giovedì 12 marzo 2026

Narrativa

 

          L'incompletezza del desiderio


4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L'INCOMPLETEZZA DEL DESIDERIO
Sono 48 anni che prendo la linea B della metro, in verità la prima volta l’ho presa appunto circa mezzo secolo fa, poi per cinque sei anni, in cui non ho abitato a Roma, l’ho dimenticata e quindi ritrovata soltanto al mio ritorno nella capitale. Era sempre uguale, l’ho presa periodicamente per un po’ d’anni, quindi saltuariamente, un po’ più spesso di recente, ma è come se la musica non fosse mai cambiata. Con gli anni è stato costruito e messo in funzione il prolungamento fino a Rebibbia e la diramazione per Jonio. Dall’Eur o Laurentina, in questi ultimi tempi, ma anche prima, raramente sono andato oltre la prima fermata dopo Termini, “Castro Pretorio”, quella della Biblioteca Nazionale. All’inizio degli anni Ottanta, hanno aperto la linea A da Cinecittà a Ottaviano; il giorno dell’inaugurazione, c’era tanta folla sulla banchina, che fu meglio andar via e riprovare nei giorni seguenti. A quel tempo, la linea A dava più l’idea del metrò di Parigi, saranno stati i tunnel stretti. La linea B mi ricordava la prima metropolitana di Napoli, il passante ferroviario costruito nel 1925. Una domenica mattina, poco tempo fa, sono andato per la prima volta sulla linea C, che parte dalla stazione Lodi, ma quella è la storia di un altro racconto.
Stavo dicendo che sulla linea B la musica non è cambiata. Quale? Non i suonatori, ma il grido improvviso e gutturale: “Vengo di Sarajevo!” Ormai i passeggeri abituali, tranne qualche occasionale avventizio, non alzano più la testa per andare alla sorgente del grido, rimangono a fissare i monitor dei loro telefonini o a digitare sulle tastierine. La nomade grida ancora che ha bisogno di comprare il latte per i bambini piccoli, ne porta sempre qualcuno al collo, e prima di avanzare con il bicchiere di carta, ringrazia tutti, signore e signorini. È uno spettacolo che va avanti da sempre, con la variante introdotta negli anni Novanta, ai tempi del conflitto bellico in Bosnia, del grido: “Vengo di Sarajevo!”. Un giorno, un uomo di mezz’età, stufo di vedersi allungare il bicchiere di carta sotto il muso, ha avuto un gesto brusco, diciamo violento, perché la nomade ha ricevuto un colpo al braccio, il bicchiere di carta è volato per terra e quella infuriata gli ha gridato contro che l’avrebbe detto al marito e così gliela faceva pagare. La minaccia sembrava troppo sospesa per aria. Ma non bisogna sottovalutare. Un mio amico, commissario di polizia, mi raccontò che una volta, in un campo nomadi, dove andava per controlli periodici (c’erano ricercati e qualcuno anche pericoloso), quando lo vide arrivare con gli agenti, il capo tribù, che ormai aveva imparato a conoscerlo, esasperato cominciò a urlare, arringando la carovana: “Torniamo tutti in Jugoslavia!”. È un problema sociale endemico di Roma, quello dei campi nomadi.

Silvio Minieri ha detto...

Quella volta dello scontro sulla linea B, diciamo di quel contrasto rude tra i due, io pensai a Giacometti e alle sue storie di guerra e alla sua prigionia, a cui ogni tanto accennava. Una storia mi rimase impressa, perché la raccontò per intero, mentre altre volte parlava solo genericamente di fame patita, di privazioni, di soprusi, della dissenteria che per poco non lo mandava all’altro mondo. Era quella del giorno in cui era stato fatto prigioniero dal nemico, assieme a una giornalista, una abbastanza conosciuta, di cui però non disse il nome. Viaggiavano in quattro su un’automobile ed erano stati fermati dai soldati a un posto di blocco, l’autista slavo e un altro loro compagno avevano tentato la fuga, ma erano stati abbattuti con alcune fucilate, mentre loro erano stati fatti prigionieri. Portati nel campo, la giornalista, una cinquantenne grassa e con gli occhiali, era stata denudata per essere perquisita, e poi picchiata e legata, perché aveva tentato di ribellarsi. I soldati l’avevano buttata per terra ed era stato mandato a chiamare il comandante, per decidere della sua sorte. Quando era arrivato il colonnello assieme a un capitano, i soldati avevano costretto la giornalista a rialzarsi. Quella donna di mezza età lacera e seminuda, legata, ma dallo sguardo fiero, non sembrava affatto interessare gli alti comandi del campo, che la lasciarono in balia dei soldati per interrogarla. I soldati sghignazzanti diedero l’incarico ad una recluta di occuparsi della prigioniera, ma questi si rifiutò. Un sergente cominciò a innervosirsi e gridò che quella era insubordinazione. Giacometti spiegò che la recluta riteneva “intelligenza con il nemico” assolvere a quel compito. Infatti, si avvicinò alla donna, che lo guardava sprezzante, e la colpì con un violento schiaffone, per mostrare di non essere affatto indulgente. Alla fine, nessuno aveva voluto prenderla in carico come prigioniera, e quindi l’avevano liberata e cacciata via dal campo, rimandandola in Italia, concluse Giacometti.
La storia della recluta mi colpì. Era un vigliacco? Colpire una prigioniera, umiliata e inerme, era il gratuito atto di violenza di un pavido. Date le circostanze, sicuramente era così, ma che cosa si agitava nell’animo di quel giovane soldato? Fu la lettura di Kierkegaard, in seguito, ad illuminarmi sull’aspetto psicologico dell’episodio: “Se immagino una donna che fissa uno sguardo di desiderio sopra un giovane innocente, lo stato d’animo di costui non sarà l’angoscia, ma tutt’al più un sentimento di pudore misto a ripugnanza, precisamente perché egli è più determinato come spirito.” Certo, in concreto, la situazione non era proprio quella, ma proviamo ad immaginare una situazione diversa. Un giovane uomo politico, seduto a pranzo in un ristorante, si alza e indignato va a mollare un ceffone a una signora un po’ troppo scollacciata del tavolino accanto. È un episodio così improbabile?
Comunque, ritornando a Giacometti, io credo al suo racconto e mi colpisce quella consonanza, niente affatto casuale, del fatto concreto con il modello psicologico astratto già intuito da Kierkegaard. È stata, secondo me, l’incompletezza del desiderio suscitata nel giovane non dalla presenza fisica della donna, ma dal suo sguardo, un disprezzo in cui il giovane deve avere scorto una forma mascherata di concupiscenza.
Io penso sia andata così, ma forse mi sbaglio.

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Nel risistemare un mio passato materiale narrativo, come dire miei racconti da riunire in raccolte, per eventuali edizioni a stampa, ne avevo scelti sette, reperibili sul blog, post “Il libro di Attanasio”. Avevo tralasciato un racconto, che faceva parte dei file riuniti sotto una stessa cartella, risalente a otto anni fa, comprendente i racconti di cui sopra più altri, e fra questi ultimi: “L’incompletezza del desiderio”, che ora ripubblico. Il riferimento a “Giacometti”, un personaggio la cui conoscenza da parte del lettore si dà per scontata, richiamava altri contesti narrativi, in cui quest’ultimo giocava un ruolo abbastanza caratterizzato, come appare da quello che ci viene a raccontare di sue avventure non so fino a che punto verosimili. Forse ha fantasticato su notizie di cronaca: quella giornalista è una persona esistente? e la sua disavventura, anche se non nei particolari, corrisponde alla realtà? Il racconto forse è stato adattato, almeno nel confronto tra giovane recluta e prigioniera, per dare una conformità alla riflessione di Kierkegaard? Lascio gli interrogativi in sospeso, con un’osservazione ripresa dal filosofo francese Paul Ricoeur, per il quale spesso tutte le storie vere contengono elementi di finzione, e le storie di finzioni elementi di verità. Infatti, se la storia è un divenire, per raccontarne gli eventi e ordinarli, bisogna ricorrere ad elementi immaginativi, e viceversa la fantasia ovviamente attinge dalla realtà. Un esempio è dato da quell’elemento iniziale della mia narrazione, dove il dato storico della data rimane fisso, mentre è evoluto nell’attualità, per cui mi risulta impossibile o quasi rispondere a questa domanda: da quanti anni prendo la line B della metro? Solo distinguendo il ruolo dell’autore da quello del narratore si può rispondere, e quindi 48 anni il narratore, un numero finto, e un numero vero immaginario l’autore. Che cosa significa “vero immaginario”? Una verità che contiene elementi di finzione? O una finzione che contiene elementi di verità? Mettiamo un punto fermo a questo discorso punteggiato da interrogativi. Il racconto è stato scritto nel 2017, oggi siamo nel 2026, e qui 48 più 9 non fa 57, ma 48 + 9, perché come sanno i matematici, anche se non lo insegnano, che 1 + 1 non è uguale a 2, ma a 1 + 1, e nemmeno tanto. Per accertare il fondamento logico di 1 + 1 = 2, bisogna ricorre al loop x + y = z. La dimostrazione la diamo la prossima volta, perché adesso si è fatto tardi, e io debbo ancora iniziare la mia giornata, e mi congedo da voi con un sorriso indiscernibile. Ciao.

Silvio Minieri ha detto...

IL SORRISO INDISCERNIBILE
Che cosa significa che il mio sorriso è indiscernibile? Significa che in quel sorriso non si può discernere il grado di compassione, che suscita nell’osservatore quel delirio interiore che esso esprime – scusatemi le troppe preposizioni relative “che” – e che fa male al cuore nell’osservarlo, presagendone il declino nella fissità catatonica. E questo carattere non si può discernere dall’altro, la velleitaria irrisione contenuta, che da esso traspare, ed in questo consiste la identità dei due aspetti indiscernibili di quel sorriso, per il quale ci muove al riso l’allarme di Nietzsche, sempre lui, quando incontrava quelli che gli sorridevano: “C’è del ghiaccio nel loro riso.” E faceva bene ad allarmarsi, Jung sostiene che quando Nietzsche si trasferì a Basilea, tutti pensavano che fosse pazzo. Un po' la stessa sorte toccò a Leopardi a Napoli, quando tutti gli davano una incoraggiante pacca sulla spalla irregolare: “policinelli e lazzaroni, nobili e plebei, grandi ladri e b. f., degnissimi di Spagnuoli e di forche.”