sinistra dell’incendio illuminava sullo sfondo la lunga corsa dell’uomo, che sembrava modulare la caratteristica andatura a balzi della specie marsupiale delle terre australi. L’ombra si allungava lontano dal lugubre bagliore delle fiamme. Cominciò di nuovo a piovere.
Siccome ora debbo partire e non ho altro tempo a disposizione, sono costretto a interrompere qui il mio racconto di questo duplice ed orrendo delitto, che passò poi alle cronache romane di fine secolo, cioè di fine ‘900, come l’omicidio delle sorelle Hoverlock, in verità due anziane signorine sorellastre tra loro. Gli assassini furono presto identificati ed arrestati e successivamente condannati; nel corso del processo inoltre furono chiarite diverse circostanze, che essendo rimaste qui non spiegate potrebbero magari portare a congetture denigratorie nei confronti delle due innocenti vittime; ma racconterò un’altra volta il seguito di questa storia abbastanza truce, che ebbe a svolgersi in quella cupa e umida notte, nel segno infame della violenza e della morte.
Florentia, die vigesima quarta mensis februarii, anno MMVI
NOTA
Nell’immagine del riquadro è ritratta la scultura funebre “l’Angelo della notte o della morte” dell’artista piemontese Giulio Monteverde (1837-1917), che attualmente si trova nel Quadriportico del Cimitero del Verano di Roma, sulla tomba di Primo Zonca.
L’angelo mantiene un’espressione malinconica e meditabonda, con le ali ripiegate e lo sguardo rivolto al cielo.
NEL SEGNO DELLA NOTTE
Mi sono arrampicato a piedi, lungo l’erta finale che dalla strada porta alla vetta della collina che sorge dietro San Miniato e dopo un breve tratto sono giunto sullo spiazzo antistante la costruzione medievale del Collegio dei Diaconi. Ad attendermi, ho trovato Annamaria ed un suo amico sacerdote, don Saverio, già docente esterno del Collegio. Grazie al loro interessamento, il Rettore mi ha concesso di accedere alla sala dei papiri, dove sono custodite tutte le opere letterarie di quegli autori che nel Medio Evo e nel Rinascimento sono stati insigniti del titolo di “Scolastici” e dal Risorgimento ad oggi nominati “Cavalieri Illustri” dell’Accademia d’Italia.
Qui ho potuto prendere visione di numerosi testi, ma fra i molti che ho sfogliato, mi ha colpito più di tutti la cronaca di un accademico del nostro ventunesimo secolo, scritta su un papiro, con elegante calligrafia, i capoversi dei periodi in caratteri gotici rossi; veniva narrata una storia, suddivisa in due parti, intitolate rispettivamente: “Nel segno infame della violenza” e “Nel segno nero della notte”. Della prima parte della storia il lettore deve già avere avuto cognizione, della seconda qui voglio riportare alcuni passi del testo originale.
“Correva, eh, correva l’anziano sorvegliante! Correva con il cuore in gola, nella caratteristica maniera di correre a balzi, propria del canguro australe, mentre lo sfondo nero della notte era illuminato dal fosco bagliore d’incendio, alle cui fiamme ardevano le gambe delle due povere donne assassinate. Ah!
Ed infine giunse alla meta il poveruomo zuppo di pioggia, che ora cadeva a scrosci ed in maniera violenta; si slanciò con un ultimo sforzo allargando in alto le braccia contro la vetrata del gabbiotto, quasi a volerla afferrare, e così facendo, scivolò fin giù con le palme aperte delle mani attaccate al vetro, reso viscido dall’acqua, finalmente riuscendo a gridare: “Allarme!”; poi si accasciò al suolo.
Non rimase così a lungo, ma presto si riscosse e si rialzò; quindi, con mani tremanti riuscì ad aprire la porta del locale della guardiania e ad entrare; sedette ed afferrò il telefono, mentre si portava la mano in tasca e macchinalmente tastava il telefonino portatile: “Allarme, allarme!”, gridò. Accorgendosi però di non aver composto il numero, posò il ricevitore ed estrasse il telefonino; quindi, pigiò tre volte il tasto con il numero “sette” ed attese lo squillo.
Oltre lo spiazzo antistante il cimitero monumentale di Roma, dall’altro lato della via Tiburtina, in piazzale del Verano, si ergeva la sagoma scura del grande fabbricato storico, sede della caserma che ospita il nucleo dei cavalleggeri della Polizia Civile. Di questo fabbricato storico, nel suo libro “Uscita di sicurezza”, scrive Ignazio Silone: “Si era allora nel 1916 e da alcuni mesi, per terminare gli studi ginnasiali, ero stato messo a Roma in un collegio diretto da zelanti religiosi… Il collegio era nel quartiere di Roma, in cui si trova il cimitero del Verano, il più triste rione della capitale. In quel tempo, le vetture che più di frequente vi si vedevano per strada erano carri funebri. Anche la maggior parte dei negozi vendevano forniture per tombe e funerali. Di alcune misere locande si parlava come di luoghi malfamati. L’edificio del collegio, a tre piani, era umido, grigio, triste, con un ampio e polveroso cortile, in parte coperto da una tettoia per i giorni di pioggia, ed era affiancato da una chiesa che serviva da parrocchia per l’intero quartiere.” Oggi ritengo che sia rimasta soltanto la facciata dell’originario fabbricato ed attualmente vi è ospitata la caserma di cavalleggeri, di cui dicevo prima.
Il telefono squillò nel corpo di guardia e subito l’agente alzò il ricevitore, ma prima di riuscire ad articolare verbo, udì un grido soffocato: “Allarme, allarme!” “Chi parla?” disse. Ma il grido dall’altro capo risuonò ancora soffocato: “Allarme, allarme!” Poi più nulla, la comunicazione si era interrotta. L’agente guardò il ricevitore, con la tipica aria interdetta di chi fissa un determinato oggetto, ma pensa ad altro; poi lo agganciò, ma per rialzarlo subito e chiamare la sede centrale del suo Comando. In breve, chiese da quale utenza risultasse provenire la telefonata di poco prima al numero di pronto intervento dei cavalleggeri della polizia: “777”. Il collega gli riferì che l’utenza apparteneva ad un telefono portatile ed era intestata alla direzione provinciale dei servizi funebri e cimiteriali del Comune, poi interruppe la comunicazione. L’agente si alzò, si spostò nella sala di fronte e andò a spalancare la porta del locale, dove dormiva il sergente. Nel riquadro vide la sagoma del suo superiore balzare seduto sul letto, con il mitra imbracciato e puntato contro di lui: “Altolà!” L’agente chiuse di scatto la porta, raggelato. Fissava a capo chino la maniglia della porta. A che cosa stava pensando?
“Allarme, allarme!” Il grido risuonò distante nella notte. “Allarme, allarme!” Il grido si avvicinò. L’agente si diresse verso il cancello elettrico d’entrata e premette il pulsante. Il cancello cominciò ad aprirsi, scorrendo nella guida; in quel momento, egli avvertì che il sergente, scivolatogli a fianco, lo prendeva sottobraccio: “Ti sei spaventato?” L’agente si voltò verso di lui, per guardarlo in viso. “Pensavo a un terrorista!” disse il sergente. L’altro non rispose.
“Allarme, allarme!” Il grido risuonò vicinissimo e nell’alone di luce del fanale che illuminava lo spiazzo antistante il cancello della caserma apparve lo spiritato sorvegliante del cimitero, zuppo di pioggia, le braccia agitate per aria.
“La motocicletta!” gridò il sergente e corse indietro; l’agente si mosse e subito dopo era già pronto alla guida del cavallo d’acciaio, con il motore acceso; il sergente era andato a indossare la giubba di cuoio sul maglione ed a prendere il mitra, che aveva messo a tracolla; balzò sul sellino posteriore e gridò: “Andiamo!”
Uscirono, mentre l’anziano custode notturno li guardava passare ammutolito. “Ahò!” gridò un attimo dopo. La motocicletta si fermò di botto ed anch’egli balzò a sedere sul sellino aggrappato al sergente. Nelle condizioni in cui si trovava fu davvero un salto di sorprendente agilità. Ripartirono. La moto rombò nella notte, mentre il segnale della sirena bitonale squarciava il silenzio. Raggiunsero in un baleno il cimitero, varcarono a tutto gas l’ingresso spalancato e puntarono dritto verso il falò dell’incendio. Qui il pilota frenò bruscamente, impennandosi su una ruota, il custode cadde a terra e gridò: “Ahò!”
La pioggia sembrava non riuscire a smorzare le fiamme, che avevano arso entrambi gli arti inferiori delle due vittime ed ora attaccavano il tronco; allora in due, l’agente ed il custode, tornarono al locale della guardiania, presero una coperta e riguadagnarono in fretta il luogo dell’incendio. In tre agitavano la coperta sui corpi semicarbonizzati, infine vi riuscirono, le fiamme erano state domate, pioveva ancora, si fermarono per riposarsi.
Intanto, protette dalle tenebre, le belve assassine, ispirate dal Male, erano scomparse, via dalla follia del massacro, via dalla scena dell’orrendo crimine.
I rilievi della polizia scientifica ebbero inizio alle prime incerte luci dell’alba, quando ormai sul posto erano accorsi un po’ tutti: investigatori, giornalisti, fotografi, responsabili amministrativi dei servizi funebri e cimiteriali, guardie della polizia municipale ed anche i pompieri, forse temendosi altri incendi. Infine, quando ormai il sole si era alto levato in un cielo sfolgorante d’azzurro, in cui erano state spazzate via quasi tutte le nubi, fece in tempo ad accorrere un frate del vicino convento, che impartì l’ultima benedizione alle salme, proprio mentre queste venivano caricate sul furgone mortuario, per essere accompagnate all’obitorio per l’autopsia. Omnes una manet nox.
Qui io mi fermo, per una pausa, e ne approfitto per lanciare il mio appello a tutti gli esseri umani viventi sulla Terra, perché sappiano e meditino sull’infinita vanità del tutto.
Ahimè, quanto triste e precaria è questa vita, che conduciamo sull’umida zolla, sotto il sole, o miei simili e sventurati! Chi di voi non sa già appena nato che presto finirà anche lui nel tavuto? Noi inseguiamo affannosi e senza sosta le nostre illusioni, come il nomade che risalendo ogni volta sulle dune di sabbia del deserto si affretta a scavalcarle, per potersi precipitare sulla prossima e superarla come le altre nella sua infinita corsa sul mare di sabbia, magari in groppa al suo cammello o dromedario. Non sa lo stolto che questa sua corsa sul vasto e illimitato mare di sabbia, sotto il sole cocente non avrà mai fine? Non riesce a vedere che la linea dell’orizzonte si allontana ogni volta sotto il suo sguardo allucinato, abbacinato dalla vivida luce, che piovendo dall’alto del cielo e confondendosi con le nubi di polvere sollevate dalla sua folle corsa gli brucia gli occhi in maniera inenarrabile? O non siamo forse noi come il nuotatore solitario sperduto tra i flutti dell’oceano e trascinato dai venti alisei, che bracciata dopo bracciata tenta di avvicinare chissà quale invisibile riva, per approdare su chissà quale terra, di cui egli non riesce mai, onda dopo onda, a scorgere un lontanissimo profilo? Ahimè! Quanto è vana questa vita, quanto vano è ogni nostro agitarci, questo nostro folle abbarbicarci all’ultimo lembo, l’ultimo brandello, l’ultimo respiro, che rappresenta la fine di ogni nostra velleità ed illusione!”
Ohibò! Mi ero imbattuto in quest’ultimo passo alquanto bizzarro, leggendo le cronache di Guido Alberto Pelagatti, accademico e letterato fiorentino, che narrava dell’efferato caso di assassinio delle sorelle Hoverlock, avvenuto a Roma in una notte invernale di fine ‘900. Esaminai con più attenzione il papiro: e se si fosse trattato di una interpolazione? Oh!
Peraltro, devo dire che il napoletano “tavuto”, i.e. la bara, è termine che deriva dall’ispanico ataúd, come ricordato in una nota al testo dallo stesso Pelagatti. E sempre a suo dire, nell’Enciclopedia della lingua spagnola e catalana, il termine è così definito: “Ataud es una caja de madera o piedra, en la que se encierra a los muertos humanos principalmente.” Poi, sempre citando fedelmente l’Enciclopedia, così continuava testualmente: “La idea de una protección para los cadáveres, que les ayude en el camino a otra vida, fue pensado desde hace ya mucho tiempo por los egipcios en forma de caja, e incluso por culturas anteriores, en forma de fardos funerarios o telares, en que envolvian al cadáver.”
Comunque, non ero in grado di stabilire, date le mie modeste conoscenze tecniche, se si trattasse di un’alterazione del testo originario delle “Cronache italiane quotidiane del ventesimo e del ventunesimo secolo” di codesto autore di Firenze. Nel frangente mi domandai anche perché un tale accademico e insigne scrittore nonché cronista emerito si fosse andato ad interessare di un caso di omicidio avvenuto nella capitale e non nella sua città, ma non stetti troppo a riflettere su questo particolare e ripresi la lettura del papiro, anche perché confusamente pensavo, in questo inconsciamente indotto dalla citazione in lingua spagnola, che egli fosse un autore cosmopolita del Mediterraneo.
Pelagatti dava poi un’esauriente spiegazione sul perché della misteriosa presenza delle due anziane donne nella cappella funebre del cimitero, in quella tragica notte, in cui per esse scoccò l’ora di un destino mortale, riportando integralmente l’arringa tenuta dall’avvocato di parte civile, nel corso del processo ai due criminali assassini, di cui qui, per brevità, riassumo le parti salienti che più ci interessano:
“Le povere signorine Vincenzina ed Enrica Hoverlock si erano recate quel pomeriggio al cimitero, nella cappella funebre gentilizia della famiglia, per assicurarsi se i lavori di muratura per la sistemazione dell’ossarino fossero stati completati. Infatti, con il passare del tempo dalla sepoltura, i resti della loro compianta zia Marta Maria Hoverlock si erano mineralizzati e gli addetti comunali all’estumulazione avevano proceduto all’operazione di restringimento. La sorella di Marta Maria, l’ultraottantenne Antonietta, madre di Enrica, era rimasta a casa perché semiparalitica.
Le due anziane donne, applicatesi da settimane con cura a quel triste affare, erano stanchissime e quel pomeriggio nella cappella si erano attardate a pregare, tra profumi e vapori d’incenso, di cui avevano forse un po’ incautamente acceso qualche grano; ma poi affrante da tutta la fatica accumulata in quei giorni e quasi sicuramente inebriate e stordite dagli effluvi aromatici si erano addormentate. E se ne poteva fare a loro una colpa? La sorella sopravvissuta, nel cuore della notte, aveva ricevuto una telefonata in tal senso da Vincenzina ed Enrica, che però avevano pensato bene di non allarmare le pubbliche autorità, ma di cavarsi da sole d’impaccio. Avevano sistemato accanto al sarcofago principale l’inginocchiatoio (rumori che le avevano tradite ai lunghi orecchi affilati dei due assassini), raccolto la borsa con le carte amministrative del servizio cimiteriale ottenuto, e quando aveva smesso di piovere, si erano avviate lungo il viale principale verso il cancello d’ingresso, dove avrebbero spiegato al sorvegliante del contrattempo. Non erano mai arrivate. Due sciacalli notturni, due criminali assassini, loschi figuri da appendere al patibolo, che è l’unico luogo dove la società può relegarli, avevano compiuto il più tenebroso e feroce delitto di sangue contro esseri deboli e indifesi e… per che cosa?”
Il Pelagatti, oltre all’intera arringa dell’avvocato di parte civile, raccontava dettagliatamente nelle sue “Cronache” dell’indagine di polizia che aveva condotto all’identificazione ed alla cattura dei colpevoli dell’efferato omicidio, di cui io qui riporto una sintesi:
“Quasi subito gli inquirenti, anche su indicazione del sorvegliante notturno, che aveva indicato la prima via di fuga degli assassini, erano giunti al muro di cinta del cimitero confinante con la via Tiburtina. Sul luogo, sotto il sole di Satana, come si esprimono le “Cronache”, era stata identificata una striscia di sangue, essendosi uno degli assassini ferito a un piede nel saltare il muro; dai referti dei “Pronto Soccorso” degli ospedali cittadini si era giunti all’identificazione di uno degli incauti criminali e poi subito dell’altro. Arrestati il giorno stesso, erano stati trovati in possesso della catenina d’oro strappata ad una delle vittime, che fu uno degli altri indizi a loro carico. In proposito il Pelagatti spiega come in un primo momento si sia pensato, nello stilare l’identkit degli assassini, a dei volgari tagliagole, sulla base della ferita circolare rilevata sul collo di Vincenzina Hoverlock. A chiusura del processo, sebbene in assenza di prove, furono entrambi condannati all’ergastolo, per concorso in duplice omicidio premeditato.”
Chiusi il papiro, avevo dunque così terminato la lettura di una triste, lugubre storia e forse sopraffatto dall’emozione, sentii un moto di ribellione dentro di me: non sempre le storie raccontate esprimono l’intensità della sofferenza di chi le ha dovute sopportare con tutta la loro violenza, il loro orrore, la loro follia. Capivo forse allora perché il cronista Guidalberto, accademico e letterato, avesse inserito nel corso della narrazione personali osservazioni, rappresentate con immagini fosche e a tratti balenanti di sinistro umorismo; potevo comprendere le sue brevi digressioni, che risultano stridenti con lo scorrere omogeneo del racconto, ma che si rivelano poi soltanto in apparenza estemporanee; ed infine ne apprezzavo la sottile ambiguità di retore irridente, che consegna alla scrittura un messaggio di violenza e di morte, in un linguaggio traboccante, troppo traboccante di umano, comprensibile sdegno, ai limiti del grandguignolesco e con dosi forse eccessive di cinismo nel narrare, ma certo usate allo scopo di rispecchiare la tragica infamia della storia narrata. Alla fine, soltanto silenzio e pietà.
SOFFERENZA E COLPA
Commento al racconto: “L’omicidio delle sorelle Hoverlock”
1. Illustrazione della trama narrativa
Una domanda sorge alla fine della lettura della vicenda criminale: qual è il senso del destino atroce delle due anziane donne nella notte fosca e lugubre di un cimitero? È un interrogativo questo che lasciando la risposta in una nebbia caliginosa, dove non è discernibile la distinzione tra bene e male, sofferenza e colpa, crimine e punizione, rivela un profilo di domanda che investe il più generale senso enigmatico della vita dell’universo e in particolare dell’esistenza umana.
Prima, però, di approfondire questo discorso, esaminiamo alcuni risvolti del racconto, illuminandone determinati dettagli, e prestiamo una maggiore attenzione allo stile del narratore, che commenta con una passione carica di ridondante disprezzo i gesti delittuosi dei criminali. Il linguaggio si carica nei toni di un’atroce enfasi celebrativa, per poi assumere un aspetto granguignolesco, in un’atmosfera di cupo e sinistro umorismo. Infine, tutto lo scenario farsesco di quel saltellare a canguro dell’ombra fuggente nella pioggia notturna e del disarticolato accorrere dei soccorsi, nello sfondo dei bagliori del macabro incendio, viene a dissolversi con le ombre della notte. E nella nuova luce del giorno sbiadiscono le immagini di quella recita irreale nelle tenebre, mentre l’azione riprende il suo ritmo ordinato e il suo razionale svolgimento.
Ma aveva un suo specifico significato quella narrazione di neri colori notturni e di sinistri bagliori? Voleva indicare un senso ulteriore oltre quello della semplice scena rappresentata? E quale questo senso ulteriore?
“Dopo aver consumato, in pochi attimi di inaudita ferocia, il duplice bestiale delitto, le belve si dileguarono in fretta, eclissandosi nell’ombra profonda della notte, in fuga verso il muro di cinta del cimitero, dal lato della via Tiburtina, nelle mani un incongruo bottino, che rivelava nei loro animi empi e malvagi la preponderanza della voluttà del coltello e del sangue sull’animalesco istinto di preda e rapina, mentre lo spirito del Male aleggiava d’intorno, nelle impalpabili forme e sembianze dello sciacallo di morte.” Ecco, era questo il senso ulteriore della narrazione, peraltro non occultato, ma chiaramente svelato? La nera caligine del male, in cui si disegna il profilo impalpabile dello sciacallo di morte? Così sembra. Diciamo così sembra e non così è, perché quello che sembra svelato, la nera figura del Male, finisce poi per nascondersi nella essenza ultima delle sue tenebre.
Forse è ora, però, di uscire da questo linguaggio di nero barocco, che nella critica finisce per fondersi negli eguali colori notturni della narrazione, e avviare il discorso su un percorso razionale, meno immaginifico, quello degli interrogativi che suscita il problema del male e la sfida che esso ha da sempre lanciato a filosofie e religioni, intese a scioglierne i nodi. Ed è questo il senso che sembra proporsi l’autore, quando scinde in due componenti narrative la vicenda, per affrontare in coda alla seconda parte il problema enunciato nella prima, dove il dramma viene messo in scena.
Comunque, soffermiamoci ancora un momento sulla prima parte: “Nel segno infame della violenza”. Subito notiamo che già questo sottotitolo proietta un’ombra di scelleratezza sulla trama della storia, stendendovi sopra un velo appunto d’infamia. La narrazione poi si svolge investendo i profili di due strati non incongrui tra loro nella superficie piana della storia, quello dei segni naturali, che richiamano il gotico thrilling della notte e l’altro della trama delittuosa dei due assassini nascosti nell’ombra. E la scena si compenetra di entrambe le parti: “Nella notturna umidità della terra avvolta nelle tenebre… le due ombre acquattate sull’erba… un agguato, nell’ora notturna della civetta e del gufo… nel silenzio profondo della notte, i due tristi e tenebrosi figuri tramavano il loro delitto… Aleggiava nell’aria buia, aggirandosi tra sepolcri e sculture funebri, lo spirito funesto e tenebroso del Male, sostanziato nei due animali da preda, che fiutavano attraverso nari di brace l’odore del sangue.”
Il quadro è disegnato: la scena e i personaggi della notte, gli scellerati sicari e la nera forma del Male, e nel silenzio il rumore di passi che si avvicinano e il sommesso mormorio che li accompagna. Quindi, nell’incerta luce dei lumini tombali, si profilano sulla scena le due figure che avanzano nella loro misteriosa passeggiata notturna.
“Chi erano queste due anziane donne, così distintamente abbigliate, l’una l’aspetto altero e nobiliare, l’altra più lievemente composta, che sembrava aggrapparsi alla prima? Perché si aggiravano in quell’ora di notte profonda in luoghi funebri, destinati alla pietà dei defunti?” L’interrogativo è d’obbligo, e ad esso sarà data risposta nella seconda parte, quella che completa la narrazione dei fatti e li commenta.
Però, a ben leggere il testo, una risposta c’è già nel prosieguo immediato, ed è una risposta che cerca luce nel mistero: “Comunque non si può non osservare come quella passeggiata notturna così inconsueta di due anziane donne fosse tanto carica di mistero, un mistero che quasi sembra implicare la conseguenza di un assalto da parte di tenebrosi assassini, che sotto questo profilo maggiormente si attagliano alla notte, l’oscurità, il male, la morte.”
Il passaggio è chiaro: l’insolita situazione di due anziane donne sole che camminano tra i viali del cimitero di notte “sembra implicare” l’assalto dei tenebrosi assassini, come dire è la trama del destino, un destino di oscurità, di male, di morte. Ora, se è vero che l’autore ha predisposto questa sorte sciagurata per i suoi due personaggi, ne ha combinato il destino, nondimeno non si può dire che egli sia stato completamente libero in questa scelta, essendo anche lui soggetto alla legge della Necessità, a cui non sfuggono neppure gli dèi. Gli dèi? Ma che c’entrano gli dèi in questo discorso?
L’interrogativo non è peregrino, ha invece un suo sentiero di ragione da seguire. Orbene, il riferimento alle divinità pagane è certo del tutto estemporaneo o almeno così pare. E allora sembra opportuno riportare qui un pensiero di Franz Werfel, un autore di lingua tedesca, che evoca un’immagine d’ispirazione classica.
“Gli eroi omerici combattono alle porte Scee e credono che la vittoria o la sconfitta dipenda dalle loro armi. Ma la battaglia degli eroi non è che un riflesso della battaglia che sopra le loro teste combattono gli dèi per decidere la sorte umana. Gli dèi stessi però non sanno che anche la loro lotta non fa che rispecchiare quella che da tempo è decisa nel petto dell’Altissimo, da cui sgorgano la pace e la guerra.” [1]
[1] Franz Wefel, “I quaranta giorni del Mussa-Dagh”. (1933)
Se paragoniamo i personaggi del racconto agli eroi omerici e l’autore agli dèi che sovrintendono alle loro sorti, e osserviamo che anche questi ultimi sono sottoposti a una volontà superiore, dobbiamo riconoscere che similmente l’autore nel mettere in scena i suoi personaggi non può sfuggire a questa legge.
Diciamo che dal subconscio dell’artista, dove si erano andati accumulando i più diversi strati di immagini psichiche, fondendosi e ricomponendosi tra loro in un magma prima confuso, sono poi risalite un po' alla volta fino al teatro della coscienza le nuove figure, riproposte quindi in forma letteraria.
In particolare, io posso dire di “avere visto” la scena dell’incedere delle due donne in quella loro solitudine della notte e di avere quindi descritto l’agguato, certo derivante dalla mia immaginazione creativa, che però guardava e traeva dalla realtà delle cronache del crimine la sostanza dei fatti, vale a dire l’assassinio feroce di due donne inermi. In questo senso la mia immaginazione era mossa dalla visione ineludibile e necessaria delle storie accadute nella verità del reale, da me rifigurato in verità di finzione. In tal modo si è venuto a formare un supplemento di realtà, dato dalla rappresentazione, in cui tornano a rivivere, venendo citati di nuovo ossia “recitati”, i fatti e le emozioni violente che da essi scaturiscono. E come spettatori possiamo immedesimarci in quelle passioni ossia provarne compassione, intesa quest’ultima però senza nessuna coloritura morale. In tal guisa, possiamo anche non sorprenderci nel riconoscere in noi certi istinti in conflitto con la ragione, perché come diceva Freud noi portiamo nel sangue i segni di un’antica stirpe di assassini.
Ed ora possiamo avvicinarci di nuovo al nostro interrogativo iniziale: “Una domanda sorge alla fine della lettura della vicenda criminale: qual è il senso del destino atroce delle due anziane donne nella notte fosca e lugubre di un cimitero?” E parlando di destino, non posso sottrarmi al ruolo di svelarmi ossia di spiegare il perché del senso del racconto, che ovviamente poteva rimanere oscuro anche a me, se non l’avessi sottoposto alla mia riflessione. E qui devo ammettere che se nella prima parte ho narrato con immagini, peraltro illuminate di luce fosca e sinistra, nella seconda ho completato il racconto, tentando una spiegazione razionale, rimasta irrisolta. Quindi, ho parodiato un po' il lamento con l’ironica metafora delle dune di sabbia del deserto e del susseguirsi delle onde nella vastità dell’oceano, e poi ho concluso in maniera molto incerta, ponendo a sigillo dell’intera vicenda il silenzio e la pietà.
In tal modo, anche in sede di un ultimo commento, ero rimasto sulla superficie della narrazione, senza scendere in profondità a scrutare negli oscuri fondali della storia, che manifestava l’enigmatica presenza del male. È quindi ora il momento di arrivare alla radice, interrogandosi sulla sofferenza e la colpa, il crimine e la punizione, che riproducono i due aspetti contrastanti del male.
LA QUESTIONE DEL MALE
“Per rendere per intero l’enigma del male, noi siamo soliti mettere insieme sotto uno stesso termine, quantomeno nella tradizione dell’Occidente cristiano, fenomeni assai diversi, approssimativamente, il peccato, la sofferenza, la morte.” Così si esprime Paul Ricoeur, nella “Conferenza” del 1985 alla facoltà di teologia dell’Università di Losanna: “Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia.”. Quindi, nell’approfondire il problema, evidenzia come “nella misura in cui la sofferenza è costantemente presa come termine di riferimento per la questione del male, essa si distingue dal peccato e dalla colpa.” Ma se vi è una differenza tra il male commesso e quello subito, nondimeno se si va in profondità si può scoprire come le due realtà differenti e contrastanti della sofferenza e della colpa affondano le loro radici in un fondamento comune. Ossia il male costituisce in profondità un principio unico che nel suo affiorare va mostrando i due diversi profili di chi lo subisce e di chi lo compie.
Il nesso inestricabile che lega tra loro vittima e assassino, sofferenza e colpa, torto e ragione può anche essere rintracciato nel verso poetico del Manzoni: “Al mondo non resta che far torto o patirlo.” Sono i due estremi in cui si polarizza la medesima realtà, che muove dalla sua unicità, costituente la sostanza del male, se del male si può dire sostanza, avendo sempre la filosofia e la religione dell’Occidente cristiano considerato il male come una realtà negata, ovvero l’assenza del bene.
Se però saltiamo all’indietro, agli inizi della storia della civiltà occidentale, ossia nel terreno del Mito, abbiamo la ventura d’incontrare i primi grandiosi e fantastici scenari rappresentati su scala cosmica, che descrivono le origini dell’Universo. Narrazioni fantastiche si trovano alla base di molte culture e religioni orientali, da cui all’alba del cristianesimo, furono introdotti nell’Occidente molti elementi, che si fusero nel II sec. d.C. in una forma di sincretismo religioso. In tale realtà si possono ripercorrere le tracce della gnosi, che affondano le loro radici fino nel lontano Oriente.
È quindi bene tracciare un quadro seppure sommario delle dottrine gnostiche, nelle quali si può individuare un tratto generale comune soteriologico: l’anima straniera, smarrita sulla terra, raggiunge la salvezza, la sua vera patria, il cielo, attraverso la vera conoscenza ossia la gnosi. All’origine di questa condizione s’incontrano le immagini straordinarie dell’immenso e gigantesco conflitto cosmico, generatore dell’Universo, che confluisce nella contesa individuale dell’anima tra le forze del Bene e quelle del Male. È il conflitto più generale instauratosi tra il regno della luce e quello delle tenebre, la cortina d’ombra della materia, venuta a formarsi al di sotto dell’onda luminosa fluita dal “pleroma”, la sfera della “pienezza” di luce divina. Da quest’onda di luce spirituale sono cadute delle scintille, rimaste intrappolate nelle tenebre della materia. Da allora l’anima esiliata sulla terra, ma custode della scintilla divina dello spirito, aspira a ritornare nella sua vera patria, il cielo.
Nello schema delineato della visione gnostica, si ritrova anche un’altra figura che ne caratterizza la dottrina, quella dell’inviato divino, il messaggero del regno della luce, che scende sulla terra per aiutare l’anima smarrita a ritrovare la via del ritorno verso il cielo. Questo aiuto si realizza attraverso il risveglio, quando l’anima non riconosce più i luoghi abitualmente frequentati e diventati familiari, e non riconoscendoli li trova strani, riscoprendosi in quella condizione di esilio propria dello straniero, che suscita la nostalgia e il desiderio della patria perduta. In questa condizione, diventa allora riconoscibile quell’esperienza di smarrimento dell’anima, perduta tra l’irraggiungibile perfezione divina e la condizione d’indigenza spirituale del suo aggirarsi disorientata sulla terra, un desiderio di ascesi, che rispecchia il conflitto di ciò che è bene, lo spirito, e ciò che è male, la materia. La questione si trasferisce allora dal piano etico della vita del singolo a quello metafisico più generale, e la domanda diventa questa: unde malum, da dove ha origine il male?
E se la gnosi dà una risposta dualistica al problema, riconoscendo l’esistenza del regno delle tenebre opposto al regno della luce, la spiegazione della religione monoteistica, quella cristiana, che predica la fede in un Dio unico, creatore e signore del cielo e della terra, non può che essere negativa: il male non ha una sua sostanza, non esiste, rivela soltanto l’assenza del bene. Essendo Dio trascendente rispetto alla creazione, in quanto Sommo Bene, esclude qualsiasi sostanzialità del male.
Il problema si rende trasparente in Agostino, il Padre della Chiesa, che per l’ispirazione neoplatonica della sua filosofia e la sua prima aderenza al manicheismo, poi respinto e condannato, può rendere meglio con il suo pensiero e le sue riflessioni la soluzione cristiana del male come assenza del bene.
Il manicheismo è la religione fondata dal persiano Mani (216-277), che introduceva elementi della filosofia greca, della gnosi e del cristianesimo nello zoroastrismo. Avversato dai sacerdoti della religione tradizionale, ispiratori del potere imperiale, fu perseguitato e alla fine ucciso in carcere. Il manicheismo si fonda sull’esistenza di due principi contrastanti increati ed eterni: il Bene-Luce e il Male-Tenebre. Il loro conflitto si svolge nell’anima dell’uomo e ha dato origine alla formazione dell’Universo. L’approfondimento del problema del male, dal lato metafisico, e la conseguente morale ascetica contribuirono al diffondersi del manicheismo nell’Oriente romano, raggiungendo anche componenti della comunità cristiana, tra cui Agostino, ma venne alla fine respinto e condannato come eresia.
Eliminato ogni dualismo, il pensiero di Agostino si mosse nel solco del monoteismo ebraico, configurato nell’immagine trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito, pur seguendo la lettera dell’Antico Testamento. Andiamo a leggere come nel XII libro delle “Confessioni” illustra i primi versetti della “Genesi”, in atteggiamento di preghiera e di supplica: “Quante cose vorrebbe sapere il mio cuore colpito, Signore, nella grande povertà della mia vita, dalle parole della tua santa Scrittura!” E poi la domanda, che muovendo da una citazione del salmista, rivela una parentela con il pensiero platonico, in Agostino non una coincidenza: “– Il cielo del cielo al Signore, la terra invece fu da lui data ai figli degli uomini –. Dov’è il cielo che non vediamo, rispetto al quale tutto ciò che vediamo è terra?” Per il Santo Vescovo d’Ippona, oltre il cielo, il cielo del cielo è Dio. È quel cielo invisibile regno dell’eterno intellegibile, rispetto al quale il visibile è il mondo diveniente dei sensi. “La nostra terra era invisibile e confusa, un profondo e impenetrabile abisso – scrive Agostino – su cui non vi era luce, poiché non aveva nessun aspetto. Perciò hai fatto scrivere: – Le tenebre regnavano sull’abisso – cioè null’altro che assenza di luce.” Ecco risolto il dualismo luce tenebre, dove le tenebre non sono altro che assenza di luce. E poi, più avanti, inizia il discorso teso a formulare, nell’ambito della ragione cristiana, il tema della creazione ex nihilo, impensabile per la ragione greca. In Aristotele l’Atto puro del Movente Immobile è inscindibile dall’eternità del Cosmo, mentre in Platone, quello del Demiurgo artefice dell’Universo è soltanto un racconto verosimile, come afferma nel “Timeo”.
“Il corollario più importante di questa negazione della sostanzialità del male è che l’ammissione del male fonda una visione esclusivamente morale del male. Se la questione: unde malum? perde ogni senso ontologico, la questione che la sostituisce: unde malum faciamus? (“Da dov’è che viene questo nostro fare il male?”) fa oscillare il problema intero del male nella sfera dell’atto, della volontà, del libero arbitrio. Il peccato introduce un niente di un genere distinto, un nihil privativum, di cui la caduta è interamente responsabile, che sia quella dell’uomo o delle creature più elevate tali quali gli angeli.” Questa è la conseguenza ricavata da Ricoeur (“Conferenza” cit.) dalla negazione del male come realtà ontologica. L’autore osserva come la conclusione ultima del discorso agostiniano è quella di ritenere che ogni male è sia peccato sia pena. “Il prezzo da pagare per la dottrina è enorme – osserva – … Per rendere credibile l’idea che ogni sofferenza, tanto quella giustamente ripartita tanto quella eccessiva, è una pena retributiva del peccato, bisogna darle una dimensione super-individuale” ossia quella del “peccato originale” o “peccato di natura”. [2] Conferendo al peccato originale lo statuto di dogma di fede, come dire verità indimostrabile, una tale proposizione lascia l’uomo disarmato di fronte a una potenza demoniaca di un male già presente prima di ogni azione malvagia imputabile a una qualche intenzione deliberata. “Ma questo enigma della potenza del male è già così posto sotto la falsa luce di una spiegazione apparentemente razionale: congiungendo, nel concetto di peccato di natura, due nozioni eterogenee, quella di una trasmissione biologica per mezzo della generazione e quella di un’imputazione individuale di colpevolezza, la nozione di peccato originale appare come un falso concetto che si può assegnare a una gnosi anti-gnostica. Il contenuto della gnosi è negato, ma la forma di discorso della gnosi è ricostituito, cioè quello di un mito razionalizzato.”
Sia il pensiero mitico che quello razionale, dunque, non sembra riescano a decifrare quel fondo demoniaco della libertà, che rende possibile compiere azioni malvagie e lascia intravedere una possibile oscura sorgente del male.
Sul piano ontoteologico, quello che investe la filosofia come ontologia ossia discorso sull’essere e la teologia come scienza dell’Essere supremo, Dio, la questione del male suscita determinati interrogativi in tema di libertà e di giustizia. [3]
Se Dio è onnipotente, perché permette il male? A quest’interrogativo ha dato risposta Leibnitz nella sua “Teodicea”, giustizia divina, con la teoria del migliore dei mondi possibili, incontrando subito l’aspra critica di Voltaire, che ne ha fatto una satira spietata nella sua opera “Candido o dell’Ottimismo”. [4]
Sul tema della giustizia e della compensazione dopo la morte, rispetto alla condotta tenuta da vivi, nella storia del pensiero filosofico, i grandi miti escatologici di Platone narrati nei suoi dialoghi, il “Gorgia”, Il “Fedone” e la “Repubblica”, ci raccontano dell’anima e del suo destino. In particolare, il mito del “Gorgia”, che Socrate considera in realtà un discorso veritiero, sembra rafforzare la tesi filosofica del comportamento virtuoso da tenere in vita, in contrasto peraltro con i discorsi dei Sofisti. Gli errori compiuti nei giudizi umani, come ad esempio l’ingiusta condanna a morte di Socrate, verranno corretti nell’aldilà. Rispetto ai miti del “Fedone” e della “Repubblica”, il giudizio delle anime del “Gorgia” è quello che più si avvicina al Giudizio Universale della dottrina cattolica, perché i premi e i castighi, previsti dopo la morte, sono ultimi (non si parla di reincarnazione delle anime), costituendo una sorta di ammonimento sulla condotta virtuosa da tenere in vita.
Eppure, non ostante i nobili modelli di vita, che ci propongono la filosofia e la religione, l’etica retributiva della futura punizione dei malvagi e la premiazione dei buoni non sembra soddisfare quel senso di giustizia, che prepotente avvertiamo di fronte al dolore e alla morte. In questa prospettiva, la risposta all’interrogativo d’inizio sull’atroce destino delle sorelle Hoverlock, che rispecchia le morti tragiche e il lutto della vita reale, non sembra possa andare oltre al lamento e alla pietas che ispirano. Ma, ora, vogliamo concludere, citando Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”:
“Il problema del male, la strana favola della malattia, propalata dai Conquistadores, cui fu dato raccogliere le moribonde parole dello Incas, secondo cui la morte arriva per nulla, circonfusa di silenzio, come una tacita, ultima combinazione del pensiero.”
[2] Cfr. “Un grido di tracotanza”
[3] Cfr. “Il nodo alla gola”
[4] Cfr. “Il mondo migliore”
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