sabato 18 aprile 2026

Commento

    


                                   Speech-acts



6 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

IL RIENTRO
Sta arrivando. – Barbara, corrigli incontro. – Buon giorno, direttore Guglielmi, ben tornato tra noi. – Oh, grazie Barbara! – Si lasci abbracciare, direttore, oggi siamo tutti felici. – Grazie dell’accoglienza, Barbara, e grazie a voi, amici, che mi battete le mani. – Diglielo, Barbara. – Direttore, oggi è un gran giorno. – Certo, la mia reintegra. – Non solo, ma abbiamo una sorpresa. – Fatemi sapere (mi sembra di essere la IA). – Che cosa ha mormorato, direttore? – Nulla, le mie felicitazioni. – Allora, direttore, io sono stata presa. – Come? – Come partecipante al talkshow pomeridiano “Incontri” del canale “Medio Stat”, digitale terrestre 3648. – In medio stat virtus. – Io e anche i miei amici presenti. – Congratulazioni a voi tutti. – Viene con noi a festeggiare? – No, io devo lavorare. – Brinderemo anche per lei, direttore, ci vediamo in TV. – Arrivederci, ragazzi, e auguri. – Grazie, arrivederci. – Sono andati, beata gioventù. – Ora riprendiamo il soliloquio da dove l’avevamo lasciato.

LA MEMORIA RANDAGIA
Randagio nella memoria, mi sono svegliato questa mattina, e mi sono ricordato che oggi è il mio compleanno. Auguri, Carlo, mi disse prima di morire. Ma questo primo ricordo randagio è come un gatto che attraversa circospetto e con passo felino le strade vuote dell’alba. E con il gatto è tornata lei, che … Ma prima devo raccontare in breve della mia reintegra, dopo essere disceso all’Inferno, il cane di fuoco. Rieccolo!

LA REINTEGRA
Non è stata necessaria nessuna causa del lavoro, per farmi riassumere, dopo un licenziamento per giusta causa, ed avrei perso. Ma è stato grazie alla benevolenza del Blogger, io direi a un suo capriccio – non dipendiamo noi tutti da lui, anche lui stesso, come accenneremo tra poco? – che sono stato riassunto. Dopo la mia discesa agli inferi, dove ho scoperto che il cuore della Terra è d’oro, spiegheremo anche questo, sono stato rapito in cielo, vale a dire nella realtà vera, quella verità che non è di questo Blog, e sono stato riassorbito nell’anima del Blogger, divenendo io stesso “il” Blogger, non “un” blogger qualsiasi, ma il Blogger unico e vero – il vecchio rimbecillito? Sì, quello, proprio lui vecchio, ma ancora con il bastone del comando, non senza bastone (scettro), im-baculus, imbecille, l’hai ripetuto mille volte, e lo ripeto ancora, finché la morte non sarà la mia signora, tanto per fare la rima alla Gigi Proietti – Mi so' magnato er fegato e me lo magno ancora / 'gni vorta che ripenso che tu sei la mia signora – Che stavo dicendo? – Che avevi incontrato il Blogger vero ed eri diventato tu il Blogger in persona. In tale guisa, come dire così camuffato, l`homme déguisé, the disguised man. ho riassunto Guglielmi, vittima dell’invidia di Carlino, che gli voleva fare le scarpe, ed aveva brigato con quell’altro simulatore dell’avatar, per non usare altri appellativi più volgari, però più appropriati. Ma l’amministratore non vale più del direttore? No. Soltanto se ero io l’amministratore, assumendo ad interim l’incarico di direttore, l’amministratore avrebbe assunto un certa rilevanza nel ruolo, ma Carlino è stato proprio un cre… credulone, non mi andava di fare la rima, solo suggerirla. E dopo avere risolto questa bega, sono sceso nel blog, perdendo ovviamente il mio status di blogger, e sono tra voi, amici. Anzi no, ve ne siete andati con Barbara, e lo capisco. E lo capisci? Sì, perché? No, così. Torniamo alle cose serie, si fa per dire. Quali cose? L’autoreferenzialità. Ah! Quella espressa, o meglio enunciata nella memoria randagia, ma anche altrove, mimi e soliloqui, che con falsa autoironia definisco sproloqui. Eppure, io credo nei miei mimi, io credo nei miei soliloqui. Io, no. Chi è che ha detto no? L’altro, quello con cui, tu, come “io”, interloquisci, il “tu”.

Silvio Minieri ha detto...


AUTOREFERENZIALITÀ
Mi faccio aiutare dalla IA, poi parlo io. “L'autoreferenzialità è la proprietà di un enunciato, sistema o individuo di riferirsi a sé stesso. È un concetto chiave in logica e matematica (paradossi), ma anche in comunicazione e psicologia, dove indica la tendenza a interpretare la realtà solo attraverso le proprie esperienze, spesso ostacolando il confronto.” Archivio la IA e passo a citare Paul Ricoeur.
Nel secondo dei dieci studi, di cui si compone l’opera: “Sé come un altro” (1990) [1], l’autore tratta il tema: “L’enunciazione e il soggetto parlante. Approccio pragmatico.” Nello studio precedente, l’aveva trattato, sotto l’aspetto semantico.
“Nello studio precedente abbiamo seguito, finché possibile, la prima delle due grandi vie di accesso alla problematica del sé, che emergono dalla filosofia del linguaggio, e cioè quella del riferimento identificante. Tentiamo, ora, un nuovo varco in direzione del sé, seguendo la seconda strada quella dell’enunciazione, di cui la teoria degli atti linguistici (speech-acts), che preferisco chiamare atti di discorso, costituisce oggi la pietra angolare. In questo modo, passiamo da una semantica, nel senso referenziale del termine, ad una pragmatica, cioè ad una teoria del linguaggio, quale quella che viene utilizzata in contesti determinati di interlocuzione. […] Questo muovo tipo di indagine è tanto più promettente, in quanto mette al centro della problematica non più l’enunciato, ma l’enunciazione, l’atto stesso di dire, che designa riflessivamente il suo parlante. La pragmatica mette direttamente in scena, a titolo di implicazione necessaria dell’atto di enunciazione , l’ “io” e il “tu” della situazione di interlocuzione. […] Al termine di questa indagine sui legami fra l’atto di enunciazione e il suo parlante, sarà nostro problema confrontare i contributi rispettivi apportati dalle nostre due serie di indagini, quella referenziale e quella riflessiva. […] Per l’indagine referenziale, la persona è innanzitutto la terza persona, quella dunque di cui si parla. Per l’indagine riflessiva, la persona è innanzitutto un io che parla a un tu, La questione, in definitiva, sarà quella di sapere come l’ “io-tu” dell’interlocuzione possa esteriorizzarsi in un “lui”, senza perdere la capacità di designare sé stessi, e come lo “egli/ella” del riferimento identificante possa interiorizzarsi in un soggetto che si dice da sé stesso.” Doppo questo paragrafo introduttivo, che noi abbiamo ridotto all’essenziale, Ricoeur passa ad occuparsi della “Enunciazione e atti di discorso (speech acts)” e qui cita Récanati: “ Con il titolo evocatore di “La Transparence et l’Énonciation” (1979), François Récanati introduce alla pragmatica, facendo apparire la riflessività come un fattore di opacità, che interferisce con la presunta apparenza di un senso, che senza quel fattore, si lascerebbe attraversare dalla prospettiva referenziale.”
Lasciamo l’analisi successiva dello studio di Ricoeur, avendo guadagnato quello che possiamo definire lo schema del triangolo isoscele pronominale (terminologia nostra), spiegando che il vertice diseguale è il “lui”, rispetto agli altri due uguali, “io”-“tu”.
Quindi, passiamo a trattare il frammento: “La memoria randagia”, come se fosse una enunciazione, anche se propriamente non è tale, discutendo prima il tema linguistico, filosofia del linguaggio, poi quello psicologico, psicologia del profondo (Jung).

Silvio Minieri ha detto...

[1] Sé come un altro (Soi-même comme un autre) è l'opera fondamentale del filosofo francese Paul Ricoeur, pubblicata nel 1990. Il libro esplora il concetto di identità personale attraverso la distinzione tra due modi di intendere il "sé". Egli analizza il soggetto non come un'entità statica, ma nella dialettica tra il medesimo e l'altro.
Identità-Idem (Medesimezza): Rappresenta ciò che rimane immutabile nel tempo, come il carattere o il patrimonio genetico. Risponde alla domanda "Cosa sono io?".
Identità-Ipse (Ipseità): Riguarda il sé che si mantiene fedele a sé stesso nonostante i cambiamenti, tipico della promessa mantenuta o dell'impegno etico. Risponde alla domanda "Chi sono io?". L'Identità Narrativa è la sintesi tra idem e ipse. L'uomo costruisce la propria identità raccontando la propria vita, come se fosse il personaggio di una storia che evolve nel tempo. L'Alterità: Il titolo suggerisce che non si può comprendere sé stessi senza passare attraverso l'altro. L'altro è parte integrante della definizione del sé, sia come persona esterna, sia come coscienza interiore.
L'opera mira a rifondare l'etica della reciprocità. La "mira etica" è definita l'aspirazione a una "vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste".

Silvio Minieri ha detto...

ATTI DEL DISCORSO
Randagio nella memoria, mi sono svegliato questa mattina, e mi sono ricordato che oggi è il mio compleanno. Auguri, Carlo, mi disse prima di morire. Ma questo primo ricordo randagio è come un gatto che attraversa circospetto e con passo felino le strade vuote dell’alba. E con il gatto è tornata lei, che …”
Per l’analisi linguistica, ci basta la sola enunciazione delle prime due frasi: 1) “mi sono svegliato … mi sono ricordato”; 2) “mi disse”. Notiamo che le prime sono enunciazioni performative, la seconda constatativa, subito dicendo che questa dicotomia è stata superata da chi stesso l’ha formulata. Richiamiamo il testo di Ricoeur, che avevamo citato in riferimento a enunciazione e atti del discorso (speech-act).
“È giunto ora il momento di mostrare in che modo la teoria degli atti di discorso contribuisce al riconoscimento del fattore di opacità dei segni del discorso (“Nel senso di un enunciato si riflette il fatto della sua enunciazione”, Récanati) e di precisare la sorta di soggetto che viene così promosso. Sarà pronto allora il terreno per un confronto dei risultati attinti sull’una e l’altra linea della filosofia del linguaggio che concerne il sé. La teoria degli atti di discorso è ben nota, da Austin a Searle. Il punto di partenza è stata [2] la distinzione stabilita nella prima parte di “Quando dire è fare” (J. L. Austin, “How to do Things with Words”, Harvard University Press, 1962) , tra due classi di enunciati, quella dei performativi e quella dei constatativi. I primi sono notevoli, perché il solo fatto di enunciarli equivale a compiere ciò stesso che viene enunciato.” Ora, occorre una precisazione: noi non vogliamo allontanarci dal discorso di Ricoeur, che qui prende quella piega etica, verso cui è finalizzata tutta la trattazione del sé. Quando però dovremo farlo per adattare il discorso al nostro enunciato, il discorso prenderà allora un’altra piega, non tanto dal punto di vista della filosofia del linguaggio, quanto da quello psicologico, il fine principale di questo breve studio.
E ora continuiamo con il testo di Ricoeur: “L’esempio della promessa, che giocherà un ruolo decisivo nella determinazione etica del sé, è in proposito degno di nota. Dire “io prometto”, significa promettere effettivamente, cioè impegnarsi a fare più tardi e – diciamolo subito – a fare per altri ciò che ora dico che farò.” Ecco qui, l’autore ha in sostanza espresso il fine etico della sua opera. E così prosegue, rimarcando il titolo dell’opera: “Quand dire, c’est faire”, dice il traduttore francese del libro di Austin. [3] Ed ecco come l’ “io” è indicato di primo acchito. I performativi hanno la virtù di “fare dicendo”, soltanto se espressi nella prima persona singolare del presente indicativo. L’espressione “io prometto” (o più esattamente “io ti prometto”) ha questo senso specifico della promessa, che non ha l’espressione “egli promette”, che mantiene il senso di un constatativo, o se si preferisce di un descrittivo. Ma la distinzione tra performativo e constatativo doveva essere superata da Austin stesso, aprendo così la via agli atti di discorso di Searle.
(Continua)

Silvio Minieri ha detto...

[2] Quando il verbo essere agisce da copula ed è seguito da un nome del predicato, il participio "stato" può talvolta accordarsi con quest'ultimo, specialmente se il soggetto è neutro o impersonale, sebbene l'accordo col soggetto sia preferibile. Esempio: "Il suo arrivo è stata una sorpresa" (Accademia della Crusca)

[3] La traduzione letterale del titolo inglese di Austin, ”How to do Things with Words”, è “Come fare cose con parole”. Sappiamo che il titolo di un’opera la contraddistingue. Per es., in lingua italiana, “Crimine e punizione” di Dostoewskij richiama vagamente il più conosciuto “Delitto e castigo”.

Silvio Minieri ha detto...

DELITTO E CASTIGO
“Prestupleniye i Nakazaniye”, il romanzo di Dostoevskij, è stato tradotto per la prima volta in italiano, nel 1889, con “Delitto e Castigo”, un titolo ricavato dalla versione del francese “Crime et châtiment” del 1884. In lingua russa, però, Nakazaniye significa punizione, la pena comminata per aver commesso un reato. Infatti, il testo di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” è stato tradotto in russo (1803) con i due termini, che poi riecheggiano nel titolo di Dostoevskij (1864). Pertanto la traduzione esatta dal russo avrebbe dovuto essere: “Il delitto e la pena” (“Crimine e punizione”, come l’inglese “Crime and punishment”).
Invero, il francese “châtiment” non ha la stessa connotazione giuridica di “peine” (“Traité des délits et des peines” è il titolo francese del trattato di Beccaria), ma il significato più ampio di castigo, che riflette un’afflizione di carattere morale. Per concludere, sembra opportuno registrare l’affermazione dello stesso Dostoevskij, rilasciata alla rivista “Russkij vestnik”, al momento della pubblicazione: “Nel mio romanzo vi è inoltre un'allusione all'idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede.”

IL SIGNIFICATO DELLA TRADUZIONE
Se leggiamo la prima osservazione sulla parola russa Nakazaniye, dobbiamo subito evidenziare che al termine russo è stato attribuito il suo proprio significato giuridico, ovvero pena come sanzione per la commissione di un reato. In che differisce la pena dal castigo, nella lingua italiana, e più in generale nel suo significato più specifico?
Il dizionario etimologico ci dice che pena viene dal latino poena, greco poine, termini ascrivibili, secondo il linguista tedesco August Pott, alla radice pû – purgare, sanscrito pûnya, puro, netto, da cui punire, rendere puro. Insistiamo sull’etimo pû- pûnya, onde il greco à-poina, prezzo del riscatto, per cui “pena” sarebbe il mezzo per purificare e corrisponderebbe al termine “castigo”. L’etimo latino di questo termine “castigare” rimanda a castus, puro, integro (come purgare da purgus) e quindi sta a significare purificare, rendere puro, reintegrare la perfezione non contaminata. Nel suo senso comune, castigare significa però rimproverare, punire, infliggere una punizione, per indurre l’autore del fallo a correggersi, con una connotazione quindi eminentemente morale nella finalità della punizione. “Castigat ridendo mores” è il motto coniato dal latinista francese Jean-Baptiste Santeuil, detto Santolius (Parigi 1630 – Digione1697). La massima contiene un chiaro riferimento morale al castigare, come attività per correggere le cattive abitudini e costumi, tramite la commedia e la satira.
Consideriamo, ora, i due termini crimine e delitto. Crimine deriva dal latino crimen, il greco kri -no (κρίνω), latino cer-no, separare, dividere, da cui si ricava anche decidere, giudicare, e kri-ma (κρῖμα) giudizio, anche crimine per cui viene comminata una pena, il peccato mortale dei teologi. Delitto viene dal latino de-linquere, de rafforzativo e linquere abbandonare, lasciare, in senso lato lasciare la via giusta.
Se quindi crimine e delitto possono essere ricondotti allo stesso significato, anche castigo e pena possono considerarsi sinonimi, come dire hanno lo stesso discorso definitorio del termine: punizione. Ai due termini però si applica la distinzione, che interviene nel connotare la finalità della punizione, a seconda che sia giuridica o morale, intendendosi per pena la sanzione prevista da una norma di diritto, la legge imposta dallo Stato. Diversamente s’intende una punizione regolata dalla morale, la riprovazione della comunità, che incide in particolare sulla coscienza del singolo, come spiega bene Dostoevskij, una trasgressione a leggi di natura, in cui è lo stesso trasgressore a reclamare una punizione come riparazione.