1.God natt Ho aperto gli occhi e ho guardato fuori della grande finestra la luce bianca del giorno, mi sono tirato su, rimanendo seduto, la schiena appoggiata alla spalliera in legno. Sulla parete di fronte l’orologio a muro segnava le dodici, mancava qualche minuto. Ero disteso in un letto più lungo del solito, manca circa mezzo metro, per toccare con i piedi il bordo inferiore. Che strano! La camera era nuda e spoglia, come se fosse quella di un ospedale, il comodino di legno, anche il letto era di legno, di fronte un tavolino con sedia e uno scaffale sul muro con alcuni libri, a sinistra un armadietto a due ante chiuso. Sul quadrante dell’orologio, la lancetta dei minuti si stava allineando su mezzogiorno preciso. Guardai verso la porta, che in quel momento si aprì, vidi entrare un uomo e una donna: erano biondi, capelli biondo chiari, gli occhi azzurri, indossavano pantaloni blu e camicia celeste a maniche corte. L’uomo si fermò davanti alla porta con le braccia conserte, la donna si avvicinò al mio letto, girò tutt’intorno, si fermò accanto a me, dalla parte dove non c’era il comodino, si chinò leggermente e con la mano mi fece un chiaro gesto di scostarmi dalla spalliera. Ubbidii. Mi sfilò il cuscino di sotto, lo tenne in aria, rigirandolo e tastandolo con le mani, quindi me lo ridiede. Mi voltai e lo rimisi a posto, poi tornai a guardarla, lei mi fece cenno di scendere dal letto. Sollevai la coperta e scesi dal letto, restando in piedi e mettendo le braccia conserte, perché sentivo freddo, nel mio leggero pigiama celeste. Aveva tolto via la coperta e stava per sollevare il materasso, poi vide che mostravo di aver freddo e guardò verso il compagno che stava alla porta. Quello si mosse per andare verso l’armadietto alla parete, ma lei lasciò cadere subito il materasso e gli fece cenno di fermarsi: “Nei, Olav!” pronunciò a voce alta. Quindi andò all’armadietto e tirò fuori un maglione grigio, lo spiegò, lo scosse, infine me lo portò e si fermò ad osservarmi. Restai con il maglione in mano e la guardai, mi fece cenno di indossarlo, esitai, mi fece nuovamente cenno d’indossarlo, aspettando che le ubbidissi. Era un ordine. Infilai il maglione, mentre lei si rimise a perquisire il letto. Quando ebbe finito, ritornò da me, mi guardò i piedi nudi, e mi fece cenno d’indossare le pantofole. Stavo quasi per fare un’obiezione, ma il suo gesto deciso nuovamente ripetuto, m’indusse ad ubbidire. Poi sempre a gesti secchi, mi intimò di andare alla finestra. Ubbidii. Lei girò attorno al letto, lo disfece, guardò attentamente le lenzuola e le palpò. Quindi andò a esplorare lo scaffale di libri, che sfogliò con attenzione. Sembrava avesse finito, allora mi mossi verso il letto. La donna si voltò e mi ingiunse di fermarmi, accompagnando il gesto della mano con l’ordine: “Stoppe!” quindi si portò di nuovo vicino al letto, rifacendolo con cura. Aveva finito. Mi guardò: “Kom igjen!” E fece il gesto, che indicava di avvicinarmi. Eseguii l’ordine, ero di fronte a lei, mi fissò in silenzio per alcuni istanti, con un’espressione gelida nei suoi occhi azzurri, quindi disse, indicando il letto:“Nå sovner!” Restai immobile, lei mi diede un’ultima occhiata, ma non disse altro, voltò le spalle e si avviò alla porta: “Her går vi, Olav.” D’istinto la seguii di un passo, subito si voltò, protestai debolmente: “Breakfast?” Guardai l’orologio al muro: “Lunch?” La donna mi guardò: “Kaffe i morgen klokka åtte.” Si voltò a dare un’occhiata all’orologio al muro, quindi disse: “Breakfast domani ore otto.” Rimasi di stucco, lei indicò il letto: “Nå sovner! Dormire!” Mi voltai verso il letto e guardai la luce bianca del giorno fuori della finestra, sentii alle mie spalle che andavano via. Che cosa accadeva? Vivevo come in un’atmosfera di sogno.
Andai alla finestra e guardai fuori, sembrava un’alba, si vedeva un campo coperto di neve, fiancheggiato ai lati da due fabbricati bassi a un piano, un panorama bianco. Ora vedevo l’immagine di un ghiacciaio, in alto una sagoma incerta, un’ombra che andava su a balzi di corsa, io inseguivo arrampicandomi affannosamente sulla neve, poi un velo nero e la visione svanì. Sarà stata una sensazione, ma sentii come una fitta localizzarsi sul gluteo sinistro, e feci scivolare la mano sotto il pigiama, tastandomi la parte. Con il dito indice localizzai come un puntino, il segno di una puntura, poi levando la mano, e accostandola al naso, avvertii come un odore di alcool o qualcosa di simile. Mi avevano fatto una puntura, ma quando, dove? Mi sentivo in uno stato vaporoso, non ricordavo nulla, soltanto quella visione bianca svanita, la sagoma di un umano o animale, che fugge, un orso? Io inseguo, perché? Restai a guardare a lungo il bianco panorama e l’orizzonte sfumato del cielo grigio chiaro. D’improvviso capii, la bianca notte artica. Non era mezzogiorno, guardai l’orologio, era l’una del mattino, l’ora di dormire. Mi avvicinai al letto ed esitai ad alzare il piumone, mi sembrava come di compiere un gesto scomposto, il violare un sistema d’ordine. Ero indeciso, sentivo caldo, mi sfilai il maglione. Perché aveva fatto il letto con tanta cura? Una guardiana, mi venne questo temine in mente, non ti fa il letto, soprattutto con tanta cura. Pensavo a questa stranezza, poi ebbi come un’illuminazione, dovuta al particolare della dicitura in caratteri gialli sul taschino della camicia e i bordi delle maniche: “Politiet”. Polizia! Aveva controllato le microspie nascoste! Stavo per prendere il cuscino e scuoterlo, come aveva fatto lei prima, ma mi fermai in tempo, presi il maglione e andai ad appoggiarlo sulla sedia del tavolino accanto allo scaffale dei libri. Ritornai al letto e con mosse disinvolte, alzai il piumone e mi coricai, restando disteso supino le braccia incrociate in alto, le mani dietro la nuca, il capo leggermente sollevato sul cuscino. Fissai il soffitto e vidi il segnale antifumo, era una telecamera camuffata. Spiavano il prigioniero, perché? Normale vigilanza, chiusi gli occhi e mi girai su un fianco, per dormire: “God natt!”
2. Våkn opp! L’eco di un grido, aprii gli occhi e guardai l’orologio a muro: erano le sette del mattino, fuori la luce bianca del giorno artico. Sentii distintamente: “Våkn opp!” Lanciai su il piumone e balzai giù dal letto: “Sveglia!” Una musica cominciò a diffondersi prima piano, poi più forte, aumentando il ritmo, che in crescendo finì per diventare marziale. Mi avvicinai ai vetri della finestra e vidi un gruppetto di uomini e donne in tuta blu, mentre uscivano correndo sul campo di neve, poi in fila indiana iniziarono uno jogging mattutino. Erano una decina, guidati da una donna molto alta, a occhio quasi due metri, le spalle larghe, la capigliatura nera lunga legata a coda di cavallo. Dopo un po', si fermarono, schierandosi su due file e iniziarono una serie di esercizi ginnici, seguendo gli ordini ritmati dell’altoparlante: “En to! En to! En to tre og fire!” Cominciai ad imitarli, alzando e abbassando braccia e gambe, piegando il busto e sollevandolo, girandomi a destra e sinistra. “En to! En to! En to tre og fire!” Ormai eseguivo gli esercizi all’unisono con gli ordini: ”Uno due! Uno due! Uno due tre e quattro!” Poi la voce che gridava gli ordini tacque, ma la musica marziale proseguì, e quando finì, la ginnastica ebbe termine. Quelli di fuori rientravano, anch’io mi ritirai e raggiunsi l’angolo della stanza, dietro cui c’era la doccia, il lavandino e il wc. Il primo getto d’acqua della doccia fu gelido, ma subito dopo divenne tiepido e quindi caldo. Alla fine indossai l’accappatoio e mi asciugai, sul lavandino c’era il kit per la barba e gli altri accessori. Quando ebbi finito i lavaggi, con indosso l’accappatoio, ritornai alla finestra, come in attesa di un seguito della ginnastica. E poco dopo vidi il gruppetto di uomini e donne tutti nudi uscire di corsa e lanciarsi sulla neve, si rotolarono, quindi si rialzarono, rovesciandosi secchiate d’acqua fredda addosso, infine rientrarono. Ora, finalmente, ero completamente sveglio e cosciente, ricordavo tutto di me e di quello che mi era accaduto in quegli ultimi giorni, comprendevo anche la mia smemoratezza e lo stato vaporoso e di sogno della sera precedente. Vedevo tutto molto chiaro, guardai il letto, mi avvicinai e lo rifeci, con cura stropicciando il cuscino e riassestandolo come aveva fatto la bionda agente di polizia la sera precedente. Le microspie? Volevano registrare delle mie dichiarazioni, mentre parlavo con loro? Le telecamere erano anche in alcune prese d’aria, che vedevo in alto sulle pareti. Bussarono alla porta, sentii uno scatto, mi avvicinai, la porta si aprì: “Breakfast”. Era un inserviente di fattezze magrebine con un carrello, mi passò un vassoio e mi versò un caffè caldo in un grande bicchiere di carta. Si spostò, la guardia che lo seguiva aspettò che rientrassi e chiuse la porta, era anziano con la pancia, grigio. Il vassoio fu ritirato mezz’ora dopo, con la stessa procedura, la porta di nuovo chiusa. Ed ora?
Avevo indossato la tuta arancione, che stava nell’armadietto, ero un detenuto, sono andato allo scaffale dei libri. Erano tutti titoli norvegesi, svedesi, danesi. C’erano anche libri in lingua inglese, Shakespeare, The Bible e toh! Dante, The Divine Comedy. Presi il volume, l’aprii, e dopo una sommaria sfogliata di pagine, mi fermai al secondo Canto dell’Inferno, la quinta terzina: Thou sayest, that of Silvius the parent, While yet corruptible, unto the world Immortal went, and was there bodily. Tu dici che il genitore di Silvio, Quand’era ancora mortale, si recò Nel mondo dei morti, in carne ed ossa. The parent of Silvius, ero turbato. Come spiegava la Nota dell’edizione inglese, si trattava di Enea, fondatore dell’Impero Romano, e citava la fonte, Eneide, B6. Ma come si spiegava il mio turbamento? Era la prova che la fantasia si fa realtà, e la realtà fantasia, e Dante lo sapeva, e mi mandava il suo messaggio, da una lontananza di otto secoli, ma ancora vivo ed attuale. Non ero io il testimone vivente, che viveva l’attimo dantesco, nella sua dimensione di presente attuale, quello in atto? Non ero io di Silvio il parente? Il genitore. Silvio era la mia creatura. Ed io ero là e ora guardavo la mia vita scorrere al presente come in uno specchio. Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente. E come? Non ricordavo perfettamente a memoria la terzina? Dante dice “Silvïo”, mette la dieresi sulla “i”, per ragioni metriche, separa la sillaba in due, per formare l’endecasillabo. Il traduttore inglese scrive il latino “Silvius”, il nome stesso della mia creatura, un orso bianco. Come? L’orso bianco, una mia creatura? Silvius. Erano i miei pensieri, pensieri strani, che respingevo negli angoli più reconditi della mia coscienza, in modo che le microspie non potessero registrarli. Ma che dico? Non le microspie, certo, per chi tace, ma le telecamere possono rivelare, attraverso lo studio dei gesti e delle espressioni del viso, i pensieri indecifrabili. E come? Ogni parola, ogni gesto rivela una persona, non lo dico io. E quindi? Leggevo Dante. E allora? La quinta terzina del canto dell’Inferno. E allora? Che cosa ero venuto a fare a Kvaløng? Avevo preso l’aereo da Roma a Oslo, e dalla capitale ad Hammerfest, la città più a nord del mondo, così dicono i norvegesi. E poi, mi ero sistemato nel villaggio di Kvaløng, una ventina di chilometri a sud della città, da dove partono le escursioni per il ghiacciaio più settentrionale di Norvegia. E nel Parco Nazionale, avevo visto l’orso bianco, e l’avevo inseguito sulla neve, sconfinando nella zona proibita ai turisti, non avevo notato il cartello: “Forbudt å komme inn”, “Vietato entrare”. E poi lo svanire della coscienza, il risveglio nel cuore della notte bianca, la scena kafkiana, il sonno e il risveglio. Våkn opp! Ora ricordavo tutto, ma che cosa era accaduto?
3. Forferdelse Bussarono alla porta, mi avvicinai, sentii uno scatto, poi la porta si aprì, e nel riquadro apparvero i due “politiet” della sera prima, l’uomo teneva una borsa. Arretrai, loro entrarono. “Alle dieci visita console italiano, signore Dementis,” disse la giovane, che conosceva la lingua italiana. L’uomo, quello che si chiamava Olav, questo lo ricordavo, mi diede la borsa. Girarono le spalle e se ne andarono. Nella borsa c’erano i miei indumenti e gli effetti personali, mancava il mio bloc-notes, maledizione! Piano, amico, le telecamere rivelano il tuo gesto di stizza. Ma che m’importa! Avevo appena finito di rivestirmi, quando bussarono nuovamente alla porta, mi avvicinai, sentii lo scatto, quindi entrò il diplomatico, l’agente che l’accompagnava rimase sulla soglia. “Raffaelli,” si presentò, tendendomi la mano. “Dementis” dissi, mentre gli stringevo la mano. Il console era un uomo sui quarant’anni, capelli ricci scuri, indossava una giacca a vento blu scuro, su un completo grigio a righe, camicia bianca e cravatta intonata al colore, nella mano sinistra un cappello di pelliccia. Fu molto affabile: “Sono stato avvertito, ieri sera, del suo fermo giudiziario, signor Dementis, e stamattina ho preso il primo aereo per Hammerfest. La nostra sede consolare è a Tromso. Adesso andiamo nell’ufficio del Giudice, dove renderà la sua dichiarazione.” Raffaelli tacque e mi guardò, attendeva una replica. E che cosa dovevo dichiarare? “Va bene,” dissi. “È pronto, signor Dementis?” Il console mi guardava, aveva un’aria attenta, quasi a voler cogliere nella mia espressione i segni di quello che non dicevo. Allargai le braccia: “Un fermo giudiziario! Correvo dietro l’orso bianco.” Mi sembrò di vedere una severità nel suo sguardo, esitò, quindi disse: “Andiamo, signor Dementis.” Uscimmo dalla stanza, non era una cella, ma nemmeno una camera d’albergo. L’agente ci scortò nel corridoio, attraversammo l’ampio atrio e passammo nell’altra ala dell’edificio, fino all’ufficio del comandante della caserma.
Il capitano sedeva dietro la scrivania, rimanemmo in piedi, fece cenno al console di sedersi, poi si voltò verso di me e fece un gesto indicando l’altra sedia: “Sitt ned.” Sedetti. Aprì un fascicolo, prese alcuni fogli, li guardò, sollevò la testa: “Signore Felice Dementis” disse, rivolgendosi verso di me. “Ja, herre” risposi. Mostrò i fogli al console e diede alcune spiegazioni in norvegese al diplomatico, mio accompagnatore. Quindi mi diede un primo foglio, mentre Raffaelli mi diceva: “Il verbale di contravvenzione.” Lessi la cifra e firmai in calce: “Cinquemila corone.” Il capitano mi allungò un secondo foglio: “Le spese giudiziarie del fermo e pernottamento in caserma” disse Raffaelli. Erano tremila corone. Firmai. C’era un terzo foglio. Il comandante lo teneva in mano e mi guardava, quindi disse qualcosa in norvegese a Raffaelli. “È il verbale di fermo giudiziario, vuole fare una dichiarazione?” Il diplomatico tacque e mi guardò. “Fermo per quale accusa?” domandai. Raffaelli aspettò alcuni momenti, guardò il capitano, che teneva fissa la sua attenzione su di me. Il diplomatico si decise: “Signor Dementis, ieri pomeriggio, lei è stato sorpreso da una pattuglia nei pressi del lago Naess, da dove si stava allontanando, correndo in alto verso il ghiacciaio. Per fermarlo, hanno dovuto usare la tele-anestesia.” Vidi la scena: mentre correvo, con una cerbottana, mi avevano sparato una siringa caricata con sostanze anestetiche. Non capivo, il diplomatico taceva e mi guardava, anche il capitano mi guardava, attendeva una risposta. Io non correvo dietro all’orso bianco, correvo dietro a Silvius, la mia creatura fuggita al Nord, per sparire per sempre, dovevo fermarla. Ma come riassumere la mia vicenda inverosimile? Ero da manicomio, un demente, dovevo dire di essere incuriosito dall’orso bianco. E come no? Correre dietro all’orso bianco, un’altra follia! “Signor Dementis” la voce del console mi scosse dai miei pensieri. “Signor Dementis,” disse con tono grave, “ieri, sulla riva del lago Naess, è stato ucciso un ragazzo, tredici anni appena, un colpo di fucile, giaceva riverso accanto alla motoslitta.” Guardai il diplomatico, poi guardai il capitano, non avevo parole, ero costernato: “Sono costernato!” dissi. “Forferdet” tradusse Raffaelli per il comandante della polizia. Mi alzai in piedi, il console subito mi fece cenno di sedere. Il capitano mi osservava, l’espressione impenetrabile, mi allungò il foglio, firmai automaticamente. “Devo nominare un avvocato,” dissi. “Avrà bisogno anche di un interprete,” aggiunse Raffaelli. Il capitano aveva fatto un cenno, un agente si era avvicinato alla scrivania, il comandante indicò una busta, era un pacchetto: “Un giornalista scrittore” disse guardandomi. Dovetti firmare il verbale di sequestro del bloc-notes, che custodiva la mia storia. Diamine! Aveva parlato in italiano. Quasi un segnale, la procedura era terminata, venivo accompagnato nell’Ufficio del Giudice di Hammerfest, che doveva confermare il mio arresto, quindi la prigione. Ma io che c’entravo? Ero innocente, io non avevo ucciso nessuno! Ero un tipo strano? Sì, magari, ero uno strano, un estraniato, un incompreso, non un assassino. Però, e raggelai, Silvius!
4. Frihet Ero salito su un’autoradio della polizia, nel sedile dietro, lo sportello con la sicura che si apre solo dall’esterno, l’agente di scorta seduto accanto, alla guida una ragazza bionda, a fianco il console Raffaelli. Uscimmo dal villaggio, prendendo una strada che costeggiava dall’alto il fiordo, una vista spettacolare. Eravamo quasi arrivati ad Hammerfest, quando la radio gracchiò, l’autista prese il microfono e disse qualcosa, poi la voce alla radio continuò a risuonare, una parlata incomprensibile. D’improvviso, Raffaelli si voltò verso di me, aveva un’espressione di viva sorpresa: “Ma perché non si è spiegato subito?” Non risposi. “Al Comando in caserma, poteva spiegare che non c’entrava nulla, protestare la sua innocenza.” Non sapevo che cosa dire. “Signor Dementis?” interrogò e attese. “Ero confuso,” dissi. Intanto l’agente alla guida aveva accostato l’autovettura al marciapiede, eravamo alla periferia della città, si fermò. Si voltò, parlò prima al console, poi al suo collega. Si consultarono, alla fine, la ragazza riprese il microfono e domandò qualcosa. Raffaelli si voltò: “Hanno trovato il cadavere del maggiore Haugen, ha ucciso il figlio disabile, sindrome di down, poi si è suicidato, sparandosi con il suo fucile alla testa. Era nel bosco, abbastanza vicino al lago Naess.” Sentii risuonare nelle mie orecchie il secco rumore di uno sparo, vidi una motoslitta che correva nella neve fermarsi di botto e rovesciarsi. “No!” Urlai. Tutti e tre si voltarono verso di me e mi fissarono meravigliati. Tacevamo. La voce alla radio disse qualcosa, la ragazza si voltò ad ascoltare, quindi informò il console, e chiesta conferma al collega, rimise in moto e partì. Raffaelli mi spiegò che il giudice da Hammerfest si stava recando sul posto, a Kvaløng, ma noi non potevamo tornare indietro, dovevamo passare prima per il suo ufficio, per la notifica dell’annullamento del fermo giudiziario, e la convalida di sequestro del block-notes. “E perché?” Raffaelli alzò le spalle. “È obbligatorio. Per legge, deve essere tradotto in norvegese, una formalità procedurale. Ma non si preoccupi, signor Dementis, glielo farò recapitare presto.” Sorrideva. “Grazie” dissi. Ero comunque preoccupato.
“Frihet”, Libertà. Era la dicitura in stampatello blu scuro tracciata di traverso sul foglio della mia liberazione. Per ottenere copia del documento, pagai centoventi corone, spese di segreteria. Avevo reso una dichiarazione, davanti a un giudice sostituto del titolare, di essere completamente estraneo ai fatti e di non aver avuto nessuna percezione o cognizione dell’accaduto, nella circostanza, mi trovavo sul ghiacciaio. Non ero neppure un testimone, non mi furono fatte ulteriori contestazioni. Il giudice emise il decreto di proscioglimento e immediata liberazione. Ero libero, potevo lasciare il territorio del Regno di Norvegia. All’uscita del Tribunale, gli agenti salutarono alla visiera, salirono sull’automobile di servizio e partirono. Raffaelli aveva chiamato un taxi per andare in aeroporto: “Alle due c’è il volo per Tromso. Mi congratulo per la sua liberazione, signor Dementis.” Si apprestava a congedarsi. “Devo ringraziarla, senza il suo aiuto, non avrei saputo proprio che cosa fare,” dissi. “Siamo al servizio dei connazionali, se ha ancora bisogno di assistenza, io sono a Tromso.” Era arrivato il taxi, il diplomatico si congedò. E ora, Dementis? Poco prima di lasciarmi, i “politiet” mi avevano consegnato un modulo e una busta con l’indirizzo della caserma di Kvaløng prestampato. Era scritto in lingua inglese e norvegese, era possibile fare un reclamo. Il block-notes? Non era di loro competenza. Il trattamento ricevuto corrispondeva a un hotel a tre stelle, apprezzavo i libri e gli accessori bagni, ripensai alla ragazza bionda che aveva disfatto e fatto il letto. Andai all’ufficio postale, scrissi in italiano sull’apposito spazio: “Nessuna lamentela, il trattamento di polizia è stato corretto.” Firmai: “Felice Dementis”. Non era necessario affrancare la busta, la chiusi e la consegnai allo sportello. Qualche giorno prima, avevo notato all’ufficio turistico la locandina che pubblicizzava brevi crociere per Nordkapp, Capo Nord. Mi recai al box, ad acquistare il biglietto, per l’indomani. Dovevo ancora regolare i conti con Silvius, la mia creatura in fuga. Avevo temuto che… ero ancora spaventato e incredulo. La partenza della nave, per la crociera di due giorni, era fissata alle sei del mattino, rientrai in hotel.
5. Ingvild Quando scesi, alle cinque e trenta del mattino, il taxi aspettava puntuale, una breve corsa, ottanta corone, e arrivai al pontile d’imbarco. La partenza era prevista alle sei, e avvenne puntualmente, rimasi sul ponte a guardare la costa che si allontanava, una leggera foschia. Navigammo attraverso i fiordi, e quando fummo in mare aperto, scrutai all’orizzonte, dove il sole rimaneva seminascosto. Cercavo di vedere la sagoma della mia creatura, che avevo inseguito due giorni prima, sul ghiacciaio, vicino al lago Naess, dove era accaduto quell’orrendo episodio. E se… il sospetto mi aveva accompagnato sin dall’inizio, quando ancora non capivo che cosa era successo, ma avevo come un presagio, e anche quando seppi, non ero ancora del tutto convinto. Ecco perché avevo risposto in quella maniera confusa al console Raffaelli, quando mi raccontava i dettagli dell’episodio, che mi scagionava. Però, il mio urlo, rabbrividii. Si può essere così costernati, per un fatto sia pure grave e improvviso, a cui siamo estranei? Comunque ero stato liberato, e se ancora sospettavano qualcosa, magari una testimonianza taciuta, non esistevano prove, non era vero. E il block-notes? Ahi! Io, Felice Dementis, avevo trascritto sul mio taccuino le righe finali del “Frankenstein” di Mary Shelley: “Non temere che io sia lo strumento di futuri misfatti. Il mio compito è quasi completo. Non occorre né la tua morte né quella di altri uomini per portare a termine la catena della mia esistenza e per attuare ciò che deve essere fatto, ma c’è bisogno della mia. Non pensare che avrò esitazione nel compiere questo sacrificio. Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e mi dirigerò verso l’estremità più settentrionale della terra. Lì metterò assieme la mia pira funebre e morirò. Contaminato dai delitti e straziato dai più amari rimorsi, dove posso trovare rimorso se non nella morte? Addio! Ti lascio e tu sei l’ultimo uomo che questi occhi vedranno. Addio Frankenstein!” Guardai le onde del mare e scrutai per scorgere lastre di ghiaccio, mi sembrava come se qualche ombra dal ponte dovesse balzare in mare. Si era levato un vento gelido, scesi nel salone per la prima colazione. “Un giornalista scrittore” aveva detto il capitano della caserma di Kvaløng, lo sguardo indagatore, impenetrabile, verosimilmente dubitava, come ognuno di noi dubita alla lettura se il racconto sia reale o fantastico. È sempre fantastico, ma anche un po' reale. E se è una cronaca vera, o vuole essere tale, è sempre un po' colorita dalla fantasia del cronista. “Un giornalista scrittore”: ecco, avevo decifrato a modo mio il pensiero, che stava dietro quelle parole, un dubbio e la sua logica conseguenza. È innocente o colpevole? Se è innocente, è sempre un po' colpevole, e se è colpevole, è sempre un po' innocente. Ecco la mia logica, la logica di un felice demente, a voler parafrasare il mio nome e cognome. Forse era meglio farlo modificare. E come? Mancavano pochi minuti alle nove, quando la nave attraccò al piccolo molo del porto di Havøysund. Alcuni passeggeri in attesa s’imbarcarono, si vedevano poche case di quel villaggio. Ripartimmo dopo un quarto d’ora circa, per Honningsvåg, il comune di NordKapp, il punto più settentrionale della Norvegia. Avevo preso il binocolo e scrutavo il mare, la mia ombra, Silvius, dovevo vederlo apparire: “Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e andrò verso l’estremità più settentrionale della terra.” La mia attenzione era costante, fissavo le onde del mare glaciale artico, in attesa della mia creatura, della sua apparizione. La nave cominciò a entrare in un fiordo, mi scostai dal parapetto del ponte, alcuni passeggeri, tutti biondi scandinavi, mi stavano vicino, una ragazza si stava allontanando di spalle: “Ingvild!” chiamò uno di loro. Lei si voltò, era la polietet, la riconobbi subito.
6. Vi går ned Arrivammo ad Honningsvåg, “Mine herrer, vi går ned”, era la voce dell’altoparlante. “Signori, si scende.” Una fermata di tre ore, per una escursione fino a Capo Nord. Mi confusi nel gruppo, in attesa di sbarcare, e devo dire che cercavo con gli occhi la politiet bionda, quella che parlava italiano. Associavo la sua figura a quella del capitano, doveva avergli tradotto qualche brano dei miei appunti sul block-notes. Ma erano associazioni di idee molto labili, in quella caserma si conoscevano tutti molto bene, andavano a farsi la sauna insieme, e poi si rotolavano nudi nella neve, quei vichinghi, avevo come un senso di pudore, volevo rimanere estraneo al gruppo, come tale ero stato, nel mio ruolo di detenuto e di straniero. Devo dire che quando l’uomo prima aveva chiamato Ingvild, la ragazza si era voltata, fissando subito lo sguardo su di me, non verso i suoi amici. Al momento, sono rimasto un po' sorpreso, e lei ha continuato a fissarmi, poi si è avvicinata verso di noi, rispondendo all’amico. Dopo, ripensandoci, ho capito che mi doveva aver notato da un pezzo, infatti il gruppo era da un po' fermo accanto a me, e quando si è voltata, è stato naturale che voleva essere riconosciuta. O mi fissava, perché non si ricordava bene? Uno straniero arrestato da loro, appena due giorni prima, perché sospettato di omicidio. No, ero inconfondibile. E allora? Avevano i miei appunti, non ero tranquillo. Cercavo la polietet con gli occhi, guardandomi intorno, mentre ci apprestavamo a scendere, ma non riuscivo a individuarla. Chissà dov’era andata a finire! La fila spingeva per scendere, mi mossi, sentii qualcosa di morbido premermi alle spalle, era una donna. Mi voltai appena, e quando fummo a terra, mi spostai di lato per vedere chi era quella che premeva da dietro. Eccola là! Sembrava ridesse, anzi si mise a ridere, quando avanzò di un passo ed esclamò: “Italiano!”. Sorrisi debolmente, ero un po’ sorpreso, ma anche un po' intimidito. “Dementis,” dissi. Rideva: “Dementis” ripeté “italiano sei libero.” Non sapevo che cosa dire, il suo sorriso s’indebolì: “Mi piace molto Italia.” Un’ombra attraversò il suo viso. “Venga a trovarmi, Roma, Napoli, il sole, il mare,” dissi e mi voltai verso le acque fredde dell’Artico, quasi a misurare la distanza da quel mare freddo e il Mediterraneo. Poi la guardai, l’ombra dal suo volto era scomparsa, si era illuminata. “Ciao,” disse e di colpo si allontanò verso il suo gruppo. Vidi mentre si mischiava agli altri, notai che aveva affiancato una sua amica più alta di lei, capelli neri, mi sembrava di averla già vista. Ero rimasto fermo, non mi sembrava che dovessi proseguire nella loro direzione. Istintivamente, mi voltai verso il mare e la nave, quindi mi mossi per ritornare a bordo, avevo rinunciato all’escursione. “Mi piace molto Italia”. E gli italiani? Io sapevo di Axel Munthe. Voi sapete del medico svedese e della villa di San Michele ad Anacapri? Napoli e il suo golfo, luoghi di paradiso, per un uomo del nord, ma anche per una donna. Risalii sulla scala e fui sul ponte, quindi andai in cabina, volevo prendere il taccuino, ma per scrivere che cosa? Le novità? Un incerto rendez-vous da venire, un promemoria. No, avevo tutto chiaro in mente, tutto. Risalii sul ponte e mi affacciai a guardare il mare, scrutando lontano, ma non vedevo il sole coricato sull’orizzonte, nascosto dalla foschia. Per un attimo, l’ombra della creatura, la sagoma indistinta, si profilò davanti al mio sguardo perduto, ma subito svanì, sorgeva un’altra immagine dal cuore, Ingvild.
7. Nyhetene Guardai l’orologio erano le due, scesi in fretta nel salone ristorante, era quasi deserto. Andai al self-service, piatti a base di zuppe, salse e tartine di pesce con verdure, birra, dolce alla frutta. Con il vassoio in mano, attraversavo lo spazio vuoto al centro della sala, passando accanto al tavolino sparecchiato, presso cui sedeva una donna da sola. Alzò lo sguardo verso di me e sorrise: “Buon appetito.” Mi fermai di colpo, lei fece un cenno, come un invito. “Grazie,” dissi, e posando il vassoio, mi sedetti al suo tavolino. “Pranzo molto norvegese, piatti di pesce, le piacciono?” disse. “Mi accontento.” Le offrii la birra, coprì con la mano il suo bicchiere: “No, grazie.” Era in crociera anche lei? Sì, la Hurtigruten, il sevizio traghetti, non era la prima volta, ormai conosceva i posti, la navigazione diventava monotona. “Certo, la novità,” dissi. “Sì, ma lei non si annoia, guarda sempre il mare, non si stanca?” Ecco, ancora una volta una spiegazione impossibile da dare, sorridevo, senza rispondere. Che cosa dovevo dire? “Lei è salito ad Hammerfest, l’ho notata subito.” Guardai il giornale, che teneva piegato di lato sul sedile accanto, una copia del “VG, Verdens Gang”, e su cui aveva lanciato un’occhiata furtiva. “Mi ha riconosciuto?” domandai. Indicò il quotidiano, ero diventato una notizia, nyhetene. “Avrà fatto una brutta esperienza!” commentò. Allargai le braccia, finii il boccone: “Quando gli dèi esaudiscono le nostre preghiere, allora ci vogliono punire.” Alzò la mano, un gesto interlocutorio: “Oscar Wilde” dissi. Avevo sentito citare l’aforisma in un film visto da poco ed ora lo riproponevo forse a sproposito. Elogiai l’intervento del console Raffaelli. “Ah, Vincenzo!” commentò. Era un’italiana di Norvegia? No, era un’italiana di Germania, si chiamava Ulma Giuliani ed era la direttrice del centro culturale italiano di Brema, questa era la seconda volta che faceva la crociera fino a Capo Nord. Nel salone era entrato un barboncino bianco, che corse verso di noi, immediatamente richiamato dalla padrona: “Atma, komm her.” Guardai la donna, i capelli bianchi, gli occhi blu, il vestito bianco, elegante, stava insieme a un gruppo di scandinavi. “È tedesca,” disse Ulma. “Schopenhauer,” dissi. “Tutti i barboncini tedeschi si chiamano Atma,” aggiunsi. “Quasi tutti,” commentò Ulma. Avevo finito il pranzo, domandai se gradiva un aquavit, disse di no. Mi alzai, presi il vassoio e lo andai a posare sull’apposito carrello, quindi andai al bar, dove l’addetto mi invitò a servirmi da solo. Tornai al tavolino, mi sedetti, portando il calice di aqua vitae, il nome derivava dal latino, dissi. Ulma osservava i miei gesti, il brindisi: “Skål!” bevvi. Quando posai il calice, indicai il giornale, lì accanto: “È specificato il mio nome?” Domandai. Ulma prese il giornale: “Felice Dementis.” Indicò un articolo, sotto la fotografia del luogo del crimine, vicino al lago Naess. Mi tendeva il giornale, lo presi, diedi un’occhiata e lo restituii subito: “Uno ammazza la moglie, la seppellisce in giardino, la polizia italiana non lo scopre, scappa in Norvegia, non ammazza nessuno e la polizia lo arresta.” Mi guardò, l’espressione più sorpresa che divertita. Si sentì la sirena della partenza, ci alzammo e all’uscita del salone ci separammo. La nave aveva ripreso a navigare in direzione est, verso Kjollefjord, mi aveva detto Ulma.
8. Snøgås La sera siamo arrivati Berlevåg, il centro abitato più settentrionale della Norvegia continentale, diceva l’opuscolo illustrativo della crociera in lingua inglese. Sul ponte scrutavo il mare, guardavo il sole appena nascosto sulla linea dell’orizzonte, la notte bianca artica, istintivamente guardai a sinistra verso ovest. Perché? La mia creatura, l’ombra in fuga che io ero venuto ad inseguire all’estremo nord, Silvius, dov’era? Stavamo navigando lungo il tratto di costa norvegese, geograficamente a nord del territorio finlandese, verso est. Che cosa cercavo di vedere sulla distesa azzurra del mare artico, chi doveva comparire, sulle lastre di ghiaccio? Soffiava un forte vento uno spruzzo d’acqua gelida mi colpì sul volto, calcai il cappuccio di lana in testa, rimasi ancora un po' sul ponte, poi mi ritirai in cabina e andai a dormire. Era fermo sulla soglia della porta, vedevo la sua ombra in controluce, nella penombra della stanza, aveva un’aria triste, lo sapevo anche se non vedevo l’espressione del suo viso, forse ero io triste e riflettevo sull’ombra la mia tristezza. In quel momento una sagoma femminile scura si è sollevata dal letto, dove era distesa accanto a me. Io non riuscivo a muovermi, ero immobile, guardai verso la soglia della porta, e mi sembrò di vedere come una fuga improvvisa, mi voltai e allungai il braccio da quel lato, quasi a cercare la sagoma scura accanto a me, ora confusa e dissolta nel buio. Aprii gli occhi e vidi la luce bianca della notte artica filtrare dall’oblò nella cabina. E allora, mi girai dall’altra parte, chiusi gli occhi e mi riaddormentai.
La mattina dopo, quando salii sul ponte, notai un traffico insolito, a bordo c’era un via vai di carico e scarico merci. Eravamo giunti al capolinea, Kirkenes, ai confini con la Russia. La nave rimase in porto fino a mezzogiorno, poi riprendemmo a navigare, ritornando indietro verso ovest, mi sembrava di tornare in un luogo, per il quale vivevo un’attesa, un qualcosa da venire, ma che cosa? Chi era venuto a visitarmi nella notte? E perché quell’ombra, la mia creatura, era triste ed era fuggita via? Con chi dormivo nel sogno, la dolce amata concubina? Guardavo il mare e mi sembrava di riconoscere i panorami dell’andata. Un uccello con il becco rosso venne a posarsi sulla ringhiera del ponte, nero il piumaggio del dorso, bianco quello anteriore. “Una pulcinella di mare”, disse Ulma, passandomi accanto, in compagnia di un ufficiale di bordo, che fermatosi ricambiò il mio leggero cenno di saluto, portando la mano alla visiera. Sorridente, disse: “Italiano”. Ricambiai il sorriso, poi entrambi ripresero la loro passeggiata. Chissà se quell’ufficiale vestito di bianco conosceva la mia vicenda? In verità, la mia verità, la verità della mia vicenda interiore non era conoscibile, e la lettura dei miei appunti sul block-notes potevano ingannare. Il comandante della caserma, Ingvild. Acciderboli! E una volta tradotti, non sarebbero stati conosciuti anche dagli altri? Chi? Raffaelli. E Ulma, no? Il suo amico Vincenzo. Accidenti! Io Dementis avevo soffiato lo spirito della vita a una creatura, poi fuggita nel grande nord sulle zattere di ghiaccio, e dovevo partire per il polo artico e andarla a prendere, prima che potesse compiere gesti irreparabili. Questo il senso del mio scritto, dove era esposto il programma di viaggio e certe mie visioni di boschi innevati. Chi correva tra gli alberi nella neve invernale? Era un mio forte desiderio raggiungere quell’ombra fuggente. Ma ora sopravveniva un nuovo sentimento che calmava le mie angosce, come il sorgere di una nuova alba di vita. A sera eravamo a Berlevag, dormii poco quella notte, sentivo come un’impazienza di arrivare. All’alba verso le cinque, nella luce bianca del giorno artico senza fine, ero già sul ponte, mezz’ora dopo attraccammo nel porto di Honningsvag. Nessuna escursione, la nave ripartiva dopo quindici minuti. Guardai verso le case del villaggio, poi fissai la banchina dove alcuni passeggeri si apprestavano a salire a bordo, Ingvild non c’era. E come avrebbe potuto esserci? Ecco! Vidi, là in alto, volare ad ali spiegate un uccello dallo splendido piumaggio bianco, era snøgås, l’oca delle nevi.
9. Kom til meg Quando partimmo, rimasi a guardare la terra ferma e il villaggio delle case che si allontanavano, sentivo come un senso di lacerazione, di distacco da una persona cara che lasciamo, era lì che l’avevo vista l’ultima volta, ma ora non ricordavo nemmeno più il suo volto, era come un rimpianto, ma anche di colpo una fiamma. Dopo quattro ore di navigazione, siamo arrivato ad Hammerfest, e mentre sbarcavo mi è sembrato di vedere Ulma sul ponte, ma più come un’ombra che m’inquietava, come se le avessi lasciato un sospetto, con una battuta infelice, quella da lei non colta della moglie sepolta in giardino. Ebbi come un senso di agro umorismo: insomma, questa storia che vivevo era una storia d’amore oppure di spie? L’interrogativo però si mostrava alla mia coscienza come un voltafaccia, un tradimento a un mio più intimo e indefinito sentimento, un desiderio di avvenire. Giunsi in albergo, intenzionato a lasciare la camera subito e partire, avevo già il biglietto aereo per Oslo, il volo del pomeriggio. Al bancone, l’addetto mi fece un cenno e mi porse una busta, credevo fosse il conto, invece era un biglietto con su scritto: “Kom til meg, Ingvild”, più sotto era segnato l’ indirizzo. Mostrai il biglietto al receptionist, indicando l’indirizzo. L’uomo lesse, alzò la testa, mi guardò, e fece un gesto con la mano, indicando fuori a sinistra. Sembrava ci fosse del sarcasmo in quello sguardo o era una mia impressione? Fuori a sinistra c’erano i taxi, salii è mostrai l’indirizzo al tassista, partimmo. “Come to me” avevo tradotto in inglese, stavo imparando la lingua norvegese, somiglia all’inglese. “Vieni da me” e io stavo andando da lei. Quando scesi dal taxi, mi venne incontro una donna alta con i capelli scuri, era la sua amica, mi stava aspettando, si chiamava Dagrun ed era una politisersjant, sergente di polizia. Era quella che avevo intravisto nel cortile gelato della caserma e sulla nave, era la compagna di Ingvild. Sono rimasto con lo un giorno, e poi un altro giorno, tre giorni, Dagrun aveva ripreso servizio, restai un’altra settimana. Adesso, stavamo più tempo da soli, io e Ingvild. Un giorno, stavamo passeggiando vicino al porto, mi domandò perché ero fuggito sul ghiacciaio, quel giorno. Non stavo fuggendo, inseguivo un’ombra, l’orso bianco, rise. Ti ho proprio centrato, disse. Era stata lei, ah! Era preoccupata quella prima sera, quando era venuta ad aggiustare il letto, voleva capire come stava in salute il prigioniero. La preda, dissi. Solo una volta avevo visto due abbracciarsi e baciarsi in strada, lì in quella terra di biondi vichinghi, erano due barboni anziani, lui doveva essere ubriaco, e forse anche lei, barcollavano. Quando mi accompagnò all’aeroporto, ci salutammo prima dei varchi di sicurezza. Kom til meg, dissi prima di lasciarla.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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INSEGUIMENTO TRA I GHIACCI
Estate 2001
1.God natt
Ho aperto gli occhi e ho guardato fuori della grande finestra la luce bianca del giorno, mi sono tirato su, rimanendo seduto, la schiena appoggiata alla spalliera in legno. Sulla parete di fronte l’orologio a muro segnava le dodici, mancava qualche minuto. Ero disteso in un letto più lungo del solito, manca circa mezzo metro, per toccare con i piedi il bordo inferiore. Che strano! La camera era nuda e spoglia, come se fosse quella di un ospedale, il comodino di legno, anche il letto era di legno, di fronte un tavolino con sedia e uno scaffale sul muro con alcuni libri, a sinistra un armadietto a due ante chiuso. Sul quadrante dell’orologio, la lancetta dei minuti si stava allineando su mezzogiorno preciso. Guardai verso la porta, che in quel momento si aprì, vidi entrare un uomo e una donna: erano biondi, capelli biondo chiari, gli occhi azzurri, indossavano pantaloni blu e camicia celeste a maniche corte. L’uomo si fermò davanti alla porta con le braccia conserte, la donna si avvicinò al mio letto, girò tutt’intorno, si fermò accanto a me, dalla parte dove non c’era il comodino, si chinò leggermente e con la mano mi fece un chiaro gesto di scostarmi dalla spalliera. Ubbidii. Mi sfilò il cuscino di sotto, lo tenne in aria, rigirandolo e tastandolo con le mani, quindi me lo ridiede. Mi voltai e lo rimisi a posto, poi tornai a guardarla, lei mi fece cenno di scendere dal letto. Sollevai la coperta e scesi dal letto, restando in piedi e mettendo le braccia conserte, perché sentivo freddo, nel mio leggero pigiama celeste. Aveva tolto via la coperta e stava per sollevare il materasso, poi vide che mostravo di aver freddo e guardò verso il compagno che stava alla porta. Quello si mosse per andare verso l’armadietto alla parete, ma lei lasciò cadere subito il materasso e gli fece cenno di fermarsi: “Nei, Olav!” pronunciò a voce alta. Quindi andò all’armadietto e tirò fuori un maglione grigio, lo spiegò, lo scosse, infine me lo portò e si fermò ad osservarmi. Restai con il maglione in mano e la guardai, mi fece cenno di indossarlo, esitai, mi fece nuovamente cenno d’indossarlo, aspettando che le ubbidissi. Era un ordine. Infilai il maglione, mentre lei si rimise a perquisire il letto. Quando ebbe finito, ritornò da me, mi guardò i piedi nudi, e mi fece cenno d’indossare le pantofole. Stavo quasi per fare un’obiezione, ma il suo gesto deciso nuovamente ripetuto, m’indusse ad ubbidire. Poi sempre a gesti secchi, mi intimò di andare alla finestra. Ubbidii. Lei girò attorno al letto, lo disfece, guardò attentamente le lenzuola e le palpò. Quindi andò a esplorare lo scaffale di libri, che sfogliò con attenzione. Sembrava avesse finito, allora mi mossi verso il letto. La donna si voltò e mi ingiunse di fermarmi, accompagnando il gesto della mano con l’ordine: “Stoppe!” quindi si portò di nuovo vicino al letto, rifacendolo con cura. Aveva finito. Mi guardò: “Kom igjen!” E fece il gesto, che indicava di avvicinarmi. Eseguii l’ordine, ero di fronte a lei, mi fissò in silenzio per alcuni istanti, con un’espressione gelida nei suoi occhi azzurri, quindi disse, indicando il letto:“Nå sovner!” Restai immobile, lei mi diede un’ultima occhiata, ma non disse altro, voltò le spalle e si avviò alla porta: “Her går vi, Olav.” D’istinto la seguii di un passo, subito si voltò, protestai debolmente: “Breakfast?” Guardai l’orologio al muro: “Lunch?” La donna mi guardò: “Kaffe i morgen klokka åtte.” Si voltò a dare un’occhiata all’orologio al muro, quindi disse: “Breakfast domani ore otto.” Rimasi di stucco, lei indicò il letto: “Nå sovner! Dormire!” Mi voltai verso il letto e guardai la luce bianca del giorno fuori della finestra, sentii alle mie spalle che andavano via. Che cosa accadeva? Vivevo come in un’atmosfera di sogno.
Andai alla finestra e guardai fuori, sembrava un’alba, si vedeva un campo coperto di neve, fiancheggiato ai lati da due fabbricati bassi a un piano, un panorama bianco. Ora vedevo l’immagine di un ghiacciaio, in alto una sagoma incerta, un’ombra che andava su a balzi di corsa, io inseguivo arrampicandomi affannosamente sulla neve, poi un velo nero e la visione svanì. Sarà stata una sensazione, ma sentii come una fitta localizzarsi sul gluteo sinistro, e feci scivolare la mano sotto il pigiama, tastandomi la parte. Con il dito indice localizzai come un puntino, il segno di una puntura, poi levando la mano, e accostandola al naso, avvertii come un odore di alcool o qualcosa di simile. Mi avevano fatto una puntura, ma quando, dove? Mi sentivo in uno stato vaporoso, non ricordavo nulla, soltanto quella visione bianca svanita, la sagoma di un umano o animale, che fugge, un orso? Io inseguo, perché? Restai a guardare a lungo il bianco panorama e l’orizzonte sfumato del cielo grigio chiaro. D’improvviso capii, la bianca notte artica. Non era mezzogiorno, guardai l’orologio, era l’una del mattino, l’ora di dormire. Mi avvicinai al letto ed esitai ad alzare il piumone, mi sembrava come di compiere un gesto scomposto, il violare un sistema d’ordine. Ero indeciso, sentivo caldo, mi sfilai il maglione. Perché aveva fatto il letto con tanta cura? Una guardiana, mi venne questo temine in mente, non ti fa il letto, soprattutto con tanta cura.
Pensavo a questa stranezza, poi ebbi come un’illuminazione, dovuta al particolare della dicitura in caratteri gialli sul taschino della camicia e i bordi delle maniche: “Politiet”. Polizia! Aveva controllato le microspie nascoste! Stavo per prendere il cuscino e scuoterlo, come aveva fatto lei prima, ma mi fermai in tempo, presi il maglione e andai ad appoggiarlo sulla sedia del tavolino accanto allo scaffale dei libri. Ritornai al letto e con mosse disinvolte, alzai il piumone e mi coricai, restando disteso supino le braccia incrociate in alto, le mani dietro la nuca, il capo leggermente sollevato sul cuscino. Fissai il soffitto e vidi il segnale antifumo, era una telecamera camuffata. Spiavano il prigioniero, perché? Normale vigilanza, chiusi gli occhi e mi girai su un fianco, per dormire: “God natt!”
2. Våkn opp!
L’eco di un grido, aprii gli occhi e guardai l’orologio a muro: erano le sette del mattino, fuori la luce bianca del giorno artico. Sentii distintamente: “Våkn opp!” Lanciai su il piumone e balzai giù dal letto: “Sveglia!” Una musica cominciò a diffondersi prima piano, poi più forte, aumentando il ritmo, che in crescendo finì per diventare marziale. Mi avvicinai ai vetri della finestra e vidi un gruppetto di uomini e donne in tuta blu, mentre uscivano correndo sul campo di neve, poi in fila indiana iniziarono uno jogging mattutino. Erano una decina, guidati da una donna molto alta, a occhio quasi due metri, le spalle larghe, la capigliatura nera lunga legata a coda di cavallo. Dopo un po', si fermarono, schierandosi su due file e iniziarono una serie di esercizi ginnici, seguendo gli ordini ritmati dell’altoparlante: “En to! En to! En to tre og fire!” Cominciai ad imitarli, alzando e abbassando braccia e gambe, piegando il busto e sollevandolo, girandomi a destra e sinistra. “En to! En to! En to tre og fire!” Ormai eseguivo gli esercizi all’unisono con gli ordini: ”Uno due! Uno due! Uno due tre e quattro!” Poi la voce che gridava gli ordini tacque, ma la musica marziale proseguì, e quando finì, la ginnastica ebbe termine. Quelli di fuori rientravano, anch’io mi ritirai e raggiunsi l’angolo della stanza, dietro cui c’era la doccia, il lavandino e il wc. Il primo getto d’acqua della doccia fu gelido, ma subito dopo divenne tiepido e quindi caldo. Alla fine indossai l’accappatoio e mi asciugai, sul lavandino c’era il kit per la barba e gli altri accessori. Quando ebbi finito i lavaggi, con indosso l’accappatoio, ritornai alla finestra, come in attesa di un seguito della ginnastica. E poco dopo vidi il gruppetto di uomini e donne tutti nudi uscire di corsa e lanciarsi sulla neve, si rotolarono, quindi si rialzarono, rovesciandosi secchiate d’acqua fredda addosso, infine rientrarono.
Ora, finalmente, ero completamente sveglio e cosciente, ricordavo tutto di me e di quello che mi era accaduto in quegli ultimi giorni, comprendevo anche la mia smemoratezza e lo stato vaporoso e di sogno della sera precedente. Vedevo tutto molto chiaro, guardai il letto, mi avvicinai e lo rifeci, con cura stropicciando il cuscino e riassestandolo come aveva fatto la bionda agente di polizia la sera precedente. Le microspie? Volevano registrare delle mie dichiarazioni, mentre parlavo con loro? Le telecamere erano anche in alcune prese d’aria, che vedevo in alto sulle pareti. Bussarono alla porta, sentii uno scatto, mi avvicinai, la porta si aprì: “Breakfast”. Era un inserviente di fattezze magrebine con un carrello, mi passò un vassoio e mi versò un caffè caldo in un grande bicchiere di carta. Si spostò, la guardia che lo seguiva aspettò che rientrassi e chiuse la porta, era anziano con la pancia, grigio. Il vassoio fu ritirato mezz’ora dopo, con la stessa procedura, la porta di nuovo chiusa. Ed ora?
Avevo indossato la tuta arancione, che stava nell’armadietto, ero un detenuto, sono andato allo scaffale dei libri. Erano tutti titoli norvegesi, svedesi, danesi. C’erano anche libri in lingua inglese, Shakespeare, The Bible e toh! Dante, The Divine Comedy. Presi il volume, l’aprii, e dopo una sommaria sfogliata di pagine, mi fermai al secondo Canto dell’Inferno, la quinta terzina:
Thou sayest, that of Silvius the parent,
While yet corruptible, unto the world
Immortal went, and was there bodily.
Tu dici che il genitore di Silvio,
Quand’era ancora mortale, si recò
Nel mondo dei morti, in carne ed ossa.
The parent of Silvius, ero turbato. Come spiegava la Nota dell’edizione inglese, si trattava di Enea, fondatore dell’Impero Romano, e citava la fonte, Eneide, B6. Ma come si spiegava il mio turbamento? Era la prova che la fantasia si fa realtà, e la realtà fantasia, e Dante lo sapeva, e mi mandava il suo messaggio, da una lontananza di otto secoli, ma ancora vivo ed attuale. Non ero io il testimone vivente, che viveva l’attimo dantesco, nella sua dimensione di presente attuale, quello in atto? Non ero io di Silvio il parente? Il genitore. Silvio era la mia creatura. Ed io ero là e ora guardavo la mia vita scorrere al presente come in uno specchio.
Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
E come? Non ricordavo perfettamente a memoria la terzina? Dante dice “Silvïo”, mette la dieresi sulla “i”, per ragioni metriche, separa la sillaba in due, per formare l’endecasillabo. Il traduttore inglese scrive il latino “Silvius”, il nome stesso della mia creatura, un orso bianco. Come? L’orso bianco, una mia creatura? Silvius.
Erano i miei pensieri, pensieri strani, che respingevo negli angoli più reconditi della mia coscienza, in modo che le microspie non potessero registrarli. Ma che dico? Non le microspie, certo, per chi tace, ma le telecamere possono rivelare, attraverso lo studio dei gesti e delle espressioni del viso, i pensieri indecifrabili. E come? Ogni parola, ogni gesto rivela una persona, non lo dico io. E quindi? Leggevo Dante. E allora? La quinta terzina del canto dell’Inferno. E allora? Che cosa ero venuto a fare a Kvaløng? Avevo preso l’aereo da Roma a Oslo, e dalla capitale ad Hammerfest, la città più a nord del mondo, così dicono i norvegesi. E poi, mi ero sistemato nel villaggio di Kvaløng, una ventina di chilometri a sud della città, da dove partono le escursioni per il ghiacciaio più settentrionale di Norvegia. E nel Parco Nazionale, avevo visto l’orso bianco, e l’avevo inseguito sulla neve, sconfinando nella zona proibita ai turisti, non avevo notato il cartello: “Forbudt å komme inn”, “Vietato entrare”. E poi lo svanire della coscienza, il risveglio nel cuore della notte bianca, la scena kafkiana, il sonno e il risveglio. Våkn opp! Ora ricordavo tutto, ma che cosa era accaduto?
3. Forferdelse
Bussarono alla porta, mi avvicinai, sentii uno scatto, poi la porta si aprì, e nel riquadro apparvero i due “politiet” della sera prima, l’uomo teneva una borsa. Arretrai, loro entrarono. “Alle dieci visita console italiano, signore Dementis,” disse la giovane, che conosceva la lingua italiana. L’uomo, quello che si chiamava Olav, questo lo ricordavo, mi diede la borsa. Girarono le spalle e se ne andarono. Nella borsa c’erano i miei indumenti e gli effetti personali, mancava il mio bloc-notes, maledizione! Piano, amico, le telecamere rivelano il tuo gesto di stizza. Ma che m’importa!
Avevo appena finito di rivestirmi, quando bussarono nuovamente alla porta, mi avvicinai, sentii lo scatto, quindi entrò il diplomatico, l’agente che l’accompagnava rimase sulla soglia. “Raffaelli,” si presentò, tendendomi la mano. “Dementis” dissi, mentre gli stringevo la mano. Il console era un uomo sui quarant’anni, capelli ricci scuri, indossava una giacca a vento blu scuro, su un completo grigio a righe, camicia bianca e cravatta intonata al colore, nella mano sinistra un cappello di pelliccia.
Fu molto affabile: “Sono stato avvertito, ieri sera, del suo fermo giudiziario, signor Dementis, e stamattina ho preso il primo aereo per Hammerfest. La nostra sede consolare è a Tromso. Adesso andiamo nell’ufficio del Giudice, dove renderà la sua dichiarazione.” Raffaelli tacque e mi guardò, attendeva una replica. E che cosa dovevo dichiarare? “Va bene,” dissi. “È pronto, signor Dementis?” Il console mi guardava, aveva un’aria attenta, quasi a voler cogliere nella mia espressione i segni di quello che non dicevo. Allargai le braccia: “Un fermo giudiziario! Correvo dietro l’orso bianco.” Mi sembrò di vedere una severità nel suo sguardo, esitò, quindi disse: “Andiamo, signor Dementis.” Uscimmo dalla stanza, non era una cella, ma nemmeno una camera d’albergo. L’agente ci scortò nel corridoio, attraversammo l’ampio atrio e passammo nell’altra ala dell’edificio, fino all’ufficio del comandante della caserma.
Il capitano sedeva dietro la scrivania, rimanemmo in piedi, fece cenno al console di sedersi, poi si voltò verso di me e fece un gesto indicando l’altra sedia: “Sitt ned.” Sedetti. Aprì un fascicolo, prese alcuni fogli, li guardò, sollevò la testa: “Signore Felice Dementis” disse, rivolgendosi verso di me. “Ja, herre” risposi. Mostrò i fogli al console e diede alcune spiegazioni in norvegese al diplomatico, mio accompagnatore. Quindi mi diede un primo foglio, mentre Raffaelli mi diceva: “Il verbale di contravvenzione.” Lessi la cifra e firmai in calce: “Cinquemila corone.” Il capitano mi allungò un secondo foglio: “Le spese giudiziarie del fermo e pernottamento in caserma” disse Raffaelli. Erano tremila corone. Firmai. C’era un terzo foglio. Il comandante lo teneva in mano e mi guardava, quindi disse qualcosa in norvegese a Raffaelli. “È il verbale di fermo giudiziario, vuole fare una dichiarazione?” Il diplomatico tacque e mi guardò. “Fermo per quale accusa?” domandai. Raffaelli aspettò alcuni momenti, guardò il capitano, che teneva fissa la sua attenzione su di me. Il diplomatico si decise: “Signor Dementis, ieri pomeriggio, lei è stato sorpreso da una pattuglia nei pressi del lago Naess, da dove si stava allontanando, correndo in alto verso il ghiacciaio. Per fermarlo, hanno dovuto usare la tele-anestesia.” Vidi la scena: mentre correvo, con una cerbottana, mi avevano sparato una siringa caricata con sostanze anestetiche. Non capivo, il diplomatico taceva e mi guardava, anche il capitano mi guardava, attendeva una risposta. Io non correvo dietro all’orso bianco, correvo dietro a Silvius, la mia creatura fuggita al Nord, per sparire per sempre, dovevo fermarla. Ma come riassumere la mia vicenda inverosimile? Ero da manicomio, un demente, dovevo dire di essere incuriosito dall’orso bianco. E come no? Correre dietro all’orso bianco, un’altra follia! “Signor Dementis” la voce del console mi scosse dai miei pensieri. “Signor Dementis,” disse con tono grave, “ieri, sulla riva del lago Naess, è stato ucciso un ragazzo, tredici anni appena, un colpo di fucile, giaceva riverso accanto alla motoslitta.” Guardai il diplomatico, poi guardai il capitano, non avevo parole, ero costernato: “Sono costernato!” dissi. “Forferdet” tradusse Raffaelli per il comandante della polizia. Mi alzai in piedi, il console subito mi fece cenno di sedere. Il capitano mi osservava, l’espressione impenetrabile, mi allungò il foglio, firmai automaticamente. “Devo nominare un avvocato,” dissi. “Avrà bisogno anche di un interprete,” aggiunse Raffaelli. Il capitano aveva fatto un cenno, un agente si era avvicinato alla scrivania, il comandante indicò una busta, era un pacchetto: “Un giornalista scrittore” disse guardandomi. Dovetti firmare il verbale di sequestro del bloc-notes, che custodiva la mia storia. Diamine! Aveva parlato in italiano. Quasi un segnale, la procedura era terminata, venivo accompagnato nell’Ufficio del Giudice di Hammerfest, che doveva confermare il mio arresto, quindi la prigione. Ma io che c’entravo? Ero innocente, io non avevo ucciso nessuno! Ero un tipo strano? Sì, magari, ero uno strano, un estraniato, un incompreso, non un assassino. Però, e raggelai, Silvius!
4. Frihet
Ero salito su un’autoradio della polizia, nel sedile dietro, lo sportello con la sicura che si apre solo dall’esterno, l’agente di scorta seduto accanto, alla guida una ragazza bionda, a fianco il console Raffaelli. Uscimmo dal villaggio, prendendo una strada che costeggiava dall’alto il fiordo, una vista spettacolare. Eravamo quasi arrivati ad Hammerfest, quando la radio gracchiò, l’autista prese il microfono e disse qualcosa, poi la voce alla radio continuò a risuonare, una parlata incomprensibile. D’improvviso, Raffaelli si voltò verso di me, aveva un’espressione di viva sorpresa: “Ma perché non si è spiegato subito?” Non risposi. “Al Comando in caserma, poteva spiegare che non c’entrava nulla, protestare la sua innocenza.” Non sapevo che cosa dire. “Signor Dementis?” interrogò e attese. “Ero confuso,” dissi. Intanto l’agente alla guida aveva accostato l’autovettura al marciapiede, eravamo alla periferia della città, si fermò. Si voltò, parlò prima al console, poi al suo collega. Si consultarono, alla fine, la ragazza riprese il microfono e domandò qualcosa. Raffaelli si voltò: “Hanno trovato il cadavere del maggiore Haugen, ha ucciso il figlio disabile, sindrome di down, poi si è suicidato, sparandosi con il suo fucile alla testa. Era nel bosco, abbastanza vicino al lago Naess.” Sentii risuonare nelle mie orecchie il secco rumore di uno sparo, vidi una motoslitta che correva nella neve fermarsi di botto e rovesciarsi. “No!” Urlai. Tutti e tre si voltarono verso di me e mi fissarono meravigliati. Tacevamo.
La voce alla radio disse qualcosa, la ragazza si voltò ad ascoltare, quindi informò il console, e chiesta conferma al collega, rimise in moto e partì. Raffaelli mi spiegò che il giudice da Hammerfest si stava recando sul posto, a Kvaløng, ma noi non potevamo tornare indietro, dovevamo passare prima per il suo ufficio, per la notifica dell’annullamento del fermo giudiziario, e la convalida di sequestro del block-notes. “E perché?” Raffaelli alzò le spalle. “È obbligatorio. Per legge, deve essere tradotto in norvegese, una formalità procedurale. Ma non si preoccupi, signor Dementis, glielo farò recapitare presto.” Sorrideva. “Grazie” dissi. Ero comunque preoccupato.
“Frihet”, Libertà. Era la dicitura in stampatello blu scuro tracciata di traverso sul foglio della mia liberazione. Per ottenere copia del documento, pagai centoventi corone, spese di segreteria. Avevo reso una dichiarazione, davanti a un giudice sostituto del titolare, di essere completamente estraneo ai fatti e di non aver avuto nessuna percezione o cognizione dell’accaduto, nella circostanza, mi trovavo sul ghiacciaio. Non ero neppure un testimone, non mi furono fatte ulteriori contestazioni. Il giudice emise il decreto di proscioglimento e immediata liberazione. Ero libero, potevo lasciare il territorio del Regno di Norvegia. All’uscita del Tribunale, gli agenti salutarono alla visiera, salirono sull’automobile di servizio e partirono. Raffaelli aveva chiamato un taxi per andare in aeroporto: “Alle due c’è il volo per Tromso. Mi congratulo per la sua liberazione, signor Dementis.” Si apprestava a congedarsi. “Devo ringraziarla, senza il suo aiuto, non avrei saputo proprio che cosa fare,” dissi. “Siamo al servizio dei connazionali, se ha ancora bisogno di assistenza, io sono a Tromso.” Era arrivato il taxi, il diplomatico si congedò. E ora, Dementis?
Poco prima di lasciarmi, i “politiet” mi avevano consegnato un modulo e una busta con l’indirizzo della caserma di Kvaløng prestampato. Era scritto in lingua inglese e norvegese, era possibile fare un reclamo. Il block-notes? Non era di loro competenza. Il trattamento ricevuto corrispondeva a un hotel a tre stelle, apprezzavo i libri e gli accessori bagni, ripensai alla ragazza bionda che aveva disfatto e fatto il letto. Andai all’ufficio postale, scrissi in italiano sull’apposito spazio: “Nessuna lamentela, il trattamento di polizia è stato corretto.” Firmai: “Felice Dementis”. Non era necessario affrancare la busta, la chiusi e la consegnai allo sportello.
Qualche giorno prima, avevo notato all’ufficio turistico la locandina che pubblicizzava brevi crociere per Nordkapp, Capo Nord. Mi recai al box, ad acquistare il biglietto, per l’indomani. Dovevo ancora regolare i conti con Silvius, la mia creatura in fuga. Avevo temuto che… ero ancora spaventato e incredulo. La partenza della nave, per la crociera di due giorni, era fissata alle sei del mattino, rientrai in hotel.
5. Ingvild
Quando scesi, alle cinque e trenta del mattino, il taxi aspettava puntuale, una breve corsa, ottanta corone, e arrivai al pontile d’imbarco. La partenza era prevista alle sei, e avvenne puntualmente, rimasi sul ponte a guardare la costa che si allontanava, una leggera foschia. Navigammo attraverso i fiordi, e quando fummo in mare aperto, scrutai all’orizzonte, dove il sole rimaneva seminascosto. Cercavo di vedere la sagoma della mia creatura, che avevo inseguito due giorni prima, sul ghiacciaio, vicino al lago Naess, dove era accaduto quell’orrendo episodio. E se… il sospetto mi aveva accompagnato sin dall’inizio, quando ancora non capivo che cosa era successo, ma avevo come un presagio, e anche quando seppi, non ero ancora del tutto convinto. Ecco perché avevo risposto in quella maniera confusa al console Raffaelli, quando mi raccontava i dettagli dell’episodio, che mi scagionava. Però, il mio urlo, rabbrividii. Si può essere così costernati, per un fatto sia pure grave e improvviso, a cui siamo estranei? Comunque ero stato liberato, e se ancora sospettavano qualcosa, magari una testimonianza taciuta, non esistevano prove, non era vero. E il block-notes? Ahi! Io, Felice Dementis, avevo trascritto sul mio taccuino le righe finali del “Frankenstein” di Mary Shelley: “Non temere che io sia lo strumento di futuri misfatti. Il mio compito è quasi completo. Non occorre né la tua morte né quella di altri uomini per portare a termine la catena della mia esistenza e per attuare ciò che deve essere fatto, ma c’è bisogno della mia. Non pensare che avrò esitazione nel compiere questo sacrificio. Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e mi dirigerò verso l’estremità più settentrionale della terra. Lì metterò assieme la mia pira funebre e morirò. Contaminato dai delitti e straziato dai più amari rimorsi, dove posso trovare rimorso se non nella morte? Addio! Ti lascio e tu sei l’ultimo uomo che questi occhi vedranno. Addio Frankenstein!” Guardai le onde del mare e scrutai per scorgere lastre di ghiaccio, mi sembrava come se qualche ombra dal ponte dovesse balzare in mare. Si era levato un vento gelido, scesi nel salone per la prima colazione.
“Un giornalista scrittore” aveva detto il capitano della caserma di Kvaløng, lo sguardo indagatore, impenetrabile, verosimilmente dubitava, come ognuno di noi dubita alla lettura se il racconto sia reale o fantastico. È sempre fantastico, ma anche un po' reale. E se è una cronaca vera, o vuole essere tale, è sempre un po' colorita dalla fantasia del cronista. “Un giornalista scrittore”: ecco, avevo decifrato a modo mio il pensiero, che stava dietro quelle parole, un dubbio e la sua logica conseguenza. È innocente o colpevole? Se è innocente, è sempre un po' colpevole, e se è colpevole, è sempre un po' innocente. Ecco la mia logica, la logica di un felice demente, a voler parafrasare il mio nome e cognome. Forse era meglio farlo modificare. E come?
Mancavano pochi minuti alle nove, quando la nave attraccò al piccolo molo del porto di Havøysund. Alcuni passeggeri in attesa s’imbarcarono, si vedevano poche case di quel villaggio. Ripartimmo dopo un quarto d’ora circa, per Honningsvåg, il comune di NordKapp, il punto più settentrionale della Norvegia. Avevo preso il binocolo e scrutavo il mare, la mia ombra, Silvius, dovevo vederlo apparire: “Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e andrò verso l’estremità più settentrionale della terra.” La mia attenzione era costante, fissavo le onde del mare glaciale artico, in attesa della mia creatura, della sua apparizione. La nave cominciò a entrare in un fiordo, mi scostai dal parapetto del ponte, alcuni passeggeri, tutti biondi scandinavi, mi stavano vicino, una ragazza si stava allontanando di spalle: “Ingvild!” chiamò uno di loro. Lei si voltò, era la polietet, la riconobbi subito.
6. Vi går ned
Arrivammo ad Honningsvåg, “Mine herrer, vi går ned”, era la voce dell’altoparlante. “Signori, si scende.” Una fermata di tre ore, per una escursione fino a Capo Nord. Mi confusi nel gruppo, in attesa di sbarcare, e devo dire che cercavo con gli occhi la politiet bionda, quella che parlava italiano. Associavo la sua figura a quella del capitano, doveva avergli tradotto qualche brano dei miei appunti sul block-notes. Ma erano associazioni di idee molto labili, in quella caserma si conoscevano tutti molto bene, andavano a farsi la sauna insieme, e poi si rotolavano nudi nella neve, quei vichinghi, avevo come un senso di pudore, volevo rimanere estraneo al gruppo, come tale ero stato, nel mio ruolo di detenuto e di straniero. Devo dire che quando l’uomo prima aveva chiamato Ingvild, la ragazza si era voltata, fissando subito lo sguardo su di me, non verso i suoi amici. Al momento, sono rimasto un po' sorpreso, e lei ha continuato a fissarmi, poi si è avvicinata verso di noi, rispondendo all’amico. Dopo, ripensandoci, ho capito che mi doveva aver notato da un pezzo, infatti il gruppo era da un po' fermo accanto a me, e quando si è voltata, è stato naturale che voleva essere riconosciuta. O mi fissava, perché non si ricordava bene? Uno straniero arrestato da loro, appena due giorni prima, perché sospettato di omicidio. No, ero inconfondibile. E allora? Avevano i miei appunti, non ero tranquillo. Cercavo la polietet con gli occhi, guardandomi intorno, mentre ci apprestavamo a scendere, ma non riuscivo a individuarla. Chissà dov’era andata a finire! La fila spingeva per scendere, mi mossi, sentii qualcosa di morbido premermi alle spalle, era una donna. Mi voltai appena, e quando fummo a terra, mi spostai di lato per vedere chi era quella che premeva da dietro. Eccola là! Sembrava ridesse, anzi si mise a ridere, quando avanzò di un passo ed esclamò: “Italiano!”. Sorrisi debolmente, ero un po’ sorpreso, ma anche un po' intimidito. “Dementis,” dissi. Rideva: “Dementis” ripeté “italiano sei libero.” Non sapevo che cosa dire, il suo sorriso s’indebolì: “Mi piace molto Italia.” Un’ombra attraversò il suo viso. “Venga a trovarmi, Roma, Napoli, il sole, il mare,” dissi e mi voltai verso le acque fredde dell’Artico, quasi a misurare la distanza da quel mare freddo e il Mediterraneo. Poi la guardai, l’ombra dal suo volto era scomparsa, si era illuminata. “Ciao,” disse e di colpo si allontanò verso il suo gruppo. Vidi mentre si mischiava agli altri, notai che aveva affiancato una sua amica più alta di lei, capelli neri, mi sembrava di averla già vista. Ero rimasto fermo, non mi sembrava che dovessi proseguire nella loro direzione. Istintivamente, mi voltai verso il mare e la nave, quindi mi mossi per ritornare a bordo, avevo rinunciato all’escursione. “Mi piace molto Italia”. E gli italiani? Io sapevo di Axel Munthe. Voi sapete del medico svedese e della villa di San Michele ad Anacapri? Napoli e il suo golfo, luoghi di paradiso, per un uomo del nord, ma anche per una donna. Risalii sulla scala e fui sul ponte, quindi andai in cabina, volevo prendere il taccuino, ma per scrivere che cosa? Le novità? Un incerto rendez-vous da venire, un promemoria. No, avevo tutto chiaro in mente, tutto. Risalii sul ponte e mi affacciai a guardare il mare, scrutando lontano, ma non vedevo il sole coricato sull’orizzonte, nascosto dalla foschia. Per un attimo, l’ombra della creatura, la sagoma indistinta, si profilò davanti al mio sguardo perduto, ma subito svanì, sorgeva un’altra immagine dal cuore, Ingvild.
7. Nyhetene
Guardai l’orologio erano le due, scesi in fretta nel salone ristorante, era quasi deserto. Andai al self-service, piatti a base di zuppe, salse e tartine di pesce con verdure, birra, dolce alla frutta. Con il vassoio in mano, attraversavo lo spazio vuoto al centro della sala, passando accanto al tavolino sparecchiato, presso cui sedeva una donna da sola. Alzò lo sguardo verso di me e sorrise: “Buon appetito.” Mi fermai di colpo, lei fece un cenno, come un invito. “Grazie,” dissi, e posando il vassoio, mi sedetti al suo tavolino.
“Pranzo molto norvegese, piatti di pesce, le piacciono?” disse. “Mi accontento.” Le offrii la birra, coprì con la mano il suo bicchiere: “No, grazie.” Era in crociera anche lei? Sì, la Hurtigruten, il sevizio traghetti, non era la prima volta, ormai conosceva i posti, la navigazione diventava monotona. “Certo, la novità,” dissi. “Sì, ma lei non si annoia, guarda sempre il mare, non si stanca?” Ecco, ancora una volta una spiegazione impossibile da dare, sorridevo, senza rispondere. Che cosa dovevo dire? “Lei è salito ad Hammerfest, l’ho notata subito.” Guardai il giornale, che teneva piegato di lato sul sedile accanto, una copia del “VG, Verdens Gang”, e su cui aveva lanciato un’occhiata furtiva. “Mi ha riconosciuto?” domandai. Indicò il quotidiano, ero diventato una notizia, nyhetene. “Avrà fatto una brutta esperienza!” commentò. Allargai le braccia, finii il boccone: “Quando gli dèi esaudiscono le nostre preghiere, allora ci vogliono punire.” Alzò la mano, un gesto interlocutorio: “Oscar Wilde” dissi. Avevo sentito citare l’aforisma in un film visto da poco ed ora lo riproponevo forse a sproposito. Elogiai l’intervento del console Raffaelli. “Ah, Vincenzo!” commentò.
Era un’italiana di Norvegia? No, era un’italiana di Germania, si chiamava Ulma Giuliani ed era la direttrice del centro culturale italiano di Brema, questa era la seconda volta che faceva la crociera fino a Capo Nord. Nel salone era entrato un barboncino bianco, che corse verso di noi, immediatamente richiamato dalla padrona: “Atma, komm her.” Guardai la donna, i capelli bianchi, gli occhi blu, il vestito bianco, elegante, stava insieme a un gruppo di scandinavi. “È tedesca,” disse Ulma. “Schopenhauer,” dissi. “Tutti i barboncini tedeschi si chiamano Atma,” aggiunsi. “Quasi tutti,” commentò Ulma. Avevo finito il pranzo, domandai se gradiva un aquavit, disse di no. Mi alzai, presi il vassoio e lo andai a posare sull’apposito carrello, quindi andai al bar, dove l’addetto mi invitò a servirmi da solo. Tornai al tavolino, mi sedetti, portando il calice di aqua vitae, il nome derivava dal latino, dissi. Ulma osservava i miei gesti, il brindisi: “Skål!” bevvi. Quando posai il calice, indicai il giornale, lì accanto: “È specificato il mio nome?” Domandai. Ulma prese il giornale: “Felice Dementis.” Indicò un articolo, sotto la fotografia del luogo del crimine, vicino al lago Naess. Mi tendeva il giornale, lo presi, diedi un’occhiata e lo restituii subito: “Uno ammazza la moglie, la seppellisce in giardino, la polizia italiana non lo scopre, scappa in Norvegia, non ammazza nessuno e la polizia lo arresta.” Mi guardò, l’espressione più sorpresa che divertita. Si sentì la sirena della partenza, ci alzammo e all’uscita del salone ci separammo. La nave aveva ripreso a navigare in direzione est, verso Kjollefjord, mi aveva detto Ulma.
8. Snøgås
La sera siamo arrivati Berlevåg, il centro abitato più settentrionale della Norvegia continentale, diceva l’opuscolo illustrativo della crociera in lingua inglese. Sul ponte scrutavo il mare, guardavo il sole appena nascosto sulla linea dell’orizzonte, la notte bianca artica, istintivamente guardai a sinistra verso ovest. Perché? La mia creatura, l’ombra in fuga che io ero venuto ad inseguire all’estremo nord, Silvius, dov’era? Stavamo navigando lungo il tratto di costa norvegese, geograficamente a nord del territorio finlandese, verso est. Che cosa cercavo di vedere sulla distesa azzurra del mare artico, chi doveva comparire, sulle lastre di ghiaccio? Soffiava un forte vento uno spruzzo d’acqua gelida mi colpì sul volto, calcai il cappuccio di lana in testa, rimasi ancora un po' sul ponte, poi mi ritirai in cabina e andai a dormire.
Era fermo sulla soglia della porta, vedevo la sua ombra in controluce, nella penombra della stanza, aveva un’aria triste, lo sapevo anche se non vedevo l’espressione del suo viso, forse ero io triste e riflettevo sull’ombra la mia tristezza. In quel momento una sagoma femminile scura si è sollevata dal letto, dove era distesa accanto a me. Io non riuscivo a muovermi, ero immobile, guardai verso la soglia della porta, e mi sembrò di vedere come una fuga improvvisa, mi voltai e allungai il braccio da quel lato, quasi a cercare la sagoma scura accanto a me, ora confusa e dissolta nel buio. Aprii gli occhi e vidi la luce bianca della notte artica filtrare dall’oblò nella cabina. E allora, mi girai dall’altra parte, chiusi gli occhi e mi riaddormentai.
La mattina dopo, quando salii sul ponte, notai un traffico insolito, a bordo c’era un via vai di carico e scarico merci. Eravamo giunti al capolinea, Kirkenes, ai confini con la Russia. La nave rimase in porto fino a mezzogiorno, poi riprendemmo a navigare, ritornando indietro verso ovest, mi sembrava di tornare in un luogo, per il quale vivevo un’attesa, un qualcosa da venire, ma che cosa? Chi era venuto a visitarmi nella notte? E perché quell’ombra, la mia creatura, era triste ed era fuggita via? Con chi dormivo nel sogno, la dolce amata concubina? Guardavo il mare e mi sembrava di riconoscere i panorami dell’andata. Un uccello con il becco rosso venne a posarsi sulla ringhiera del ponte, nero il piumaggio del dorso, bianco quello anteriore. “Una pulcinella di mare”, disse Ulma, passandomi accanto, in compagnia di un ufficiale di bordo, che fermatosi ricambiò il mio leggero cenno di saluto, portando la mano alla visiera. Sorridente, disse: “Italiano”. Ricambiai il sorriso, poi entrambi ripresero la loro passeggiata. Chissà se quell’ufficiale vestito di bianco conosceva la mia vicenda?
In verità, la mia verità, la verità della mia vicenda interiore non era conoscibile, e la lettura dei miei appunti sul block-notes potevano ingannare. Il comandante della caserma, Ingvild. Acciderboli! E una volta tradotti, non sarebbero stati conosciuti anche dagli altri? Chi? Raffaelli. E Ulma, no? Il suo amico Vincenzo. Accidenti!
Io Dementis avevo soffiato lo spirito della vita a una creatura, poi fuggita nel grande nord sulle zattere di ghiaccio, e dovevo partire per il polo artico e andarla a prendere, prima che potesse compiere gesti irreparabili. Questo il senso del mio scritto, dove era esposto il programma di viaggio e certe mie visioni di boschi innevati. Chi correva tra gli alberi nella neve invernale? Era un mio forte desiderio raggiungere quell’ombra fuggente. Ma ora sopravveniva un nuovo sentimento che calmava le mie angosce, come il sorgere di una nuova alba di vita.
A sera eravamo a Berlevag, dormii poco quella notte, sentivo come un’impazienza di arrivare. All’alba verso le cinque, nella luce bianca del giorno artico senza fine, ero già sul ponte, mezz’ora dopo attraccammo nel porto di Honningsvag. Nessuna escursione, la nave ripartiva dopo quindici minuti. Guardai verso le case del villaggio, poi fissai la banchina dove alcuni passeggeri si apprestavano a salire a bordo, Ingvild non c’era. E come avrebbe potuto esserci? Ecco! Vidi, là in alto, volare ad ali spiegate un uccello dallo splendido piumaggio bianco, era snøgås, l’oca delle nevi.
9. Kom til meg
Quando partimmo, rimasi a guardare la terra ferma e il villaggio delle case che si allontanavano, sentivo come un senso di lacerazione, di distacco da una persona cara che lasciamo, era lì che l’avevo vista l’ultima volta, ma ora non ricordavo nemmeno più il suo volto, era come un rimpianto, ma anche di colpo una fiamma.
Dopo quattro ore di navigazione, siamo arrivato ad Hammerfest, e mentre sbarcavo mi è sembrato di vedere Ulma sul ponte, ma più come un’ombra che m’inquietava, come se le avessi lasciato un sospetto, con una battuta infelice, quella da lei non colta della moglie sepolta in giardino. Ebbi come un senso di agro umorismo: insomma, questa storia che vivevo era una storia d’amore oppure di spie? L’interrogativo però si mostrava alla mia coscienza come un voltafaccia, un tradimento a un mio più intimo e indefinito sentimento, un desiderio di avvenire.
Giunsi in albergo, intenzionato a lasciare la camera subito e partire, avevo già il biglietto aereo per Oslo, il volo del pomeriggio. Al bancone, l’addetto mi fece un cenno e mi porse una busta, credevo fosse il conto, invece era un biglietto con su scritto: “Kom til meg, Ingvild”, più sotto era segnato l’ indirizzo. Mostrai il biglietto al receptionist, indicando l’indirizzo. L’uomo lesse, alzò la testa, mi guardò, e fece un gesto con la mano, indicando fuori a sinistra. Sembrava ci fosse del sarcasmo in quello sguardo o era una mia impressione? Fuori a sinistra c’erano i taxi, salii è mostrai l’indirizzo al tassista, partimmo. “Come to me” avevo tradotto in inglese, stavo imparando la lingua norvegese, somiglia all’inglese. “Vieni da me” e io stavo andando da lei. Quando scesi dal taxi, mi venne incontro una donna alta con i capelli scuri, era la sua amica, mi stava aspettando, si chiamava Dagrun ed era una politisersjant, sergente di polizia. Era quella che avevo intravisto nel cortile gelato della caserma e sulla nave, era la compagna di Ingvild. Sono rimasto con lo un giorno, e poi un altro giorno, tre giorni, Dagrun aveva ripreso servizio, restai un’altra settimana. Adesso, stavamo più tempo da soli, io e Ingvild.
Un giorno, stavamo passeggiando vicino al porto, mi domandò perché ero fuggito sul ghiacciaio, quel giorno. Non stavo fuggendo, inseguivo un’ombra, l’orso bianco, rise. Ti ho proprio centrato, disse. Era stata lei, ah! Era preoccupata quella prima sera, quando era venuta ad aggiustare il letto, voleva capire come stava in salute il prigioniero. La preda, dissi. Solo una volta avevo visto due abbracciarsi e baciarsi in strada, lì in quella terra di biondi vichinghi, erano due barboni anziani, lui doveva essere ubriaco, e forse anche lei, barcollavano.
Quando mi accompagnò all’aeroporto, ci salutammo prima dei varchi di sicurezza. Kom til meg, dissi prima di lasciarla.
FINE PRIMA PARTE
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