domenica 15 febbraio 2026


           La gabbia d'oro


29 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

INSEGUIMENTO TRA I GHIACCI
Estate 2001

1.God natt
Ho aperto gli occhi e ho guardato fuori della grande finestra la luce bianca del giorno, mi sono tirato su, rimanendo seduto, la schiena appoggiata alla spalliera in legno. Sulla parete di fronte l’orologio a muro segnava le dodici, mancava qualche minuto. Ero disteso in un letto più lungo del solito, manca circa mezzo metro, per toccare con i piedi il bordo inferiore. Che strano! La camera era nuda e spoglia, come se fosse quella di un ospedale, il comodino di legno, anche il letto era di legno, di fronte un tavolino con sedia e uno scaffale sul muro con alcuni libri, a sinistra un armadietto a due ante chiuso. Sul quadrante dell’orologio, la lancetta dei minuti si stava allineando su mezzogiorno preciso. Guardai verso la porta, che in quel momento si aprì, vidi entrare un uomo e una donna: erano biondi, capelli biondo chiari, gli occhi azzurri, indossavano pantaloni blu e camicia celeste a maniche corte. L’uomo si fermò davanti alla porta con le braccia conserte, la donna si avvicinò al mio letto, girò tutt’intorno, si fermò accanto a me, dalla parte dove non c’era il comodino, si chinò leggermente e con la mano mi fece un chiaro gesto di scostarmi dalla spalliera. Ubbidii. Mi sfilò il cuscino di sotto, lo tenne in aria, rigirandolo e tastandolo con le mani, quindi me lo ridiede. Mi voltai e lo rimisi a posto, poi tornai a guardarla, lei mi fece cenno di scendere dal letto. Sollevai la coperta e scesi dal letto, restando in piedi e mettendo le braccia conserte, perché sentivo freddo, nel mio leggero pigiama celeste. Aveva tolto via la coperta e stava per sollevare il materasso, poi vide che mostravo di aver freddo e guardò verso il compagno che stava alla porta. Quello si mosse per andare verso l’armadietto alla parete, ma lei lasciò cadere subito il materasso e gli fece cenno di fermarsi: “Nei, Olav!” pronunciò a voce alta. Quindi andò all’armadietto e tirò fuori un maglione grigio, lo spiegò, lo scosse, infine me lo portò e si fermò ad osservarmi. Restai con il maglione in mano e la guardai, mi fece cenno di indossarlo, esitai, mi fece nuovamente cenno d’indossarlo, aspettando che le ubbidissi. Era un ordine. Infilai il maglione, mentre lei si rimise a perquisire il letto. Quando ebbe finito, ritornò da me, mi guardò i piedi nudi, e mi fece cenno d’indossare le pantofole. Stavo quasi per fare un’obiezione, ma il suo gesto deciso nuovamente ripetuto, m’indusse ad ubbidire. Poi sempre a gesti secchi, mi intimò di andare alla finestra. Ubbidii. Lei girò attorno al letto, lo disfece, guardò attentamente le lenzuola e le palpò. Quindi andò a esplorare lo scaffale di libri, che sfogliò con attenzione. Sembrava avesse finito, allora mi mossi verso il letto. La donna si voltò e mi ingiunse di fermarmi, accompagnando il gesto della mano con l’ordine: “Stoppe!” quindi si portò di nuovo vicino al letto, rifacendolo con cura. Aveva finito. Mi guardò: “Kom igjen!” E fece il gesto, che indicava di avvicinarmi. Eseguii l’ordine, ero di fronte a lei, mi fissò in silenzio per alcuni istanti, con un’espressione gelida nei suoi occhi azzurri, quindi disse, indicando il letto:“Nå sovner!” Restai immobile, lei mi diede un’ultima occhiata, ma non disse altro, voltò le spalle e si avviò alla porta: “Her går vi, Olav.” D’istinto la seguii di un passo, subito si voltò, protestai debolmente: “Breakfast?” Guardai l’orologio al muro: “Lunch?” La donna mi guardò: “Kaffe i morgen klokka åtte.” Si voltò a dare un’occhiata all’orologio al muro, quindi disse: “Breakfast domani ore otto.” Rimasi di stucco, lei indicò il letto: “Nå sovner! Dormire!” Mi voltai verso il letto e guardai la luce bianca del giorno fuori della finestra, sentii alle mie spalle che andavano via. Che cosa accadeva? Vivevo come in un’atmosfera di sogno.

Silvio Minieri ha detto...

Andai alla finestra e guardai fuori, sembrava un’alba, si vedeva un campo coperto di neve, fiancheggiato ai lati da due fabbricati bassi a un piano, un panorama bianco. Ora vedevo l’immagine di un ghiacciaio, in alto una sagoma incerta, un’ombra che andava su a balzi di corsa, io inseguivo arrampicandomi affannosamente sulla neve, poi un velo nero e la visione svanì. Sarà stata una sensazione, ma sentii come una fitta localizzarsi sul gluteo sinistro, e feci scivolare la mano sotto il pigiama, tastandomi la parte. Con il dito indice localizzai come un puntino, il segno di una puntura, poi levando la mano, e accostandola al naso, avvertii come un odore di alcool o qualcosa di simile. Mi avevano fatto una puntura, ma quando, dove? Mi sentivo in uno stato vaporoso, non ricordavo nulla, soltanto quella visione bianca svanita, la sagoma di un umano o animale, che fugge, un orso? Io inseguo, perché? Restai a guardare a lungo il bianco panorama e l’orizzonte sfumato del cielo grigio chiaro. D’improvviso capii, la bianca notte artica. Non era mezzogiorno, guardai l’orologio, era l’una del mattino, l’ora di dormire. Mi avvicinai al letto ed esitai ad alzare il piumone, mi sembrava come di compiere un gesto scomposto, il violare un sistema d’ordine. Ero indeciso, sentivo caldo, mi sfilai il maglione. Perché aveva fatto il letto con tanta cura? Una guardiana, mi venne questo temine in mente, non ti fa il letto, soprattutto con tanta cura.
Pensavo a questa stranezza, poi ebbi come un’illuminazione, dovuta al particolare della dicitura in caratteri gialli sul taschino della camicia e i bordi delle maniche: “Politiet”. Polizia! Aveva controllato le microspie nascoste! Stavo per prendere il cuscino e scuoterlo, come aveva fatto lei prima, ma mi fermai in tempo, presi il maglione e andai ad appoggiarlo sulla sedia del tavolino accanto allo scaffale dei libri. Ritornai al letto e con mosse disinvolte, alzai il piumone e mi coricai, restando disteso supino le braccia incrociate in alto, le mani dietro la nuca, il capo leggermente sollevato sul cuscino. Fissai il soffitto e vidi il segnale antifumo, era una telecamera camuffata. Spiavano il prigioniero, perché? Normale vigilanza, chiusi gli occhi e mi girai su un fianco, per dormire: “God natt!”

Silvio Minieri ha detto...

2. Våkn opp!
L’eco di un grido, aprii gli occhi e guardai l’orologio a muro: erano le sette del mattino, fuori la luce bianca del giorno artico. Sentii distintamente: “Våkn opp!” Lanciai su il piumone e balzai giù dal letto: “Sveglia!” Una musica cominciò a diffondersi prima piano, poi più forte, aumentando il ritmo, che in crescendo finì per diventare marziale. Mi avvicinai ai vetri della finestra e vidi un gruppetto di uomini e donne in tuta blu, mentre uscivano correndo sul campo di neve, poi in fila indiana iniziarono uno jogging mattutino. Erano una decina, guidati da una donna molto alta, a occhio quasi due metri, le spalle larghe, la capigliatura nera lunga legata a coda di cavallo. Dopo un po', si fermarono, schierandosi su due file e iniziarono una serie di esercizi ginnici, seguendo gli ordini ritmati dell’altoparlante: “En to! En to! En to tre og fire!” Cominciai ad imitarli, alzando e abbassando braccia e gambe, piegando il busto e sollevandolo, girandomi a destra e sinistra. “En to! En to! En to tre og fire!” Ormai eseguivo gli esercizi all’unisono con gli ordini: ”Uno due! Uno due! Uno due tre e quattro!” Poi la voce che gridava gli ordini tacque, ma la musica marziale proseguì, e quando finì, la ginnastica ebbe termine. Quelli di fuori rientravano, anch’io mi ritirai e raggiunsi l’angolo della stanza, dietro cui c’era la doccia, il lavandino e il wc. Il primo getto d’acqua della doccia fu gelido, ma subito dopo divenne tiepido e quindi caldo. Alla fine indossai l’accappatoio e mi asciugai, sul lavandino c’era il kit per la barba e gli altri accessori. Quando ebbi finito i lavaggi, con indosso l’accappatoio, ritornai alla finestra, come in attesa di un seguito della ginnastica. E poco dopo vidi il gruppetto di uomini e donne tutti nudi uscire di corsa e lanciarsi sulla neve, si rotolarono, quindi si rialzarono, rovesciandosi secchiate d’acqua fredda addosso, infine rientrarono.
Ora, finalmente, ero completamente sveglio e cosciente, ricordavo tutto di me e di quello che mi era accaduto in quegli ultimi giorni, comprendevo anche la mia smemoratezza e lo stato vaporoso e di sogno della sera precedente. Vedevo tutto molto chiaro, guardai il letto, mi avvicinai e lo rifeci, con cura stropicciando il cuscino e riassestandolo come aveva fatto la bionda agente di polizia la sera precedente. Le microspie? Volevano registrare delle mie dichiarazioni, mentre parlavo con loro? Le telecamere erano anche in alcune prese d’aria, che vedevo in alto sulle pareti. Bussarono alla porta, sentii uno scatto, mi avvicinai, la porta si aprì: “Breakfast”. Era un inserviente di fattezze magrebine con un carrello, mi passò un vassoio e mi versò un caffè caldo in un grande bicchiere di carta. Si spostò, la guardia che lo seguiva aspettò che rientrassi e chiuse la porta, era anziano con la pancia, grigio. Il vassoio fu ritirato mezz’ora dopo, con la stessa procedura, la porta di nuovo chiusa. Ed ora?

Silvio Minieri ha detto...

Avevo indossato la tuta arancione, che stava nell’armadietto, ero un detenuto, sono andato allo scaffale dei libri. Erano tutti titoli norvegesi, svedesi, danesi. C’erano anche libri in lingua inglese, Shakespeare, The Bible e toh! Dante, The Divine Comedy. Presi il volume, l’aprii, e dopo una sommaria sfogliata di pagine, mi fermai al secondo Canto dell’Inferno, la quinta terzina:
Thou sayest, that of Silvius the parent,
While yet corruptible, unto the world
Immortal went, and was there bodily.
Tu dici che il genitore di Silvio,
Quand’era ancora mortale, si recò
Nel mondo dei morti, in carne ed ossa.
The parent of Silvius, ero turbato. Come spiegava la Nota dell’edizione inglese, si trattava di Enea, fondatore dell’Impero Romano, e citava la fonte, Eneide, B6. Ma come si spiegava il mio turbamento? Era la prova che la fantasia si fa realtà, e la realtà fantasia, e Dante lo sapeva, e mi mandava il suo messaggio, da una lontananza di otto secoli, ma ancora vivo ed attuale. Non ero io il testimone vivente, che viveva l’attimo dantesco, nella sua dimensione di presente attuale, quello in atto? Non ero io di Silvio il parente? Il genitore. Silvio era la mia creatura. Ed io ero là e ora guardavo la mia vita scorrere al presente come in uno specchio.
Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
E come? Non ricordavo perfettamente a memoria la terzina? Dante dice “Silvïo”, mette la dieresi sulla “i”, per ragioni metriche, separa la sillaba in due, per formare l’endecasillabo. Il traduttore inglese scrive il latino “Silvius”, il nome stesso della mia creatura, un orso bianco. Come? L’orso bianco, una mia creatura? Silvius.
Erano i miei pensieri, pensieri strani, che respingevo negli angoli più reconditi della mia coscienza, in modo che le microspie non potessero registrarli. Ma che dico? Non le microspie, certo, per chi tace, ma le telecamere possono rivelare, attraverso lo studio dei gesti e delle espressioni del viso, i pensieri indecifrabili. E come? Ogni parola, ogni gesto rivela una persona, non lo dico io. E quindi? Leggevo Dante. E allora? La quinta terzina del canto dell’Inferno. E allora? Che cosa ero venuto a fare a Kvaløng? Avevo preso l’aereo da Roma a Oslo, e dalla capitale ad Hammerfest, la città più a nord del mondo, così dicono i norvegesi. E poi, mi ero sistemato nel villaggio di Kvaløng, una ventina di chilometri a sud della città, da dove partono le escursioni per il ghiacciaio più settentrionale di Norvegia. E nel Parco Nazionale, avevo visto l’orso bianco, e l’avevo inseguito sulla neve, sconfinando nella zona proibita ai turisti, non avevo notato il cartello: “Forbudt å komme inn”, “Vietato entrare”. E poi lo svanire della coscienza, il risveglio nel cuore della notte bianca, la scena kafkiana, il sonno e il risveglio. Våkn opp! Ora ricordavo tutto, ma che cosa era accaduto?

Silvio Minieri ha detto...

3. Forferdelse
Bussarono alla porta, mi avvicinai, sentii uno scatto, poi la porta si aprì, e nel riquadro apparvero i due “politiet” della sera prima, l’uomo teneva una borsa. Arretrai, loro entrarono. “Alle dieci visita console italiano, signore Dementis,” disse la giovane, che conosceva la lingua italiana. L’uomo, quello che si chiamava Olav, questo lo ricordavo, mi diede la borsa. Girarono le spalle e se ne andarono. Nella borsa c’erano i miei indumenti e gli effetti personali, mancava il mio bloc-notes, maledizione! Piano, amico, le telecamere rivelano il tuo gesto di stizza. Ma che m’importa!
Avevo appena finito di rivestirmi, quando bussarono nuovamente alla porta, mi avvicinai, sentii lo scatto, quindi entrò il diplomatico, l’agente che l’accompagnava rimase sulla soglia. “Raffaelli,” si presentò, tendendomi la mano. “Dementis” dissi, mentre gli stringevo la mano. Il console era un uomo sui quarant’anni, capelli ricci scuri, indossava una giacca a vento blu scuro, su un completo grigio a righe, camicia bianca e cravatta intonata al colore, nella mano sinistra un cappello di pelliccia.
Fu molto affabile: “Sono stato avvertito, ieri sera, del suo fermo giudiziario, signor Dementis, e stamattina ho preso il primo aereo per Hammerfest. La nostra sede consolare è a Tromso. Adesso andiamo nell’ufficio del Giudice, dove renderà la sua dichiarazione.” Raffaelli tacque e mi guardò, attendeva una replica. E che cosa dovevo dichiarare? “Va bene,” dissi. “È pronto, signor Dementis?” Il console mi guardava, aveva un’aria attenta, quasi a voler cogliere nella mia espressione i segni di quello che non dicevo. Allargai le braccia: “Un fermo giudiziario! Correvo dietro l’orso bianco.” Mi sembrò di vedere una severità nel suo sguardo, esitò, quindi disse: “Andiamo, signor Dementis.” Uscimmo dalla stanza, non era una cella, ma nemmeno una camera d’albergo. L’agente ci scortò nel corridoio, attraversammo l’ampio atrio e passammo nell’altra ala dell’edificio, fino all’ufficio del comandante della caserma.

Silvio Minieri ha detto...

Il capitano sedeva dietro la scrivania, rimanemmo in piedi, fece cenno al console di sedersi, poi si voltò verso di me e fece un gesto indicando l’altra sedia: “Sitt ned.” Sedetti. Aprì un fascicolo, prese alcuni fogli, li guardò, sollevò la testa: “Signore Felice Dementis” disse, rivolgendosi verso di me. “Ja, herre” risposi. Mostrò i fogli al console e diede alcune spiegazioni in norvegese al diplomatico, mio accompagnatore. Quindi mi diede un primo foglio, mentre Raffaelli mi diceva: “Il verbale di contravvenzione.” Lessi la cifra e firmai in calce: “Cinquemila corone.” Il capitano mi allungò un secondo foglio: “Le spese giudiziarie del fermo e pernottamento in caserma” disse Raffaelli. Erano tremila corone. Firmai. C’era un terzo foglio. Il comandante lo teneva in mano e mi guardava, quindi disse qualcosa in norvegese a Raffaelli. “È il verbale di fermo giudiziario, vuole fare una dichiarazione?” Il diplomatico tacque e mi guardò. “Fermo per quale accusa?” domandai. Raffaelli aspettò alcuni momenti, guardò il capitano, che teneva fissa la sua attenzione su di me. Il diplomatico si decise: “Signor Dementis, ieri pomeriggio, lei è stato sorpreso da una pattuglia nei pressi del lago Naess, da dove si stava allontanando, correndo in alto verso il ghiacciaio. Per fermarlo, hanno dovuto usare la tele-anestesia.” Vidi la scena: mentre correvo, con una cerbottana, mi avevano sparato una siringa caricata con sostanze anestetiche. Non capivo, il diplomatico taceva e mi guardava, anche il capitano mi guardava, attendeva una risposta. Io non correvo dietro all’orso bianco, correvo dietro a Silvius, la mia creatura fuggita al Nord, per sparire per sempre, dovevo fermarla. Ma come riassumere la mia vicenda inverosimile? Ero da manicomio, un demente, dovevo dire di essere incuriosito dall’orso bianco. E come no? Correre dietro all’orso bianco, un’altra follia! “Signor Dementis” la voce del console mi scosse dai miei pensieri. “Signor Dementis,” disse con tono grave, “ieri, sulla riva del lago Naess, è stato ucciso un ragazzo, tredici anni appena, un colpo di fucile, giaceva riverso accanto alla motoslitta.” Guardai il diplomatico, poi guardai il capitano, non avevo parole, ero costernato: “Sono costernato!” dissi. “Forferdet” tradusse Raffaelli per il comandante della polizia. Mi alzai in piedi, il console subito mi fece cenno di sedere. Il capitano mi osservava, l’espressione impenetrabile, mi allungò il foglio, firmai automaticamente. “Devo nominare un avvocato,” dissi. “Avrà bisogno anche di un interprete,” aggiunse Raffaelli. Il capitano aveva fatto un cenno, un agente si era avvicinato alla scrivania, il comandante indicò una busta, era un pacchetto: “Un giornalista scrittore” disse guardandomi. Dovetti firmare il verbale di sequestro del bloc-notes, che custodiva la mia storia. Diamine! Aveva parlato in italiano. Quasi un segnale, la procedura era terminata, venivo accompagnato nell’Ufficio del Giudice di Hammerfest, che doveva confermare il mio arresto, quindi la prigione. Ma io che c’entravo? Ero innocente, io non avevo ucciso nessuno! Ero un tipo strano? Sì, magari, ero uno strano, un estraniato, un incompreso, non un assassino. Però, e raggelai, Silvius!

Silvio Minieri ha detto...

4. Frihet
Ero salito su un’autoradio della polizia, nel sedile dietro, lo sportello con la sicura che si apre solo dall’esterno, l’agente di scorta seduto accanto, alla guida una ragazza bionda, a fianco il console Raffaelli. Uscimmo dal villaggio, prendendo una strada che costeggiava dall’alto il fiordo, una vista spettacolare. Eravamo quasi arrivati ad Hammerfest, quando la radio gracchiò, l’autista prese il microfono e disse qualcosa, poi la voce alla radio continuò a risuonare, una parlata incomprensibile. D’improvviso, Raffaelli si voltò verso di me, aveva un’espressione di viva sorpresa: “Ma perché non si è spiegato subito?” Non risposi. “Al Comando in caserma, poteva spiegare che non c’entrava nulla, protestare la sua innocenza.” Non sapevo che cosa dire. “Signor Dementis?” interrogò e attese. “Ero confuso,” dissi. Intanto l’agente alla guida aveva accostato l’autovettura al marciapiede, eravamo alla periferia della città, si fermò. Si voltò, parlò prima al console, poi al suo collega. Si consultarono, alla fine, la ragazza riprese il microfono e domandò qualcosa. Raffaelli si voltò: “Hanno trovato il cadavere del maggiore Haugen, ha ucciso il figlio disabile, sindrome di down, poi si è suicidato, sparandosi con il suo fucile alla testa. Era nel bosco, abbastanza vicino al lago Naess.” Sentii risuonare nelle mie orecchie il secco rumore di uno sparo, vidi una motoslitta che correva nella neve fermarsi di botto e rovesciarsi. “No!” Urlai. Tutti e tre si voltarono verso di me e mi fissarono meravigliati. Tacevamo.
La voce alla radio disse qualcosa, la ragazza si voltò ad ascoltare, quindi informò il console, e chiesta conferma al collega, rimise in moto e partì. Raffaelli mi spiegò che il giudice da Hammerfest si stava recando sul posto, a Kvaløng, ma noi non potevamo tornare indietro, dovevamo passare prima per il suo ufficio, per la notifica dell’annullamento del fermo giudiziario, e la convalida di sequestro del block-notes. “E perché?” Raffaelli alzò le spalle. “È obbligatorio. Per legge, deve essere tradotto in norvegese, una formalità procedurale. Ma non si preoccupi, signor Dementis, glielo farò recapitare presto.” Sorrideva. “Grazie” dissi. Ero comunque preoccupato.

Silvio Minieri ha detto...

“Frihet”, Libertà. Era la dicitura in stampatello blu scuro tracciata di traverso sul foglio della mia liberazione. Per ottenere copia del documento, pagai centoventi corone, spese di segreteria. Avevo reso una dichiarazione, davanti a un giudice sostituto del titolare, di essere completamente estraneo ai fatti e di non aver avuto nessuna percezione o cognizione dell’accaduto, nella circostanza, mi trovavo sul ghiacciaio. Non ero neppure un testimone, non mi furono fatte ulteriori contestazioni. Il giudice emise il decreto di proscioglimento e immediata liberazione. Ero libero, potevo lasciare il territorio del Regno di Norvegia. All’uscita del Tribunale, gli agenti salutarono alla visiera, salirono sull’automobile di servizio e partirono. Raffaelli aveva chiamato un taxi per andare in aeroporto: “Alle due c’è il volo per Tromso. Mi congratulo per la sua liberazione, signor Dementis.” Si apprestava a congedarsi. “Devo ringraziarla, senza il suo aiuto, non avrei saputo proprio che cosa fare,” dissi. “Siamo al servizio dei connazionali, se ha ancora bisogno di assistenza, io sono a Tromso.” Era arrivato il taxi, il diplomatico si congedò. E ora, Dementis?
Poco prima di lasciarmi, i “politiet” mi avevano consegnato un modulo e una busta con l’indirizzo della caserma di Kvaløng prestampato. Era scritto in lingua inglese e norvegese, era possibile fare un reclamo. Il block-notes? Non era di loro competenza. Il trattamento ricevuto corrispondeva a un hotel a tre stelle, apprezzavo i libri e gli accessori bagni, ripensai alla ragazza bionda che aveva disfatto e fatto il letto. Andai all’ufficio postale, scrissi in italiano sull’apposito spazio: “Nessuna lamentela, il trattamento di polizia è stato corretto.” Firmai: “Felice Dementis”. Non era necessario affrancare la busta, la chiusi e la consegnai allo sportello.
Qualche giorno prima, avevo notato all’ufficio turistico la locandina che pubblicizzava brevi crociere per Nordkapp, Capo Nord. Mi recai al box, ad acquistare il biglietto, per l’indomani. Dovevo ancora regolare i conti con Silvius, la mia creatura in fuga. Avevo temuto che… ero ancora spaventato e incredulo. La partenza della nave, per la crociera di due giorni, era fissata alle sei del mattino, rientrai in hotel.

Silvio Minieri ha detto...

5. Ingvild
Quando scesi, alle cinque e trenta del mattino, il taxi aspettava puntuale, una breve corsa, ottanta corone, e arrivai al pontile d’imbarco. La partenza era prevista alle sei, e avvenne puntualmente, rimasi sul ponte a guardare la costa che si allontanava, una leggera foschia. Navigammo attraverso i fiordi, e quando fummo in mare aperto, scrutai all’orizzonte, dove il sole rimaneva seminascosto. Cercavo di vedere la sagoma della mia creatura, che avevo inseguito due giorni prima, sul ghiacciaio, vicino al lago Naess, dove era accaduto quell’orrendo episodio. E se… il sospetto mi aveva accompagnato sin dall’inizio, quando ancora non capivo che cosa era successo, ma avevo come un presagio, e anche quando seppi, non ero ancora del tutto convinto. Ecco perché avevo risposto in quella maniera confusa al console Raffaelli, quando mi raccontava i dettagli dell’episodio, che mi scagionava. Però, il mio urlo, rabbrividii. Si può essere così costernati, per un fatto sia pure grave e improvviso, a cui siamo estranei? Comunque ero stato liberato, e se ancora sospettavano qualcosa, magari una testimonianza taciuta, non esistevano prove, non era vero. E il block-notes? Ahi! Io, Felice Dementis, avevo trascritto sul mio taccuino le righe finali del “Frankenstein” di Mary Shelley: “Non temere che io sia lo strumento di futuri misfatti. Il mio compito è quasi completo. Non occorre né la tua morte né quella di altri uomini per portare a termine la catena della mia esistenza e per attuare ciò che deve essere fatto, ma c’è bisogno della mia. Non pensare che avrò esitazione nel compiere questo sacrificio. Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e mi dirigerò verso l’estremità più settentrionale della terra. Lì metterò assieme la mia pira funebre e morirò. Contaminato dai delitti e straziato dai più amari rimorsi, dove posso trovare rimorso se non nella morte? Addio! Ti lascio e tu sei l’ultimo uomo che questi occhi vedranno. Addio Frankenstein!” Guardai le onde del mare e scrutai per scorgere lastre di ghiaccio, mi sembrava come se qualche ombra dal ponte dovesse balzare in mare. Si era levato un vento gelido, scesi nel salone per la prima colazione.
“Un giornalista scrittore” aveva detto il capitano della caserma di Kvaløng, lo sguardo indagatore, impenetrabile, verosimilmente dubitava, come ognuno di noi dubita alla lettura se il racconto sia reale o fantastico. È sempre fantastico, ma anche un po' reale. E se è una cronaca vera, o vuole essere tale, è sempre un po' colorita dalla fantasia del cronista. “Un giornalista scrittore”: ecco, avevo decifrato a modo mio il pensiero, che stava dietro quelle parole, un dubbio e la sua logica conseguenza. È innocente o colpevole? Se è innocente, è sempre un po' colpevole, e se è colpevole, è sempre un po' innocente. Ecco la mia logica, la logica di un felice demente, a voler parafrasare il mio nome e cognome. Forse era meglio farlo modificare. E come?
Mancavano pochi minuti alle nove, quando la nave attraccò al piccolo molo del porto di Havøysund. Alcuni passeggeri in attesa s’imbarcarono, si vedevano poche case di quel villaggio. Ripartimmo dopo un quarto d’ora circa, per Honningsvåg, il comune di NordKapp, il punto più settentrionale della Norvegia. Avevo preso il binocolo e scrutavo il mare, la mia ombra, Silvius, dovevo vederlo apparire: “Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e andrò verso l’estremità più settentrionale della terra.” La mia attenzione era costante, fissavo le onde del mare glaciale artico, in attesa della mia creatura, della sua apparizione. La nave cominciò a entrare in un fiordo, mi scostai dal parapetto del ponte, alcuni passeggeri, tutti biondi scandinavi, mi stavano vicino, una ragazza si stava allontanando di spalle: “Ingvild!” chiamò uno di loro. Lei si voltò, era la polietet, la riconobbi subito.

Silvio Minieri ha detto...

6. Vi går ned
Arrivammo ad Honningsvåg, “Mine herrer, vi går ned”, era la voce dell’altoparlante. “Signori, si scende.” Una fermata di tre ore, per una escursione fino a Capo Nord. Mi confusi nel gruppo, in attesa di sbarcare, e devo dire che cercavo con gli occhi la politiet bionda, quella che parlava italiano. Associavo la sua figura a quella del capitano, doveva avergli tradotto qualche brano dei miei appunti sul block-notes. Ma erano associazioni di idee molto labili, in quella caserma si conoscevano tutti molto bene, andavano a farsi la sauna insieme, e poi si rotolavano nudi nella neve, quei vichinghi, avevo come un senso di pudore, volevo rimanere estraneo al gruppo, come tale ero stato, nel mio ruolo di detenuto e di straniero. Devo dire che quando l’uomo prima aveva chiamato Ingvild, la ragazza si era voltata, fissando subito lo sguardo su di me, non verso i suoi amici. Al momento, sono rimasto un po' sorpreso, e lei ha continuato a fissarmi, poi si è avvicinata verso di noi, rispondendo all’amico. Dopo, ripensandoci, ho capito che mi doveva aver notato da un pezzo, infatti il gruppo era da un po' fermo accanto a me, e quando si è voltata, è stato naturale che voleva essere riconosciuta. O mi fissava, perché non si ricordava bene? Uno straniero arrestato da loro, appena due giorni prima, perché sospettato di omicidio. No, ero inconfondibile. E allora? Avevano i miei appunti, non ero tranquillo. Cercavo la polietet con gli occhi, guardandomi intorno, mentre ci apprestavamo a scendere, ma non riuscivo a individuarla. Chissà dov’era andata a finire! La fila spingeva per scendere, mi mossi, sentii qualcosa di morbido premermi alle spalle, era una donna. Mi voltai appena, e quando fummo a terra, mi spostai di lato per vedere chi era quella che premeva da dietro. Eccola là! Sembrava ridesse, anzi si mise a ridere, quando avanzò di un passo ed esclamò: “Italiano!”. Sorrisi debolmente, ero un po’ sorpreso, ma anche un po' intimidito. “Dementis,” dissi. Rideva: “Dementis” ripeté “italiano sei libero.” Non sapevo che cosa dire, il suo sorriso s’indebolì: “Mi piace molto Italia.” Un’ombra attraversò il suo viso. “Venga a trovarmi, Roma, Napoli, il sole, il mare,” dissi e mi voltai verso le acque fredde dell’Artico, quasi a misurare la distanza da quel mare freddo e il Mediterraneo. Poi la guardai, l’ombra dal suo volto era scomparsa, si era illuminata. “Ciao,” disse e di colpo si allontanò verso il suo gruppo. Vidi mentre si mischiava agli altri, notai che aveva affiancato una sua amica più alta di lei, capelli neri, mi sembrava di averla già vista. Ero rimasto fermo, non mi sembrava che dovessi proseguire nella loro direzione. Istintivamente, mi voltai verso il mare e la nave, quindi mi mossi per ritornare a bordo, avevo rinunciato all’escursione. “Mi piace molto Italia”. E gli italiani? Io sapevo di Axel Munthe. Voi sapete del medico svedese e della villa di San Michele ad Anacapri? Napoli e il suo golfo, luoghi di paradiso, per un uomo del nord, ma anche per una donna. Risalii sulla scala e fui sul ponte, quindi andai in cabina, volevo prendere il taccuino, ma per scrivere che cosa? Le novità? Un incerto rendez-vous da venire, un promemoria. No, avevo tutto chiaro in mente, tutto. Risalii sul ponte e mi affacciai a guardare il mare, scrutando lontano, ma non vedevo il sole coricato sull’orizzonte, nascosto dalla foschia. Per un attimo, l’ombra della creatura, la sagoma indistinta, si profilò davanti al mio sguardo perduto, ma subito svanì, sorgeva un’altra immagine dal cuore, Ingvild.

Silvio Minieri ha detto...

7. Nyhetene
Guardai l’orologio erano le due, scesi in fretta nel salone ristorante, era quasi deserto. Andai al self-service, piatti a base di zuppe, salse e tartine di pesce con verdure, birra, dolce alla frutta. Con il vassoio in mano, attraversavo lo spazio vuoto al centro della sala, passando accanto al tavolino sparecchiato, presso cui sedeva una donna da sola. Alzò lo sguardo verso di me e sorrise: “Buon appetito.” Mi fermai di colpo, lei fece un cenno, come un invito. “Grazie,” dissi, e posando il vassoio, mi sedetti al suo tavolino.
“Pranzo molto norvegese, piatti di pesce, le piacciono?” disse. “Mi accontento.” Le offrii la birra, coprì con la mano il suo bicchiere: “No, grazie.” Era in crociera anche lei? Sì, la Hurtigruten, il sevizio traghetti, non era la prima volta, ormai conosceva i posti, la navigazione diventava monotona. “Certo, la novità,” dissi. “Sì, ma lei non si annoia, guarda sempre il mare, non si stanca?” Ecco, ancora una volta una spiegazione impossibile da dare, sorridevo, senza rispondere. Che cosa dovevo dire? “Lei è salito ad Hammerfest, l’ho notata subito.” Guardai il giornale, che teneva piegato di lato sul sedile accanto, una copia del “VG, Verdens Gang”, e su cui aveva lanciato un’occhiata furtiva. “Mi ha riconosciuto?” domandai. Indicò il quotidiano, ero diventato una notizia, nyhetene. “Avrà fatto una brutta esperienza!” commentò. Allargai le braccia, finii il boccone: “Quando gli dèi esaudiscono le nostre preghiere, allora ci vogliono punire.” Alzò la mano, un gesto interlocutorio: “Oscar Wilde” dissi. Avevo sentito citare l’aforisma in un film visto da poco ed ora lo riproponevo forse a sproposito. Elogiai l’intervento del console Raffaelli. “Ah, Vincenzo!” commentò.
Era un’italiana di Norvegia? No, era un’italiana di Germania, si chiamava Ulma Giuliani ed era la direttrice del centro culturale italiano di Brema, questa era la seconda volta che faceva la crociera fino a Capo Nord. Nel salone era entrato un barboncino bianco, che corse verso di noi, immediatamente richiamato dalla padrona: “Atma, komm her.” Guardai la donna, i capelli bianchi, gli occhi blu, il vestito bianco, elegante, stava insieme a un gruppo di scandinavi. “È tedesca,” disse Ulma. “Schopenhauer,” dissi. “Tutti i barboncini tedeschi si chiamano Atma,” aggiunsi. “Quasi tutti,” commentò Ulma. Avevo finito il pranzo, domandai se gradiva un aquavit, disse di no. Mi alzai, presi il vassoio e lo andai a posare sull’apposito carrello, quindi andai al bar, dove l’addetto mi invitò a servirmi da solo. Tornai al tavolino, mi sedetti, portando il calice di aqua vitae, il nome derivava dal latino, dissi. Ulma osservava i miei gesti, il brindisi: “Skål!” bevvi. Quando posai il calice, indicai il giornale, lì accanto: “È specificato il mio nome?” Domandai. Ulma prese il giornale: “Felice Dementis.” Indicò un articolo, sotto la fotografia del luogo del crimine, vicino al lago Naess. Mi tendeva il giornale, lo presi, diedi un’occhiata e lo restituii subito: “Uno ammazza la moglie, la seppellisce in giardino, la polizia italiana non lo scopre, scappa in Norvegia, non ammazza nessuno e la polizia lo arresta.” Mi guardò, l’espressione più sorpresa che divertita. Si sentì la sirena della partenza, ci alzammo e all’uscita del salone ci separammo. La nave aveva ripreso a navigare in direzione est, verso Kjollefjord, mi aveva detto Ulma.

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8. Snøgås
La sera siamo arrivati Berlevåg, il centro abitato più settentrionale della Norvegia continentale, diceva l’opuscolo illustrativo della crociera in lingua inglese. Sul ponte scrutavo il mare, guardavo il sole appena nascosto sulla linea dell’orizzonte, la notte bianca artica, istintivamente guardai a sinistra verso ovest. Perché? La mia creatura, l’ombra in fuga che io ero venuto ad inseguire all’estremo nord, Silvius, dov’era? Stavamo navigando lungo il tratto di costa norvegese, geograficamente a nord del territorio finlandese, verso est. Che cosa cercavo di vedere sulla distesa azzurra del mare artico, chi doveva comparire, sulle lastre di ghiaccio? Soffiava un forte vento uno spruzzo d’acqua gelida mi colpì sul volto, calcai il cappuccio di lana in testa, rimasi ancora un po' sul ponte, poi mi ritirai in cabina e andai a dormire.
Era fermo sulla soglia della porta, vedevo la sua ombra in controluce, nella penombra della stanza, aveva un’aria triste, lo sapevo anche se non vedevo l’espressione del suo viso, forse ero io triste e riflettevo sull’ombra la mia tristezza. In quel momento una sagoma femminile scura si è sollevata dal letto, dove era distesa accanto a me. Io non riuscivo a muovermi, ero immobile, guardai verso la soglia della porta, e mi sembrò di vedere come una fuga improvvisa, mi voltai e allungai il braccio da quel lato, quasi a cercare la sagoma scura accanto a me, ora confusa e dissolta nel buio. Aprii gli occhi e vidi la luce bianca della notte artica filtrare dall’oblò nella cabina. E allora, mi girai dall’altra parte, chiusi gli occhi e mi riaddormentai.

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La mattina dopo, quando salii sul ponte, notai un traffico insolito, a bordo c’era un via vai di carico e scarico merci. Eravamo giunti al capolinea, Kirkenes, ai confini con la Russia. La nave rimase in porto fino a mezzogiorno, poi riprendemmo a navigare, ritornando indietro verso ovest, mi sembrava di tornare in un luogo, per il quale vivevo un’attesa, un qualcosa da venire, ma che cosa? Chi era venuto a visitarmi nella notte? E perché quell’ombra, la mia creatura, era triste ed era fuggita via? Con chi dormivo nel sogno, la dolce amata concubina? Guardavo il mare e mi sembrava di riconoscere i panorami dell’andata. Un uccello con il becco rosso venne a posarsi sulla ringhiera del ponte, nero il piumaggio del dorso, bianco quello anteriore. “Una pulcinella di mare”, disse Ulma, passandomi accanto, in compagnia di un ufficiale di bordo, che fermatosi ricambiò il mio leggero cenno di saluto, portando la mano alla visiera. Sorridente, disse: “Italiano”. Ricambiai il sorriso, poi entrambi ripresero la loro passeggiata. Chissà se quell’ufficiale vestito di bianco conosceva la mia vicenda?
In verità, la mia verità, la verità della mia vicenda interiore non era conoscibile, e la lettura dei miei appunti sul block-notes potevano ingannare. Il comandante della caserma, Ingvild. Acciderboli! E una volta tradotti, non sarebbero stati conosciuti anche dagli altri? Chi? Raffaelli. E Ulma, no? Il suo amico Vincenzo. Accidenti!
Io Dementis avevo soffiato lo spirito della vita a una creatura, poi fuggita nel grande nord sulle zattere di ghiaccio, e dovevo partire per il polo artico e andarla a prendere, prima che potesse compiere gesti irreparabili. Questo il senso del mio scritto, dove era esposto il programma di viaggio e certe mie visioni di boschi innevati. Chi correva tra gli alberi nella neve invernale? Era un mio forte desiderio raggiungere quell’ombra fuggente. Ma ora sopravveniva un nuovo sentimento che calmava le mie angosce, come il sorgere di una nuova alba di vita.
A sera eravamo a Berlevag, dormii poco quella notte, sentivo come un’impazienza di arrivare. All’alba verso le cinque, nella luce bianca del giorno artico senza fine, ero già sul ponte, mezz’ora dopo attraccammo nel porto di Honningsvag. Nessuna escursione, la nave ripartiva dopo quindici minuti. Guardai verso le case del villaggio, poi fissai la banchina dove alcuni passeggeri si apprestavano a salire a bordo, Ingvild non c’era. E come avrebbe potuto esserci? Ecco! Vidi, là in alto, volare ad ali spiegate un uccello dallo splendido piumaggio bianco, era snøgås, l’oca delle nevi.

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9. Kom til meg
Quando partimmo, rimasi a guardare la terra ferma e il villaggio delle case che si allontanavano, sentivo come un senso di lacerazione, di distacco da una persona cara che lasciamo, era lì che l’avevo vista l’ultima volta, ma ora non ricordavo nemmeno più il suo volto, era come un rimpianto, ma anche di colpo una fiamma.
Dopo quattro ore di navigazione, siamo arrivato ad Hammerfest, e mentre sbarcavo mi è sembrato di vedere Ulma sul ponte, ma più come un’ombra che m’inquietava, come se le avessi lasciato un sospetto, con una battuta infelice, quella da lei non colta della moglie sepolta in giardino. Ebbi come un senso di agro umorismo: insomma, questa storia che vivevo era una storia d’amore oppure di spie? L’interrogativo però si mostrava alla mia coscienza come un voltafaccia, un tradimento a un mio più intimo e indefinito sentimento, un desiderio di avvenire.
Giunsi in albergo, intenzionato a lasciare la camera subito e partire, avevo già il biglietto aereo per Oslo, il volo del pomeriggio. Al bancone, l’addetto mi fece un cenno e mi porse una busta, credevo fosse il conto, invece era un biglietto con su scritto: “Kom til meg, Ingvild”, più sotto era segnato l’ indirizzo. Mostrai il biglietto al receptionist, indicando l’indirizzo. L’uomo lesse, alzò la testa, mi guardò, e fece un gesto con la mano, indicando fuori a sinistra. Sembrava ci fosse del sarcasmo in quello sguardo o era una mia impressione? Fuori a sinistra c’erano i taxi, salii è mostrai l’indirizzo al tassista, partimmo. “Come to me” avevo tradotto in inglese, stavo imparando la lingua norvegese, somiglia all’inglese. “Vieni da me” e io stavo andando da lei. Quando scesi dal taxi, mi venne incontro una donna alta con i capelli scuri, era la sua amica, mi stava aspettando, si chiamava Dagrun ed era una politisersjant, sergente di polizia. Era quella che avevo intravisto nel cortile gelato della caserma e sulla nave, era la compagna di Ingvild. Sono rimasto con lo un giorno, e poi un altro giorno, tre giorni, Dagrun aveva ripreso servizio, restai un’altra settimana. Adesso, stavamo più tempo da soli, io e Ingvild.
Un giorno, stavamo passeggiando vicino al porto, mi domandò perché ero fuggito sul ghiacciaio, quel giorno. Non stavo fuggendo, inseguivo un’ombra, l’orso bianco, rise. Ti ho proprio centrato, disse. Era stata lei, ah! Era preoccupata quella prima sera, quando era venuta ad aggiustare il letto, voleva capire come stava in salute il prigioniero. La preda, dissi. Solo una volta avevo visto due abbracciarsi e baciarsi in strada, lì in quella terra di biondi vichinghi, erano due barboni anziani, lui doveva essere ubriaco, e forse anche lei, barcollavano.
Quando mi accompagnò all’aeroporto, ci salutammo prima dei varchi di sicurezza. Kom til meg, dissi prima di lasciarla.

FINE PRIMA PARTE

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IL FIORE DELLA CONSOLAZIONE
Castelgandolfo, Estate 2001

1. Dahl
Eravamo a fine agosto, quando lo conobbi, e mi risultò subito simpatico, nel senso che destò nel mio animo un sentimento di συμπάϑεια, la corrente emotiva, per cui tra consimili si partecipa delle medesime affezioni dell’animo. E a suscitare questi stati emotivi e percezioni non fu la condizione in cui ci trovavamo un po' tutti noi, o forse questa fu una concausa minore, ma devo riconoscere la qualità era propria dell’uomo, quella infelice allegria, che traspariva dai suoi modi e i suoi gesti.
“Salve, sono Joe,” disse venendomi incontro, “Joe Henry Thomas”, aggiunse, mentre ci stringevamo la mano, e anch’io mi presentai: “Francesco Demontis, sono felice di conoscerti.” In verità, mi ero preparato l’espressione, ed ero felice di poter dichiarare finalmente il mio nuovo nome, non più “Felice”, ma “Francesco” e la modifica del cognome in Demontis, avevo ottenuto il cambiamento all’anagrafe da pochi giorni. Thomas era uno psichiatra di San Francisco, che mia moglie, sciogliendo il nostro rapporto coniugale, si apprestava a sposare. Venendo a Roma, era stata lei a chiedermi di combinare l’incontro con Thomas e i suoi, Dorothy, la figlia adolescente di Thomas, e il suo fidanzato Mathews, e io avevo accettato volentieri.
A fine giugno ero rientrato a Roma dalla Norvegia, e all’inizio ero ancora un po' confuso dagli avvenimenti, lì tra i ghiacci, in quel paesaggio artico, in cui ero stato trascinato dal mio dovere di neutralizzare le folli gesta della mia creatura, il segnale preciso ricevuto della sua fuga all’estremo nord, come nel racconto di Mary Shelley, quando alla fine la creatura degenere, creata dal dottor Frankenstein, scrive una lettera al suo creatore: “Non temere che io sia lo strumento di futuri misfatti. Il mio compito è quasi completo. Non occorre né la tua morte né quella di altri uomini per portare a termine la catena della mia esistenza e per attuare ciò che deve essere fatto, ma c’è bisogno della mia. Non pensare che avrò esitazione nel compiere questo sacrificio. Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e mi dirigerò verso l’estremità più settentrionale della terra. Lì metterò assieme la mia pira funebre e morirò. Contaminato dai delitti e straziato dai più amari rimorsi, dove posso trovare rimorso se non nella morte? Addio! Ti lascio e tu sei l’ultimo uomo che questi occhi vedranno. Addio Frankenstein!”

Silvio Minieri ha detto...

Ma non era questa creatura assassina un personaggio immaginario creato dalla fantasia letteraria di Mary Shelley? Sì, certo. E quindi la creatura, a cui avevo dato il nome di Silvius, non era anch’essa un personaggio immaginario, creato dalla mia fantasia? Era verosimile, nel senso che potevo esserne sicuro, soltanto dopo averne seguito le tracce e accertato che si trattasse di un fantasma generato dalla mia fantasia e non un essere realmente esistente.
Per spiegare questo enigma, mi figurai un interrogatorio con il capitano Dahl, il comandante della caserma di Kvaløng, di cui ero stato ospite obbligato per una notte, forse per quel mio sospetto che egli avesse letto i miei appunti sul block-notes sequestrato. Sulla questione Ingvild era stata evasiva, ma aveva negato recisamente di avere letto i miei appunti, sapeva parlare l’italiano, ma non era tanto brava a leggerlo, comunque era una cosa senza importanza. Che cosa?
“Una sua folle creatura fugge all’estremo nord, cioè viene qui da noi, lei la insegue sul ghiacciaio, proprio in occasione di uno sciagurato omicidio, in cui l’agente Larsen la sorprende fuori del parco protetto, mentre si allontana di corsa, ed è costretta a bloccarla, scoccando un dardo-siringa contenente un farmaco anestetico, un vero colpo da maestro, una parola di lode alla mia collaboratrice. Chi è questa folle creatura? ” Il capitano Dahl ha parlato, ha concluso con un interrogativo, io che cosa rispondo? “È un essere probabilmente immaginario, di cui stavo cercando verosimili tracce, per accertare se fosse una realtà o fantasia, desiderio direi quasi, ma non ho potuto perché sono stato bloccato.” “Come desiderio? E chi ha bloccato questo suo desiderio di realtà?” Dahl mi guarda, il suo sguardo è ironico, colgo una vena di compassione in quello sguardo. “L’agente Larsen” dico. “Ha fatto il suo dovere!” ribatte risoluto. Dahl si alza, il colloquio tra il comandante della caserma di polizia di Kvaløng e il signor Dementis, questo deficitario cittadino italiano, è terminato. Così io, nuovo fresco Demontis, mi figuro il colloquio.

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2. Thomas
Avevo cominciato a parlare di Thomas, uno psichiatra di San Francisco, e sono finito a parlare di Dahl, un militare norvegese. Se voi conoscete Thomas, siete perduti, vi ha conquistato, non potete più liberarvi da quell’incanto, l’insieme estremo di tormento e quiete, il contenuto passionale della vita, il suo pathos profondo. Riesco a capire perché mia moglie, Gabriela Sanchez, si deve essere innamorata di lui, non appena l’ha conosciuto, quattro anni fa. Non poteva accadere diversamente, io non avevo nessuna recriminazione da fare per quanto era accaduto, o non accaduto, tra noi due, una vita insieme solo intravista, mai vissuta. Pochi mesi, poi lei parte per la California, Silicon Valley, e torna quattro anni dopo, prossima al suo nuovo matrimonio. Auguri, Gabriela Sanchez, auguri di cuore, io spero che Thomas con te sia felice, almeno sia riuscito o riuscirà veramente a guarire dal suo inconsolabile passato.
Dodici anni fa, nel terremoto di Loma Prieta, il violento sisma che aveva scosso la Baia di San Francisco, era caduto anche un pezzo del Golden Gate Bridge, Thomas aveva perduto la moglie e due figli, si erano salvati soltanto lui e Dorothy. L’evento era stato non solo tragico, ma particolarmente terribile, orrendo, inesplicabile. All’arrivo dei soccorsi, erano stati estratti vivi dalle macerie prima la moglie Mabel e i due bambini, Katrin e Daniel. Improvvisamente, uno dei soccorritori si era avventato contro la donna e l’aveva pugnalata a morte. Nel parapiglia creatosi, per bloccare l’assassino, erano cadute travi, pietre e altri cumuli di macerie, uccidendo e seppellendo i due piccoli. In una fase successiva erano sti estratti vivi anche Thomas e Dorothy. Nessuno era riuscito a spiegare il gesto criminale, le motivazioni che avevano spinto l’assassino ad agire, si era parlato di un disadattato mischiatosi ai soccorritori, un giovane con disturbi psichici, ma questo non gli aveva evitato la sedia elettrica.
Quando ebbe finito di raccontarmi la storia, Gabriela Sanchez mi guardò in volto, era uno sguardo femminile di piena dedizione, so definirlo soltanto in questo modo, si distolse subito e corse da Thomas. Stava con Dorothy, affacciato alla ringhiera del lungolago, si voltò verso Gabriela, che andava da lui, poi guardò nella mia direzione. Mi avvicinai e fissai le acque azzurre del lago, indicai al gruppo in alto a destra la collina di Castelgandolfo: “Quelle sono le ville pontificie,” dissi. Thomas approvava con la testa. I ragazzi si erano messi la mano sulla fronte, per non essere abbagliati dal sole, e poter distinguere meglio le cupole argentate delle ville. Gabriela li aveva imitati. Indicai a Thomas le villette sparse sul pendio alle nostre spalle: “Qui è venuto ad abitare anche Antony Quinn,” dissi. Thomas sorrise e guardò compiaciuto, poi si volse ad osservare tutt’intornio il paesaggio splendente di sole, la superficie liscia e azzurra dell’acqua del lago: “Incantevole!” esclamò. Si era fatta ora di pranzo.
Andammo al ristorante e ci sedemmo tutti a tavola, al centro il cameriere aveva messo un vaso di fiori, papaveri bianchi, per volere di Gabriela Sanchez, che aveva fatto le prenotazioni, pagava in dollari. Secondo gli antichi, i papaveri erano i fiori dell’oblio e del sonno: “Il fiore della consolazione cresce nel giardino del tempo,” disse Thomas. Io lo guardai leggermente sorpreso. Ricambiò lo sguardo e aggiunse: “È un proverbio italiano, non è così?” Confermai di sì, anche se non lo sapevo.

Silvio Minieri ha detto...

3. Gyldent bur
Ingvid e Dagrun arrivarono qualche giorno dopo la partenza di Thomas e Gabriela. La mia ex-moglie aveva calcolato i tempi giusti per quella prima e ultima visita con Thomas. Non mi aveva detto nulla, ma sono convinto che conoscesse la mia storia, parlo del mio arresto in Norvegia e chissà che cosa altro avrà pensato. Sapeva soltanto che aspettavo visite per i primi giorni di settembre.
Con le mie amiche andammo a Napoli e Capri, salimmo la scala fenicia e giungemmo fino alla villa di San Michele ad Anacapri, visitammo la costiera amalfitana, Ravello, Amalfi, Positano, Sorrento. Furono due settimane di sole e di mare, poi rientrammo a Napoli. Dagrun ci lasciò, per rientrare in Norvegia, io e Ingvild ci imbarcammo per la Sicilia. A fine mese, siamo ritornati a Roma, Ingvild ripartì, mi avrebbe fatto sapere com’era andata, non eravamo sicuri di essere soltanto in due.
L’avviso mi era stato recapitato già alla fine di maggio, ed io l’avevo trovato al mio rientro dalla Norvegia. Agli inizi di ottobre, l’Ufficio Tecnico del Comune di Roma doveva compiere dei lavori nella zona del Parco dell’Appia Antica, la parte confinante con l’Ardeatina, dove vi sono alcune villette sparse, tra cui la mia. Siamo ancora in un pezzo della campagna romana, l’area sud-est della capitale, destinata però ad essere urbanizzata. Bisognava accertare se vi fosse una falda acquifera o anche dei resti archeologici, quindi erano necessari degli scavi, con i previsti rimborsi.
Quando il geometra con la squadra dei tecnici si presentò quella mattina, per gli accertamenti sul terreno del mio giardino, mi sentii colto di sorpresa, anche se mi ricordai subito dopo dell’avviso ricevuto. Ero comunque leggermente inquieto, forse per tutto quell’accavallarsi di avvenimenti venuti a sconvolgere la mia vita, una certa regolarità di vita, da quattro anni di vita a questa parte, dopo il mio matrimonio con Gabriela Sanchez e la sua partenza per l’America avvenuta qualche mese dopo.

Silvio Minieri ha detto...

Tutto era cominciato con la mia sconsiderata partenza per la Norvegia, cioè no, per quel viaggio all’estremo nord, non come meta turistica, ma come un folle immaginoso piano della mia mente, allora turbata dalla creatura, Silvius, le sue gesta criminose, la sua fuga su zattere di ghiaccio, una vera idea fissa la mia. Poi l’episodio traumatico, era stata un’avventura che poteva rivelarsi molto spiacevole, ma era andata a lieto fine, complice quella crociera nell’Artico. Mi ricordai di Ulma: “Uno ammazza la moglie, la seppellisce in giardino, la polizia italiana non lo scopre, scappa in Norvegia, non ammazza nessuno e la polizia lo arresta.” Rividi quella sua espressione sorpresa e non divertita, come mi ero aspettato. O era stata una mia impressione? Il ricordo sbiadiva. Gli operai avevano circoscritto con un nastro la parte del giardino dove scavare, io rientrai in casa per andare a riprendere l’avviso che avevo ricevuto dal Comune, datato maggio. Che stupido! pensai, i lavori erano programmati già prima del mio viaggio, e dal mio inconscio emergeva una battuta per ridere, che poteva rivelarsi una frase sospetta. Ingvild, pensavo ad Ingvild, le mie fantasie svanivano, la realtà era lei, Ingvild. In giardino, il geometra era andato via, era arrivato un altro operaio, Moretti, che doveva sistemare dei sensori. I lavori finirono presto, non avevano trovato nulla di particolare, il terreno era solido, se ne andarono. Sarebbero tornati all’indomani, per risistemare il giardino, e infatti vennero. Alla fine, alla chiusura dei lavori, il geometra mi diede alcuni fogli da firmare, i lavori per quanto riguardava me, erano conclusi, proseguivano altrove nella zona.
Erano ancora le belle giornate di ottobre, ero in attesa, avevo l’ultimo modello del telefono cellulare, ma le comunicazioni con il nord Europa erano difficoltose, infine arrivò la cartolina con l’annuncio, il test era positivo. Volai a Kvaløng, ci sposammo la settimana dopo ad Hammerfest, Dagrun era la testimone della sposa, il mio testimone fu Chioke Bernstein, un avvocato tedesco di origine africana, marito di una collega di Ingvild. Alla fine del banchetto, il capitano Dahl tenne un breve discorso e concluse consegnandoci il regalo di nozze, a nome di tutta la sua caserma. Era una piccola ygyldent bur, gabbia dorata, ci avrebbe sicuramente portato fortuna. Il giorno dopo siamo ripartiti per l’Italia e siamo venuti a Roma ad abitare nella nostra villetta all’Ardeatino. Alla fine di maggio è nato il mio erede, Silvio Demontis. A metà giugno, Ingvild è partita con il neonato per Kvaløng, io la raggiungerò tra qualche giorno, devo aspettare notizie dal mio agente finanziario, in Svizzera, ultimamente i miei affari non vanno troppo bene, ma sono fiducioso.

Silvio Minieri ha detto...

LA GABBIA D’ORO

1. Assalonne
Roma, autunno 2020.
È una bellissima domenica di metà novembre, sono arrivato qui nel primo pomeriggio dall’Ardeatina e all’altezza dell’ospedale Santa Lucia, ho girato per viale Londra e sono andato a parcheggiare in fondo, accanto al cancello del Parco dell’Appia Antica. Oltre ai complessi edilizi residenziali, vi sono alcuni edifici in vetrocemento, sede di uffici comunali e di alcune aziende private. Sino alla fine degli anni Novanta, era tutta campagna, sfuggita all’insediamento urbanistico, tranne alcune villette sparse. In verità, si trattava di un casale oggi in rovina e alcuni rustici, di cui sono rimasti i ruderi, e di una villetta con una dependance, “Villa del Sogno”, che non esiste più. Sono notizie che ho accertato presso gli uffici del catasto. Nelle tre schede in mio possesso, si parla di villette sparse, qualcuna c’è ancora, ma un po' più distante.
Ho varcato il cancello d’ingresso e ho preso per il vialetto di sinistra. Nel grande spiazzo erboso, dove ci sono delle panche in legno e un’area giochi con scivoli e altalene, si aggirano diverse famiglie con bambini e piccoli gruppi di due o tre persone. Si godono la giornata di sole novembrino, una vera oasi di verde in questa zona e in questi tempi, gente fortunata o forse no, i destini individuali non sempre collimano con affermazioni generali. Qui c’era “Villa del Sogno”, qui abitava il destinatario del plico, spedito dal Consolato italiano di Tromsø, il block-notes, con gli appunti su Silvius Frankenstein. Si trattava di Francesco Demontis, deceduto in Roma, il 18 giugno 2001. Ho controllato e ho rintracciato la notizia del decesso sui giornali dell’epoca, una violenta esplosione, provocata dalla fuoriuscita di gas da una bombola della cucina, aveva completamente distrutto la casa, un cadavere carbonizzato, ritenuto quello del Demontis, era stato ritrovato sotto le macerie, nessun’altra vittima.
Ho proseguito sul viale, sentivo arrivare delle voci e grida di gioco giù dal pendio, dove si vedono i muri del casale abbandonato, cintato dal nastro bianco rosso, con il cartello annunciante i lavori di ristrutturazione. Ho proseguito e sulla sinistra, mi sono affacciato dove, un poco più in basso, ho visto alcuni ragazzi che stavano giocando a pallavolo su un campetto in cemento.

Silvio Minieri ha detto...

Sono il titolare dell’ufficio recapito posta destinatari sconosciuti, con sede a Roma, in viale dell’Aeronautica, all’Eur. Lavoro molto in contatto con il Ministero delle Poste, di cui peraltro sono ancora un dipendente, anche se in aspettativa. Dieci anni fa, ho rilevato quest’ufficio, che allora era integrato nel Ministero come sede distaccata. Due anni fa, è stato privatizzato e io sono diventato socio unico e titolare della società costituita per la gestione degli affari commerciali. In ufficio ci perviene tutta la posta non recapitata, per i motivi più vari, per l’area dell’Italia centrale, in particolare per il Lazio e Roma Capitale. Le sedi di Milano, Napoli e Palermo, sono ancora uffici pubblici. Da qualche tempo ho una segretaria che mi assiste e gestisce i fattorini, assunti con contratti a temine, per le ricerche e consegne della posta in arrivo nel nostro ufficio. Lorella Perrotta, la mia segretaria, è una giovane impiegata, raccomandatami dal collega Gregorio di via Arenula, Dirigente delle Poste distaccato presso il Ministero della Giustizia. Non ho avuto problemi ad assumerla, si è dimostrata molto al di sopra delle mie aspettative. Era l’impiegata giusta per il mio ufficio, e Gregorio lo sapeva. Quando ho ricevuto la telefonata di un plico in arrivo dalla Svizzera, l’ho incaricata di andare di persona nel negozio di antiquariato di Assalonne, per il ritiro. Erano le cinque del pomeriggio, lei doveva smontare dal suo turno di lavoro: “Lorella, devi andare nel negozio di antiquariato, in via dell’Arco dei Cenci, alle spalle del Ministero, in via Arenula. Devi farti consegnare dal titolare del negozio un plico arrivato oggi, contiene degli appunti: “Il fiore della consolazione”. È andata subito.
Quando la ragazza si è presentata nel negozio, il titolare Assalonne, un vecchio di oltre ottant’anni, con folti capelli bianchi e una lunga barba, si è allungato verso di lei, per ascoltare meglio la richiesta: “Il fiore della consolazione”. Allora, si è rialzato e Lorella ha visto che andava nel retro del negozio, nell’attesa si è messa a guardare gli oggetti esposti in vetrina, aveva notato una graziosa gabbietta dorata per uccelli. Nel retro, intanto, Assalonne aveva spostato con cura lo scaffale semovente, nell’angolo un uomo aspettava nell’ombra. “Frankenstein” ha sillabato lentamente il vecchio, e dopo una pausa di silenzio, piegandosi verso l’uomo in ombra, ha sussurrato di nuovo con tono grave, scandendo bene le sillabe: “Frankenstein”.

Silvio Minieri ha detto...

2. Monika Müller
Lucerna, dicembre 2020.
Il commissario Trinkler mi ha accolto nella sua casa con grande cordialità. Parla abbastanza bene la lingua italiana, e mi racconta il suo tempo presente. Sposato, sui sessant’anni, è prossimo alla pensione, ha mandato l’unica figlia a studiare a Roma, e vent’anni prima, per qualche tempo, si era occupato di un dossier, “Frank & Enstein”, a cui non aveva mai spesso di pensare. Ora sembrava essere arrivato al capolinea dell’inchiesta, la svolta era arrivata con la scoperta delle ultime tre schede, avvenuta nel corso dell’indagine sulla morte di una donna, Monika Müller, rinvenuta cadavere nella sua casa, “Dream Villa”, di Krattigen sul lago di Thun. Nel computer della donna erano stati ritrovati i tre file, tramite cui Trinkler era giunto a identificare la persona di Francesco Demontis. Quel riferimento a Frankenstein era la chiara metafora di una confessione e le righe finali di Gyldent bur confermavano il sospetto: “A metà giugno, Ingvild è partita con il neonato per Kvaløng, io la raggiungerò tra qualche giorno, devo aspettare notizie dal mio agente finanziario, in Svizzera, ultimamente i miei affari non vanno troppo bene, ma sono fiducioso.”
“Il caso risale a oltre vent’anni fa. Ero a Berna e facevo parte della polizia federale, l’ufficio che si occupava del crimine organizzato. All’epoca, ricordo che fui investito dell’inchiesta su una società finanziaria, con sede ad Altdorf, di cui risultava titolare una coppia tedesca di München: Frank Durer e Marlene Enstein. Avevano più che altro rapporti con la Germania e l’Austria, ma anche con l’Italia settentrionale, la Lombardia e il Veneto. Allora, ebbi il sospetto che investivano capitali sul traffico di armi clandestine, provenienti dall’area balcanica e slava. Era un sospetto, non riuscivo a trovare le prove, finché non scoprii, grazie alla collaborazione con la polizia tedesca, la vera identità di Marlene Enstein. Era di Monaco di Baviera, ma si chiamava Monika Müller. Frank Durer, invece, non sono mai riuscito a identificarlo.”
Il commissario Trinkler sembra voler continuare, ma ha come un ripensamento: “Ah, io ormai sono vecchio, anche se non mollo, ho affidato il caso della morte di Monika Müller a un mio collaboratore più giovane, il commissario Gunther Bachmann, e sono convinto che presto troverà la soluzione. Il commissario Bachmann è sicuro che Frank Durer sia Francesco Demontis, e anch’io. Ma sappiamo che Demontis è morto, e un morto non può resuscitare ed essere implicato nella morte di un vivo. Se poi vogliamo credere al ritorno dei fantasmi…”

Silvio Minieri ha detto...

L’autorità giudiziaria svizzera aveva fatto richiesta di una rogatoria internazionale, ma aveva ricevuto notizia della morte del Demontis, avvenuta in Roma quasi vent’anni prima. Trinkler aveva richiesto altre notizie su Demontis, e la mia agenzia era stata incaricata dal Ministero di mettergli a disposizione i documenti in nostro possesso. Per farlo, avevo necessità di un riferimento e ottenni da Lucerna il plico contenente le tre schede del “fiore della consolazione”. In tal modo ho potuto recuperare dal magazzino la posta destinata al Demontis, il block-notes ricevuto dalla Norvegia, e l’ho inviato a Trinkler, arricchendo il dossier “Frankenstein”.
Sollecitato dal Ministero a compiere ulteriori accertamenti sulla vicenda, ho incaricato la mia segretaria di fare delle ricerche anagrafiche, e Lorella Perrotta è riuscita a ricomporre l’intero quadro familiare dello scomparso e le circostanze della sua vita. Francesco Demontis era figlio di Ciro Demendis (Napoli, 1930-1996) e Guglielmina Voigt (Salisburgo, 1928-vivente), titolari di un’industria di marmellata, la “Ciro Conserve”, quattro figli, Carlo 1957, Giuseppe 1958, Elisa 1963, Felice 1965, tutti viventi, tranne Felice. All’anagrafe di Napoli, Felice era stato registrato Dementis, l’impiegato aveva così interpretato l’accento teutonico della madre. (Immagino la scena: – Felice Tementis, ha detto? – Sì, Tementis. – Forse Demendis, signora? – Sì, Tementis. L’impiegato ha sott’occhio il registro degli altri Demendis, ma alla fine si confonde e scrive Dementis. La dentale “di”, preceduta da una nasale, non scivola, a volte, nella “t”, anche nell’accento napoletano?) Nel 1997, Felice sposa Gabriela Sanchez, da cui di fatto si separa subito. Nel 2001, dopo la sua avventura norvegese, Felice Dementis aveva chiesto e ottenuto la variazione anagrafica in Francesco Demontis, quindi sposa Ingvild Larsen e poi muore nella esplosione di “Villa del Sogno”. Un’amica di famiglia, Dragun Olsen, firma il verbale di riconoscimento della salma. Ingvild Larsen era tornata in Italia, a Roma, dove aveva sposato Antonio Passerini, suo medico curante, ai tempi del primo soggiorno romano. E adesso abitava con il marito e i tre figli nel quartiere “Trieste”, a Roma. Ero pronto, ho ricevuto un’informale autorizzazione e sono andato a Lucerna. Trinkler mi ha ricevuto in casa sua, ero Vincenzo Olmi, un impiegato delle poste italiane, che andava a colloquio con un conoscente svizzero.

Silvio Minieri ha detto...

3. Voigt
“Es ist ein Dummkopf, der immer noch Fruchtmarmelade macht, Voigt macht es für Sie.” Il tono del commissario Trinkler è leggermente pungente, mi guarda e traduce in italiano lo slogan pubblicitario: “È uno sciocco chi fa ancora la marmellata di frutta, Voigt la fa per te.” Nella stanza è entrata la signora Lucy, sono stato invitato a pranzo, non posso sottrarmi, ricambierò volentieri a Roma.
A tavola, parliamo di Friederike, la figlia dei coniugi Trinkler, convitata assente, architetto, ha studiato alle Università di Roma e Palermo, dove si è sposata con un medico chirurgo. Lucy Kern, la moglie di Trinkler, ha insegnato Lingua tedesca e Lettere classiche nel Liceo di Basilea. In quest’occasione di convivio, ha preparato maccheroni al formaggio, carne d’anatra e fagiano, beviamo vino rosso Riesling e Pinot nero, tutti alimenti e bevande, di cui tesso le lodi mentre mangio e bevo.
Frau Kern parla del ritratto più famoso delle pitture pompeiane, quello della giovane donna raffigurata nel medaglione, e che si è voluta identificare per Saffo, dovendosi trattare di una scrittrice, per lo stile sulle labbra e la tavoletta di cera tra le mani, l’aria ispirata della pensatrice. Il dipinto è conservato nel Museo archeologico di Napoli. Quando il discorso scivola sulle ville pompeiane, interviene Trinkler e dice qualcosa in lingua tedesca direttamente alla moglie. Dallo scambio di battute afferro solo “Dream Villa”, quest’ultima parola pronunciata con tono brusco. Poi Frau Lucy riprende il discorso in italiano e parla del Tablinium di Terentius Neo e la moglie. L’affresco ritrae due letterati, infatti lui ha in mano un papiro, lei uno stilo e la tavoletta cerata. Sto per intervenire, ma Frau Lucy prosegue, dicendo che l’uomo però ha più l’aria di un mercante, esita cercando la parola giusta, dice Bäcker, guarda il marito appena, ma l’uomo tace, dico Kaufmann, scuote la testa, esita ancora, infine ispirata quasi grida: “panettiere”. Dalla cucina, si è affacciato il cameriere, un filippino, forse attirato dalla voce di Frau Kern, che egli ha interpretato come un richiamo, avanza e si appresta a sparecchiare. Il commissario Trinkler conclude il discorso sull’affresco del Tablinium di Terentius Neo, dicendo che la figura femminile rappresenta die Buchhalterin, la contabile dell’azienda familiare, quella che registra i conti. Si tratta degli instrumenta scriptoria conclude Frau Kern, riferendosi al papiro, la tavoletta e lo stilo. Non si tratta di Ipazia, penso, ma non lo dico, perché alla padrona di casa tocca l’ultima parola, come si conviene, e quindi ci alziamo da tavola.
La moglie si assenta, e Trinkler riprende il discorso su Voigt, dove l’aveva lasciato. La sua inchiesta sulla “Frank & Enstein”, per identificare Frank Durer, conduceva a Salzburg, ma lì aveva trovato ostacoli nelle autorità austriache. La “Voigt & Söhne” era un’importante azienda commerciale di frutta, le autorità austriache non avevano collaborato e neppure quelle italiane, dove la società aveva la sede principale. Ma con l’anello mancante, Francesco Demontis, tutto appariva chiaro. Di fatto, Frank Durer era rimasto un fantasma, per un’inchiesta ormai chiusa. Il procuratore aveva incriminato Monika Müller, ma era stata assolta in giudizio dalle accuse di traffico illecito di armi da guerra, soltanto una lieve condanna per le false generalità. Monika Müller, una donna di grande fascino, originaria della Baviera, aveva soggiornato a lungo a Berlino, una città dove esiste un giardino del peccato, e Monika era un fiore di quel giardino. Della sua morte, ora, si sarebbe occupato il commissario Bachmann, l’affare Demontis risaliva a vent’anni prima, e non poteva ricondursi a quest’ultimo caso, senza tracce recenti. Trinkler era convinto di un’altra verità.

Silvio Minieri ha detto...

EPILOGO
Lorella Perrotta si è sposata, l’altro giorno, in una chiesa dell’Aventino, con Silvio Passerini, e poi gli sposi sono partiti in viaggio di nozze per i Caraibi. Due anni fa, la giovane donna era diventata titolare dell’Agenzia postale di Vincenzo Olmi, morto nella primavera del 2021, vittima dell’epidemia che infestava l’Italia e il mondo. I due giovani si erano conosciuti durante gli accertamenti da lei compiuti per l’affare Demontis. Lorella Perrotta era la nipote di Assalonne, e il vecchio antiquario ha regalato agli sposi la gabbia d’oro, che aveva tenuto per tanti anni in vetrina. Ingvild Larsen ha riconosciuto l’antico dono di nozze, ma non ha fatto nessuna domanda. Mentre l’automobile degli sposi si allontanava, alla fine della cerimonia, ha visto balenare un’ombra, un gabbiano si era levato in volo dal Lungotevere.

Silvio Minieri ha detto...

DREAM VILLA
CONGETTURE SULLA MORTE DI MONIKA MÜLLER
A lettura terminata della storia della “Gabbia d’oro”, alcuni interrogativi rimangono in sospeso e anche determinati luoghi del racconto restano in ombra. La narrazione deve ritenersi compiuta, sigillata com’è da un “Epilogo”, che alla fine eccede anche la misura del tempo. L’artificio di quel ricordare il futuro – il testo è stato licenziato, con la pubblicazione sul Blog, a novembre 2020 – sembra non voler concedere ulteriori chances al racconto. Non resta che commentare la storia così come appare compiuta, e pertanto queste mie note non sono un continuum della narrazione, ma devono essere intese soltanto come un giudizio critico. E qualsiasi variazione non può certo influenzare il corso degli avvenimenti così come descritti nel loro contenuto di fiction e i problemi che al termine della narrazione rimangono aperti.
Il racconto “La gabbia d’oro” si rendeva necessario per la frase di chiusura di “Il fiore della consolazione”, quella che aveva appunto colpito l’attenzione del commissario della polizia elvetica Trinckler. Nella congiunzione narrativa tra le due parti di una storia con trama unica, la distanza temporale tra gli accadimenti non si avverte e neppure stride il salto nel futuro. È il senso della storia quello che interessa ricercare, anche se spesso certe storie non sembrano avere un senso.
Vorrei spiegare quest’ultima frase, citando Borges, che si esprime nel senso detto, in uno dei suoi saggi danteschi: “Il carnefice pietoso”. Scrive l’autore argentino: “Dante (nessuno lo ignora) pone Francesca nell’Inferno e ascolta con infinita compassione la storia della sua colpa. Come attenuare questa discordia, come giustificarla?” Egli intravede quattro congetture, noi saltiamo la prima: “La seconda equipara, secondo la dottrina di Jung, le invenzioni letterarie alle invenzioni oniriche. Dante, che ora è un nostro sogno, sognò la pena di Francesca e sognò la propria compassione. Osserva Schopenhauer che nei sogni può stupirci ciò che sentiamo e vediamo, anche se ha la sua radice, in ultima istanza, in noi; Dante, in tal maniera, potrebbe essersi impietosito di quanto aveva inventato o sognato. Converrebbe dire anche che Francesca è una mera proiezione del poeta, come del resto è lo stesso Dante nella sua veste di viaggiatore infernale. Sospetto tuttavia che questa congettura sia fallace, perché una cosa è attribuire ai libri e ai sogni un’origine comune, un altro tollerare nei libri la sconnessione e l’irresponsabilità dei sogni.”
Una storia, per essere una storia, vera o finta che sia, deve avere un suo senso, una trama, una ratio. Poesia, ovvero una creazione di sogno, e ragione, ricerca di senso, diciamo la sintassi o se si preferisce la grammatica del sogno, non vanno d’accordo, dobbiamo per forza ricercare un’interpretazione. Il sogno è un simbolo, dice Jung, rimanda a qualcosa d’altro, dietro la sua apparente confusione di immagini. E allora sulla figura di Monika Müller (una controfigura di Marlene Dietrich?), in mancanza di un testo che ci narri la sua storia, avanziamo anche noi delle congetture.

Silvio Minieri ha detto...

Abbiamo evocato il fascino dell’angelo azzurro, poteva sfuggire a un fascino simile, quello di Monika Müller, il commissario Trinkler? È invecchiato, lascia la soluzione del caso della sua morte oscura al più giovane commissario Gunther Bachmann. Si è comunque fatto una sua opinione della vicenda, forse la verità, “un’altra verità” dice il mio testo. Quale? Io dovrei conoscerla, è tutto un mio sogno, ma confesso non ho sognato quest’ultimo particolare o forse l’ho sognato, ma non lo dico, non voglio influenzare il lettore, il mio è solo un sogno, non la realtà, posso però inserirlo ex post, ripeto come congettura, per non lasciare una trama sconnessa o quanto meno incompiuta. In mancanza di una verità a disposizione, si può congetturare allora che il non scoprire il responsabile della morte di Monika Müller è una responsabilità da attribuire a Bachmann, il successore di Trinkler nell’inchiesta.
Ma che stiamo dicendo? Non siamo noi i censori della polizia elvetica, è un compito che non ci spetta, siamo finiti fuori i confini del nostro Stato. Occupiamoci dei nostri connazionali: Francesco Demontis, l’unico che apparirebbe implicato in questa vicenda, è morto oltre vent’anni fa. E se non fosse così? Se non fosse così, si aprirebbe un altro scenario, tutta quella storia dei lavori nel giardino e l’esplosione di “Villa del Sogno”, nella lingua di Hollywood, “Dream Villa”, lo screzio del commissario con Frau Lucy Kern a pranzo, che senso hanno? Eppure, se non fosse così, non cambierebbe nulla sulla morte di Monika Müller, Trinkler è stato esplicito, ha un’altra verità, l’ha detto dopo aver escluso dall’affare Demontis, quel fantasma inseguito per vent’anni sotto l’identità di Frank Durer. E se Trinkler si sbagliasse? Non è un nostro problema. La polizia svizzera esclude dall’inchiesta il fantasma di un deceduto e noi che facciamo? Inseguiamo e diamo corpo alle ombre? “Nel retro, intanto, Assalonne aveva spostato con cura lo scaffale semovente, nell’angolo un uomo aspettava nell’ombra. “Frankenstein” ha sillabato lentamente il vecchio, e dopo una pausa di silenzio, piegandosi verso l’uomo in ombra, ha sussurrato di nuovo con tono grave, scandendo bene le sillabe: “Frankenstein”. Così il testo della “Gabbia d’oro”.
Ma chi è che racconta queste cose? Presumibilmente Olmi, un pensiero di Vincenzo Olmi, è stato lui a ricevere la telefonata dalla polizia svizzera, è stato lui che ha mandato Lorella ad avvisare Assalonne. Chi è Olmi? Un fantasma. È morto nel 2021, nel corso della terza ondata del virus, quella di primavera. Ricordate? Sì, ricordiamo, anche noi abbiamo imparato a ricordare il futuro. Sulla soglia della porta carraia, “l’Attimo”, si scontrano e cozzano tra loro due strade, due lunghe lugubri strade, una che porta in avanti, infinitamente in avanti, l’altra infinitamente indietro. Una volta giunti su quella soglia (e ci giungiamo continuamente, ecco perché una volta giunti nell’attimo, scopriamo di esserci già da sempre stati, eternamente), basta voltarsi indietro, e nello specchio del passato, ricordare il futuro. Vincenzo Olmi è morto e non può raccontarci chi veramente ci fosse dietro quella sua maschera professionale, probabilmente falsa, di impiegato delle poste, titolare di un’agenzia postale privatizzata. Ha però lasciato un’erede, Lorella Perrotta, nipote del biblico Assalonne, novella sposa di Silvio Passerini (Silvio Demontis ha assunto il cognome del genitore d’adozione). È lei, Lorella, la depositaria di una verità tutta da vivere e da scrivere, più di Olmi, più di Ingvild Larsen, più di Assalonne, è lei la proprietaria, ora, della “gabbia d’oro”, di quello che il prezioso antico regalo di nozze custodisce e che forse un giorno, per chi avrà desiderio di ascoltarlo, sarà ancora raccontato.

Silvio Minieri ha detto...

IL CLANDESTINO
Ho dovuto rileggere due tre volte “La gabbia d’oro”, per capire che cosa avevo scritto oltre cinque anni fa. Alla fine, ho capito sia la trama sia il sogno, più che capito “ho ricordato”. La trama della storia si può capire, non il sogno o altre fantasie che l’hanno ispirata, che ovviamente sono un non raccontato, che però appena viene raccontato diventa ovviamente anch’esso (il non raccontato) un raccontato. E spiego anche la distinzione di Borges: i sogni sono ingarbugliati – i nodi li può sciogliere il sognatore soltanto (i malati mentali con l’aiuto dello psicanalista?) perché i sogni appartengono a lui, come dice Schopenhauer – ed esprimono un nonsenso della ragione, ma nel racconto il non senso deve ricomporsi e acquistare un senso.
La trama: Demontis, alias Dementis, ha simulato la sua morte per continuare i suoi loschi affari, intrapresi con Monika Müller, che muore non sappiamo come, e a questo punto come negli irrisolti gialli della realtà, ognuno si può inventare la sua versione. In questo senso, non devo pertanto spiegare la morte di Monika, un mio sogno, Monika (Marlen Dietrich), non la sua morte, che pone fine alla sua storia, ma non a quella di Demontis. Era lui il “Frankenstein” clandestino, nascosto nel retrobottega di Assalonne, a cui aveva dato in pegno la gabbia d’oro, peraltro riconosciuta da Ingvild al matrimonio del figlio. Non sappiamo che fine abbia fatto, potrebbe saperlo Lorella Perrotta, che ormai, come nipote di Assalonne, non teme più di essere scoperta dal defunto Olmi su una sua possibile conoscenza, e quindi complicità, sulla reperibilità del fuggiasco, sospettato di essere in vita da un commissario di polizia svizzero, ma vale la pena conoscerne il destino? Non è forse lui il sempre inafferrabile spirito, che vive clandestino le nostre vite? Il servus fugitivus, il fluido mercuriale volatile, con le ali ai piedi, come dice Jung, lo sfuggente Mercurio, che sempre si sottrae alla presa, un vero truffatore che spinge l’alchimista alla disperazione. Se, però, si riesce a trattenerlo nel “vas hermeticum”, allora il selvaggio Mercurio diventa uno spirito servizievole, obbediente, familiaris.

Silvio Minieri ha detto...

REALTÀ DELL’ISTANTE
Nel commento parlo di ricordare il futuro, nel senso di avere scritto, nel 2020, di avvenimenti datati in anni futuri, 2021, che oggi comunque rappresentano un passato, e questo la dice lunga sul rapporto tra tempo e racconto, il tempo della realtà che viviamo, non quella del racconto che non viviamo, o meglio che come supplemento di realtà, come dichiara Gadamer, viviamo nello spirito. Ossia in quale realtà? La realtà dell’istante (exaiphnes ἐξαίφνης), in cui scocca la scintilla e di colpo come fiamma divampa. Che cosa significa realtà dell’istante? Platone indica ἐξαίφνης l’istante psichico, nel “Parmenide” (156d) vedi Post del 14 novembre 2025 (Kierkegaard), e nella “Settima Lettera” (341c-d), in cui ἐξαίφνης è la scintilla che scocca nell’anima e arde come fiamma della vera conoscenza, la verità filosofica, di cui un suo scritto non c’è mai stato né mai ci sarà, come dire che la verità non è quella che scriviamo sui moderni rotoli dei papiri, il web, ma quella di ἐξαίφνης, che viviamo.
(Fine della lezioncina sul tempo, che essendo ἐξαίφνης, istante o attimo, eternamente ritorna nel cozzo tra le due strade infinite del passato e del futuro, Nietzsche).