Nel suo saggio, “François Villon et les neiges d'antan” (1989, Paris), lo scrittore belga Paul Verhuyck (1940-2014) cita il libro del medievalista olandese Herman Pleij, “Le sculture di neve del 1511. Cultura urbana alla fine del Medio Evo.” Si tratta di uno studio che interessa la storia letteraria, sociale e artistica della regione, con particolare riguardo all’inverno del 1511 di Bruxelles. “Quell’inverno fu così severo che gli abitanti modellarono più di cento pupazzi di neve un po' dappertutto nella città. Questi non erano affatto pupazzi di neve alla buona, rudimentali e infantili, ma vere sculture artistiche cesellate nella neve ghiacciata. I personaggi raffigurati erano perlopiù ispirati alla mitologia greco-romana, la storia biblica e la cultura popolare. Un retore bruxellese del ‘500, Jan Smeken, ha descritto queste statue di neve in un poema a strofe di 408 versi: “La meraviglia fatta a Bruxelles di puro ghiaccio e neve…” Il poeta brabantino anima un po' queste figure, impiegando l’allegoria trasparente del disgelo, sempre costruita sulla metafora topografica: i personaggi lasciano il paese di Vriesland (la Frigia, ma anche “il paese del gelo”) e se ne vanno nel paese del disgelo, dell’acqua, vanno a Zelandia (“il paese del mare”). A questa evocazione delle figure di neve, il nostro sapiente retore associa il tema della vanità, con il rimpianto sulla fuga del tempo e il motivo dell’ubi sunt.” Ou sont les neiges d’antan? L’interrogativo è il ritornello della “Ballata delle dame del tempo che fu”, la celebre poesia del non meno celebre poeta cinquecentesco francese François Villon, laureato in lettere all’Università di Parigi, una vita disordinata nel quartiere latino, divenuto chierico e assassino di un prete, fuggito in esilio per sottrarsi all’arresto. Rientrato anni dopo, coinvolto in una rissa, dove venne ferito un notaio, fu condannato all’impiccagione e quindi definitivamente esiliato, senza più lasciare tracce di sé.
Nel suo saggio, scrive il Verhuyck: “La Ballade des dames du temps jadis è già stata commentata abbondantemente, ma io voglio esaminare il senso primo, letterale, oggettivo. Di che cosa si tratta? Dopo aver messo insieme, nelle ottave precedenti, i topoi del contemptus mundi, del tempo fuggitivo, della danza macabra e dell’ubi sunt, Villon presenta nella sua ballata un certo numero di dame del tempo che fu di origini fortemente diverse: donne antiche e mitologiche, figure medievali, leggendarie e storiche. Quale che sia la differenza delle loro sorti, esse hanno dovuto tutte morire. Riguardo a queste dame, Villon si domanda dove sono esse ora. Ubi sunt qui ante nos in terra fuere? Vi è tutta una tradizione medievale di poemi che si interrogano su dove sono andati a finire i defunti, ma Villon associa il suo ubi sunt alle nevi in disgelo. Il ritornello con le celebri neiges d’antan è sempre spiegato come una metafora del disgelo applicato alla fuga inesorabile del tempo, che conduce dalla vita al trapasso. Questo resta vero, evidentemente, ma non spiega perché Villon ha utilizzato la metafora della neve invece d’altro. […] Le neiges d’antan, vale a dire le nevi dell’anno passato (ante annum), erano delle vere figure di neve, che Villon ha veramente potuto vedere nelle strade della città. queste sculture di neve, inserite nella cultura festiva, noi le abbiamo incontrate prima di lui e dopo di lui. Villon ha potuto vedere la Taide di neve sulla piazza, la Eloisa di neve all’incrocio, la Eco sulla riva del fiume etc. Come ad Anversa nel 1772, ha potuto vedere la Flora di neve, alta dodici piedi, all’angolo di una strada. Come ad Arras nel 1434, Villon ha potuto vedere la bella Lorenese Giovanna d’Arco nel rogo di ghiaccio (che ossimoro cosmico!), accerchiata dalla soldataglia. […] questa lettura letterale della parola neiges conferisce in effetti al poema un’intensità ottica, un rilievo visivo. "Où sont les neiges d'antan?" è certo una questione metafisica, ma smette di essere metaforica, perché essa è tracciata nella realtà più tangibile. […] Prendere Villon alla lettera, vedere le nevi con lui, vedere con lui l’arte più effimera del suo tempo, dà alla ballata una dimensione di avvenimento storico circostanziato e pertanto situa la ballata, se non in una situazione di rappresentazione teatrale, almeno di coordinate spaziali, scultura e spettacolo, nella geometria festosa della città. In principio era la neve, c’era prima lo spettacolo. Questo spettacolo Villon l’ha trascritto letteralmente. Où sont les neiges d'antan? Dove la regina disciolta? Dove la dea disgelata? Dove la santa liquefatta? Ditemi, in quale paese: in Zelandia, il paese del disgelo, come canta Smeken?”
E dopo avere esaminato altre circostanze e posto altre diverse questioni sul poema di Villon, Paul Verhuyck conclude il suo saggio con alcuni interrogativi: “Quale che sia, l’inverno delle sculture del 1457 è di tutta evidenza il più interessante e quello meglio situato. Se è servito da detonatore alla Ballata delle neiges d’antan, il senso concreto ed etimologico d’antan (“ante annum”, l’anno passato), che tutti sono d’accordo nel riconoscere nel ritornello, situa ormai la ballata delle dame nel 1458. Noi abbiamo dunque una nuova data nella cronologia villoniana. Ma l’inverno 1457-58 solleva un altro problema, quello del luogo. Perché in quel periodo Villon è assente da Parigi. La questione di sapere se vi sia stata effettivamente una festa di neve a Parigi nel 1457 dunque non si pone. In quella data, Villon ha dovuto descrivere una feste di neve in una città di provincia, e non sappiamo neanche dove. Ditemi in quale paese: Blois, Bourges, Rennes, Saint-Maixent? Oppure Bruxelles, come suggerisce Rabelais, Bruxelles dove la tradizione delle sculture di ghiaccio è bella e buona attestata? Ci domandiamo se ricerche più approfondite sui pupazzi di neve non potrebbero contribuire a precisare l’itinerario di Villon tra il 1457 e il 1461. In breve, se per la datazione, le sculture di neve non modificano sensibilmente la nostra conoscenza della cronologia villoniana, esse non hanno fornito d’altra parte la possibilità di arricchire la lettura della ballata di un senso nuovo, il senso letterale. Diciamoci che sarebbe ben triste di non menzionare, nella grande tradizione secolare delle statue di neve, la sua descrizione la più prestigiosa, la sua testimonianza la più allusiva (in quanto la più trascendente): la Ballata delle dame del tempo che fu di François Villon. Ma anche se è vero che questa tradizione festosa di retoriche urbane concretizza meglio l’ispirazione di questo poema, la questione storico-positivista permane: Villon ha veramente visto tale e tale figura di neve in quel posto in quell’anno? Io non saprei rispondervi, ma stante l’esistenza delle sculture di neve, ho per crederlo il miglior argomento possibile: la parola neiges, la parola di Villon stesso. E in un colloquio invernale organizzato per celebrare la sua memoria, quale villoniano vorrebbe contraddire la parola del Maestro François, le sue lettere scritte nel ghiaccio, le sue parole in disgelo?”
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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LES NEIGES D’ANTAN
Nel suo saggio, “François Villon et les neiges d'antan” (1989, Paris), lo scrittore belga Paul Verhuyck (1940-2014) cita il libro del medievalista olandese Herman Pleij, “Le sculture di neve del 1511. Cultura urbana alla fine del Medio Evo.” Si tratta di uno studio che interessa la storia letteraria, sociale e artistica della regione, con particolare riguardo all’inverno del 1511 di Bruxelles. “Quell’inverno fu così severo che gli abitanti modellarono più di cento pupazzi di neve un po' dappertutto nella città. Questi non erano affatto pupazzi di neve alla buona, rudimentali e infantili, ma vere sculture artistiche cesellate nella neve ghiacciata. I personaggi raffigurati erano perlopiù ispirati alla mitologia greco-romana, la storia biblica e la cultura popolare. Un retore bruxellese del ‘500, Jan Smeken, ha descritto queste statue di neve in un poema a strofe di 408 versi: “La meraviglia fatta a Bruxelles di puro ghiaccio e neve…” Il poeta brabantino anima un po' queste figure, impiegando l’allegoria trasparente del disgelo, sempre costruita sulla metafora topografica: i personaggi lasciano il paese di Vriesland (la Frigia, ma anche “il paese del gelo”) e se ne vanno nel paese del disgelo, dell’acqua, vanno a Zelandia (“il paese del mare”). A questa evocazione delle figure di neve, il nostro sapiente retore associa il tema della vanità, con il rimpianto sulla fuga del tempo e il motivo dell’ubi sunt.” Ou sont les neiges d’antan?
L’interrogativo è il ritornello della “Ballata delle dame del tempo che fu”, la celebre poesia del non meno celebre poeta cinquecentesco francese François Villon, laureato in lettere all’Università di Parigi, una vita disordinata nel quartiere latino, divenuto chierico e assassino di un prete, fuggito in esilio per sottrarsi all’arresto. Rientrato anni dopo, coinvolto in una rissa, dove venne ferito un notaio, fu condannato all’impiccagione e quindi definitivamente esiliato, senza più lasciare tracce di sé.
Nel suo saggio, scrive il Verhuyck: “La Ballade des dames du temps jadis è già stata commentata abbondantemente, ma io voglio esaminare il senso primo, letterale, oggettivo. Di che cosa si tratta? Dopo aver messo insieme, nelle ottave precedenti, i topoi del contemptus mundi, del tempo fuggitivo, della danza macabra e dell’ubi sunt, Villon presenta nella sua ballata un certo numero di dame del tempo che fu di origini fortemente diverse: donne antiche e mitologiche, figure medievali, leggendarie e storiche. Quale che sia la differenza delle loro sorti, esse hanno dovuto tutte morire. Riguardo a queste dame, Villon si domanda dove sono esse ora. Ubi sunt qui ante nos in terra fuere? Vi è tutta una tradizione medievale di poemi che si interrogano su dove sono andati a finire i defunti, ma Villon associa il suo ubi sunt alle nevi in disgelo. Il ritornello con le celebri neiges d’antan è sempre spiegato come una metafora del disgelo applicato alla fuga inesorabile del tempo, che conduce dalla vita al trapasso. Questo resta vero, evidentemente, ma non spiega perché Villon ha utilizzato la metafora della neve invece d’altro. […] Le neiges d’antan, vale a dire le nevi dell’anno passato (ante annum), erano delle vere figure di neve, che Villon ha veramente potuto vedere nelle strade della città. queste sculture di neve, inserite nella cultura festiva, noi le abbiamo incontrate prima di lui e dopo di lui. Villon ha potuto vedere la Taide di neve sulla piazza, la Eloisa di neve all’incrocio, la Eco sulla riva del fiume etc. Come ad Anversa nel 1772, ha potuto vedere la Flora di neve, alta dodici piedi, all’angolo di una strada. Come ad Arras nel 1434, Villon ha potuto vedere la bella Lorenese Giovanna d’Arco nel rogo di ghiaccio (che ossimoro cosmico!), accerchiata dalla soldataglia. […] questa lettura letterale della parola neiges conferisce in effetti al poema un’intensità ottica, un rilievo visivo. "Où sont les neiges d'antan?" è certo una questione metafisica, ma smette di essere metaforica, perché essa è tracciata nella realtà più tangibile. […] Prendere Villon alla lettera, vedere le nevi con lui, vedere con lui l’arte più effimera del suo tempo, dà alla ballata una dimensione di avvenimento storico circostanziato e pertanto situa la ballata, se non in una situazione di rappresentazione teatrale, almeno di coordinate spaziali, scultura e spettacolo, nella geometria festosa della città. In principio era la neve, c’era prima lo spettacolo. Questo spettacolo Villon l’ha trascritto letteralmente. Où sont les neiges d'antan? Dove la regina disciolta? Dove la dea disgelata? Dove la santa liquefatta? Ditemi, in quale paese: in Zelandia, il paese del disgelo, come canta Smeken?”
E dopo avere esaminato altre circostanze e posto altre diverse questioni sul poema di Villon, Paul Verhuyck conclude il suo saggio con alcuni interrogativi: “Quale che sia, l’inverno delle sculture del 1457 è di tutta evidenza il più interessante e quello meglio situato. Se è servito da detonatore alla Ballata delle neiges d’antan, il senso concreto ed etimologico d’antan (“ante annum”, l’anno passato), che tutti sono d’accordo nel riconoscere nel ritornello, situa ormai la ballata delle dame nel 1458. Noi abbiamo dunque una nuova data nella cronologia villoniana. Ma l’inverno 1457-58 solleva un altro problema, quello del luogo. Perché in quel periodo Villon è assente da Parigi. La questione di sapere se vi sia stata effettivamente una festa di neve a Parigi nel 1457 dunque non si pone. In quella data, Villon ha dovuto descrivere una feste di neve in una città di provincia, e non sappiamo neanche dove. Ditemi in quale paese: Blois, Bourges, Rennes, Saint-Maixent? Oppure Bruxelles, come suggerisce Rabelais, Bruxelles dove la tradizione delle sculture di ghiaccio è bella e buona attestata? Ci domandiamo se ricerche più approfondite sui pupazzi di neve non potrebbero contribuire a precisare l’itinerario di Villon tra il 1457 e il 1461. In breve, se per la datazione, le sculture di neve non modificano sensibilmente la nostra conoscenza della cronologia villoniana, esse non hanno fornito d’altra parte la possibilità di arricchire la lettura della ballata di un senso nuovo, il senso letterale. Diciamoci che sarebbe ben triste di non menzionare, nella grande tradizione secolare delle statue di neve, la sua descrizione la più prestigiosa, la sua testimonianza la più allusiva (in quanto la più trascendente): la Ballata delle dame del tempo che fu di François Villon.
Ma anche se è vero che questa tradizione festosa di retoriche urbane concretizza meglio l’ispirazione di questo poema, la questione storico-positivista permane: Villon ha veramente visto tale e tale figura di neve in quel posto in quell’anno? Io non saprei rispondervi, ma stante l’esistenza delle sculture di neve, ho per crederlo il miglior argomento possibile: la parola neiges, la parola di Villon stesso. E in un colloquio invernale organizzato per celebrare la sua memoria, quale villoniano vorrebbe contraddire la parola del Maestro François, le sue lettere scritte nel ghiaccio, le sue parole in disgelo?”
IMMAGINE
Bruges, Festival annuale delle sculture di ghiaccio.
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