domenica 1 marzo 2026

Narrativa

 

          L'uomo disgiunto


3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

I SEGNALI
Gli stoici che credevano nel Fato, ritenendo il tutto nell’Universo causato, vedevano nei “signa”, segnali, i presagi di avvenimenti futuri, già realizzati nella concatenazione delle cause. Per conoscere, quindi, il futuro, bastava interpretare correttamente i segnali, per esempio la direzione dei voli degli uccelli. Il compito era affidato agli àuguri, dal latino “avis”, uccello, e “gero”, gestisco, che interpretando i “signa” indovinavano il futuro. Ieri sera, come poi al risveglio, stamattina prima dell’alba, mi è stato chiaro, io avevo avuto un’apparizione di codesti segnali, ma non mi ero accorto di essi, forse perché insonnolito. Dopo la fine della trasmissione dedicata all’attacco all’Iran, in attesa di conoscere l’esito del festival di Sanremo, ho cambiato canale, avendo forse intuito che avrebbe vinto Sal Da Vinci, come rilevo dal web, e sono finito “intrappolato” nel canale Rai Cultura, dove stavano trasmettendo una versione del dramma di Pirandello: “Sei personaggi in cerca d’autore”. Conosco la commedia e l’ho studiata con molta attenzione, documentandomi accuratamente sulle fonti, io stesso producendo alcuni brevi studi sull’opera. (…) Non ostante queste mie passate conoscenze, non ho resistito al fascino, e al contrario resistendo al sonno, sono rimasto a guardarmi la rappresentazione teatrale, che mi ha risvegliato un mio passato desiderio di scrivere sul tema dell’opera d’arte, come “specchio” della realtà. E dico subito che l’occasione di quella prima insorgenza di elaborare uno studio sul detto argomento era stata la visione di uno sceneggiato televisivo, ricavato dal testo del romanzo poliziesco dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt: “Il giudice e il suo boia”. Dal romanzo è stato tratto anche la versione cinematografica, “Assassinio sul ponte”, curata dalla stesso autore, che si è ritagliato nel film anche un ruolo di comparsa, come consulente del commissario Bärlach. E qui colgo l’analogia con il dramma di Pirandello, dove l’autore entra come personaggio, il capocomico, nella sceneggiatura e regia del soggetto teatrale di finzione, che costituisce il copione del dramma, il così detto teatro nel teatro. Ma un’altra analogia ha accompagnato il mio rapporto di spettatore con le due opere, ossia la rappresentazione della loro doppia versione, dove la differenza dell’interpretazione, ne caratterizzava meglio l’ontologia del soggetto, il carattere di una situazione di finzione specchio della realtà. Verità o finzione è il dilemma finale dei “Sei personaggi”, accompagnato dalla sghignazzata folle della figliastra, che sembra avvolgere nella sua follia l’intero dramma della commedia, che rispecchia il travaglio dello spirito dell’autore, come da lui dichiarato.
Devo comunque dire che i veri “signa” non sono stati quelli della serata, ma la sorpresa di questa mattina, il rintraccio di un mio vecchio testo dimenticato, nella scelta sistematica che sto facendo di ripubblicare sul blog i miei scritti di annata. Ed ecco quindi questo “L’uomo disgiunto”, un abbozzo incompleto, di cui ho aggiunto lo spunto critico chiarificatore per un finale, che era rimasto in sospeso.

Silvio Minieri ha detto...

L’UOMO DISGIUNTO
Favola pirandelliana ispirata all’enigma della Melancholia.

Era il vespro, e nella grigia luce del giorno declinante verso sera, l’altro dell’io andava in direzione nord lungo l’Aspaachlaan di Bruxelles. Giunto in place De Brouckère, scelse per la Adolphe Maxlaan, raggiungendo l’incrocio, dove a destra si poteva scorgere la fermata “Rogier” del metrò. Sì fermò, attendeva qualcuno? Si era recato lì per un rendez-vous? No, non sembra proprio. L’altro dell’io, disgiunto dall’insieme sé stesso della sua identità, viveva l’inizio di una storia di vita, che incominciando in quel tratto di strada percorso, non gli concedeva, in assenza di passato, la possibilità di presentarsi ad un incontro precedentemente combinato. Il tratto di strada percorso era un tragitto dei luoghi, che lo aveva condotto dalla gare du Midi all’Aspaachlaan, ma era anche lo spazio temporale, che partiva da un presente privo di tempo alle sue spalle, unicamente indirizzato verso il futuro. Sostanzialmente l’altro dell’io si può definire come un personaggio del proprio sé stesso smarrito nel presente, quindi impossibilitato ad uscire dalla sua scena e ritornare alla vita del proprio io. Infatti, se potesse farlo, questa non si rivelerebbe come la sua vera esistenza, ma una tutt’altra forma o parvenza di vita, come dire un sogno, o una fantasia priva di realtà.
Fu allora che notò verso di lui una coppia, un uomo e una donna, che trascinavano un trolley: avevano attraversato il viale e si dirigevano in direzione dell’Adolphe Maxlaan. Stavano litigando, in verità era soltanto la donna a rivolgere rimproveri all’uomo, che con aria scura guardava davanti a sé senza rispondere. Passarono davanti all’altro dell’io, Antonio Rocco Antille, senza neppure guardarlo e sparirono alle sue spalle. Chi erano? Due viaggiatori di mezz’età, verosimilmente due coniugi, un tipo ideale, nel senso di un modello di cui si conserva lo schema mentale nell’immaginario di una comunità socialmente organizzata. Ma quei due non erano personaggi immaginari, pensò Rocco Antille, come d’altronde non poteva esserlo lui, anche se qualche volta ne dubitava, ma il dubbio si dissolveva: se quella era la sua realtà, che senso aveva immaginarne un’altra ancora più reale, se così si può dire?
Passò una donna, gli abiti dimessi, l’aria di sfida, doveva essere un’immigrata nicaraguense, pensò Rocco Antille, ed ebbe a riflettere che in questo giudizio era stato sicuramente condizionato dall’avere seguito in quegli ultimi tempi una querelle politica, dove alla televisione avevano parlato di una sguattera del Guatemala. L’area geografica di provenienza era quella, poco prima una donna sul tram, interrogata da un altro immigrato dalla pelle scura, aveva detto di essere salvadoregna, così almeno gli sembrava di aver capito, prima di scendere alla “Bourse” e proseguire a piedi.
E adesso, dove andare? Si erano accese le prime luci della sera, guardò in fondo al vialone, in lontananza si distingueva la sagoma incerta del Sacré-Coeur. Rimase lì indeciso a guardare la cupola…


Post-Scriptum
A suo tempo mi feci una lunga passeggiata serale fino al monumento gemello di quello parigino, dove la somiglianza culturale viene meglio colta dall’occhio di un entusiasta osservatore proveniente da un altro contesto socioculturale, per esempio quello maghrebino, come ho riscontrato sul web. E aggiungo e concludo che il mio sguardo, non si può negare, è stato quello stesso, anche per la mia provenienza mediterranea.

Silvio Minieri ha detto...

IMMAGINE
La basilica di Koekelberg (Bruxelles) si classifica al quinto posto tra le più grandi chiese del mondo. dopo la basilica di Notre-Dame de la Paix à Yamoussokro in Costa d’Avorio, la basilica San Pietro a Roma, la cattedrale St. Paul di Londra e Santa Maria dei Fiori a Firenze. Oggi, la chiesa è soprattutto un luogo di preghiera. La chiesa è utilizzata sempre per le celebrazioni parrocchiali o le grandi celebrazioni nazionali. I visitatori e i turisti sono ugualmente i benvenuti in questo bell’edificio.