mercoledì 11 febbraio 2026

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         Il tedesco napoletano



6 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LE VOCI DEI LIBRI
Storia della flagrante presunta intercettazione di voci di un dialogo tra un libro di fisica e un libro di filosofia.

Essendo gli archetipi, per definizione, inestricabilmente intrecciati, “in uno stato di contaminazione, di totale reciproca compenetrazione e interfusione.” (Jung)
James Hillman, “Anima”, 1985

1. Il pollice e l’indice
Sei andato a trovarlo? – Sì. – Come sta? – Mi sembra un po' intontito, come dire un po' perso, risponde, ma… – Ma che cosa? – E come se andasse dietro a sue visioni, perché subito dopo avere risposto, torna a fissare il vuoto. – Capisco. – Vuoi un esempio del nostro colloquio? – Sì. – Entro, gli faccio un cenno da lontano, mi avvicino al suo letto, mi siedo sulla sedia accanto a lui e gli domando: “O fra’ ch’ te sient’?” – E lui che cosa risponde? – È seduto in mezzo al letto e guarda davanti a sé, capisco che mi ha visto arrivare e che mi sono seduto accanto a lui, e nel sentire la mia voce sorride e sposta leggermente la testa verso di me, come per farmi capire che sa della mia presenza, ma non può distrarsi dalle sue visioni e pensieri. – E poi? – Io insisto: “O fra’ ch’ te sient’?” – E lui? – Continua a sorridere e fissare davanti a sé e mormora: “O fra’” – Una maniera di rispondere al vostro modo di intendervi. – Sì, però… – Però, che cosa? – In verità, questa non era la nostra maniera d’intenderci. – E qual era? – Ma, un normale: “Ciao, come stai?” – E lui come rispondeva? – “Non c’è male, grazie.” – E poi? – E poi, poi, che ti devo dire, o fra’?” – “Che mi devi dire, o fra’?” – Come? – Hai visto, mi hai rincitrullito con questo “o fra’!” – È contagioso. – In che senso? – In senso internazionale.
...

Silvio Minieri ha detto...

IL TEDESCO NAPOLETANO

Arrestato: Die Spaghetti bereiten mir Magenschmerzen
Commissario di polizia: Che cosa ha detto?
Agente napoletano: O’ tedesch, commissa’, ha ditt ch’e spaghetti o ’ntorzano ‘a panza
Come? Il tedesco, commissario, ha detto che gli spaghetti gli fanno male alla pancia.
(Estratto del verbale d’interrogatorio di Enea Silvio Parente)

“Ora c’è anche un altro modo per pensare la misteriosa essenza del fuoco come principio cosmico, ed è la sua presenza in tutto ciò che ha calore. Il fatto che l’origine della vita dipenda dal calore ha qualcosa di illuminante e occorre pensare soltanto alla dossografia su Anassimandro per illustrarlo. Ma un’interpretazione materiale del fuoco come elemento delle cose qui non è data. E le testimonianze a questo proposito non sono favorevoli. Certamente, Platone nel “Cratilo” menziona una interpretazione del fuoco come “il calore in sé”, che è all’interno del fuoco, ma in un contesto che non è soltanto estremamente scherzoso, ma anche del tutto incompatibile con una prospettiva cosmogonica. Il “Cratilo, invece, allude all’idea eraclitea del sole, che si riaccende ogni volta di nuovo o del sole che non tramonta mai. La stessa allusione al sole di Eraclito nella “Repubblica”, testimonia che questa dottrina eraclitea era certo nota, sebbene non particolarmente apprezzata, per essere così davanti dal punto di vista cosmologico. Tuttavia , negli altri passi platonici, dove appaiono il fuoco e il calore, non sembra esservi alcun riferimento a Eraclito.” Tutti sembravano intenti ad ascoltare questo incomprensibile discorsetto del tedesco napoletano, in verità sembravano in attesa di un qualche segno, che interrompesse quella loro stessa attesa. – Come? Non ho capito. – Non riesci a capire la situazione? – No. – Temevano la bomba, un’esplosione, possibile da un momento all’altro. – E invece di allontanarsi in fretta, stavano lì impalati a sentire parlare di Eraclìto? E poi dicono che era lui l’inebetito. – Ebete, sei tu ebete, a dire che lui era inebetito. – Senti, grande strozzatore, mi hai stufato tu ed Eraclìto. – Che vuol dire strozzatore? – Sei uno che strozza. – Io strozzo? – Ecco, l’hai detto. – Così non andiamo da nessuna parte. – Al massimo, arriviamo a piazza degli Strozzi, quartiere Prati. – Che non andassero da nessuna parte, in quella loro immobilità dell’attesa, i colleghi, era quello che pensava e criticava tra sé Assunta. – Chi è Assunta?. – Non è una tua parente, era l’agente Assunta Imbriani Carulli, da Napoli. – E quindi? – Quando vide che alla fine del discorsetto del tedesco napoletano, l’amico di Aldo Rossi, aveva ritirato il braccio e stava per mettersi l’oggetto misterioso in tasca. – Quale oggetto misterioso? – Il presunto ordigno, dicevo, quando vide il gesto dell’amico di Aldo Rossi. – Fai prima a dire l’inebetito. – Che sicuramente ora fingeva ebetudine. – Allora, di’ falso ebete.

Silvio Minieri ha detto...

L’agente Carulli, un po' scettica, avendo sgamato (compreso che il tizio fingeva) il ladro dottore. – Ma era dottore? – E io che ne so. – Sicuramente ladro. – Anche questo non lo so. – Insomma, il finto ebete chi era? – L’amico di Aldo Rossi. – Aspetta un momento. – Hai preso lo smartphone? – Consulto il web. – Allora? – Cerco “Un giorno luce”, il racconto in cui compare l’amico di Aldo Rossi. – E quindi? – Aspetta un po'. – Che c’è? – Guarda che ho trovato qui? – “Aldo Rossi è il personaggio di questo secolo che ha avuto più influenza nell'architettura di tutto il mondo. Uomo straordinario e amico indimenticabile.” Con queste parole Paolo Portoghesi salutava, nel settembre del 1997, l'amico e collega Aldo Rossi. – Tu sei totalmente cretino e rincretinito, non vedi che si tratta di un personaggio famoso, che non ha niente a che vedere con questa nostra storia di strozzi. – Ehi, strozzone! – Eh? – Il Casato degli Strozzi è una delle più antiche e importanti famiglie nobili di Firenze, le cui vicende storiche si intrecciarono con alcuni degli avvenimenti più significativi del tardo Medioevo e dell'Età moderna. – Chiudi lo smartphone, o ti strozzo. – Prima giocavamo con Eraclìto, adesso con gli Strozzi, vogliamo finirla? – Va bene. – “No, Assuntì” gridò il collega, quando vide che Assunta, alias l’agente Carulli, stava per togliere di mano l’ordigno a… all’architetto. – La giovane era un po' scettica, forse coraggiosa, forse temeraria, affascinata dal pericolo o forse dal ladro dottore architetto, proprio questa commistione di cultura e istinto ladresco che leggeva in lui, oh! come aveva ragione. – Era una psicologa. – No, era un’intuitiva, aveva intuito che quella era tutta una sceneggiata. – Ma di lì a poco la scena cambiò. – Era arrivato l’artificiere e subito dopo il commissario, che assunse la direzione delle operazioni. – Hai visto! – Che cosa? – È arrivato il deus ex-machina. – Ma stai zitto, imbecille! – Ora, basta con gli insulti! Al prossimo ti do, anzi no, ti sferro un pugno. – Che fai, minacci? – Non ci credi? – Sto tremando, tutto quanto. – Attenzione che sono tremendo. – Deinòs. – Eh! – Uffa! – Era arrivato il commissario. – Si diresse risoluto verso il malandrino. – Ecco, doveva arrivare il commissario per farci capire chi era veramente colui. – Un malandrino. – Si piantò di fronte a lui, e lo interrogò: “Che cos’è quell’affare?” Indicava l’oggetto in mano al malandrino. – Un normale registratore, con l’opzione S, esse. – Esse? – Super. – Il commissario si voltò verso gli astanti e ordinò di sgomberare immediatamente il locale. – Temeva una super-bomba? – Era lui il responsabile. – Certo, chi altrimenti? – Gli altri uscirono in fretta. – Avevano paura della super-bomba? – Eseguivano gli ordini. – Anche Assuntina? – Uscì per ultima. – Era rimasto soltanto l’artificiere con al guinzaglio il cane antiesplosivi. – Il cane lupo annusò l’oggetto, poi distolse il muso, quindi il conduttore gli fece annusare il dottore ladro e malandrino, ma senza un risultato alcuno. – E allora? – L’artificiere condusse il cane tutt’intorno alla sala, salì anche al piano superiore, poi scese e andò dal commissario. – Niente? – Perché agiti il pollice e l’indice, il resto delle dita ripiegate. – Per dire, a gesti, che l’artificiere non aveva annusato, volevo dire che il cane-lupo dell’artificiere non aveva annusato esplosivi. – E tu? – Io? Che c’entro io? – E tu? chiese il commissario al fermato, che sei venuto a fare qui? Non attese la risposta, prese il registratore S dalle sue mani, e lo invitò a seguirlo. Quindi diede ordini all’artificiere di bonificare con la sua squadra tutto intorno, lasciò una volante di guardia alla libreria, e seguito dagli altri si recò nel vicino ufficio di polizia. – E poi che cosa successe? – Si chiuse il cerchio. – Come? – Te lo dico la prossima volta, una soluzione semplice e complessa a un tempo. – Ma va’!

Silvio Minieri ha detto...

LA CHIUSURA DEL CERCHIO
Io ho capito che tu, da quando ti sei cominciato ad allontanare dal punto S del cerchio. – Quale punto S? – Quello Super. – Ah! – Ebbene, cominciando ad allontanarti, allo stesso tempo, hai cominciato ad avvicinarti. – Al punto S? – Sì. – Forse vuoi alludere al cozzo delle due strade. – Lascia perdere il cozzo delle due strade nell’attimo. – E allora, dimmi, chi ti ha detto che non sono io il punto S? – Tu non sei S, sei M. – Attento a come parli. – Emme, come mediocre. – Mediocre? tu sei N, nulla. – Taci! – Parla tu, allora. – Se tu fossi stato S, non ti saresti mai allontanato da te stesso e quindi mai avvicinato a te stesso. – Certo! – Certo che no, perché tu sei M, scacciato da S, che vuole ritornare ad S, girando in tondo. – Non finisci mai di stupirmi. – Quindi per me la soluzione è semplice. – E cioè? – Sei tu il protagonista negativo di tutta questa storia. – Hai le prove? – Mentivi, quando hai detto che sei andato a trovarlo in ospedale. – Quindi non credi che ero io il ricoverato nell’ospedale? – No, lo credo. – Lo credi, sì o no? – Sì. – Davvero? – Certo, come poteva essere diversamente, basta frequentarti un po' per sapere che ti è necessario l’alienista, peraltro assegnato a te dall’autorità, mediante ricovero nella struttura sanitaria. – E chi è il tizio venuto a trovarmi? – Tu stesso, come poi sei venuto a riferirmi. – Io ero o il ricoverato o il visitatore. – Tu eri, e lo sei ancora, un impostore. – Visto che sai tutto, dimmi, dopo il mio arresto che cosa è accaduto? – Il ricovero nella clinica psichiatrica. – Troppo generico, almeno fanne un racconto, anche se a grandi linee. – Allora, cominciamo dall’imputazione. – Mi diedero del ladro, io, ladro io! Un uomo di cultura, come peraltro quella intelligente giovane della polizia aveva intuito. – Un ladro di cultura, un plagiatore. – È tutta invidia! – Ma sei stato scoperto in flagrante e arrestato. – Sì, ma assolto. – Per il rotto della cuffia. – Ma va là! – Allora racconto dalla prospettiva complessa. – Il tuo è un racconto di finzione. – Sì, ma tu, nella realtà della finzione, sei vero. – Come personaggio, vuoi dire? – Sì, come personaggio negativo, molto negativo. – Il solito pessimista. – Con te non c’è niente da fare. – E con te? – Con te partirò / Su navi per mari / Che, io lo so / No, no, non esistono più. – Ehi! – Che c’è? – Sei partito. – Anch’io ho il diritto di sognare. – Mi brillano gli occhi. – Vogliamo concludere le indagini di polizia sul malandrino? – Era un povero cretino. – Beh, insomma! – Fu accusato di furto. – Che cosa aveva rubato? – Le televisioni, mi disse una connazionale espatriata, quella sera a Montmartre. – E tu che diamine eri andato a fare a Montmartre? – A farmi fare un ritratto dalle cartoniste, no di certo. – E allora, che cosa? – Ma tu di che t’impicci? – Mi sembra di vederti. – Anche a me, cambiamo discorso, sono storie d’inizio secolo (ventunesimo).

Silvio Minieri ha detto...

Siamo nel XXI secolo? – Sì. – Ragazzi, come passa il tempo! – Il tempo non passa. – Resta fermo? – Non esiste. – Spiegami, rapidamente. – Se tu guardi con un telescopio su una stella, diciamo su un pianeta che ruota attorno a una stella, lontano un milione di anni luce, che cosa vedi? – Vedo te, che con un telescopio scruti sul pianeta azzurro, per scoprire non so che cosa. – E quel che cosa sul pianeta azzurro, che io dal pianeta lontano un milione di anni luce, cerco di scrutare appartiene al presente, al passato o al futuro? – Al futuro, no, al presente, anzi al passato. – Allora? – Appartiene al tempo del pianeta azzurro. – Ecco, bravo! – Comunque, te presente, è un brutto tempo. – Poi ne parliamo un’altra volta. – Hai ragione, dobbiamo decidere sulla libertà dell’arrestato. – Il giudice, informato la mattina dopo dal commissario, decise per l’immediata libertà del fermato. – Al solito. – Come? – Evviva! – Ah, ecco! – Ma vogliamo affrontare la situazione, almeno una volta, dal punto di vista strettamente giuridico, per Zeus? – Il secondo comma dell’articolo 624 Codice Penale prevede: “Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l'energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico.” – Era Prometeo. – Come? – Rubava il fuoco agli dèi. – Ma quale fuoco? Era energia. – In che senso? – Se sostituiamo la parola «fuoco» con la parola «energia» possiamo quasi ripetere le sue affermazioni parola per parola dal nostro moderno punto di vista. L’energia è difatti la sostanza di cui sono fatte tutte le particelle elementari, tutti gli atomi e perciò tutte le cose, ed energia è ciò che muove. – Ma che dici? – Non sono io che dico. – E chi è quello che dice? – Dobbiamo domandarlo al ladro notturno. – Cioè tu. – No, tu. – Quindi, uno di noi due sa. – E finge di non saperlo. – Allora, è vero? – Che cosa? – Che è un furfante. – Come? – Dal latino “fur”, Plauto usa il termine per indicare il ladro. – Nietzsche, il demone. – Come? – Il demone furtivo. – Ma chi, quello striscia furtivo nella più solitaria delle tue solitudini? – Non strisciare, e soprattutto non ghignare come Frankenstein jr. – Ah, ecco!
(Segue)

Postilla
Sull’estratto del verbale d’interrogatorio del ladro notturno, identificato come Enea Sillvio Parente, verranno dati chiarimenti in seguito. Ok? Ok.

Silvio Minieri ha detto...

TEATRINO

PERSONAGGI
Professore incaricato
Alunno ripetente
Bidello (padre dell’alunno)
Ispettore Scolastico
ispettore Ministeriale

PRIMA SCENA

Professore incaricato
Alunno ripetente

“I pastori abitano, invisibili, fuori del deserto della terra devastata.” – Eh? – Chi ha detto questo e che cosa significa quanto detto? – Boh! – Andiamo bene, bidelli a me! – Comandi, professore. – Prendete per la collottola questo individuo e buttatelo fuori della scuola. – Un momento! – Che c’è? – Me ne vado da solo. – Sbrigati, prima che ci ripenso! – Prufessò, ci vediamo. – Insolente. – Via!

SECONDA SECENA

Professore incaricato
Alunno ripetente
Bidello (padre dell’alunno)

BIDELLO Buongiorno, professore. Ho portato mio figlio, per ripetere l’esame, l’ho già rimproverato, e gli ho dato anche due scapaccioni, per insegnargli un po' di educazione. Vogliate scusarlo.

PROFESSORE Va bene, ripetiamo l’esame: “I pastori abitano, invisibili, fuori del deserto della terra devastata.” Chi ha detto questo e che cosa significa quanto detto?

ALUNNO (leggendo) Per capire quello che Heidegger sta dicendo, bisogna conoscere il suo pensiero di fondo, quello enunciato all’inizio della sua opera principale: “Essere e Tempo”, ovvero il problema dell’Essere e la storia della metafisica, che invece di chiarire il problema, ha finito per obliarlo, confondendo l’Essere con l’Ente. In tal senso, il predominante imporsi è quello dell’ente, il tutto esistente, e fra questo predominante imporsi, il più violento, proprio del suo agire, è l’uomo. Sviluppando il discorso, egli distingue tra δίκη, Dike, la giustizia anassimandrea, interpretata da Heidegger come l'ordine in cui gli enti si mantengono nel loro essere e si concedono reciprocamente il loro spazio, e τέχνη, techné, la tecnica, modo originario di svelamento della natura, poiesis, produzione, divenuta strumento, la tecnica che riduce il tutto a un fondo disponibile per le attività dell’uomo. Ecco perché, in tale ottica, l’agire dell’uomo comporta la devastazione della natura: “I pastori abitano, invisibili, fuori del deserto della terra devastata, che è destinata a servire solo più all’assicurazione del dominio dell'uomo...
(Segue)

[N. d. B.]
Il dramma, ossia la farsa, andrà in scena per intero prossimamente, forse anche domani.