giovedì 12 febbraio 2026

Narrativa

 

           Le voci dei libri


4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LE VOCI DEI LIBRI

Essendo gli archetipi, per definizione, inestricabilmente intrecciati, “in uno stato di contaminazione, di totale reciproca compenetrazione e interfusione.” (Jung)
James Hillman, “Anima”, 1985

PROLOGO
Il racconto, “Le voci dei libri”, reca in epigrafe una citazione tratta dal testo di Hillman, “Anima”. Si tratta del capitolo relativo all’anima della divina sizigia, la coppia divina, composta da Animus (l’archetipo, o immagine primordiale, maschile nella psiche femminile) e Anima (l’archetipo femminile nella psiche maschile). Gli archetipi, intrecciandosi, si completano, contaminandosi e fondendosi. Da questo inestricabile intreccio, a giudizio nostro (nostro di chi?), si genera un flusso di coscienza, un magma indistinto di immagini psichiche, incanalato in una composizione letteraria, a sua volta disordinata e confusa, e quindi oscuramente comprensibile.

RIASSUNTO
L’uno riferisce all’altro di essere andato a trovare un loro amico ricoverato in una struttura sanitaria psichiatrica, prestandosi a un equivoco per un frasario assimilabile al gergo della malavita argentina e napoletana, che li fa apparire complici, tanto che il narrante (l’uno) tradito dal compagno (l’altro) viene bloccato e ricoverato anche lui. In seguito i due si ritrovano e si raccontano la storia dell’amico di Aldo Rossi, sorpreso di notte in una libreria del centro di Roma e arrestato per furto di energia creativa.

L’IDENTIFICAZIONE
Il ladro notturno, condotto nell’ufficio di polizia, viene identificato da un agente.
Come ti chiami? – (farfuglia) silvio lo parente. – Come? – (farfuglia) enea silvio. – Più forte! – Enea di Silvio lo parente. – Allora, scriviamo: Enea Silvio Loparente. – Sì. – Nato? – Lavinia. – Allora, nato a Lavinio, Roma, vero? – Sì, Roma. (farfuglia) Inferno, II Canto. – Come? – Niente. – Va bene, allora firma qua. (Silvio Enea Loparente fa uno scarabocchio. L’agente guarda e dice: “Firma leggibile”. Poi ci ripensa: “Va bene così.”)

LE INDAGINI
Dall’interrogatorio emerge che il Loparente si era nascosto nella toilette della libreria, fino all’orario di chiusura, e durante la notte aveva copiato, e registrato a voce brani di due libri: uno, l’edizione italiana di “Fisica e Filosofia” di Werner Heisenberg, l’altro, un testo di Hans-Georg Gadamer: “Eraclito. Ermeneutica e mondo antico”. Era stato sorpreso disteso a terra tra due scaffali, verosimilmente per sfuggire alla vista. Alla luce della normativa vigente, era stato denunciato in stato di libertà, per furto di energia creativa, ex art. 624 co 2 C.P. Comunque era sospettato di altri possibili reati, accertamenti in corso, gli investigatori pensavano alla banda del buco, i soliti ignoti. L’apparecchio, un miniregistratore, con una scheda S, sconosciuta, sotto sequestro, era stato inviato a un laboratorio scientifico. Il Loparente, di cui era in corso una vera identificazione, aveva fornito generalità immaginarie (quindi false, no, finte), ed era stato ricoverato presso una struttura sanitaria di salute mentale, essendo risultato in grave stato di disagio psichico. Le indagini, per scoprire se avesse complici, erano in corso, c’era il sospetto su un suo simile, con cui, pare, formasse una impropria sizigia.

IL PROCESSO
Il Loparente fu assolto, grazie ad un’appassionata arringa in difesa del suo assistito: “Ma qualo furto (sic!), signor giudice, qualo furto di energia creativa? Qui la giustizia esercita una energia distruttiva, un fuoco eracliteo, una deflagrazione universale (addirittura!).” In verità, al di là della passione difensiva, la foga oratoria con scivoloni grammaticali dell’avvocato, il giudice accolse l’obiezione giuridica. In applicazione del principio di specialità, ex art. 15 Cp, la norma speciale derogava a quella generale, art. 171 (L. 633/1941) riproduzione libri. Ed essendo la presunta copiatura al di sotto del 15%, l’atto doveva considerarsi legale. L’imputato fu quindi scagionato, pur restando una scia di sospetti sulle sue anomalie di comportamento.

Silvio Minieri ha detto...

ANOMALIE
Si scoprì che nel fornire generalità finte, si era ispirato al II Canto v.13 dell’Inferno. Dante si rivolge a Virgilio e gli esprime tutti i suoi dubbi sull’impresa che sta per affrontare. Ricorda che lo stesso Virgilio cantò di Enea, il quale fu protagonista di una discesa agli inferi ancora vivo: egli però avrebbe contribuito alla fondazione di Roma, centro dell’Impero Romano e poi sede del Papato.
Tu dici che di Silvio il parente, 13
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
Tu dici che il padre di Silvio (Enea),
ancora in vita, andò nell'Aldilà
in carne e ossa, con tutto il corpo.
Il v. 13 indica Enea come padre di Silvio, il figlio avuto da Lavinia.
L’anonimo sconosciuto non fu accusato di avere fornito “false” generalità, in quanto dichiarò di non avere generalità “vere”, essendo lui un soggetto immaginario, quindi con generalità “finte”, il personaggio di un racconto, intitolato: “Un giorno luce.” Il giudice accolse benevolmente questa teoria della difesa, perché ritenne il soggetto, come era evidente a tutti, debole di mente e bisognoso di cure psichiatriche. In ogni caso, il commissario che aveva condotto le indagini, per gli ulteriori accertamenti, si recò dal direttore della Rivista on-line “Il Raccoglitore”, per meglio appurare come stavano le cose. Infatti, a dire del Loparente, la Rivista aveva pubblicato il racconto, creando quella sua realtà immaginaria, e quindi non poteva pensarsi che lui fosse una persona realmente esistente e si fosse ispirato al racconto per crearsi un’ identità immaginaria. Sostenne di essere uscito “sensibilmente”, in carne ed ossa, dal racconto, allo stesso modo del padre di Silvio (Enea), che ancora in vita, andò nell'Aldilà in carne e ossa, con tutto il corpo. Nel suo caso, l’aldilà non era altro che l’aldiquà, una questione di prospettive, non le pare commissario? Certo, Loparente, intanto, vada, vada con il dottore (l’alienista), lui si voltò a salutarlo, un ghigno. Fu quello stesso che il commissario riconobbe nella copertina della Rivista, il ghigno del demone, Frankenstein jr. Il direttore gli assicurò che avrebbe pubblicato il racconto non appena fosse stato completato. Un racconto ancora incompleto? Il direttore mostrò al commissario una bozza del seguito, o meglio alcuni appunti per il seguito: “Il racconto prosegue: ci sono le premesse, tipo Veronica Zani, l’amica di Aldo Rossi, il destino di quest’ultimo e altri tratti della sua personalità e vicenda umana, la padrona di casa, i calcoli matematici di Silvio, anzi no, basta l’appendice qui di seguito a sigillare questa mania dei calcoli mentali, non i sassolini infranti dall’acqua di Fiuggi, ecco mi perdo, si perde, chi? Boh! Silvio. Quale Silvio? Tutti i nostri Silvio. Ma che stai dicendo? Sto vaneggiando e al tempo stesso razionalizzo il mio vaneggiare. In che senso? All’improvviso, poco fa, c’è stata una commistione tra la figura dell’autore, il Silvio vivente (ancora per non molto) e vero, come dire lo scrivente, e il Silvio personaggio, poi una oggettualizzazione di questo personaggio fittizio, che in quanto tale finisce nella mente e quindi nei pensieri di chi segue le avventure di codesto personaggio, che ogni tanto appare come un tal Silvio – indimenticabile il soggetto, ecco il soggetto, che diventa oggetto, “Silvio e la morte”, ricordate?”

Silvio Minieri ha detto...

Vede? È lo stile del narratore. Il commissario capì che stava leggendo un testo, la bozza del seguito di un racconto di fantasia, ma che non aveva ancora conosciuto l’autore. Chi era? Il dubbio, come suol dirsi, si affacciò alla sua mente. Guardò il direttore della Rivista. L’altro capì che cosa passava per la mente del suo interlocutore. Sorrise: “Non sono io l’autore. In qualità di direttore responsabile, io mi limito a leggere i testi, e con l’assenso del titolare del Blog, editore della Rivista, li pubblico, dopo averli fatti rivedere da Barbara, e indicò una sedia vuota accostata ad un tavolino con un computer, situato a lato della sua scrivania.” Il commissario osservò che nella bozza si parlava di un Silvio vivente, quindi realmente esistente, e di un Silvio personaggio di fantasia, il Loparente? Era lui? Il direttore allargò un braccio, il sorriso scettico. “Silvio Enea il parente” disse il commissario, quasi a inseguire le fantasie dantesche di quello strano tipo, che era venuto ad incrociare la sua strada. Poi ebbe come una visione che venne a sovrapporsi alla realtà del presente. Per spiegarla, bisogna rifarsi ad alcuni concetti della LQG, la quantistica gravitazionale a loop. Per essa, il tempo come lo intendiamo comunemente, un fluire dal passato verso il futuro, attraversando il presente, non esiste. Invece, il tempo consiste in una interrelazione tra due campi gravitazionali adiacenti, congiunti (o separati) da una linea del presente. In questa prospettiva, possiamo assegnare a scelta a uno dei due campi gravitazionali il valore spaziotempo del passato, ed in tal modo l’altro campo assumerà il valore spaziotempo del futuro, o viceversa. In tal senso, se il commissario e il direttore occupavano, ognuno come singolarità, un campo adiacente all’altro, la singolarità (punto di vista) del campo del futuro osservava la singolarità del campo del passato o viceversa. E questo è come dire che il commissario vedeva nel direttore il futuro, mentre il direttore vedeva nel commissario il passato, o viceversa. In questo senso, il presente esteso ai due campi (e ad altri campi, nella rete a loop) non esiste, ma è la linea di cesura e congiunzione dei due campi, in interrelazione tra loro. In una prospettiva del genere, non si possono applicare i criteri della geometria euclidea alla rete dei campi a loop (anelli), superati dalla geometria quadrimensionale dello spaziotempo curvo (curvato dalla massa). Sta di fatto che di colpo il commissario si alzò in piedi, salutò il direttore, e scusandosi, si allontanò in fretta. Che cosa era successo? Un’ipotesi era che in quell’istante si stesse formando un buco nero (black hole) in quella regione (rete a loop) dello spaziotempo. Ma è soltanto un’ipotesi.

Silvio Minieri ha detto...

POSTILLA
Non si può escludere che il Loparente si fosse addormentato con il miniregistratore acceso, e questo emettesse le voci dei libri, che parlavano tra loro, (possibile?), destando il sospetto della guardia giurata, che l’aveva poi sorpreso in flagranza. E non si può escludere che per farsi bello agli occhi della giovane agente napoletana si fosse dichiarato orgoglioso di essere napoletano, pensando di essere Gadamer, che non ha mai nascosto le sue simpatie per questa città.

GADAMER
"Il mio primo incontro con la città [di Napoli] fu al ritorno da un viaggio in nave dall’America, nel 1971. Arrivai la mattina di Pasqua. La nave proseguiva per Genova la sera stessa, e avevo dunque una giornata a disposizione in una città a me sconosciuta. Sceso dalla nave bighellonai, come capitava, senza una piantina della città, per i poveri quartieri che si affacciano sul porto. Era la domenica di Pasqua e vidi la seguente scena: era un luogo povero; ad un tratto, da una stanza all’ultimo piano di un palazzo, si aprì una finestra e una vecchia signora calò una lunga fune con un cesto dal quale alcuni bambini che giocavano presero dei pupazzi ritagliati dalla carta colorata, con una gioia che mi commosse fino alle lacrime."
H.-G. Gadamer, "Alla Città di Napoli", in «Italian Style Magazine», anno IV, n. 32, 2000 (Discorso tenuto a Napoli, il 27 novembre 1990, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria). https://www.facebook.com/studifilosofici/posts/pinakes-ritratti-dallarchivio-storico-hans-georg-gadameril-mio-primo-incontro.

I LIBRI SI PARLANO TRA LORO
Roberto Cotroneo ci porta nel mondo di Umberto Eco, dove i libri si parlano tra di loro
Eco era consapevole della dimensione del proprio sapere, lo rattristava la consapevolezza che tutto questo sarebbe andato perduto con la sua morte. “Lo scrive – dice Cotroneo – alla fine della sua autobiografia intellettuale ed è molto toccante per certi aspetti. Non lasciava mai trasparire nessuna forma di emozione ma questo lo colpisce molto più di tutto il resto. Probabilmente è l’aspetto più forte di questo libro che dà ad Eco una coloritura diversa da quella che conosciamo abitualmente”. Se non si può salvare tutto, cosa rimane? “Rimangono i frammenti e dal punto di vista letterario possiamo ricordare il finale de ‘Il nome della rosa’, quando della grande biblioteca andata a fuoco restano coriandoli e piccoli pezzi che il protagonista cerca in tutti i modi di ricomporre come lo stesso Umberto in un certo senso ha fatto nel cercare un significato nei testi che ha studiato. In qualche modo è come se i conti tornassero sempre. Questo non vuole dire che sia frammentaria la sua opera che anzi risulta molto ampia. L’idea del frammento è riferita a questa capacità di esplorare i testi, diceva sempre che i libri si parlano tra di loro”.
https://www.laportadivetro.com/post/roberto-cotroneo-ci-porta-nel-mondo-di-umberto-eco-dove-i-libri-si-parlano-tra-di-loro.