2. Il ponte sul fiume Hao Ti eri un po' irritato? – Ma stai zitto! – Insomma, mi vuoi dire come sta l’amico ricoverato in ospedale? – Frastornato, ma non piantonato, direi, comunque spiato. – Come? – Quando sono andato a chiedere al medico che l’ha in cura, ho capito che lo stavano spiando. – In che senso? – Avevano frainteso quel nostro modo di celiare. – E pensavano che tu fossi un suo complice? – Sì, una contraddizione. – Perché? Tu non sei un suo complice? – In che senso? – Nel senso di quel tuo “o fra’ ”, accompagnato dall’occhiolino. – Ma quale occhiolino? Ma che cosa stai dicendo? – Perché insorgi? – Tu sei un loro sodale, spione maledetto. – Io ti consiglio di non gridare. – Ed io ti consiglio di non spiare. – Abbiamo finito con questo nostro teatrino? – Certo. – Allora spiegami che cosa è successo, dall’inizio, perché io non ho ancora capito niente. – Va bene, ora ti racconto. – Ti ascolto in silenzio, come un gatto lunare. – E che c’entra il gatto lunare? – Va bene, non c’entra, racconta. – Era una notte buia e tempestosa. – “Era una notte buia e tempestosa” (in inglese It was a dark and stormy night) è il celebre incipit del romanzo Paul Clifford di Edward Bulwer-Lytton, pubblicato nel 1830. La frase è universalmente nota per essere l'inizio preferito dei racconti di Snoopy, personaggio dei fumetti Peanuts di Charles M. Schulz, ed è diventata un archetipo del cliché letterario. – Ti fai sempre aiutare dalla IA. – Racconta. – Quella notte, che notte, quella notte, se ci penso, mi sento le ossa rotte. – Ma non hanno trattenuto anche te? – Chi? dove? – In manicomio. – E perché? – Soffri di amnesie? – No, perché? – Poco fa ti sei messo a cantare, invece che raccontare del ricovero dell’amico e del mancato ricovero di Fritz. – Chi è Fritz? – L’amico Fritz. – Non capisco. – Non lo sai? – Che cosa? – Chi è l’amico Fritz. – Un’opera lirica di Mascagni. – Sei passato dalla musica leggera a quella lirica. – Come? –Fred Buscaglione: “Che notte, che notte quella notte! Se ci penso, mi sento le ossa rotte.” – Eh? – “L’ amico Fritz” è una locuzione che si usa per fare riferimento a qualcuno a noi noto, ma di cui non si vuole fare il nome, qualcuno per il quale si allude a un ipotetico rapporto con un’altra persona, sottintendendo una relazione segreta. Serve perciò a indicare un rapporto che, per motivi vari, non vuole dichiararsi per quello che è. – Ah! ho capito. –Che cosa?
È lui, il nostro Friedrich, l’amico Fritz. – Non ti nascondere dietro lui. – Io? – Sì. – Come? – Chi c’è “qui” ed “ora”? – Io e te. – Quindi, nessun altro, Friedrich Nietzsche, il canterino di Torino, sei tu. – Stai dicendo che io sono pazzo? – Sì, e mi domando perché non ti hanno trattenuto al manicomio. – Mi fanno fare da esca, per scoprire il pesce più grosso. – La balena? – Sì, tu. – Pesci. – Come? – Zhuangzi e Huizi stavano passeggiando sul ponte sopra il fiume Hao. Guardando giù, Zhuangzi osservò i pesci che guizzavano nell'acqua e disse: "Guarda come i pesci guizzano fuori e giocano a loro agio. Questa è la felicità dei pesci". Huizi rispose: "Tu non sei un pesce, come puoi sapere in cosa consiste il divertimento (felicità) dei pesci?" Zhuangzi replicò prontamente: "Tu non sei me. Come puoi sapere che io non so in cosa consiste il divertimento dei pesci?" Huizi rispose: "Io non sono te, e di certo non ti conosco appieno. Ma tu di certo non sei un pesce, quindi è certo che tu non conosca la felicità dei pesci". Zhuangzi disse: "Torniamo alla domanda originale. Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci — quindi, tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto la domanda. Io lo so dai miei sentimenti qui, sopra il fiume Hao". – Ehi, pesce, spiega. – La celebre storia che vede protagonisti i filosofi taoisti Zhuangzi (Chuang Tzu) e il suo amico/rivale Huizi (Hui Shi) mentre camminano insieme è nota come la "felicità dei pesci" o il dibattito sul ponte del fiume Hao. – E quindi? – La storiella è raccontata dal fisico Angelo Rovelli nel suo ultimo libro di divulgazione. – Ti ho beccato! – A me? – Stanno arrivando. – Chi? – Non senti la sirena bitonale della volante psichiatrica. – A te, questa sirena bitonale, ti risuona nel cervello incessantemente. – “A me non mi” risuona. – “A te non ti”? – No. – A lui, sì. – Chi? – Chi sono quelli? – Ah, sono quasi arrivati. – Dov’è? – Si sta allontanando in quella direzione. – Eccolo là! Via!
3. L’energia e il fuoco Ti hanno rilasciato? – Sì. – E sei venuto a compiere la tua vendetta? – Sì. – Quale? – La vendetta d’inverno. – Non capisco. – Diventerai acqua. – Io? – Sì. – E come? – Prima diventerai una statua di ghiaccio, con il freddo gelido. – E poi? – Ti scioglierai e diventerai acqua. – Come? – Leggi il racconto saggio, pubblicato in passato e che sarà pubblicato domanii, e di cui qui di seguito, Il “Raccoglitore” pubblica un’anteprima. – Ah, ecco! – E adesso sciogliamo alcuni enigmi della storia finora raccontata. – Chi è il protagonista? – A questo punto non è importante, meglio raccontare la trama. – Va bene, ma dobbiamo pur dare un’identità a questo negativo protagonista della nostra storia. – D’accordo. – Allora? – L’amico di Aldo Rossi era rimasto chiuso nella libreria. – Ho già sentito quel nome. – Sì, si tratta di un personaggio di un racconto interrotto, ma che prima o dopo dovrà pure avere un seguito. – Ricordiamo il titolo del racconto? – “Un giorno luce”, pubblicato tempo fa, e che sarà pubblicato, posdomani o il terzo giorno, e di cui qui di seguito Il “Raccoglitore” pubblica l’incipit. – Allora quella notte, che notte. – Non ricominciamo. – No. – Quella notte, dunque… – Buia e tempestosa. – Adesso, se non la smetti, ti caccio fuori. – Va bene, ascolto senza intervenire. – Quella notte, era la notte a cavallo tra venerdì e sabato. – Perché il cavallo? – Zitto! – Raccio. – Quella notte era di servizio la guardia notturna, Gerardo. – Ah! Gerardo! – Zitto! – Taccio. – Mentre transitava in Largo Argentina, ha sentito delle voci provenire dalla libreria che sta sul marciapiede di fronte al Teatro. – E allora? – Insospettito, si è avvicinato ed ha attaccato l’orecchio alla serranda. – Tutta la sua anima era in quell’orecchio. – Zitto, stupido. – Citavo don Lisander. – Taci. – Taccio. – Qualcuno all’interno della libreria stava parlando. – Chi era? – E smettila! – Faccio da spalla. – La guardia ha chiamato la sala operativa, ed in breve sul posto sono piombate due volanti, i fari rotanti blu nella notte. – Caspita! – Era venerdì notte, cretino! – E la banda del buco era in azione, per raggiungere dalla libreria banche o gioiellerie vicine, vero? – Perché? la libreria non apre il sabato mattina? – Già, vero! – E quindi che c’entrano i soliti ignoti? – Non c’entrano. – Le guardie non sono come te, devono accertare. – E che cosa hanno accertato? – Sono entrati nella libreria e l’hanno sorpreso. – E come hanno fatto ad entrare? – Non lo sai? – No. – Police passepartout, justice nulle part. – Hai parafrasato Victor. – Chi? – Hugo. – Eh? – « Police partout, justice nulle part » est une partie d'une citation de Victor Hugo prononcée en juillet 1851 à l'Assemblée nationale. – Et voilà! – Le guardie. – E i ladri. – Abbagliato dalla luce della torcia puntata su di lui, ha tentato con la mano di coprirsi gli occhi, disteso per terra su un fianco, un braccio allungato tra le scansie dei libri. – Era armato? – Uno strano giocattolo in pugno. – Una bomba! Allarme! Allarme! Allarme! – Cretino! Cretino! Cretino! – Ahó! – Avvertite l’artificiere. – Hai visto? – Era il minimo. – Io, invece, il massimo. – Tutti erano immobili, e nell’intervenuto silenzio, si è udita una voce. – Chi era? – Il vociaro. – Chi? – Ma che mi fai dire? – Ah, sono stato io! – Wer sonst? – Sei un poliglotta, sai di francese, tedesco, nient’altro? – Come? – Altri spiriti. – Che genere di spiriti? – Quelli che tu ben conosci, e con cui sai poi darti alle tue disinvolte allegrie. – Ma che dici? ma stai zitto! – È meglio. – Sei tu che ami quel genere di spiriti. – Beh, certo! – Nel silenzio la voce forte e chiara ha detto.
Che cosa ha detto. – “Se sostituiamo la parola «fuoco» con la parola «energia» possiamo quasi ripetere le sue affermazioni parola per parola dal nostro moderno punto di vista. L’energia è difatti la sostanza di cui sono fatte tutte le particelle elementari, tutti gli atomi e perciò tutte le cose, ed energia è ciò che muove. L’energia è una sostanza giacché la sua somma totale non cambia, e giacché le particelle elementari possono effettivamente esser costituite da questa sostanza come si può vedere in molti esperimenti sulla produzione di particelle elementari. L’energia si può mutare in moto, in calore, in luce ed in tensione. Energia può essere detta la causa fondamentale di ogni cambiamento nel mondo.” – Immagino che tutti siano rimasti allibiti. – Tutti, tranne lui, l’amico di Aldo Rossi. – Immagino anche questo. – Si è rizzato in piedi, di colpo. – Un atleta! – E ha mostrato ai presenti l’oggetto misterioso. – E costoro, al suo gesto, immagino, hanno fatto un passo indietro. – Un gesto istintivo. – Certo. – “Eraclìto”, ha mormorato. – Gli altri lo hanno guardato, non convinti. – Pensavano a un piccolo registratore bomba. – Certamente. – Un agente donna, una ragazza, si è protesa verso l’oggetto, che l’amico di Aldo Rossi teneva in mano, e ha detto, sollevando lo sguardo su di lui: “Ma che stai dicendo?” – Capiva che era stato lui a registrare quella voce, ed in un certo senso aveva intuito la verità, ma solo in parte. – D’altronde nessuno avrebbe potuto immaginare l’altra parte, e anche quando l’amico di Aldo Rossi la rivelò, nessuno ovviamente gli credette. – Ma fu un attimo, una voce con forte accento tedesco pronunciò: “Oh, Napoli! Sono orgoglioso di te come napoletano!” – Tutti si guardarono in volto e attorno a loro, non capivano. – In effetti, c’era da stupirsi. Chi aveva parlato? – Io lo so. – Anch’io. – Ma non lo sapevano loro. – Sospettavano lui. – E invece non era lui. – E chi era? – Il vociaro. – Cretino! – Ahó! – Ma che staje ricenn? – Come? – Era stata questa, in verità, la domanda rivolta dalla giovane agente napoletana, in servizio alla squadra volanti della polizia di Roma, all’inebetito, e che altro poteva essere se non un inebetito?, amico di Aldo Rossi. – In originale, dunque? – Una spontaneità che aveva entusiasmato l’anonimo vociaro di lingua tedesca, che si era detto orgoglioso di essere napoletano. – Ma chi diamine era? – Era lo stesso interrogativo, che verosimilmente si era posta la ragazza della polizia, ed infatti domandò: “Ma voi siete tedesco o napoletano, dottore?” – Era un ladro, verosimilmente un ladro, ma doveva essere pur sempre un uomo di cultura: non stava rubando in una libreria? – E che cosa rubava? – Voci. – Mai vista una cosa del genere! – E non l’aveva vista neppure l’agente interrogante, che cominciava a sospettare qualcosa di strano, di cui non sapeva darsi una spiegazione. – E l’inebetito che rispose? – L’inebetito? – Sì. – Eraclìto. – Tanto per fare la rima. – Ignorante, ho sentito uno dei migliori professori di filosofia pronunciare il nome di Eraclito non con l’accento sdrucciolo, ma con quello piano. – Il professore aveva detto Eraclìto? – Sì. – Sei sicuro di averlo sentito? – Sì. – Allora, se non tu, era lui l’inebetito. – Non hai capito. – Basta con queste rime, non fanno ridere. – Eppure, quando l’inebetito farfugliò il nome di Eraclìto, quella giovane agente non poté fare a meno di sorridere. – Stava sdrammatizzando, l’intuito non la tradiva, d’altronde a guardare l’amico di Aldo Rossi in quel frangente, dico io. – Che dici tu? – Che sei un rincretinito. – Ora, ho capito! Sei tu l’amico di Aldo Rossi. – Senti, amico, qui siamo tutti amici di Aldo Rossi. – Anche Aldo Rossi? – E se non lui, chi altrimenti? – Senti. – Eh? – Poi che successe? – Sì sentì di nuovo la voce del tedesco napoletano, o meglio del tedesco che asseriva di essere orgogliosamente napoletano, che pronunciò un breve discorsetto. – Accidenti! (Segue)
LES NEIGES D’ANTAN Nel suo saggio, “François Villon et les neiges d'antan” (1989, Paris), lo scrittore belga Paul Verhuyck (1940-2014) cita il libro del medievalista olandese Herman Pleij, “Le sculture di neve del 1511. Cultura urbana alla fine del Medio Evo.” Si tratta di uno studio che interessa la storia letteraria, sociale e artistica della regione, con particolare riguardo all’inverno del 1511 di Bruxelles. “Quell’inverno fu così severo che gli abitanti modellarono più di cento pupazzi di neve un po' dappertutto nella città. Questi non erano affatto pupazzi di neve alla buona, rudimentali e infantili, ma vere sculture artistiche cesellate nella neve ghiacciata. I personaggi raffigurati erano perlopiù ispirati alla mitologia greco-romana, la storia biblica e la cultura popolare. Un retore bruxellese del ‘500, Jan Smeken, ha descritto queste statue di neve in un poema a strofe di 408 versi: “La meraviglia fatta a Bruxelles di puro ghiaccio e neve…” Il poeta brabantino anima un po' queste figure, impiegando l’allegoria trasparente del disgelo, sempre costruita sulla metafora topografica: i personaggi lasciano il paese di Vriesland (la Frigia, ma anche “il paese del gelo”) e se ne vanno nel paese del disgelo, dell’acqua, vanno a Zelandia (“il paese del mare”). A questa evocazione delle figure di neve, il nostro sapiente retore associa il tema della vanità, con il rimpianto sulla fuga del tempo e il motivo dell’ubi sunt.” Ou sont les neiges d’antan? (Segue)
L’OMBRA DI UNA SCONOSCIUTA L’altro giorno, in largo Benjamin Franklin, il piccolo spiazzo prospiciente il grande parco della Grotta Perfetta, ho incontrato Aldo Rossi, che vive in affitto in una delle case affacciate sul parco. Aldo mi ha detto: “Silvio, vieni da me, che ti devo fare vedere una cosa, sono dei file audio.” Ho risposto che non potevo perché a casa mi aspettava una sconosciuta, che mi era venuta a trovare quella mattina stessa. Aldo Rossi non mi ha capito bene, ma ha insistito, dicendo che la cosa era interessante: “Un giorno luce”, ha detto enigmatico. Allora, gli ho promesso che sarei andato a trovarlo la sera stessa o all’indomani mattina. Aldo si è congedato, dicendomi: “Silvio, ti aspetto, non mancare, e ricordati della nube di Oort.” Io l’ho rassicurato e sono rientrato a casa, desideroso di riappropriarmi subito della mia sconosciuta. Mi spiego meglio. La notte precedente, avevo dormito poco, e sono rimasto a letto nel buio, cercando di comporre la formula del calcolo mnemonico dei quadrati dei numeri a tre cifre, un’equazione lineare del tipo x + y = z, dove le due variabili x e y sommate danno la terza variabile z, variabili che in matematica rappresentano numeri. Ho cominciato allora a calcolare il quadrato del numero 247, avendo deciso di scegliere numeri che potessero riferirsi a un’immagine. Nel corso del calcolo, può capitare, come è capitato a me da principiante, di dimenticare il numero di cui stavo calcolando il quadrato. In seguito, con l’esercizio si acquista una certa dimestichezza, e si riesce a trattenere meglio il ricordo immediato, basta lasciar perdere la strada di calcolo su cui ci si è incamminati, e tornare indietro a rinsaldare quanto acquisito, a cominciare dal numero di partenza. Ecco, da ultimo, ho trovato un modo: legare il numero a un’immagine. Non fa questo la smorfia napoletana, che per saggezza antica sa come siano labili i sogni e le immagini ad essi legati? Il 247? Ne parliamo dopo. (Segue)
INTERROGAZIONE “I pastori abitano, invisibili, fuori del deserto della terra devastata.” – Eh? – Chi ha detto questo e che cosa significa quanto detto? – Boh! – Andiamo bene, bidelli a me! – Comandi, professore. – Prendete per la collottola questo individuo e buttatelo fuori della scuola. – Un momento! – Che c’è? – Me ne vado da solo. – Sbrigati, prima che ci ripenso! – Prufessò, ci vediamo. – Insolente. – Via!
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
7 commenti:
2. Il ponte sul fiume Hao
Ti eri un po' irritato? – Ma stai zitto! – Insomma, mi vuoi dire come sta l’amico ricoverato in ospedale? – Frastornato, ma non piantonato, direi, comunque spiato. – Come? – Quando sono andato a chiedere al medico che l’ha in cura, ho capito che lo stavano spiando. – In che senso? – Avevano frainteso quel nostro modo di celiare. – E pensavano che tu fossi un suo complice? – Sì, una contraddizione. – Perché? Tu non sei un suo complice? – In che senso? – Nel senso di quel tuo “o fra’ ”, accompagnato dall’occhiolino. – Ma quale occhiolino? Ma che cosa stai dicendo? – Perché insorgi? – Tu sei un loro sodale, spione maledetto. – Io ti consiglio di non gridare. – Ed io ti consiglio di non spiare. – Abbiamo finito con questo nostro teatrino? – Certo. – Allora spiegami che cosa è successo, dall’inizio, perché io non ho ancora capito niente. – Va bene, ora ti racconto. – Ti ascolto in silenzio, come un gatto lunare. – E che c’entra il gatto lunare? – Va bene, non c’entra, racconta. – Era una notte buia e tempestosa. – “Era una notte buia e tempestosa” (in inglese It was a dark and stormy night) è il celebre incipit del romanzo Paul Clifford di Edward Bulwer-Lytton, pubblicato nel 1830. La frase è universalmente nota per essere l'inizio preferito dei racconti di Snoopy, personaggio dei fumetti Peanuts di Charles M. Schulz, ed è diventata un archetipo del cliché letterario. – Ti fai sempre aiutare dalla IA. – Racconta. – Quella notte, che notte, quella notte, se ci penso, mi sento le ossa rotte. – Ma non hanno trattenuto anche te? – Chi? dove? – In manicomio. – E perché? – Soffri di amnesie? – No, perché? – Poco fa ti sei messo a cantare, invece che raccontare del ricovero dell’amico e del mancato ricovero di Fritz. – Chi è Fritz? – L’amico Fritz. – Non capisco. – Non lo sai? – Che cosa? – Chi è l’amico Fritz. – Un’opera lirica di Mascagni. – Sei passato dalla musica leggera a quella lirica. – Come? –Fred Buscaglione: “Che notte, che notte quella notte! Se ci penso, mi sento le ossa rotte.” – Eh? – “L’ amico Fritz” è una locuzione che si usa per fare riferimento a qualcuno a noi noto, ma di cui non si vuole fare il nome, qualcuno per il quale si allude a un ipotetico rapporto con un’altra persona, sottintendendo una relazione segreta. Serve perciò a indicare un rapporto che, per motivi vari, non vuole dichiararsi per quello che è. – Ah! ho capito. –Che cosa?
È lui, il nostro Friedrich, l’amico Fritz. – Non ti nascondere dietro lui. – Io? – Sì. – Come? – Chi c’è “qui” ed “ora”? – Io e te. – Quindi, nessun altro, Friedrich Nietzsche, il canterino di Torino, sei tu. – Stai dicendo che io sono pazzo? – Sì, e mi domando perché non ti hanno trattenuto al manicomio. – Mi fanno fare da esca, per scoprire il pesce più grosso. – La balena? – Sì, tu. – Pesci. – Come? – Zhuangzi e Huizi stavano passeggiando sul ponte sopra il fiume Hao. Guardando giù, Zhuangzi osservò i pesci che guizzavano nell'acqua e disse: "Guarda come i pesci guizzano fuori e giocano a loro agio. Questa è la felicità dei pesci". Huizi rispose: "Tu non sei un pesce, come puoi sapere in cosa consiste il divertimento (felicità) dei pesci?" Zhuangzi replicò prontamente: "Tu non sei me. Come puoi sapere che io non so in cosa consiste il divertimento dei pesci?" Huizi rispose: "Io non sono te, e di certo non ti conosco appieno. Ma tu di certo non sei un pesce, quindi è certo che tu non conosca la felicità dei pesci". Zhuangzi disse: "Torniamo alla domanda originale. Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci — quindi, tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto la domanda. Io lo so dai miei sentimenti qui, sopra il fiume Hao". – Ehi, pesce, spiega. – La celebre storia che vede protagonisti i filosofi taoisti Zhuangzi (Chuang Tzu) e il suo amico/rivale Huizi (Hui Shi) mentre camminano insieme è nota come la "felicità dei pesci" o il dibattito sul ponte del fiume Hao. – E quindi? – La storiella è raccontata dal fisico Angelo Rovelli nel suo ultimo libro di divulgazione. – Ti ho beccato! – A me? – Stanno arrivando. – Chi? – Non senti la sirena bitonale della volante psichiatrica. – A te, questa sirena bitonale, ti risuona nel cervello incessantemente. – “A me non mi” risuona. – “A te non ti”? – No. – A lui, sì. – Chi? – Chi sono quelli? – Ah, sono quasi arrivati. – Dov’è? – Si sta allontanando in quella direzione. – Eccolo là! Via!
3. L’energia e il fuoco
Ti hanno rilasciato? – Sì. – E sei venuto a compiere la tua vendetta? – Sì. – Quale? – La vendetta d’inverno. – Non capisco. – Diventerai acqua. – Io? – Sì. – E come? – Prima diventerai una statua di ghiaccio, con il freddo gelido. – E poi? – Ti scioglierai e diventerai acqua. – Come? – Leggi il racconto saggio, pubblicato in passato e che sarà pubblicato domanii, e di cui qui di seguito, Il “Raccoglitore” pubblica un’anteprima. – Ah, ecco! – E adesso sciogliamo alcuni enigmi della storia finora raccontata. – Chi è il protagonista? – A questo punto non è importante, meglio raccontare la trama. – Va bene, ma dobbiamo pur dare un’identità a questo negativo protagonista della nostra storia. – D’accordo. – Allora? – L’amico di Aldo Rossi era rimasto chiuso nella libreria. – Ho già sentito quel nome. – Sì, si tratta di un personaggio di un racconto interrotto, ma che prima o dopo dovrà pure avere un seguito. – Ricordiamo il titolo del racconto? – “Un giorno luce”, pubblicato tempo fa, e che sarà pubblicato, posdomani o il terzo giorno, e di cui qui di seguito Il “Raccoglitore” pubblica l’incipit. – Allora quella notte, che notte. – Non ricominciamo. – No. – Quella notte, dunque… – Buia e tempestosa. – Adesso, se non la smetti, ti caccio fuori. – Va bene, ascolto senza intervenire. – Quella notte, era la notte a cavallo tra venerdì e sabato. – Perché il cavallo? – Zitto! – Raccio. – Quella notte era di servizio la guardia notturna, Gerardo. – Ah! Gerardo! – Zitto! – Taccio. – Mentre transitava in Largo Argentina, ha sentito delle voci provenire dalla libreria che sta sul marciapiede di fronte al Teatro. – E allora? – Insospettito, si è avvicinato ed ha attaccato l’orecchio alla serranda. – Tutta la sua anima era in quell’orecchio. – Zitto, stupido. – Citavo don Lisander. – Taci. – Taccio. – Qualcuno all’interno della libreria stava parlando. – Chi era? – E smettila! – Faccio da spalla. – La guardia ha chiamato la sala operativa, ed in breve sul posto sono piombate due volanti, i fari rotanti blu nella notte. – Caspita! – Era venerdì notte, cretino! – E la banda del buco era in azione, per raggiungere dalla libreria banche o gioiellerie vicine, vero? – Perché? la libreria non apre il sabato mattina? – Già, vero! – E quindi che c’entrano i soliti ignoti? – Non c’entrano. – Le guardie non sono come te, devono accertare. – E che cosa hanno accertato? – Sono entrati nella libreria e l’hanno sorpreso. – E come hanno fatto ad entrare? – Non lo sai? – No. – Police passepartout, justice nulle part. – Hai parafrasato Victor. – Chi? – Hugo. – Eh? – « Police partout, justice nulle part » est une partie d'une citation de Victor Hugo prononcée en juillet 1851 à l'Assemblée nationale. – Et voilà! – Le guardie. – E i ladri. – Abbagliato dalla luce della torcia puntata su di lui, ha tentato con la mano di coprirsi gli occhi, disteso per terra su un fianco, un braccio allungato tra le scansie dei libri. – Era armato? – Uno strano giocattolo in pugno. – Una bomba! Allarme! Allarme! Allarme! – Cretino! Cretino! Cretino! – Ahó! – Avvertite l’artificiere. – Hai visto? – Era il minimo. – Io, invece, il massimo. – Tutti erano immobili, e nell’intervenuto silenzio, si è udita una voce. – Chi era? – Il vociaro. – Chi? – Ma che mi fai dire? – Ah, sono stato io! – Wer sonst? – Sei un poliglotta, sai di francese, tedesco, nient’altro? – Come? – Altri spiriti. – Che genere di spiriti? – Quelli che tu ben conosci, e con cui sai poi darti alle tue disinvolte allegrie. – Ma che dici? ma stai zitto! – È meglio. – Sei tu che ami quel genere di spiriti. – Beh, certo! – Nel silenzio la voce forte e chiara ha detto.
Che cosa ha detto. – “Se sostituiamo la parola «fuoco» con la parola «energia» possiamo quasi ripetere le sue affermazioni parola per parola dal nostro moderno punto di vista. L’energia è difatti la sostanza di cui sono fatte tutte le particelle elementari, tutti gli atomi e perciò tutte le cose, ed energia è ciò che muove. L’energia è una sostanza giacché la sua somma totale non cambia, e giacché le particelle elementari possono effettivamente esser costituite da questa sostanza come si può vedere in molti esperimenti sulla produzione di particelle elementari. L’energia si può mutare in moto, in calore, in luce ed in tensione. Energia può essere detta la causa fondamentale di ogni cambiamento nel mondo.” – Immagino che tutti siano rimasti allibiti. – Tutti, tranne lui, l’amico di Aldo Rossi. – Immagino anche questo. – Si è rizzato in piedi, di colpo. – Un atleta! – E ha mostrato ai presenti l’oggetto misterioso. – E costoro, al suo gesto, immagino, hanno fatto un passo indietro. – Un gesto istintivo. – Certo. – “Eraclìto”, ha mormorato. – Gli altri lo hanno guardato, non convinti. – Pensavano a un piccolo registratore bomba. – Certamente. – Un agente donna, una ragazza, si è protesa verso l’oggetto, che l’amico di Aldo Rossi teneva in mano, e ha detto, sollevando lo sguardo su di lui: “Ma che stai dicendo?” – Capiva che era stato lui a registrare quella voce, ed in un certo senso aveva intuito la verità, ma solo in parte. – D’altronde nessuno avrebbe potuto immaginare l’altra parte, e anche quando l’amico di Aldo Rossi la rivelò, nessuno ovviamente gli credette. – Ma fu un attimo, una voce con forte accento tedesco pronunciò: “Oh, Napoli! Sono orgoglioso di te come napoletano!” – Tutti si guardarono in volto e attorno a loro, non capivano. – In effetti, c’era da stupirsi. Chi aveva parlato? – Io lo so. – Anch’io. – Ma non lo sapevano loro. – Sospettavano lui. – E invece non era lui. – E chi era? – Il vociaro. – Cretino! – Ahó! – Ma che staje ricenn? – Come? – Era stata questa, in verità, la domanda rivolta dalla giovane agente napoletana, in servizio alla squadra volanti della polizia di Roma, all’inebetito, e che altro poteva essere se non un inebetito?, amico di Aldo Rossi. – In originale, dunque? – Una spontaneità che aveva entusiasmato l’anonimo vociaro di lingua tedesca, che si era detto orgoglioso di essere napoletano. – Ma chi diamine era? – Era lo stesso interrogativo, che verosimilmente si era posta la ragazza della polizia, ed infatti domandò: “Ma voi siete tedesco o napoletano, dottore?” – Era un ladro, verosimilmente un ladro, ma doveva essere pur sempre un uomo di cultura: non stava rubando in una libreria? – E che cosa rubava? – Voci. – Mai vista una cosa del genere! – E non l’aveva vista neppure l’agente interrogante, che cominciava a sospettare qualcosa di strano, di cui non sapeva darsi una spiegazione. – E l’inebetito che rispose? – L’inebetito? – Sì. – Eraclìto. – Tanto per fare la rima. – Ignorante, ho sentito uno dei migliori professori di filosofia pronunciare il nome di Eraclito non con l’accento sdrucciolo, ma con quello piano. – Il professore aveva detto Eraclìto? – Sì. – Sei sicuro di averlo sentito? – Sì. – Allora, se non tu, era lui l’inebetito. – Non hai capito. – Basta con queste rime, non fanno ridere. – Eppure, quando l’inebetito farfugliò il nome di Eraclìto, quella giovane agente non poté fare a meno di sorridere. – Stava sdrammatizzando, l’intuito non la tradiva, d’altronde a guardare l’amico di Aldo Rossi in quel frangente, dico io. – Che dici tu? – Che sei un rincretinito. – Ora, ho capito! Sei tu l’amico di Aldo Rossi. – Senti, amico, qui siamo tutti amici di Aldo Rossi. – Anche Aldo Rossi? – E se non lui, chi altrimenti? – Senti. – Eh? – Poi che successe? – Sì sentì di nuovo la voce del tedesco napoletano, o meglio del tedesco che asseriva di essere orgogliosamente napoletano, che pronunciò un breve discorsetto. – Accidenti!
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LES NEIGES D’ANTAN
Nel suo saggio, “François Villon et les neiges d'antan” (1989, Paris), lo scrittore belga Paul Verhuyck (1940-2014) cita il libro del medievalista olandese Herman Pleij, “Le sculture di neve del 1511. Cultura urbana alla fine del Medio Evo.” Si tratta di uno studio che interessa la storia letteraria, sociale e artistica della regione, con particolare riguardo all’inverno del 1511 di Bruxelles. “Quell’inverno fu così severo che gli abitanti modellarono più di cento pupazzi di neve un po' dappertutto nella città. Questi non erano affatto pupazzi di neve alla buona, rudimentali e infantili, ma vere sculture artistiche cesellate nella neve ghiacciata. I personaggi raffigurati erano perlopiù ispirati alla mitologia greco-romana, la storia biblica e la cultura popolare. Un retore bruxellese del ‘500, Jan Smeken, ha descritto queste statue di neve in un poema a strofe di 408 versi: “La meraviglia fatta a Bruxelles di puro ghiaccio e neve…” Il poeta brabantino anima un po' queste figure, impiegando l’allegoria trasparente del disgelo, sempre costruita sulla metafora topografica: i personaggi lasciano il paese di Vriesland (la Frigia, ma anche “il paese del gelo”) e se ne vanno nel paese del disgelo, dell’acqua, vanno a Zelandia (“il paese del mare”). A questa evocazione delle figure di neve, il nostro sapiente retore associa il tema della vanità, con il rimpianto sulla fuga del tempo e il motivo dell’ubi sunt.” Ou sont les neiges d’antan?
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UN GIORNO LUCE
L’OMBRA DI UNA SCONOSCIUTA
L’altro giorno, in largo Benjamin Franklin, il piccolo spiazzo prospiciente il grande parco della Grotta Perfetta, ho incontrato Aldo Rossi, che vive in affitto in una delle case affacciate sul parco. Aldo mi ha detto: “Silvio, vieni da me, che ti devo fare vedere una cosa, sono dei file audio.” Ho risposto che non potevo perché a casa mi aspettava una sconosciuta, che mi era venuta a trovare quella mattina stessa. Aldo Rossi non mi ha capito bene, ma ha insistito, dicendo che la cosa era interessante: “Un giorno luce”, ha detto enigmatico. Allora, gli ho promesso che sarei andato a trovarlo la sera stessa o all’indomani mattina. Aldo si è congedato, dicendomi: “Silvio, ti aspetto, non mancare, e ricordati della nube di Oort.” Io l’ho rassicurato e sono rientrato a casa, desideroso di riappropriarmi subito della mia sconosciuta.
Mi spiego meglio. La notte precedente, avevo dormito poco, e sono rimasto a letto nel buio, cercando di comporre la formula del calcolo mnemonico dei quadrati dei numeri a tre cifre, un’equazione lineare del tipo x + y = z, dove le due variabili x e y sommate danno la terza variabile z, variabili che in matematica rappresentano numeri. Ho cominciato allora a calcolare il quadrato del numero 247, avendo deciso di scegliere numeri che potessero riferirsi a un’immagine. Nel corso del calcolo, può capitare, come è capitato a me da principiante, di dimenticare il numero di cui stavo calcolando il quadrato. In seguito, con l’esercizio si acquista una certa dimestichezza, e si riesce a trattenere meglio il ricordo immediato, basta lasciar perdere la strada di calcolo su cui ci si è incamminati, e tornare indietro a rinsaldare quanto acquisito, a cominciare dal numero di partenza. Ecco, da ultimo, ho trovato un modo: legare il numero a un’immagine. Non fa questo la smorfia napoletana, che per saggezza antica sa come siano labili i sogni e le immagini ad essi legati? Il 247? Ne parliamo dopo.
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INTERROGAZIONE
“I pastori abitano, invisibili, fuori del deserto della terra devastata.” – Eh? – Chi ha detto questo e che cosa significa quanto detto? – Boh! – Andiamo bene, bidelli a me! – Comandi, professore. – Prendete per la collottola questo individuo e buttatelo fuori della scuola. – Un momento! – Che c’è? – Me ne vado da solo. – Sbrigati, prima che ci ripenso! – Prufessò, ci vediamo. – Insolente. – Via!
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