[N. d. B.] Ieri ci eravamo lasciati… – Ma come, ci eravamo lasciati? – Chi sei? Che vuoi? – Non ci eravamo legati per la vita? – Chi? – Io e te. – Ma che cosa stai dicendo? – “Saremo io e te / Per sempre / Legati per la vita…” – Ehi! Vattene! – “Saremo io e te / Da qui / Sarà per sempre sì.” – Via, via! – “Accussì!” – E meno male che se n’è andato! Allora, ieri c’eravamo lasciati con tre temi, dico tre, scusate ma sono ancora scosso per l’irruzione di quell’improvvisato suonatore di mandolino, scimmiottatore (imitatore goffo e pedestre) di cantanti di successo. Comunque, erano tre temi: 1) “Giacometti”; 2) la dimostrazione che 1 + 1 = 2, ricorrendo alla formula ad anelli (loop) x + y = z, che comunque rimane sempre problematica; 3) l’indiscernibilità di un certo sorriso, come dire i “poeti lunari”. E allora cominciamo con “Giacometti”, di cui segnalo la presenza in “Il fanciullino impaurito”, sest’ultimo paragrafo del post del 31 ottobre 2025: “Il libro di Attanasio”, dove appare come figurante. La sua figura, invece, risulta come personaggio principale in “Una spia dell’ovest”, racconto che ora pubblichiamo, e da cui era stato ricavato l’episodio narrato in “L’incompletezza del desiderio”, di cui all’ultimo post, “Il libro di Attanasio”. Come si può notare, la narrazione di entrambe le storie si ricollega direttamente ad alcune osservazioni del pensiero di Kierkegaard.
1. Una spia dell’Ovest Era sicuramente Piero Allegri, camminava sulla Louiza in direzione della Place Stéphanie, dall’altra parte del marciapiede, con quel passo lento, proprio di chi ha tempo da perdere, perché al momento non ha nulla d’importante da sbrigare. Rimasi un istante perplesso, se raggiungerlo; Giorgina, la moglie, era morta da poco meno di due settimane, e non mi sembrava opportuno andarlo a fermare. Forse voleva restare da solo, ed ecco perché era venuto fin qui, pensai. Forse voleva rimanere da solo con sé stesso, mi dissi ancora. Capivo però che questi pensieri mi erano abbastanza estranei, sembrava come se li andassi a prendere in quel luogo comune, dove si trovano a disposizione di chiunque ha bisogno di servirsene in determinate occasioni, come la mia, ora. Scansavo un po’ il sentimento di colpa, per non essere andato a trovarlo nell’immediatezza del lutto e di avere disertato i funerali; me l’ero cavata mandando un telegramma di cordoglio e una corona di fiori. Quando l’avessi rivisto, pensavo, avrei potuto sempre addurre la scusa di essermi trovato fuori Roma, nella triste occasione. Exaiphnes! Non era proprio così? Corsi nella sua direzione per non perderlo di vista e tentai di attraversare la strada per raggiungerlo, ma fui ostacolato dal tram giallo, che venendo indietro dalla mia destra, mi avvertì del rischio con quel sordo e insistente suono di campana del segnalatore acustico proprio dei tram, e mi dovetti scansare. Poco dopo raggiunsi il marciapiede e lo cercai tra la folla. Eccolo, era di spalle: “Allegri!” Non si voltò. “Piero!” insistetti e stavo per dargli un tocco sulla spalla, che fortunatamente non diedi. Si voltò un sorridente signore: “Monsieur?” “Oh, excusez-moi!” L’altro capì l’equivoco e riprese a camminare, voltandosi un attimo solo per un’ultima occhiata. Rimasi fermo a guardare davanti a me e nel mio quadro visivo comparve una ragazza in pantaloncini corti, bionda con i capelli lunghi e gli occhiali da sole, quasi un’apparizione estemporanea di primo autunno. Ma non sente freddo? Pensai, guardando le sue gambe bianche. Quella si vide osservata e venne in avanti girando la testa dall’altra parte, forse spazientita, perché si era fatta bella per qualche altro, magari un suo amico che stava venendo a cercare. Quando mi passò accanto, continuai a fissare in avanti; poi, per trovare conferma di quel mio pensiero sul rendez-vous della giovane bionda, mi voltai ad osservare il prosieguo della sua passeggiata. Un osservatore della scena, o noi stessi nell’immaginarla, potremmo pensare che io sia stato colpito dal fascino della ragazza e mi sia addirittura voltato a guardarla, per recitare il tipico gesto di spavalderia dell’amante latino, ormai desueto anche nelle regioni mediterranee. Anzi, no! Una volta a Istanbul, non ho visto due ragazze in short e camicetta leggera, ma era estate! risalire una frequentata strada del centro con passo lento, a un tempo di timore e di sfida, un’esibizione di fiera femminilità? Il negoziante turco, che se l’era viste sfilare davanti, lanciò un’occhiata di sconcerto e quasi di rammarico, accompagnata da un eloquente gesto di disapprovazione della mano; quindi, si voltò dalla mia parte con sguardo complice, come a cogliere un consenso o un commento. Ogni occasione lasciata è persa, poteva sembrare. Forse è questo il motivo che induce l’uomo latino a voltarsi, quando vuole sottolineare con quel gesto la necessità di fermare l’attimo, prima che la bellezza al suo passaggio svanisca?
Allegri! Dov’era andato a finire? Decisi di proseguire nella direzione in cui mi trovavo. La bionda si era fermata all’angolo, si era tolta gli occhiali da sole e si guardava nervosamente attorno, ignorando i vicini passanti. Decisi di andare all’edicola a comprare “Il Corriere”. La notizia del giorno era l’incarico dato dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio designato, per formare il nuovo governo. Sfogliai le pagine del giornale e poi mi recai nel vicino negozio di caffè, per acquistare alcune bacchette di capsule. C’era la proposta di nuove degustazioni, il caffè espresso e il cappuccino. Andai a sedermi a un tavolino vicino ai vetri della finestra del primo piano che dava sulla strada, appoggiai il cartone con le confezioni sulla sedia vicina, e in attesa della tazzina di caffè in offerta, guardai giù in strada. La giornata era di sole, notai che alcuni passanti indossavano il soprabito, anche se era quasi mezzogiorno, forse erano in giro dal mattino presto. Venne il commesso a servire il caffè. Raccolsi il giornale e andai alla terza pagina, dove il sociologo Alberini teneva la sua rubrica, l’elzeviro riguardava la parità di genere: “Una bellezza che angoscia”. Il titolo invitava alla lettura e mi soffermai sul corsivo: “La donna ha più angoscia dell’uomo. Questo non dipende dalla sua minore forza fisica o da qualcosa di simile, perché qui non si tratta affatto di questo genere d’angoscia; ma ciò consiste nel fatto ch’essa è più sensuale, pur essendo essenzialmente determinata come spirito al pari dell’uomo. Quando si è detto spesso, che la donna è il sesso più debole, è per me senza importanza.” Alberini metteva in evidenza come Kierkegaard, un pensatore profondamente religioso, riuscisse a conciliare la sua fede con la parità dei generi della modernità, se si pensa che nel Medio Evo comunità monastiche non credevano addirittura che la donna avesse un’anima. “Dal punto di vista etico la donna tocca il suo vertice nella procreazione. Perciò la Scrittura dice che il suo desiderio deve tendere verso l’uomo. Certamente tende anche il desiderio dell’uomo verso di lei, ma la sua vita non culmina in questo desiderio, a meno che la sua vita non sia follia o perdizione. Ma il fatto che la donna tocca il suo vertice qui dimostra che essa è più sensuale.” Alla parità di desiderio, corrisponde una maggiore sensualità nella donna, commentava Alberini, a cui però fa da pendant, a parere del nostro autore, una maggiore determinazione nello spirito dell’uomo. Ma vediamo perché, si chiedeva il sociologo e riferiva ancora un pensiero di Kierkegaard: “Immagino una fanciulla innocente; se un uomo fissa su di lei uno sguardo di desiderio, ella è presa dall’angoscia. Per il resto ella può anche indignarsi e così via, ma nel primo momento sente angoscia.” Ora, bisogna considerare che l’angoscia di cui parla Kierkegaard non è un’emozione fisica, come indignazione, irritazione o altro; ma è un sentimento metafisico, come dire un pensiero concettuale, sottolineava Alberini, l’istante psichico (exaiphnes), quello che di fronte al nulla della libertà e della scelta rivela l’angoscia.
Alzai lo sguardo e guardai attraverso i vetri della finestra, girando istintivamente la testa a sinistra, nella direzione della strada, lo slargo lì al termine della Louiza, dove era diretta la ragazza bionda di poco prima. Ma con lo sguardo non cercavo i passanti, riflettevo che l’angoscia non si manifesta, come stato emotivo, quale invece può essere l’irritazione, per esempio distogliere con fastidio l’attenzione dall’incontro dello sguardo di un uomo, dove la donna non ha bisogno di leggere desiderio o concupiscenza, per quella carica di sensualità (sex-appeal), che il suo essere donna è sicura di possedere. E mentre così riflettevo, sentii alle spalle pronunciare il mio nome: Minieri! Alzai la testa e mi voltai in direzione del richiamo. Era Piero Allegri. Si avvicinò: “Ciao, Silvio,” mi disse. “Ciao, Piero,” risposi. Liberai la sedia dove avevo appoggiato le confezioni e Piero si sedette. “Stavo leggendo Kierkegaard, cioè Alberini,” dissi, indicando “Il Corriere”. Allegri diede un’occhiata distratta al giornale che avevo posato sul tavolino. “Sei venuto per quel tuo lavoro?” dissi. Accennò di sì, prese la borsa ed estrasse il dattiloscritto, lo mostrò e poi lo rinfilò dentro. Si appoggiò con il gomito destro sul tavolino, tenendosi la testa con la mano e guardando oltre il vetro della finestra, aveva l’aria triste. Si avvicinò il commesso e gli propose la degustazione di un caffè. Allegri assentì. Era la seconda o forse la terza volta che ci incontravamo in quella boutique del caffè, all’angolo dell’Avenue de la Toison d’Or. L’ultima volta era stato l’anno prima, c’erano Roberto Rossi, Federici, Rosanna, Allegri e io, ed ovviamente Giacometti. Mi resi conto che poco prima in strada mi ero voluto un po’ perdere, passeggiando da solo, al di fuori del solito ambiente, a Roma. Ed avevo attribuito questo mio sentimento di evasione dalla routine, un desiderio di solitudine, al collega di lavoro in lutto. In fondo, il nostro incontro non era esattamente casuale. Quando venivamo qui a Bruxelles, in trasferta, quattro o cinque volte, in tre anni, noi della “DigitalProge” alloggiavamo lì vicino, e a volte ci eravamo trovati in questa boutique. “Sei all’Hilton?” domandai. “No, al Bristol Stéphanie” disse, indicando verso destra fuori dai vetri della finestra. “Dove alloggia il premier,” dissi sorridendo. “Aspetto Giacometti, viene domani.” Poi Allegri fu come colto da un pensiero, s’illuminò e sorridendo mi domandò: “Ma tu sei venuto per l’Alitalia?” Risi apertamente: “Sì, sono venuto con l’Alitalia.” Continuai a ridere. Allegri prese il giornale tra le mani e me lo puntò contro: “E bravo!” disse. “Ma che cosa hai capito?” replicai. Allegri ammiccava, si era disteso, era meglio così. Olga, la cugina di Allegri, è una hostess dell’Alitalia. Ricordo molto bene, quella prima volta, in cui la conobbi. Eravamo su un volo per Atene: Allegri era seduto con Federici nella fila a due di sinistra, dall’altra parte del corridoio c’ero io, un posto vuoto e accanto al finestrino il signor Leo Pisicchio, un viaggiatore che diceva di essere stato invitato dal Segretario del Ministro della Cultura, per tenere una lezione magistrale sulla poesia italiana all’Università. In proposito, credo, anzi sono sicuro, che le spese di viaggio e di soggiorno fossero a carico dello stesso Pisicchio.
Appena si presentò in divisa e con un grembiule per servire la colazione, Olga cominciò a ridere nervosamente, in maniera quasi convulsa, rossa in viso, rispondendo a qualche battuta di spirito di Federici, ma soprattutto guardando il cugino, che l’aveva sorpresa in servizio sul volo. “C’è anche il collega” disse Federici, indicando me, quasi a togliersi da quell’imbarazzo e scaricare un po’ lontano da sé quella piccola crisi di risate della hostess. La ragazza si voltò verso di me e mi strinse la mano, era fredda. Stavo quasi per presentarle il signor Pisicchio, ma lei si voltò di nuovo verso il cugino, continuando a ridere nervosamente, quindi se ne andò. E visto che ho parlato di Pisicchio, devo dire che questo accademico, dottore in Lettere classiche e antiche, non era soltanto un esperto di poesia, ma poeta lui stesso. Tempo dopo, mi mandò una e-mail, che non so come era riuscito ad ottenere, con la sua ultima poesia, dedicata alla sua musa, Astrid: “Ti ho vista che dormivi in ascensore / la testa appoggiata sulla mano / ed arrivata la cabina al sesto piano / al tuo risveglio ho notato con sorpresa / che non sei affatto scesa.” Come facesse Astrid a dormire in ascensore, non so. Magari aveva socchiuso gli occhi, soltanto per qualche attimo di riposo, appoggiandosi di lato. E poi, era arrivata al suo piano? E se sì, perché non era scesa? Per scansare il poeta o rimanere con lui? Erano interrogativi stuzzicanti, ma ho resistito alla curiosità e non ho risposto all’email, come forse l’amico si aspettava, per illustrami i suoi versi e continuare la corrispondenza. Ma io, in quel periodo, avevo pensieri di tutt’altro genere per la testa, era l’anno in cui a Roma ci fu una nevicata eccezionale, lo ricordo bene, purtroppo. Olga comparve spesso nel nostro gruppo, quando eravamo al lavoro, la sede della nostra società è in viale Londra, vicino al parco dell’Appia Antica, e un po’ alla volta la fecero scivolare verso di me, ma tra noi non c’è mai stato nulla. Una sera tardi, mi telefonò a casa: “Silvio,” mi disse con voce allarmata, “Giorgina sta male, le hanno fatto la radiografia del torace, hanno trovato tante macchie”. “Dove sta, adesso?” le domandai. “È ricoverata alla clinica delle Sorelle della Misericordia.” La struttura sanitaria è in via della Fotografia, una strada vicino al nostro ufficio. “Andiamo a trovarla,” dissi. “Sì” rispose. Siccome non chiudeva la comunicazione, dopo un po’ di silenzio dissi: “E allora?” Lei non rispose, io esitai e quindi chiusi.
Allegri aveva bevuto il suo caffè, potevamo andare. Ci alzammo, lui prese la borsa, io la busta di cartone con le confezioni del caffè e siamo andati alle scale. Mentre scendevamo, una signora dietro di noi, scivolando, stava per cadere. Mi sono ricordato che anche Giuseppe, l’altra volta, l’anno precedente, stava per cadere, forse uno scalino difettoso che non avevo notato. Era venuto su con la moglie, mentre noi eravamo già seduti a un tavolino, anche quella volta, vicino alla finestra. Mentre la donna, una signora anziana seria, l’aria un po’ buia, aveva preso posto al centro della sala, Giacometti si è avvicinato a noi con aria sorridente e complice. Aveva un pullover grigio scuro con i bottoni, che metteva in risalto la sua corporatura grassa, ma a lui non interessava. La moglie con la giacca del marito in grembo, ci osservava. “Ragazzi, sapete chi ho visto all’aeroporto, stamattina?” disse, mentre con gesto protettivo e amichevole, aveva appoggiato le braccia sulle spalle di Roberto Rossi e di Rosanna Campigli. “Chi hai visto, Giuseppe?” domandò Allegri. “Ho visto Luca, era in partenza per l’Africa, Brazzaville.” Mentre parlava, gli ridevano gli occhi, per la contentezza. Era stata un’occasione così ghiotta, quell’incontro, che non aveva potuto fare a meno di condividerla con noi. In verità, sospetto che quell’incontro se lo sia inventato lui, magari riferendosi a chissà quale altra circostanza, in cui si era imbattuto con il suo predecessore nella conduzione della “DigitalProge”. Quando se n’è andato, Luca Galli aveva quasi settant’anni, non mollava. Ma Giacometti era riuscito a scalzarlo e a Luca Galli era rimasto il mercato dell’Africa subsahariana. Ecco perché a lui Giacometti, ora, ridevano gli occhi nel riferire la notizia. “Stava con Antonio Villa, la concorrenza,” disse ancora, premendo con la mano sulla spalla di Rosanna Campigli ed ammiccando a noi. “Ragazzi, adesso devo andare,” concluse infine, indicando verso la moglie. E si affrettò a tornare da quella parte. Io considero Giuseppe Giacometti una spia dell’Ovest, e poi spiegherò il perché, ma rispetto a Luca Galli era tutt’altro soggetto, una vera corrente di simpatia in confronto all’altro gelido e altero. Io ho conosciuto poco Galli, qualche mese prima che se ne andasse; una volta gli chiesi un giorno di congedo dal lavoro e mi rispose di no, con l’aria sprezzante di chi rifiuta una proposta illecita. Un miserabile, pensai. “E allora, Silvio, te ne vai con l’Alitalia?” mi canzonò Allegri, prima di congedarsi. Eravamo usciti dalla boutique del caffè e stavamo fermi davanti all’ingresso. “È una storia campata in aria,” dissi. “Sì, è vero, un affare d’alta quota,” replicò. Restammo in silenzio, poi, io dissi: “Dove tenete la commemorazione, per il trigesimo, Piero?” “Nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Addolorata, in viale Regina Margherita, vicino a piazzale Buenos Aires,” rispose. Ci scambiammo un cenno di saluto, poi Allegri si allontanò con la sua borsa sulla Louiza, in direzione di “Stéphanie”, io presi per la Chaussée de Waterloo, con la busta di cartone del caffè.
2. La fuga dell’istante Andando verso l’hotel, ho pensato che Giacometti avesse convocato Allegri con il motivo del suo scritto: “Storia dei linguaggi di programmazione dei computer”, da offrire per qualche traduzione e diffusione, ma forse nell’occasione voleva incontrare qualche suo amico politico, da cui ricavare opportunità di finanziamento per la nostra società d’informatica. Anzi quasi sicuramente, proprio per questo motivo, veniva qui ad alloggiare al “Bristol”. Il personaggio era indubbiamente particolare ed aveva anche una storia particolare alle spalle, soprattutto una sua brutta avventura nel territorio della ex-Jugoslavia, durante la guerra in Croazia, negli anni Novanta. Raccontavano che fosse stato preso prigioniero e condannato alla fucilazione per spionaggio. Poi la pena era stata convertita, Giacometti aveva scontato circa un anno di prigione, quindi era stato espulso ed era rientrato in Italia. Io credo che la storia sia vera, nel senso che davvero Giacometti era andato a Krajina, ai confini con la Bosnia, finanziato non si sa bene da chi per raccogliere e passare informazioni al nemico. Sta di fatto che era tornato assieme a una donna conosciuta sul posto, Zuska, con cui si era sposato e che pare, in privato, lo tiranneggiasse. Appariva sempre sorridente a tutti, un sorriso sincero, anche indulgente, ma a volte quasi volutamente ambiguo. Una volta che decisi di andare per qualche giorno in vacanza in Germania, partivo con l’Air-Berlin, mi raccomandò, strizzandomi l’occhio: “A Berlino, Silvio, non dimenticare di fare una visita al grigio quartiere di Pankow.” Mi aveva raccontato, tempo prima, che una sua zia materna originaria come lui dell’Abruzzo, durante la guerra, aveva conosciuto un soldato tedesco, con cui si era poi rivista e sposata. Erano andati a vivere a Berlino, dove il marito faceva l’autista di camion, la guerra fredda li aveva sorpresi nella zona est. Sul posto, mi sembrò che Giacometti avesse ragione, ma forse era stato lui a trasmettermi, chissà come! quel mio stato d’animo tetro. Infatti, come può riscontrare, oggi, un qualsiasi turista o viaggiatore, andando in giro per le strade di Pankow, quel quartiere settentrionale di Berlino non è poi così grigio e malinconico, come di solito veniva descritto. E in fondo mi sono convinto che se la nostra società fu sciolta e fummo tutti licenziati, non è stata colpa di Giacometti. Era l’anno, in cui, a Roma, ci fu una grande nevicata, sul tipo di quella famosa del ‘56. La coincidenza comunque è soltanto temporale, non possiamo fare confusione tra meteorologia ed economia, perché sono due dottrine differenti, anche se c’è un istante fuori del tempo, exaiphnes, che custodisce tutte le differenze.
Entrai nella hall dell’hotel e mi avviai all’ascensore. Quasi mi sorpresi di non vedere il fattorino in livrea grigia e i bottoni dorati, il fez sulle ventitré. Pisicchio! E se il poeta avesse visto Astrid in servizio come lift? E perché fermarsi al sesto piano? Per avere un fattorino in servizio, un ascensore che si rispetti deve arrivare almeno fino al ventesimo piano. Ma forse il poeta, costretto dal metro, oltre il sesto, non ha trovato parola bisillaba adatta. Comunque era meglio non indagare oltre su questo versante. Pensai ancora all’incontro di Giacometti con Luca Galli all’aeroporto, una storiella paradigmatica costruita su un verosimile incontro di un’altra circostanza, riportata nel nostro contesto del momento. Il suo intento era di mostrarci nella scena il modello, il paradigma, della concorrenza sconfitta. Sì, dev’essere andata proprio così. Antonio Villa era un fedelissimo di Galli, era il più dotato fra noi l’ingegner Villa, ed era anche il compagno di Rosanna Campigli. Poi qualcosa deve essere andato storto, una frattura fra i due, e Villa era andato via dalla “DigitalProge”, poco prima che Giacometti scalzasse Galli. E a ripensarci, anche le visite di Olga nella nostra sede si erano diradate con la sua andata via. “Minieri,” mi disse Villa, una delle ultime volte, “la Digital non ha futuro, ci sono troppi legami privati.” Io non sapevo quali. “Quella Olga…” Antonio Villa si riferiva ad Allegri, ma parlandone a me, perse le parole. Io gli dissi che forse Olga era utile, perché faceva da collante nel gruppo, e mentre lo dicevo, non so perché, mi venne in mente la parola “collant”. Antonio Villa ebbe un sorrisetto, poi tagliò corto: “I mali del potere, Minieri, e questo vale, è ovvio, anche nel campo del lavoro, sono il nepotismo e l’empirismo.” Il familismo, gli intrecci affettivi, il favorire gli amici, lo sapevo, non fanno bene a una società, a un’impresa, eppure sono il collante… ma sull’empirismo, Antonio Villa non sbagliava: la teoria viene prima di ogni pratica. Che cosa digiti? Rimproverò una volta a Rosanna, se non sai quello che devi digitare? Lei lo guardò smarrita. Forse i loro rapporti erano già andati a male, il collante tra i due non reggeva più. Antonio Villa se n’era andato, con la concorrenza; Giorgina pure era andata via, nei cieli. Quando andammo a trovarla in clinica, avevamo pensato di portarle dei fiori, Federici teneva il fascio stretto nella mano destra e non sapeva dove metterlo. “Siete stati molto gentili” mormorò lei, e abbozzò un sorriso che subito si spense. Allegri, che prima stava in piedi, si sedette accanto al letto e le prese la mano. Era pallidissima e cominciò a respirare a fatica, non sapevamo che fare, accennammo un lieve saluto, Federici posò il mazzo di fiori su un tavolinetto accanto alla porta, quindi uscimmo. Giorgina sarebbe morta, lei lo sapeva e lo sapevamo anche noi. Era l’ultima volta che la vedevamo viva: “Siete stati molto gentili.”
In strada, rallentai il passo, mentre Roberto Rossi e Rosanna camminavano avanti, Federici era andato a prendere la macchina parcheggiata sul largo di fronte alle Poste. Sentii un cane abbaiare dietro di me, mi voltai e vidi la padrona che lo teneva al guinzaglio e cercava di frenarne l’impeto, poi lo liberò e il cane corse sul vicino prato del parco. Guardai in alto, il cielo era azzurro. Nell’hotel, in camera, accesi la televisione. Si vedeva una scena di guerra: dovevano essere scoppiate da poco delle bombe, c’erano donne velate e uomini che correvano, i soldati, le macerie, il fumo. La telecamera indugiava su una bambina seduta nella polvere al centro della strada, mentre si guardava intorno, aspettando qualcuno che andasse a prenderla. Ho spento la televisione e ho guardato il giornale che avevo posato sul tavolino, pensavo all’articolo di Alberini, alla citazione del testo di Kierkegaard. In seguito mi sono documentato, si tratta dello scritto principale del pensatore danese: “Il concetto dell’angoscia”. Ho approfondito il testo e ho pensato anche di scrivere un saggio su “exaiphnes” da pubblicare sul mio Blog. Ho fedeli lettori, ottimi critici, intellettuali versati in discipline umanistiche e scientifiche, soltanto temo che un giorno Pisicchio venga a scoprire il mio dominio su Internet. Forse l’ha già fatto e vistosi trascurato, mi ha disdegnato. E se questo poeta che ho incontrato, alcuni anni fa, su un volo di linea Roma-Atene fosse soltanto una mia ossessione? In fondo si trattava di un signore dai modi cortesi, che voleva condividere le sue ispirazioni poetiche con qualche suo amico o anche conoscente d’occasione, come me, magari interessato alle belle lettere. Che lo avessi deluso? Kierkegaard, pensatore religioso, nel suo testo sull’angoscia, vuole spiegare il peccato originale attraverso la psicologia, arrestandosi ai limiti della dogmatica, ma è anche un sottile filosofo, e non a caso in una nota del testo si sofferma sul concetto di exaiphnes, l’istante senza tempo, di cui Platone riesce a cogliere la possibilità nel “Parmenide”. È quell’istante psichico, di cui lo stesso Platone parla anche nella “Settima Lettera”, come l’improvviso (exaiphnes) accendersi della luce (exaphthen phos), che illumina il pensiero. Per Kierkegaard è l’istante, senza spazio nella successione dei momenti nel tempo, in cui si risolve l’angoscia dell’esistenza. All’indomani mattina, quando mi preparai per partire, spensi il telefonino, temendo che Giacometti, venuto a sapere della mia presenza in città, mi avesse potuto convocare. Poi uscii e mi avviai a piedi alla stazione centrale, dove prendere il trenino per l’aeroporto. Non erano molti i viaggiatori in attesa. Quando arrivò il convoglio, siamo saliti a bordo e abbiamo aspettato. Il treno non partiva, probabile semaforo rosso. Accanto a me era seduto un giovane in blue jeans, con i capelli rossicci e le efelidi. Era leggermente in ansia e mi chiese in inglese quando partiva il treno. Restai un momento interdetto, poi trovai l’espressione adatta e dissi: “Moment to moment”. È il titolo di un film d’altri tempi, attrice Jean Seberg: “Da un momento all’altro”.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
9 commenti:
[N. d. B.]
Ieri ci eravamo lasciati… – Ma come, ci eravamo lasciati? – Chi sei? Che vuoi? – Non ci eravamo legati per la vita? – Chi? – Io e te. – Ma che cosa stai dicendo? – “Saremo io e te / Per sempre / Legati per la vita…” – Ehi! Vattene! – “Saremo io e te / Da qui / Sarà per sempre sì.” – Via, via! – “Accussì!” – E meno male che se n’è andato! Allora, ieri c’eravamo lasciati con tre temi, dico tre, scusate ma sono ancora scosso per l’irruzione di quell’improvvisato suonatore di mandolino, scimmiottatore (imitatore goffo e pedestre) di cantanti di successo. Comunque, erano tre temi: 1) “Giacometti”; 2) la dimostrazione che 1 + 1 = 2, ricorrendo alla formula ad anelli (loop) x + y = z, che comunque rimane sempre problematica; 3) l’indiscernibilità di un certo sorriso, come dire i “poeti lunari”. E allora cominciamo con “Giacometti”, di cui segnalo la presenza in “Il fanciullino impaurito”, sest’ultimo paragrafo del post del 31 ottobre 2025: “Il libro di Attanasio”, dove appare come figurante. La sua figura, invece, risulta come personaggio principale in “Una spia dell’ovest”, racconto che ora pubblichiamo, e da cui era stato ricavato l’episodio narrato in “L’incompletezza del desiderio”, di cui all’ultimo post, “Il libro di Attanasio”. Come si può notare, la narrazione di entrambe le storie si ricollega direttamente ad alcune osservazioni del pensiero di Kierkegaard.
EXAIPHNES
1. Una spia dell’Ovest
Era sicuramente Piero Allegri, camminava sulla Louiza in direzione della Place Stéphanie, dall’altra parte del marciapiede, con quel passo lento, proprio di chi ha tempo da perdere, perché al momento non ha nulla d’importante da sbrigare. Rimasi un istante perplesso, se raggiungerlo; Giorgina, la moglie, era morta da poco meno di due settimane, e non mi sembrava opportuno andarlo a fermare. Forse voleva restare da solo, ed ecco perché era venuto fin qui, pensai. Forse voleva rimanere da solo con sé stesso, mi dissi ancora. Capivo però che questi pensieri mi erano abbastanza estranei, sembrava come se li andassi a prendere in quel luogo comune, dove si trovano a disposizione di chiunque ha bisogno di servirsene in determinate occasioni, come la mia, ora. Scansavo un po’ il sentimento di colpa, per non essere andato a trovarlo nell’immediatezza del lutto e di avere disertato i funerali; me l’ero cavata mandando un telegramma di cordoglio e una corona di fiori. Quando l’avessi rivisto, pensavo, avrei potuto sempre addurre la scusa di essermi trovato fuori Roma, nella triste occasione. Exaiphnes! Non era proprio così? Corsi nella sua direzione per non perderlo di vista e tentai di attraversare la strada per raggiungerlo, ma fui ostacolato dal tram giallo, che venendo indietro dalla mia destra, mi avvertì del rischio con quel sordo e insistente suono di campana del segnalatore acustico proprio dei tram, e mi dovetti scansare. Poco dopo raggiunsi il marciapiede e lo cercai tra la folla. Eccolo, era di spalle: “Allegri!” Non si voltò. “Piero!” insistetti e stavo per dargli un tocco sulla spalla, che fortunatamente non diedi. Si voltò un sorridente signore: “Monsieur?” “Oh, excusez-moi!” L’altro capì l’equivoco e riprese a camminare, voltandosi un attimo solo per un’ultima occhiata. Rimasi fermo a guardare davanti a me e nel mio quadro visivo comparve una ragazza in pantaloncini corti, bionda con i capelli lunghi e gli occhiali da sole, quasi un’apparizione estemporanea di primo autunno. Ma non sente freddo? Pensai, guardando le sue gambe bianche. Quella si vide osservata e venne in avanti girando la testa dall’altra parte, forse spazientita, perché si era fatta bella per qualche altro, magari un suo amico che stava venendo a cercare. Quando mi passò accanto, continuai a fissare in avanti; poi, per trovare conferma di quel mio pensiero sul rendez-vous della giovane bionda, mi voltai ad osservare il prosieguo della sua passeggiata. Un osservatore della scena, o noi stessi nell’immaginarla, potremmo pensare che io sia stato colpito dal fascino della ragazza e mi sia addirittura voltato a guardarla, per recitare il tipico gesto di spavalderia dell’amante latino, ormai desueto anche nelle regioni mediterranee. Anzi, no! Una volta a Istanbul, non ho visto due ragazze in short e camicetta leggera, ma era estate! risalire una frequentata strada del centro con passo lento, a un tempo di timore e di sfida, un’esibizione di fiera femminilità? Il negoziante turco, che se l’era viste sfilare davanti, lanciò un’occhiata di sconcerto e quasi di rammarico, accompagnata da un eloquente gesto di disapprovazione della mano; quindi, si voltò dalla mia parte con sguardo complice, come a cogliere un consenso o un commento. Ogni occasione lasciata è persa, poteva sembrare. Forse è questo il motivo che induce l’uomo latino a voltarsi, quando vuole sottolineare con quel gesto la necessità di fermare l’attimo, prima che la bellezza al suo passaggio svanisca?
Allegri! Dov’era andato a finire? Decisi di proseguire nella direzione in cui mi trovavo. La bionda si era fermata all’angolo, si era tolta gli occhiali da sole e si guardava nervosamente attorno, ignorando i vicini passanti. Decisi di andare all’edicola a comprare “Il Corriere”. La notizia del giorno era l’incarico dato dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio designato, per formare il nuovo governo. Sfogliai le pagine del giornale e poi mi recai nel vicino negozio di caffè, per acquistare alcune bacchette di capsule. C’era la proposta di nuove degustazioni, il caffè espresso e il cappuccino. Andai a sedermi a un tavolino vicino ai vetri della finestra del primo piano che dava sulla strada, appoggiai il cartone con le confezioni sulla sedia vicina, e in attesa della tazzina di caffè in offerta, guardai giù in strada. La giornata era di sole, notai che alcuni passanti indossavano il soprabito, anche se era quasi mezzogiorno, forse erano in giro dal mattino presto. Venne il commesso a servire il caffè. Raccolsi il giornale e andai alla terza pagina, dove il sociologo Alberini teneva la sua rubrica, l’elzeviro riguardava la parità di genere: “Una bellezza che angoscia”. Il titolo invitava alla lettura e mi soffermai sul corsivo: “La donna ha più angoscia dell’uomo. Questo non dipende dalla sua minore forza fisica o da qualcosa di simile, perché qui non si tratta affatto di questo genere d’angoscia; ma ciò consiste nel fatto ch’essa è più sensuale, pur essendo essenzialmente determinata come spirito al pari dell’uomo. Quando si è detto spesso, che la donna è il sesso più debole, è per me senza importanza.” Alberini metteva in evidenza come Kierkegaard, un pensatore profondamente religioso, riuscisse a conciliare la sua fede con la parità dei generi della modernità, se si pensa che nel Medio Evo comunità monastiche non credevano addirittura che la donna avesse un’anima. “Dal punto di vista etico la donna tocca il suo vertice nella procreazione. Perciò la Scrittura dice che il suo desiderio deve tendere verso l’uomo. Certamente tende anche il desiderio dell’uomo verso di lei, ma la sua vita non culmina in questo desiderio, a meno che la sua vita non sia follia o perdizione. Ma il fatto che la donna tocca il suo vertice qui dimostra che essa è più sensuale.” Alla parità di desiderio, corrisponde una maggiore sensualità nella donna, commentava Alberini, a cui però fa da pendant, a parere del nostro autore, una maggiore determinazione nello spirito dell’uomo. Ma vediamo perché, si chiedeva il sociologo e riferiva ancora un pensiero di Kierkegaard: “Immagino una fanciulla innocente; se un uomo fissa su di lei uno sguardo di desiderio, ella è presa dall’angoscia. Per il resto ella può anche indignarsi e così via, ma nel primo momento sente angoscia.” Ora, bisogna considerare che l’angoscia di cui parla Kierkegaard non è un’emozione fisica, come indignazione, irritazione o altro; ma è un sentimento metafisico, come dire un pensiero concettuale, sottolineava Alberini, l’istante psichico (exaiphnes), quello che di fronte al nulla della libertà e della scelta rivela l’angoscia.
Alzai lo sguardo e guardai attraverso i vetri della finestra, girando istintivamente la testa a sinistra, nella direzione della strada, lo slargo lì al termine della Louiza, dove era diretta la ragazza bionda di poco prima. Ma con lo sguardo non cercavo i passanti, riflettevo che l’angoscia non si manifesta, come stato emotivo, quale invece può essere l’irritazione, per esempio distogliere con fastidio l’attenzione dall’incontro dello sguardo di un uomo, dove la donna non ha bisogno di leggere desiderio o concupiscenza, per quella carica di sensualità (sex-appeal), che il suo essere donna è sicura di possedere. E mentre così riflettevo, sentii alle spalle pronunciare il mio nome: Minieri! Alzai la testa e mi voltai in direzione del richiamo. Era Piero Allegri. Si avvicinò: “Ciao, Silvio,” mi disse. “Ciao, Piero,” risposi. Liberai la sedia dove avevo appoggiato le confezioni e Piero si sedette. “Stavo leggendo Kierkegaard, cioè Alberini,” dissi, indicando “Il Corriere”. Allegri diede un’occhiata distratta al giornale che avevo posato sul tavolino. “Sei venuto per quel tuo lavoro?” dissi. Accennò di sì, prese la borsa ed estrasse il dattiloscritto, lo mostrò e poi lo rinfilò dentro. Si appoggiò con il gomito destro sul tavolino, tenendosi la testa con la mano e guardando oltre il vetro della finestra, aveva l’aria triste. Si avvicinò il commesso e gli propose la degustazione di un caffè. Allegri assentì.
Era la seconda o forse la terza volta che ci incontravamo in quella boutique del caffè, all’angolo dell’Avenue de la Toison d’Or. L’ultima volta era stato l’anno prima, c’erano Roberto Rossi, Federici, Rosanna, Allegri e io, ed ovviamente Giacometti. Mi resi conto che poco prima in strada mi ero voluto un po’ perdere, passeggiando da solo, al di fuori del solito ambiente, a Roma. Ed avevo attribuito questo mio sentimento di evasione dalla routine, un desiderio di solitudine, al collega di lavoro in lutto. In fondo, il nostro incontro non era esattamente casuale. Quando venivamo qui a Bruxelles, in trasferta, quattro o cinque volte, in tre anni, noi della “DigitalProge” alloggiavamo lì vicino, e a volte ci eravamo trovati in questa boutique. “Sei all’Hilton?” domandai. “No, al Bristol Stéphanie” disse, indicando verso destra fuori dai vetri della finestra. “Dove alloggia il premier,” dissi sorridendo. “Aspetto Giacometti, viene domani.” Poi Allegri fu come colto da un pensiero, s’illuminò e sorridendo mi domandò: “Ma tu sei venuto per l’Alitalia?” Risi apertamente: “Sì, sono venuto con l’Alitalia.” Continuai a ridere. Allegri prese il giornale tra le mani e me lo puntò contro: “E bravo!” disse. “Ma che cosa hai capito?” replicai. Allegri ammiccava, si era disteso, era meglio così.
Olga, la cugina di Allegri, è una hostess dell’Alitalia. Ricordo molto bene, quella prima volta, in cui la conobbi. Eravamo su un volo per Atene: Allegri era seduto con Federici nella fila a due di sinistra, dall’altra parte del corridoio c’ero io, un posto vuoto e accanto al finestrino il signor Leo Pisicchio, un viaggiatore che diceva di essere stato invitato dal Segretario del Ministro della Cultura, per tenere una lezione magistrale sulla poesia italiana all’Università. In proposito, credo, anzi sono sicuro, che le spese di viaggio e di soggiorno fossero a carico dello stesso Pisicchio.
Appena si presentò in divisa e con un grembiule per servire la colazione, Olga cominciò a ridere nervosamente, in maniera quasi convulsa, rossa in viso, rispondendo a qualche battuta di spirito di Federici, ma soprattutto guardando il cugino, che l’aveva sorpresa in servizio sul volo. “C’è anche il collega” disse Federici, indicando me, quasi a togliersi da quell’imbarazzo e scaricare un po’ lontano da sé quella piccola crisi di risate della hostess. La ragazza si voltò verso di me e mi strinse la mano, era fredda. Stavo quasi per presentarle il signor Pisicchio, ma lei si voltò di nuovo verso il cugino, continuando a ridere nervosamente, quindi se ne andò.
E visto che ho parlato di Pisicchio, devo dire che questo accademico, dottore in Lettere classiche e antiche, non era soltanto un esperto di poesia, ma poeta lui stesso. Tempo dopo, mi mandò una e-mail, che non so come era riuscito ad ottenere, con la sua ultima poesia, dedicata alla sua musa, Astrid: “Ti ho vista che dormivi in ascensore / la testa appoggiata sulla mano / ed arrivata la cabina al sesto piano / al tuo risveglio ho notato con sorpresa / che non sei affatto scesa.” Come facesse Astrid a dormire in ascensore, non so. Magari aveva socchiuso gli occhi, soltanto per qualche attimo di riposo, appoggiandosi di lato. E poi, era arrivata al suo piano? E se sì, perché non era scesa? Per scansare il poeta o rimanere con lui? Erano interrogativi stuzzicanti, ma ho resistito alla curiosità e non ho risposto all’email, come forse l’amico si aspettava, per illustrami i suoi versi e continuare la corrispondenza. Ma io, in quel periodo, avevo pensieri di tutt’altro genere per la testa, era l’anno in cui a Roma ci fu una nevicata eccezionale, lo ricordo bene, purtroppo.
Olga comparve spesso nel nostro gruppo, quando eravamo al lavoro, la sede della nostra società è in viale Londra, vicino al parco dell’Appia Antica, e un po’ alla volta la fecero scivolare verso di me, ma tra noi non c’è mai stato nulla. Una sera tardi, mi telefonò a casa: “Silvio,” mi disse con voce allarmata, “Giorgina sta male, le hanno fatto la radiografia del torace, hanno trovato tante macchie”. “Dove sta, adesso?” le domandai. “È ricoverata alla clinica delle Sorelle della Misericordia.” La struttura sanitaria è in via della Fotografia, una strada vicino al nostro ufficio. “Andiamo a trovarla,” dissi. “Sì” rispose. Siccome non chiudeva la comunicazione, dopo un po’ di silenzio dissi: “E allora?” Lei non rispose, io esitai e quindi chiusi.
Allegri aveva bevuto il suo caffè, potevamo andare. Ci alzammo, lui prese la borsa, io la busta di cartone con le confezioni del caffè e siamo andati alle scale. Mentre scendevamo, una signora dietro di noi, scivolando, stava per cadere. Mi sono ricordato che anche Giuseppe, l’altra volta, l’anno precedente, stava per cadere, forse uno scalino difettoso che non avevo notato. Era venuto su con la moglie, mentre noi eravamo già seduti a un tavolino, anche quella volta, vicino alla finestra. Mentre la donna, una signora anziana seria, l’aria un po’ buia, aveva preso posto al centro della sala, Giacometti si è avvicinato a noi con aria sorridente e complice. Aveva un pullover grigio scuro con i bottoni, che metteva in risalto la sua corporatura grassa, ma a lui non interessava. La moglie con la giacca del marito in grembo, ci osservava. “Ragazzi, sapete chi ho visto all’aeroporto, stamattina?” disse, mentre con gesto protettivo e amichevole, aveva appoggiato le braccia sulle spalle di Roberto Rossi e di Rosanna Campigli. “Chi hai visto, Giuseppe?” domandò Allegri. “Ho visto Luca, era in partenza per l’Africa, Brazzaville.” Mentre parlava, gli ridevano gli occhi, per la contentezza. Era stata un’occasione così ghiotta, quell’incontro, che non aveva potuto fare a meno di condividerla con noi. In verità, sospetto che quell’incontro se lo sia inventato lui, magari riferendosi a chissà quale altra circostanza, in cui si era imbattuto con il suo predecessore nella conduzione della “DigitalProge”. Quando se n’è andato, Luca Galli aveva quasi settant’anni, non mollava. Ma Giacometti era riuscito a scalzarlo e a Luca Galli era rimasto il mercato dell’Africa subsahariana. Ecco perché a lui Giacometti, ora, ridevano gli occhi nel riferire la notizia. “Stava con Antonio Villa, la concorrenza,” disse ancora, premendo con la mano sulla spalla di Rosanna Campigli ed ammiccando a noi. “Ragazzi, adesso devo andare,” concluse infine, indicando verso la moglie. E si affrettò a tornare da quella parte.
Io considero Giuseppe Giacometti una spia dell’Ovest, e poi spiegherò il perché, ma rispetto a Luca Galli era tutt’altro soggetto, una vera corrente di simpatia in confronto all’altro gelido e altero. Io ho conosciuto poco Galli, qualche mese prima che se ne andasse; una volta gli chiesi un giorno di congedo dal lavoro e mi rispose di no, con l’aria sprezzante di chi rifiuta una proposta illecita. Un miserabile, pensai.
“E allora, Silvio, te ne vai con l’Alitalia?” mi canzonò Allegri, prima di congedarsi. Eravamo usciti dalla boutique del caffè e stavamo fermi davanti all’ingresso. “È una storia campata in aria,” dissi. “Sì, è vero, un affare d’alta quota,” replicò. Restammo in silenzio, poi, io dissi: “Dove tenete la commemorazione, per il trigesimo, Piero?” “Nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Addolorata, in viale Regina Margherita, vicino a piazzale Buenos Aires,” rispose. Ci scambiammo un cenno di saluto, poi Allegri si allontanò con la sua borsa sulla Louiza, in direzione di “Stéphanie”, io presi per la Chaussée de Waterloo, con la busta di cartone del caffè.
2. La fuga dell’istante
Andando verso l’hotel, ho pensato che Giacometti avesse convocato Allegri con il motivo del suo scritto: “Storia dei linguaggi di programmazione dei computer”, da offrire per qualche traduzione e diffusione, ma forse nell’occasione voleva incontrare qualche suo amico politico, da cui ricavare opportunità di finanziamento per la nostra società d’informatica. Anzi quasi sicuramente, proprio per questo motivo, veniva qui ad alloggiare al “Bristol”. Il personaggio era indubbiamente particolare ed aveva anche una storia particolare alle spalle, soprattutto una sua brutta avventura nel territorio della ex-Jugoslavia, durante la guerra in Croazia, negli anni Novanta. Raccontavano che fosse stato preso prigioniero e condannato alla fucilazione per spionaggio. Poi la pena era stata convertita, Giacometti aveva scontato circa un anno di prigione, quindi era stato espulso ed era rientrato in Italia. Io credo che la storia sia vera, nel senso che davvero Giacometti era andato a Krajina, ai confini con la Bosnia, finanziato non si sa bene da chi per raccogliere e passare informazioni al nemico. Sta di fatto che era tornato assieme a una donna conosciuta sul posto, Zuska, con cui si era sposato e che pare, in privato, lo tiranneggiasse. Appariva sempre sorridente a tutti, un sorriso sincero, anche indulgente, ma a volte quasi volutamente ambiguo. Una volta che decisi di andare per qualche giorno in vacanza in Germania, partivo con l’Air-Berlin, mi raccomandò, strizzandomi l’occhio: “A Berlino, Silvio, non dimenticare di fare una visita al grigio quartiere di Pankow.” Mi aveva raccontato, tempo prima, che una sua zia materna originaria come lui dell’Abruzzo, durante la guerra, aveva conosciuto un soldato tedesco, con cui si era poi rivista e sposata. Erano andati a vivere a Berlino, dove il marito faceva l’autista di camion, la guerra fredda li aveva sorpresi nella zona est. Sul posto, mi sembrò che Giacometti avesse ragione, ma forse era stato lui a trasmettermi, chissà come! quel mio stato d’animo tetro. Infatti, come può riscontrare, oggi, un qualsiasi turista o viaggiatore, andando in giro per le strade di Pankow, quel quartiere settentrionale di Berlino non è poi così grigio e malinconico, come di solito veniva descritto. E in fondo mi sono convinto che se la nostra società fu sciolta e fummo tutti licenziati, non è stata colpa di Giacometti. Era l’anno, in cui, a Roma, ci fu una grande nevicata, sul tipo di quella famosa del ‘56. La coincidenza comunque è soltanto temporale, non possiamo fare confusione tra meteorologia ed economia, perché sono due dottrine differenti, anche se c’è un istante fuori del tempo, exaiphnes, che custodisce tutte le differenze.
Entrai nella hall dell’hotel e mi avviai all’ascensore. Quasi mi sorpresi di non vedere il fattorino in livrea grigia e i bottoni dorati, il fez sulle ventitré. Pisicchio! E se il poeta avesse visto Astrid in servizio come lift? E perché fermarsi al sesto piano? Per avere un fattorino in servizio, un ascensore che si rispetti deve arrivare almeno fino al ventesimo piano. Ma forse il poeta, costretto dal metro, oltre il sesto, non ha trovato parola bisillaba adatta. Comunque era meglio non indagare oltre su questo versante. Pensai ancora all’incontro di Giacometti con Luca Galli all’aeroporto, una storiella paradigmatica costruita su un verosimile incontro di un’altra circostanza, riportata nel nostro contesto del momento. Il suo intento era di mostrarci nella scena il modello, il paradigma, della concorrenza sconfitta. Sì, dev’essere andata proprio così. Antonio Villa era un fedelissimo di Galli, era il più dotato fra noi l’ingegner Villa, ed era anche il compagno di Rosanna Campigli. Poi qualcosa deve essere andato storto, una frattura fra i due, e Villa era andato via dalla “DigitalProge”, poco prima che Giacometti scalzasse Galli. E a ripensarci, anche le visite di Olga nella nostra sede si erano diradate con la sua andata via. “Minieri,” mi disse Villa, una delle ultime volte, “la Digital non ha futuro, ci sono troppi legami privati.” Io non sapevo quali. “Quella Olga…” Antonio Villa si riferiva ad Allegri, ma parlandone a me, perse le parole. Io gli dissi che forse Olga era utile, perché faceva da collante nel gruppo, e mentre lo dicevo, non so perché, mi venne in mente la parola “collant”. Antonio Villa ebbe un sorrisetto, poi tagliò corto: “I mali del potere, Minieri, e questo vale, è ovvio, anche nel campo del lavoro, sono il nepotismo e l’empirismo.” Il familismo, gli intrecci affettivi, il favorire gli amici, lo sapevo, non fanno bene a una società, a un’impresa, eppure sono il collante… ma sull’empirismo, Antonio Villa non sbagliava: la teoria viene prima di ogni pratica. Che cosa digiti? Rimproverò una volta a Rosanna, se non sai quello che devi digitare? Lei lo guardò smarrita. Forse i loro rapporti erano già andati a male, il collante tra i due non reggeva più.
Antonio Villa se n’era andato, con la concorrenza; Giorgina pure era andata via, nei cieli. Quando andammo a trovarla in clinica, avevamo pensato di portarle dei fiori, Federici teneva il fascio stretto nella mano destra e non sapeva dove metterlo. “Siete stati molto gentili” mormorò lei, e abbozzò un sorriso che subito si spense. Allegri, che prima stava in piedi, si sedette accanto al letto e le prese la mano. Era pallidissima e cominciò a respirare a fatica, non sapevamo che fare, accennammo un lieve saluto, Federici posò il mazzo di fiori su un tavolinetto accanto alla porta, quindi uscimmo. Giorgina sarebbe morta, lei lo sapeva e lo sapevamo anche noi. Era l’ultima volta che la vedevamo viva: “Siete stati molto gentili.”
In strada, rallentai il passo, mentre Roberto Rossi e Rosanna camminavano avanti, Federici era andato a prendere la macchina parcheggiata sul largo di fronte alle Poste. Sentii un cane abbaiare dietro di me, mi voltai e vidi la padrona che lo teneva al guinzaglio e cercava di frenarne l’impeto, poi lo liberò e il cane corse sul vicino prato del parco. Guardai in alto, il cielo era azzurro.
Nell’hotel, in camera, accesi la televisione. Si vedeva una scena di guerra: dovevano essere scoppiate da poco delle bombe, c’erano donne velate e uomini che correvano, i soldati, le macerie, il fumo. La telecamera indugiava su una bambina seduta nella polvere al centro della strada, mentre si guardava intorno, aspettando qualcuno che andasse a prenderla. Ho spento la televisione e ho guardato il giornale che avevo posato sul tavolino, pensavo all’articolo di Alberini, alla citazione del testo di Kierkegaard. In seguito mi sono documentato, si tratta dello scritto principale del pensatore danese: “Il concetto dell’angoscia”. Ho approfondito il testo e ho pensato anche di scrivere un saggio su “exaiphnes” da pubblicare sul mio Blog. Ho fedeli lettori, ottimi critici, intellettuali versati in discipline umanistiche e scientifiche, soltanto temo che un giorno Pisicchio venga a scoprire il mio dominio su Internet. Forse l’ha già fatto e vistosi trascurato, mi ha disdegnato. E se questo poeta che ho incontrato, alcuni anni fa, su un volo di linea Roma-Atene fosse soltanto una mia ossessione? In fondo si trattava di un signore dai modi cortesi, che voleva condividere le sue ispirazioni poetiche con qualche suo amico o anche conoscente d’occasione, come me, magari interessato alle belle lettere. Che lo avessi deluso?
Kierkegaard, pensatore religioso, nel suo testo sull’angoscia, vuole spiegare il peccato originale attraverso la psicologia, arrestandosi ai limiti della dogmatica, ma è anche un sottile filosofo, e non a caso in una nota del testo si sofferma sul concetto di exaiphnes, l’istante senza tempo, di cui Platone riesce a cogliere la possibilità nel “Parmenide”. È quell’istante psichico, di cui lo stesso Platone parla anche nella “Settima Lettera”, come l’improvviso (exaiphnes) accendersi della luce (exaphthen phos), che illumina il pensiero. Per Kierkegaard è l’istante, senza spazio nella successione dei momenti nel tempo, in cui si risolve l’angoscia dell’esistenza.
All’indomani mattina, quando mi preparai per partire, spensi il telefonino, temendo che Giacometti, venuto a sapere della mia presenza in città, mi avesse potuto convocare. Poi uscii e mi avviai a piedi alla stazione centrale, dove prendere il trenino per l’aeroporto. Non erano molti i viaggiatori in attesa. Quando arrivò il convoglio, siamo saliti a bordo e abbiamo aspettato. Il treno non partiva, probabile semaforo rosso. Accanto a me era seduto un giovane in blue jeans, con i capelli rossicci e le efelidi. Era leggermente in ansia e mi chiese in inglese quando partiva il treno. Restai un momento interdetto, poi trovai l’espressione adatta e dissi: “Moment to moment”. È il titolo di un film d’altri tempi, attrice Jean Seberg: “Da un momento all’altro”.
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