. . . E allora? – Che ora è? – È l’ora che non conosciamo. – L’ora ics. – Quella dell’Oceano indiano? – Esatto. – Ed è scattata? – Ora. – Quindi è partito? – Chi? – Il missile. – E chi l’ha lanciato? – Il nemico. – Contro chi? – Contro di te. – Contro di me? – Sì, tu sei il nemico da battere. – E allora battiamocela, corriamo nel rifugio. – In cantina? – Sì. – No, in terrazzo. – Come, allo scoperto? – Sì, noi siamo dei valorosi. – In che senso? – Grideremo tutta la nostra ostilità contro il nemico. – Porgendo il nostro petto e tutti i nostri cuori. – Allora, via! Sulle scale. – Ecco, corriamo. – Siamo arrivati. – La porta in ferro è sbarrata. – Dai una spallata. – Dalla tu. – Ecco! – Ehi! – È tutta colpa tua! la porta era aperta e sono finito lungo sul pavimento del terrazzo. – Alzati! Non senti il fischio sempre più forte. – Raggiungerà anche noi? – Lassù in alto, la palla di fuoco. – Grida! – Come? – Metti le mani agli angoli della bocca, come se fosse un megafono, e urla tutta la nostra indignazione. – Come? Così? – Sì. – È una violazione del diritto delle genti! – Un boato! Boom! – Fine.
L’ONTA Perché ti hanno rinchiuso in questo ripostiglio? – Sono accusato di avere tradito. – Sei un traditore delle nostre genti? – Mi hanno lanciato questa tremenda accusa addosso, un’onta! – E tu non ti sei difeso? – Ho cercato di ripararmi con le mani, affinché l’accusa non mi finisse addosso. – Capisco, certo, un’accusa pesantissima, ti avrebbe tramortito, facendoti stramazzare al suolo morto, cadendo come “corpo morto cade”. – Ecco perché ho alzato le braccia, onde evitare il colpo mortale. – E, dimmi, che cosa è accaduto? – L’accusa è rimasta sospesa per aria. – E come? – Come in assenza di gravità, l’accusa volteggiava sulle nostre teste. – E come è possibile, sei un mago? – Non è questo. – E che cosa dunque? – Hanno detto che era la prova del mio alto tradimento. – Non capisco, spiegati meglio. – Ricordi? – No. – Il missile partito dall’Oceano Indiano. – Amarcord. – Eh? – Mi ricordo. – Senti, Federico, non ti accorgi del pericolo. – Quale? – Siamo finiti in un perduto vicolo. – Ma che dici? – Faccio la rima, Federico, tra te vicolo e pericolo. – Sai che ti dico? – Vedi che fai la rima anche tu. – Mi hai rincretinito. – Non credo, ci hai messo del tuo. – Adesso capisco perché ti hanno rinchiuso in questo sgabuzzino, in attesa di essere fucilato. – Perché? – Per alto tradimento. – Traditore, io? Il valoroso! – Tu, tu stesso hai fornito la prova non solo della tua viltà, ma anche di intelligenza con il nemico. – Io? – Certo, quando hai alzato le mani, per fermare la gravità dell’accusa, facendole perdere il peso di gravità. – Dovevo evitare che si abbattesse su di me, facendomi stramazzare morto al suolo: è stata legittima difesa. – La prova della tua viltà, tu che ti dichiari un valoroso, e non hai saputo mostrare, neppure nel momento estremo, una briciola di coraggio. – Ma se ho esposto il mio petto al nemico, all’arrivo del missile. – Il missile non ti ha colpito, quindi tu sei un traditore. – E perché? – Era un missile intelligente. – Ma tu sei proprio un deficiente! – Nell’occasione, hai alzato le braccia in alto per segnalare al missile la tua presenza. – Ma se ho urlato tutta la mia indignazione per la violazione del diritto delle genti. – Altra prova del tuo alto tradimento. – E come? – Non hai invocato, dico a pretesto, il diritto delle genti? – Certo, la violazione del diritto delle genti. – Il diritto di tutte le genti? – Certo! – Ecco la prova! Non le nostre genti, ma tutte le genti, anche le genti nemiche. – Non è vero! – Neghi l’evidenza, buffone! – Le genti nemiche non sono genti, ma orde barbariche. – Il cavillo di un avvocaticchio, non la fierezza del soldato: sarai fucilato! – Adesso ho capito. – Che cosa? – Sei tu il traditore! Ecco perché da codardo ti sei nascosto dietro di me, ed ora vesti i panni dell’accusatore, canaglia di un delatore, ora ti strangolo. – Guardie! Aiuto! – Bum, bum! – Chi è? – Siamo noi! – Chi? – Gli spiriti del ripostiglio. – Andate via! – Ritorneremo! – Fine. – No. – Perché? – Dobbiamo mostrare come muore un vero valoroso! – Come? – Così.
IL PROCESSO Ed ora, nella grande sala in penombra, dove si recitava la performance di una Corte marziale fuori dal tempo, Arduino mi guardava in maniera tenebrosa, questo mio strano amico, uscito dalla fantasia di Agilè e materializzatosi qualche giorno fa davanti alla Rosenkranz Basilika, sulla Schlostrae. Ma ora dubito che quella struttura monumentale rosso mattone fosse una chiesa: come poteva un luogo consacrato e deputato al culto contenere un ingresso della U-Bahn? Verosimilmente ero stato giocato dall’astuzia di quel Gran Cavaliere del Medio Evo e della Età Contemporanea, che prevenendo il mio errore si era presentato all’appuntamento nel luogo sbagliato, pur di non perdere il mio contatto. Come diceva Agilè, quando il suo eroe fu introdotto nella sala orientamento della Biblioteca della Fortezza incastonata sulla roccia a picco su uno splendido mare turchese? In quell'istante ebbi la sensazione precisa di essere un iniziato. Ma quale il rito? Quale la segreta associazione? Ed eccolo là il mio rito: una Corte Marziale! I giudici militari si erano voltati nella mia direzione, io mi guardai di fianco e sussultai: Arduino, il volto ossuto ed impenetrabile, era accanto a me; mi guardò, uno sguardo severo, poi con il braccio m’indicò la Corte; anche due soldati con l’elmetto (non guglielmino) mi guardavano: uno dei due era Kathreen, la ragazza minuta con la frangetta nera, che io in verità avevo incontrato – ma ora capivo che non era stato un caso – in un ristorante vicino alla Kurfurstendamm il giorno prima, no due giorni prima… no… non era quello il momento… Esitavo, dovevo deludere quei signori? Non capivo o non volevo capire? Dovevo dimostrare che un tempo di diversi mesi, da quando ero entrato in quella storia, non mi aveva insegnato nulla? Che cosa vi sarebbe stato di eroico o insulso nel volermi sottrarre al ruolo che mi spettava nel copione della mia performance? Avanzai al centro della sala e mi posi di fronte al Generale, che presiedeva la Corte: “Santiangeli Romano” dichiarai deciso. L’alto ufficiale ebbe un impercettibile sorriso: “Romano”, commentò con il tono compassato proprio dell’ospite illustre che accoglie lo straniero, dissimulando una dose di sottile riguardo. Ebbi la sensazione che quel militare nella vita civile doveva essere un professore universitario, un uomo di grande cultura e raffinatezza d’animo, l’aristocratico al servizio del regime, conscio della sua superiorità, non derivantegli certo dal grado militare rivestito, se non nella misura del riconoscimento del suo valore reale. Ebbi fiducia in lui e fu la mia condanna. Parlava un altro generale di grado inferiore, seduto alla destra del Presidente della Corte Marziale, o meglio recitava – e recitava a memoria – frammenti di Legge Penale: “Gli stranieri devono rispondere dei delitti commessi nel territorio dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche o nel territorio di qualsiasi altro Stato di lavoratori, anche non facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
È considerato contro-rivoluzionario qualsiasi atto tendente al rovesciamento, al sommovimento o all’indebolimento del potere dei soviet operai-contadini e dei governi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, delle repubbliche federate ed autonome o tendente al sommovimento o all’indebolimento della sicurezza esterna dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e delle conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria. In virtù della solidarietà internazionale degli interessi di tutti i lavoratori, sono egualmente considerati contro-rivoluzionari tutti gli atti diretti contro qualsiasi altro Stato di lavoratori, anche non facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. I delitti contro-rivoluzionari sono puniti con la sanzione penale suprema, la fucilazione.” Si era alzato un capitano, seduto in fondo a sinistra, per pronunciare l’arringa della difesa: “La legislazione penale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha per scopo la protezione dello Stato socialista degli operai e dei contadini, come dell’ordine giuridico ivi stabilito, contro i delitti, considerati atti socialmente dannosi. Nei riguardi delle persone citate in giudizio sotto l’accusa di movimento attivo o di lotta attiva contro la classe operaia ed il movimento rivoluzionario, svolti presso governi contro-rivoluzionari durante il periodo della guerra fredda, è lasciata alla discrezione del tribunale la possibilità della sostituzione della condanna alla fucilazione con la proclamazione del colpevole quale nemico dei lavoratori, con la privazione di tutti i diritti sociali e civili e l’espulsione dalle frontiere dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nonché l’interdizione a penetrare in qualsiasi altro Stato di lavoratori, anche non facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.” Il capitano tacque e si sedette. Il generale a capo della Corte mi guardò come per invitarmi a parlare. Io, in piedi, la camicia bianca aperta sul petto, unii le mani dietro la schiena e sentendo sbocciare nel mio petto (tymos) e venir su ad irradiare il volto un sorriso interiore, pronunciai a voce alta il mio verdetto: “Mi dichiaro colpevole di alto tradimento contro la Rivoluzione e meritevole della pena suprema, la fucilazione.” Non avevo finito di parlare che i due soldati mi afferrarono per le braccia – sentii il contatto delle forme femminili di Katreen sotto il ruvido panno della sua divisa – e mi trascinarono via.
LA FUCILAZIONE Mi sono svegliato colpito dalla luce bianca dell’alba, che penetrava nella cella a piano terra da una finestra, non tanto alta però da non permettermi di affacciarmi e di guardare nel cortile vuoto attraverso le sbarre, soltanto due orizzontali e due verticali. La porta in ferro della mia cella di giorno era quasi sempre socchiusa, spesso avevo sentito il rumore dei chiavistelli, quando la mattina il soldato di guardia, di cui a stento intravedevo la divisa grigia, l’elmetto, ed il fucile in spalla, veniva ad aprire. Un giorno tirai l’uscio verso di me e mi affacciai: non c’era nessuno. Uscii nel cortile e cominciai a passeggiare sul lastricato abbastanza polveroso, guardandomi intorno. Il cortile era quasi quadrato, credo circa venti metri per venti, ed era circondato da un muro in calce bianca alto forse un tre metri, lungo tre lati dei quali correva un sedile in pietra bianca, all’altezza di circa mezzo metro da terra. Sul lato del muro di cinta privo dell’addobbo, nell’angolo destro si notava la sagoma della mia cella, l’unica, che occupava lo spazio interno del cortile, per una larghezza di due metri per tre circa. Nell’altro angolo i gradini di una scala in muratura conducevano su in alto alla torretta di guardia, in cui dietro la protezione di un vetro ambrato si intravedeva la sagoma della sentinella, la divisa grigia, l’elmetto calato sulla fronte, il fucile in spalla. Questa notte non ho dormito molto ed ho rievocato i miei giorni di Berlino, nella mia mente lontani anni; ma dalla lunghezza della mia barba, posso arguire che non siano trascorse più di un paio di settimane da quella incomprensibile mia performance. Il filo però che mi legava a quei giorni, rendendoli a volte non più remoti, era Katreen, il suo sorriso. Quando era accaduto? Mi ero recato alla Kurfurstendamm, scendendo alla stazione della metropolitana di Wittenbergplatz, una zona commerciale abbastanza affollata. Di fronte all’ingresso del KaDeWe, un grande magazzino a più piani, un giovane basso e con lenti cerchiate di nero mi ha fatto l’occhiolino; mi sono spostato più in là e di lato ho notato che strizzava l’occhio ad ogni passante distratto, che si fermava ad osservare le vetrine del locale commerciale da lui piantonato. Ho camminato tra la folla e sono giunto alla storica chiesa diroccata, di cui si nota da lontano la guglia gotica sopravvissuta alle bombe; nella piazza accanto, la polizia e degli organizzatori comunali provvedevano a recintare con un nastro la zona, dove si sarebbe tenuta nel fine settimana una festa di quartiere, come si desumeva dall’avviso esposto su un cartello in strada. Ho adocchiato un elegante ristorante con tendine bianche e sono entrato; nella sala in penombra, pochi avventori, è venuta a servirmi Katreen. Oh, Katreen! Che cosa mangio in questo carcere sperduto sotto il cielo perennemente grigio della campagna tedesca o forse della pianura polacca o bielorussa o, chissà, della steppa russa? La sbobba. È una brodaglia grassa, dove galleggiano qualche ortaggio ed a volte qualche pezzo di carne forse di gallina. Il pane è sostituito da gallette che con il tè, acqua bollita con erba aromatica e pezzettini di grasso, sono presenti anche a colazione e cena. Un giorno ho mangiato un pezzo di focaccia ed una fetta di torta di mele, entrambe quasi rancide: era già ottobre? Nel ristorante della Kurfurstendamm, Katreen ha servito la zuppa, lo Schnitzel e le patate ed ha sorriso, quando ho chiesto di bere una birra; funfzing Zentiliter, ho detto e sventolavo la mano con le cinque dita aperte; funf Biere, ha esclamato; funfzing, ho corretto. Paradossale! Non cinque birre, cinquanta! Ma no! Oh, no, Katreen! Pensavo di averla solo immaginata mia carceriera ed invece, quando finalmente sono riuscito a scorgere il viso del soldato che apriva la porta della cella – la capa che sveglia alla mattina del canto delle mondine – per portarmi da mangiare, ho riconosciuto il suo volto, il colorito bianco pallido, gli occhi scuri, la frangetta di capelli neri.
“Le leggi penali sovietiche, sotto la grigia apparenza delle formule tecniche, si colorano della vita morale profonda, che ispira per altra via il loro contenuto legale: amore della Patria, rispetto del sacrificio compiuto per Essa, alto sentimento del dovere e della solidarietà, fierezza della conquista dei lavoratori, concezione elevata del lavoro e predominante considerazione dell’uomo e di tutto quello che è umano.” È la retorica occidentale, ma diversamente declinata in questo mio altrove, che a me velleitariamente ispira, nella inusitata condizione della mia prigionia, lo sguardo umido di gazzella del soldato Katreen! Quando ha riaccostato la porta in ferro, senza chiuderla con il catenaccio, ho atteso un attimo, poi mi sono alzato e sono uscito nel cortile: stava salendo la scalinata verso la torretta di guardia, figura femminile lievemente ondeggiante nel panno militare grigio. È scomparsa oltre la garitta, il carcere era vuoto. Ma quale paesaggio si estendeva oltre quel muro di cinta, in quell’eterno silenzio scandito solo da sordi passi di stivali e rumori di ferraglia? Non una parola, non un ordine, non un grido. La mia confessione alla performance del mio processo era da interpretarsi come la dovuta autocritica prima dell’esecuzione della pena capitale oppure la condizione per un necessario periodo di detenzione utile per l’inizio della mia rieducazione sociale? Consapevole di questa seconda possibilità (opportunità) mi sono diretto verso la scala in muratura e con passo deciso ho salito tutti i gradini, raggiungendo la garitta di guardia. Ho guardato nelle quattro direzioni dei punti cardinali: la distesa ed il vuoto infinito della steppa, il deserto dei Tartari! Un palo in ferro, con spuntoni alterni, correva dall’altezza della garitta al suolo. E se fossi sceso giù ed avessi camminato per un po’ ed avessi poi incontrato un accampamento di soldati e quindi mi fossi avvicinato al cerchio intorno alla cenere di un fuoco già spento, per condividere i momenti quotidiani della dura vita del soldato, accettandone le privazioni, le regole ed il senso del dovere verso gli ideali della Patria? Accadde proprio così e per diversi giorni, poi una mattina… che cosa era cambiato? Non so! Ordini urlati in una lingua slava sconosciuta, accorrere di soldati con cappotti e fucili a tracolla ed elmi lucidi di metallo, abbaiare di cani, mi sono rifugiato in cella, ancora urla ed imprecazioni, sbattere della porta, sbarrata e colpita a calci e pugni. È la fine. L’alba era grigia, livida, la lividità dell’anima, quando mi hanno tirato fuori barcollante dal buio – la finestra era stata occlusa – e dal freddo della cella sbarrata. Con urla e colpi del calcio dei fucili, sono stato costretto e addossato al muro, i soldati hanno fatto quattro o cinque passi indietro, fermandosi in cinque o sei su una riga approssimativa. Con le mani ho toccato la parete dietro di me, che mi è parsa porosa – avevano montato un pannello elastico per trattenere i proiettili – ed in quel momento ho rivisto la grande scritta vergata con pittura rossa su un muro del centro storico della città della mia infanzia, illuminata di sbieco nella notte dalla luce rossastra di un lampione: Viva la Patria della Rivoluzione! Hanno sparato ed io sono caduto con la testa in avanti ed ora giacevo sulla terra come se dormissi; non so chi ha rimosso il mio cadavere: soldati, certo, per l’espressione di un sorriso interiore sul mio volto immobile.
Nel carcere militare di una imprecisata località dell’Est Europa, anni dopo la fine della guerra fredda, è stata eseguita l’ultima fucilazione di una spia dell’Occidente, un irriducibile contro-rivoluzionario. Nell’occasione, all’episodio non fu data nessuna pubblicità e non risulta che i media abbiano mai diffuso questa notizia in sé abbastanza incongrua.”
NOTA Non so perché, anzi lo so, ma questo episodio, nelle sue righe finali, mi rimanda a “Giacometti”, anche se siamo, nell’età (evo) narrativa delle res gestae, ai tempi di “Agilè”, tempi anteriori. In questo senso, il senso dei personiti, parti temporali estinte della persona, Agilè comprende Giacometti, ma Giacometti non comprende Agilè, ormai estinto. Come? Un uomo di cinquecento anni, anzi mille anni, estinto? Certo, sono interrogativi che lasciano sgomenti. Anche con le nostre età millenarie, siamo mortali. Tu dici che la specie umana va verso l’estinzione? Con l’allontanarsi delle galassie, un po' alla volta spariranno dalla nostra vista tutte le stelle, l’universo diventerà sempre più freddo e buio, e noi rimarremo sempre più soli. E tu morirai. Tu, vuoi dire? No, tu e la tua specie. Perché? Tu sei della specie delle scimmie? No, lo scimmione sei tu, io mi sono evoluto e sono diventato un essere non più terreste, ma interplanetario. Non ti hanno ancora espulso dal sistema solare? No. Ah, ecco!
IL RIPOSTIGLIO “Il giorno seguente K. non riuscì a togliersi di mente le guardie; era distratto sul lavoro e per sbrigarlo dovette rimanere in ufficio ancora un po' più a lungo del giorno prima. Quando nel rincasare passò di nuovo davanti al ripostiglio, aprì come per abitudine la porta. Quello che vide, invece del buio che si era aspettato, lo lasciò sbalordito. Tutto era rimasto tale e quale lo aveva trovato la sera avanti aprendo la porta. Gli stampati e le bottiglie dell'inchiostro subito dietro la soglia, il bastonatore con la verga, le guardie ancora tutte svestite, la candela sullo scaffale, e le guardie presero a lamentarsi gridando: «Signore!». Subito K. richiuse la porta e vi batté contro i pugni, come se così fosse chiusa meglio. Quasi piangendo, corse dai commessi che lavoravano tranquilli ai copialettere e s'interruppero stupiti. «È ora che facciate un poco di ordine nel ripostiglio!», gridò. «Qui si affonda nella sporcizia!». I commessi erano disposti a farlo il giorno dopo, K. annuì, a quell'ora della sera non poteva costringerli a fare quel lavoro, come in realtà era sua intenzione. Si sedette un po' per tenersi vicini i commessi ancora un momento, mise in disordine alcune copie per dare l'impressione di ricontrollarle, poi, quando si rese conto che i commessi non avrebbero osato uscire insieme a lui, si avviò, stanco e con la testa vuota, verso casa.” (Franz Kafka, “Il processo”, 1925)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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E allora? – Che ora è? – È l’ora che non conosciamo. – L’ora ics. – Quella dell’Oceano indiano? – Esatto. – Ed è scattata? – Ora. – Quindi è partito? – Chi? – Il missile. – E chi l’ha lanciato? – Il nemico. – Contro chi? – Contro di te. – Contro di me? – Sì, tu sei il nemico da battere. – E allora battiamocela, corriamo nel rifugio. – In cantina? – Sì. – No, in terrazzo. – Come, allo scoperto? – Sì, noi siamo dei valorosi. – In che senso? – Grideremo tutta la nostra ostilità contro il nemico. – Porgendo il nostro petto e tutti i nostri cuori. – Allora, via! Sulle scale. – Ecco, corriamo. – Siamo arrivati. – La porta in ferro è sbarrata. – Dai una spallata. – Dalla tu. – Ecco! – Ehi! – È tutta colpa tua! la porta era aperta e sono finito lungo sul pavimento del terrazzo. – Alzati! Non senti il fischio sempre più forte. – Raggiungerà anche noi? – Lassù in alto, la palla di fuoco. – Grida! – Come? – Metti le mani agli angoli della bocca, come se fosse un megafono, e urla tutta la nostra indignazione. – Come? Così? – Sì. – È una violazione del diritto delle genti! – Un boato! Boom! – Fine.
L’ONTA
Perché ti hanno rinchiuso in questo ripostiglio? – Sono accusato di avere tradito. – Sei un traditore delle nostre genti? – Mi hanno lanciato questa tremenda accusa addosso, un’onta! – E tu non ti sei difeso? – Ho cercato di ripararmi con le mani, affinché l’accusa non mi finisse addosso. – Capisco, certo, un’accusa pesantissima, ti avrebbe tramortito, facendoti stramazzare al suolo morto, cadendo come “corpo morto cade”. – Ecco perché ho alzato le braccia, onde evitare il colpo mortale. – E, dimmi, che cosa è accaduto? – L’accusa è rimasta sospesa per aria. – E come? – Come in assenza di gravità, l’accusa volteggiava sulle nostre teste. – E come è possibile, sei un mago? – Non è questo. – E che cosa dunque? – Hanno detto che era la prova del mio alto tradimento. – Non capisco, spiegati meglio. – Ricordi? – No. – Il missile partito dall’Oceano Indiano. – Amarcord. – Eh? – Mi ricordo. – Senti, Federico, non ti accorgi del pericolo. – Quale? – Siamo finiti in un perduto vicolo. – Ma che dici? – Faccio la rima, Federico, tra te vicolo e pericolo. – Sai che ti dico? – Vedi che fai la rima anche tu. – Mi hai rincretinito. – Non credo, ci hai messo del tuo. – Adesso capisco perché ti hanno rinchiuso in questo sgabuzzino, in attesa di essere fucilato. – Perché? – Per alto tradimento. – Traditore, io? Il valoroso! – Tu, tu stesso hai fornito la prova non solo della tua viltà, ma anche di intelligenza con il nemico. – Io? – Certo, quando hai alzato le mani, per fermare la gravità dell’accusa, facendole perdere il peso di gravità. – Dovevo evitare che si abbattesse su di me, facendomi stramazzare morto al suolo: è stata legittima difesa. – La prova della tua viltà, tu che ti dichiari un valoroso, e non hai saputo mostrare, neppure nel momento estremo, una briciola di coraggio. – Ma se ho esposto il mio petto al nemico, all’arrivo del missile. – Il missile non ti ha colpito, quindi tu sei un traditore. – E perché? – Era un missile intelligente. – Ma tu sei proprio un deficiente! – Nell’occasione, hai alzato le braccia in alto per segnalare al missile la tua presenza. – Ma se ho urlato tutta la mia indignazione per la violazione del diritto delle genti. – Altra prova del tuo alto tradimento. – E come? – Non hai invocato, dico a pretesto, il diritto delle genti? – Certo, la violazione del diritto delle genti. – Il diritto di tutte le genti? – Certo! – Ecco la prova! Non le nostre genti, ma tutte le genti, anche le genti nemiche. – Non è vero! – Neghi l’evidenza, buffone! – Le genti nemiche non sono genti, ma orde barbariche. – Il cavillo di un avvocaticchio, non la fierezza del soldato: sarai fucilato! – Adesso ho capito. – Che cosa? – Sei tu il traditore! Ecco perché da codardo ti sei nascosto dietro di me, ed ora vesti i panni dell’accusatore, canaglia di un delatore, ora ti strangolo. – Guardie! Aiuto! – Bum, bum! – Chi è? – Siamo noi! – Chi? – Gli spiriti del ripostiglio. – Andate via! – Ritorneremo! – Fine. – No. – Perché? – Dobbiamo mostrare come muore un vero valoroso! – Come? – Così.
IL PROCESSO
Ed ora, nella grande sala in penombra, dove si recitava la performance di una Corte marziale fuori dal tempo, Arduino mi guardava in maniera tenebrosa, questo mio strano amico, uscito dalla fantasia di Agilè e materializzatosi qualche giorno fa davanti alla Rosenkranz Basilika, sulla Schlostrae. Ma ora dubito che quella struttura monumentale rosso mattone fosse una chiesa: come poteva un luogo consacrato e deputato al culto contenere un ingresso della U-Bahn? Verosimilmente ero stato giocato dall’astuzia di quel Gran Cavaliere del Medio Evo e della Età Contemporanea, che prevenendo il mio errore si era presentato all’appuntamento nel luogo sbagliato, pur di non perdere il mio contatto.
Come diceva Agilè, quando il suo eroe fu introdotto nella sala orientamento della Biblioteca della Fortezza incastonata sulla roccia a picco su uno splendido mare turchese? In quell'istante ebbi la sensazione precisa di essere un iniziato. Ma quale il rito? Quale la segreta associazione? Ed eccolo là il mio rito: una Corte Marziale!
I giudici militari si erano voltati nella mia direzione, io mi guardai di fianco e sussultai: Arduino, il volto ossuto ed impenetrabile, era accanto a me; mi guardò, uno sguardo severo, poi con il braccio m’indicò la Corte; anche due soldati con l’elmetto (non guglielmino) mi guardavano: uno dei due era Kathreen, la ragazza minuta con la frangetta nera, che io in verità avevo incontrato – ma ora capivo che non era stato un caso – in un ristorante vicino alla Kurfurstendamm il giorno prima, no due giorni prima… no… non era quello il momento…
Esitavo, dovevo deludere quei signori? Non capivo o non volevo capire? Dovevo dimostrare che un tempo di diversi mesi, da quando ero entrato in quella storia, non mi aveva insegnato nulla? Che cosa vi sarebbe stato di eroico o insulso nel volermi sottrarre al ruolo che mi spettava nel copione della mia performance? Avanzai al centro della sala e mi posi di fronte al Generale, che presiedeva la Corte: “Santiangeli Romano” dichiarai deciso. L’alto ufficiale ebbe un impercettibile sorriso: “Romano”, commentò con il tono compassato proprio dell’ospite illustre che accoglie lo straniero, dissimulando una dose di sottile riguardo. Ebbi la sensazione che quel militare nella vita civile doveva essere un professore universitario, un uomo di grande cultura e raffinatezza d’animo, l’aristocratico al servizio del regime, conscio della sua superiorità, non derivantegli certo dal grado militare rivestito, se non nella misura del riconoscimento del suo valore reale. Ebbi fiducia in lui e fu la mia condanna.
Parlava un altro generale di grado inferiore, seduto alla destra del Presidente della Corte Marziale, o meglio recitava – e recitava a memoria – frammenti di Legge Penale:
“Gli stranieri devono rispondere dei delitti commessi nel territorio dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche o nel territorio di qualsiasi altro Stato di lavoratori, anche non facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
È considerato contro-rivoluzionario qualsiasi atto tendente al rovesciamento, al sommovimento o all’indebolimento del potere dei soviet operai-contadini e dei governi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, delle repubbliche federate ed autonome o tendente al sommovimento o all’indebolimento della sicurezza esterna dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e delle conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria.
In virtù della solidarietà internazionale degli interessi di tutti i lavoratori, sono egualmente considerati contro-rivoluzionari tutti gli atti diretti contro qualsiasi altro Stato di lavoratori, anche non facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. I delitti contro-rivoluzionari sono puniti con la sanzione penale suprema, la fucilazione.”
Si era alzato un capitano, seduto in fondo a sinistra, per pronunciare l’arringa della difesa: “La legislazione penale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha per scopo la protezione dello Stato socialista degli operai e dei contadini, come dell’ordine giuridico ivi stabilito, contro i delitti, considerati atti socialmente dannosi.
Nei riguardi delle persone citate in giudizio sotto l’accusa di movimento attivo o di lotta attiva contro la classe operaia ed il movimento rivoluzionario, svolti presso governi contro-rivoluzionari durante il periodo della guerra fredda, è lasciata alla discrezione del tribunale la possibilità della sostituzione della condanna alla fucilazione con la proclamazione del colpevole quale nemico dei lavoratori, con la privazione di tutti i diritti sociali e civili e l’espulsione dalle frontiere dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nonché l’interdizione a penetrare in qualsiasi altro Stato di lavoratori, anche non facente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.”
Il capitano tacque e si sedette. Il generale a capo della Corte mi guardò come per invitarmi a parlare. Io, in piedi, la camicia bianca aperta sul petto, unii le mani dietro la schiena e sentendo sbocciare nel mio petto (tymos) e venir su ad irradiare il volto un sorriso interiore, pronunciai a voce alta il mio verdetto: “Mi dichiaro colpevole di alto tradimento contro la Rivoluzione e meritevole della pena suprema, la fucilazione.” Non avevo finito di parlare che i due soldati mi afferrarono per le braccia – sentii il contatto delle forme femminili di Katreen sotto il ruvido panno della sua divisa – e mi trascinarono via.
LA FUCILAZIONE
Mi sono svegliato colpito dalla luce bianca dell’alba, che penetrava nella cella a piano terra da una finestra, non tanto alta però da non permettermi di affacciarmi e di guardare nel cortile vuoto attraverso le sbarre, soltanto due orizzontali e due verticali.
La porta in ferro della mia cella di giorno era quasi sempre socchiusa, spesso avevo sentito il rumore dei chiavistelli, quando la mattina il soldato di guardia, di cui a stento intravedevo la divisa grigia, l’elmetto, ed il fucile in spalla, veniva ad aprire.
Un giorno tirai l’uscio verso di me e mi affacciai: non c’era nessuno. Uscii nel cortile e cominciai a passeggiare sul lastricato abbastanza polveroso, guardandomi intorno. Il cortile era quasi quadrato, credo circa venti metri per venti, ed era circondato da un muro in calce bianca alto forse un tre metri, lungo tre lati dei quali correva un sedile in pietra bianca, all’altezza di circa mezzo metro da terra. Sul lato del muro di cinta privo dell’addobbo, nell’angolo destro si notava la sagoma della mia cella, l’unica, che occupava lo spazio interno del cortile, per una larghezza di due metri per tre circa. Nell’altro angolo i gradini di una scala in muratura conducevano su in alto alla torretta di guardia, in cui dietro la protezione di un vetro ambrato si intravedeva la sagoma della sentinella, la divisa grigia, l’elmetto calato sulla fronte, il fucile in spalla.
Questa notte non ho dormito molto ed ho rievocato i miei giorni di Berlino, nella mia mente lontani anni; ma dalla lunghezza della mia barba, posso arguire che non siano trascorse più di un paio di settimane da quella incomprensibile mia performance. Il filo però che mi legava a quei giorni, rendendoli a volte non più remoti, era Katreen, il suo sorriso. Quando era accaduto?
Mi ero recato alla Kurfurstendamm, scendendo alla stazione della metropolitana di Wittenbergplatz, una zona commerciale abbastanza affollata. Di fronte all’ingresso del KaDeWe, un grande magazzino a più piani, un giovane basso e con lenti cerchiate di nero mi ha fatto l’occhiolino; mi sono spostato più in là e di lato ho notato che strizzava l’occhio ad ogni passante distratto, che si fermava ad osservare le vetrine del locale commerciale da lui piantonato. Ho camminato tra la folla e sono giunto alla storica chiesa diroccata, di cui si nota da lontano la guglia gotica sopravvissuta alle bombe; nella piazza accanto, la polizia e degli organizzatori comunali provvedevano a recintare con un nastro la zona, dove si sarebbe tenuta nel fine settimana una festa di quartiere, come si desumeva dall’avviso esposto su un cartello in strada. Ho adocchiato un elegante ristorante con tendine bianche e sono entrato; nella sala in penombra, pochi avventori, è venuta a servirmi Katreen. Oh, Katreen!
Che cosa mangio in questo carcere sperduto sotto il cielo perennemente grigio della campagna tedesca o forse della pianura polacca o bielorussa o, chissà, della steppa russa? La sbobba. È una brodaglia grassa, dove galleggiano qualche ortaggio ed a volte qualche pezzo di carne forse di gallina. Il pane è sostituito da gallette che con il tè, acqua bollita con erba aromatica e pezzettini di grasso, sono presenti anche a colazione e cena. Un giorno ho mangiato un pezzo di focaccia ed una fetta di torta di mele, entrambe quasi rancide: era già ottobre?
Nel ristorante della Kurfurstendamm, Katreen ha servito la zuppa, lo Schnitzel e le patate ed ha sorriso, quando ho chiesto di bere una birra; funfzing Zentiliter, ho detto e sventolavo la mano con le cinque dita aperte; funf Biere, ha esclamato; funfzing, ho corretto. Paradossale! Non cinque birre, cinquanta! Ma no! Oh, no, Katreen!
Pensavo di averla solo immaginata mia carceriera ed invece, quando finalmente sono riuscito a scorgere il viso del soldato che apriva la porta della cella – la capa che sveglia alla mattina del canto delle mondine – per portarmi da mangiare, ho riconosciuto il suo volto, il colorito bianco pallido, gli occhi scuri, la frangetta di capelli neri.
“Le leggi penali sovietiche, sotto la grigia apparenza delle formule tecniche, si colorano della vita morale profonda, che ispira per altra via il loro contenuto legale: amore della Patria, rispetto del sacrificio compiuto per Essa, alto sentimento del dovere e della solidarietà, fierezza della conquista dei lavoratori, concezione elevata del lavoro e predominante considerazione dell’uomo e di tutto quello che è umano.”
È la retorica occidentale, ma diversamente declinata in questo mio altrove, che a me velleitariamente ispira, nella inusitata condizione della mia prigionia, lo sguardo umido di gazzella del soldato Katreen!
Quando ha riaccostato la porta in ferro, senza chiuderla con il catenaccio, ho atteso un attimo, poi mi sono alzato e sono uscito nel cortile: stava salendo la scalinata verso la torretta di guardia, figura femminile lievemente ondeggiante nel panno militare grigio. È scomparsa oltre la garitta, il carcere era vuoto. Ma quale paesaggio si estendeva oltre quel muro di cinta, in quell’eterno silenzio scandito solo da sordi passi di stivali e rumori di ferraglia? Non una parola, non un ordine, non un grido. La mia confessione alla performance del mio processo era da interpretarsi come la dovuta autocritica prima dell’esecuzione della pena capitale oppure la condizione per un necessario periodo di detenzione utile per l’inizio della mia rieducazione sociale?
Consapevole di questa seconda possibilità (opportunità) mi sono diretto verso la scala in muratura e con passo deciso ho salito tutti i gradini, raggiungendo la garitta di guardia. Ho guardato nelle quattro direzioni dei punti cardinali: la distesa ed il vuoto infinito della steppa, il deserto dei Tartari! Un palo in ferro, con spuntoni alterni, correva dall’altezza della garitta al suolo.
E se fossi sceso giù ed avessi camminato per un po’ ed avessi poi incontrato un accampamento di soldati e quindi mi fossi avvicinato al cerchio intorno alla cenere di un fuoco già spento, per condividere i momenti quotidiani della dura vita del soldato, accettandone le privazioni, le regole ed il senso del dovere verso gli ideali della Patria?
Accadde proprio così e per diversi giorni, poi una mattina… che cosa era cambiato? Non so! Ordini urlati in una lingua slava sconosciuta, accorrere di soldati con cappotti e fucili a tracolla ed elmi lucidi di metallo, abbaiare di cani, mi sono rifugiato in cella, ancora urla ed imprecazioni, sbattere della porta, sbarrata e colpita a calci e pugni.
È la fine. L’alba era grigia, livida, la lividità dell’anima, quando mi hanno tirato fuori barcollante dal buio – la finestra era stata occlusa – e dal freddo della cella sbarrata. Con urla e colpi del calcio dei fucili, sono stato costretto e addossato al muro, i soldati hanno fatto quattro o cinque passi indietro, fermandosi in cinque o sei su una riga approssimativa. Con le mani ho toccato la parete dietro di me, che mi è parsa porosa – avevano montato un pannello elastico per trattenere i proiettili – ed in quel momento ho rivisto la grande scritta vergata con pittura rossa su un muro del centro storico della città della mia infanzia, illuminata di sbieco nella notte dalla luce rossastra di un lampione: Viva la Patria della Rivoluzione!
Hanno sparato ed io sono caduto con la testa in avanti ed ora giacevo sulla terra come se dormissi; non so chi ha rimosso il mio cadavere: soldati, certo, per l’espressione di un sorriso interiore sul mio volto immobile.
Nel carcere militare di una imprecisata località dell’Est Europa, anni dopo la fine della guerra fredda, è stata eseguita l’ultima fucilazione di una spia dell’Occidente, un irriducibile contro-rivoluzionario. Nell’occasione, all’episodio non fu data nessuna pubblicità e non risulta che i media abbiano mai diffuso questa notizia in sé abbastanza incongrua.”
(Silvio Minieri, “I gigli funebri”, 2009)
NOTA
Non so perché, anzi lo so, ma questo episodio, nelle sue righe finali, mi rimanda a “Giacometti”, anche se siamo, nell’età (evo) narrativa delle res gestae, ai tempi di “Agilè”, tempi anteriori. In questo senso, il senso dei personiti, parti temporali estinte della persona, Agilè comprende Giacometti, ma Giacometti non comprende Agilè, ormai estinto. Come? Un uomo di cinquecento anni, anzi mille anni, estinto? Certo, sono interrogativi che lasciano sgomenti. Anche con le nostre età millenarie, siamo mortali. Tu dici che la specie umana va verso l’estinzione? Con l’allontanarsi delle galassie, un po' alla volta spariranno dalla nostra vista tutte le stelle, l’universo diventerà sempre più freddo e buio, e noi rimarremo sempre più soli. E tu morirai. Tu, vuoi dire? No, tu e la tua specie. Perché? Tu sei della specie delle scimmie? No, lo scimmione sei tu, io mi sono evoluto e sono diventato un essere non più terreste, ma interplanetario. Non ti hanno ancora espulso dal sistema solare? No. Ah, ecco!
IL RIPOSTIGLIO
“Il giorno seguente K. non riuscì a togliersi di mente le guardie; era distratto sul lavoro e per sbrigarlo dovette rimanere in ufficio ancora un po' più a lungo del giorno prima. Quando nel rincasare passò di nuovo davanti al ripostiglio, aprì come per abitudine la porta. Quello che vide, invece del buio che si era aspettato, lo lasciò sbalordito. Tutto era rimasto tale e quale lo aveva trovato la sera avanti aprendo la porta. Gli stampati e le bottiglie dell'inchiostro subito dietro la soglia, il bastonatore con la verga, le guardie ancora tutte svestite, la candela sullo scaffale, e le guardie presero a lamentarsi gridando: «Signore!». Subito K. richiuse la porta e vi batté contro i pugni, come se così fosse chiusa meglio. Quasi piangendo, corse dai commessi che lavoravano tranquilli ai copialettere e s'interruppero stupiti. «È ora che facciate un poco di ordine nel ripostiglio!», gridò. «Qui si affonda nella sporcizia!». I commessi erano disposti a farlo il giorno dopo, K. annuì, a quell'ora della sera non poteva costringerli a fare quel lavoro, come in realtà era sua intenzione. Si sedette un po' per tenersi vicini i commessi ancora un momento, mise in disordine alcune copie per dare l'impressione di ricontrollarle, poi, quando si rese conto che i commessi non avrebbero osato uscire insieme a lui, si avviò, stanco e con la testa vuota, verso casa.”
(Franz Kafka, “Il processo”, 1925)
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