L’ENIGMA ALPA La prima volta che lessi il versetto – il libro è una parodia del Vangelo – del “Indovino” dello “Zarathustra”, andai a ricercare il significato di quella enigmatica parola: “Alpa”. Non ricordo bene, ma la spiegazione datami ora dalla IA, riportata qui di seguito, richiama proprio entrambi i riferimenti al folletto e alle Alpi . L’invocazione "Alpa" (spesso associato a un "folletto" o spirito alpino) deriva da un sogno che Friedrich Nietzsche raccontò all'amico Reinhard von Seydlitz. Ecco i dettagli principali di questa figura. Il Sogno: Mentre scalava una montagna e passava davanti a una grotta, Nietzsche sentì una voce gridargli: "Alpa, Alpa – chi porta le sue ceneri al monte?" Significato Simbolico: Questa immagine del portare le proprie ceneri sulla montagna è stata interpretata come una metafora del superamento di sé e del distacco dal passato per raggiungere vette spirituali più alte. Il Contesto alpino: Le Alpi (specialmente Sils Maria) furono fondamentali per Nietzsche: le considerava un luogo di "purezza ghiacciata" dove il suo personaggio Zarathustra poteva sopportare la solitudine e formulare visioni come l'Oltreuomo e l'Eterno Ritorno. Il tema del "portare le ceneri" appare in effetti in “Così parlò Zarathustra”, dove il protagonista viene descritto come colui che ha portato il suo fuoco in montagna e ora riporta le sue ceneri (o la sua saggezza trasformata) tra gli uomini. IA. Se consultiamo un vocabolario di lingua tedesca, troviamo la voce “Alp”, tradotta con “coboldo che opprime i dormienti, incubo”; in senso figurato “pensiero angoscioso, incubo”. Sotto la voce “Alpe”, troviamo la traduzione, “Alpe”, toponimo di montagna, al plurale Alpi, come noi definiamo l’arco montuoso alpino d’Italia. In tal senso, possiamo condensare il significato di “Alpa”, come spirito della montagna, e nella invocazione del sogno incubo, un grido angoscioso di richiamo, dettato dalla paura.
Vale la pena di riportare la descrizione del sogno di Zarathustra, rimandando il commento al testo ad altra sede. «Udite qual sogno io sognai, o amici, e aiutatemi a spiegarne il significato! Un mistero mi sembra ancora questo sogno; il suo significato è tuttavia riposto e non vola ancora intorno con libere ali. D’aver rinunziato a tutta la vita, io sognai. Ero divenuto guardiano notturno dei morti, lassù nella solitaria rocca della morte, in mezzo ai monti. Lassù io vigilava sui sarcofagi: e di trofei erano ricolme le cupe tombe. Dai sarcofagi vitrei la vita sopraffatta mi guardava. Io respirava l’odore delle eternità fatte polvere: e dalla polvere la mia anima si sentiva soffocata. E chi avrebbe potuto in tal luogo dar aria alla sua anima? La luce della mezzanotte mi emendava, e vicino a lei ritrovavo accoccolata la solitudine; e, terza e peggiore delle mie amiche, la quiete rantolante della morte. Io teneva le chiavi, le più arrugginite di tutte le chiavi: con quelle sapevo aprire la più stridente delle porte. Simile a un orribile gemito il suono si propagava pei lunghi corridoi quando la porta si moveva sui cardini: simile al grido d’un uccello di malaugurio iroso d’esser destato. Ma ancor più orribilmente si sentiva stretto il cuore, quando il silenzio tornava a regnare tutt’intorno, ed io sedevo solo in mezzo a quella tristissima quiete. Così trascorreva e si trascinava il tempo, se pur il tempo esisteva ancora: che ne so io! Ma finalmente successe quello che mi destò. Tre volte fu picchiato alla porta, e i colpi parevano tuoni: tre volte ne rimbombarono con orribili echi le volte: allora io corsi alla porta. «Alpa! — gridai — chi reca sul monte la sua cenere? Alpa! Alpa! Chi reca la sua cenere sul monte?». E io girai la chiave e mi sforzai ad aprire la porta. Ma non riuscii che a socchiuderla. E in quel punto un vento impetuoso la spalancò del tutto: fischiando, stridendo e urlando, esso mi gettò incontro a una nera bara. E tra il fischiare e lo stridio e l’urlo del vento la bara si aperse e una centuplice risata ne irruppe. E da mille grottesche forme di bambini, e di angeli e di gufi e di buffoni e di farfalle grandi come bambini uscì un riso impetuoso di scherno contro di me. Io ne provai orribile spavento: e gridai inorridito come mai ancora avevo gridato. Ma le mie stesse grida mi risvegliarono».
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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L’ENIGMA ALPA
La prima volta che lessi il versetto – il libro è una parodia del Vangelo – del “Indovino” dello “Zarathustra”, andai a ricercare il significato di quella enigmatica parola: “Alpa”. Non ricordo bene, ma la spiegazione datami ora dalla IA, riportata qui di seguito, richiama proprio entrambi i riferimenti al folletto e alle Alpi .
L’invocazione "Alpa" (spesso associato a un "folletto" o spirito alpino) deriva da un sogno che Friedrich Nietzsche raccontò all'amico Reinhard von Seydlitz. Ecco i dettagli principali di questa figura. Il Sogno: Mentre scalava una montagna e passava davanti a una grotta, Nietzsche sentì una voce gridargli: "Alpa, Alpa – chi porta le sue ceneri al monte?" Significato Simbolico: Questa immagine del portare le proprie ceneri sulla montagna è stata interpretata come una metafora del superamento di sé e del distacco dal passato per raggiungere vette spirituali più alte. Il Contesto alpino: Le Alpi (specialmente Sils Maria) furono fondamentali per Nietzsche: le considerava un luogo di "purezza ghiacciata" dove il suo personaggio Zarathustra poteva sopportare la solitudine e formulare visioni come l'Oltreuomo e l'Eterno Ritorno. Il tema del "portare le ceneri" appare in effetti in “Così parlò Zarathustra”, dove il protagonista viene descritto come colui che ha portato il suo fuoco in montagna e ora riporta le sue ceneri (o la sua saggezza trasformata) tra gli uomini. IA.
Se consultiamo un vocabolario di lingua tedesca, troviamo la voce “Alp”, tradotta con “coboldo che opprime i dormienti, incubo”; in senso figurato “pensiero angoscioso, incubo”. Sotto la voce “Alpe”, troviamo la traduzione, “Alpe”, toponimo di montagna, al plurale Alpi, come noi definiamo l’arco montuoso alpino d’Italia. In tal senso, possiamo condensare il significato di “Alpa”, come spirito della montagna, e nella invocazione del sogno incubo, un grido angoscioso di richiamo, dettato dalla paura.
Vale la pena di riportare la descrizione del sogno di Zarathustra, rimandando il commento al testo ad altra sede.
«Udite qual sogno io sognai, o amici, e aiutatemi a spiegarne il significato!
Un mistero mi sembra ancora questo sogno; il suo significato è tuttavia riposto e non vola ancora intorno con libere ali.
D’aver rinunziato a tutta la vita, io sognai. Ero divenuto guardiano notturno dei morti, lassù nella solitaria rocca della morte, in mezzo ai monti.
Lassù io vigilava sui sarcofagi: e di trofei erano ricolme le cupe tombe.
Dai sarcofagi vitrei la vita sopraffatta mi guardava.
Io respirava l’odore delle eternità fatte polvere: e dalla polvere la mia anima si sentiva soffocata. E chi avrebbe potuto in tal luogo dar aria alla sua anima?
La luce della mezzanotte mi emendava, e vicino a lei ritrovavo accoccolata la solitudine; e, terza e peggiore delle mie amiche, la quiete rantolante della morte.
Io teneva le chiavi, le più arrugginite di tutte le chiavi: con quelle sapevo aprire la più stridente delle porte.
Simile a un orribile gemito il suono si propagava pei lunghi corridoi quando la porta si moveva sui cardini: simile al grido d’un uccello di malaugurio iroso d’esser destato.
Ma ancor più orribilmente si sentiva stretto il cuore, quando il silenzio tornava a regnare tutt’intorno, ed io sedevo solo in mezzo a quella tristissima quiete.
Così trascorreva e si trascinava il tempo, se pur il tempo esisteva ancora: che ne so io! Ma finalmente successe quello che mi destò.
Tre volte fu picchiato alla porta, e i colpi parevano tuoni: tre volte ne rimbombarono con orribili echi le volte: allora io corsi alla porta.
«Alpa! — gridai — chi reca sul monte la sua cenere? Alpa! Alpa! Chi reca la sua cenere sul monte?».
E io girai la chiave e mi sforzai ad aprire la porta. Ma non riuscii che a socchiuderla.
E in quel punto un vento impetuoso la spalancò del tutto: fischiando, stridendo e urlando, esso mi gettò incontro a una nera bara.
E tra il fischiare e lo stridio e l’urlo del vento la bara si aperse e una centuplice risata ne irruppe.
E da mille grottesche forme di bambini, e di angeli e di gufi e di buffoni e di farfalle grandi come bambini uscì un riso impetuoso di scherno contro di me.
Io ne provai orribile spavento: e gridai inorridito come mai ancora avevo gridato.
Ma le mie stesse grida mi risvegliarono».
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