domenica 19 aprile 2026

Miscellanea

 

           Randagio nella memoria



4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

RANDAGIO NELLA MEMORIA

Ritorneremo su questo tema filosofico della teoria degli atti linguistici (speech-act) in una sede più opportuna, qui riprendiamo e chiudiamo l’analisi del mio frammento sul randagismo della memoria in maniera più soft, come dire in maniera meno scientifica, intesa questa maniera come atta (participio passato di attare) alla scienza dello studio della filosofia e di dottrine filosofiche. Perché ho preferito la forma arcaica atta, invece per es. di rapportata? Per un discorso estetico di videoscrittura, tema che si lega alla teoria di François Récanati sulla opacità dei segni del discorso, come vedremo.

Randagio nella memoria, mi sono svegliato questa mattina, e mi sono ricordato che oggi è il mio compleanno. Auguri, Carlo, mi disse prima di morire. Ma questo primo ricordo randagio è come un gatto che attraversa circospetto e con passo felino le strade vuote dell’alba. E con il gatto è tornata lei, che …

“Randagio nella memoria”. Che cosa significa? Come un gatto randagio – ricordiamo che esistono anche i gatti domestici – la memoria vaga randagia. Non sa dove andare la mia memoria al risveglio, e allora i miei ricordi si fermano su un ricordo fasullo. E come è possibile che un ricordo sia fasullo, falso, contraffatto, e venga riconosciuto come tale? In verità, a leggere bene il frammento, i falsi ricordi sono due. E qui devo rilevare che nella prima stesura, il frammento presentava una chiosa.
“Ho ripreso questo frammento di scrittura interrotta qualche giorno fa, ed ora dovrei continuare a scrivere sull’argomento. Allora, tanto per cominciare non mi chiamo Carlo, e soprattutto oggi non è il mio compleanno. Potrebbe esserlo nella realtà di finzione, ma io scivolo continuamente tra me (chi è me?) e il mio personaggio. E questo scivolare l’ho imparato da Jung che analizza Nietzsche Zarathustra. Per quanto riguarda “chi è me?”, dovrei evocare Récanati, trascinandomi dietro tutto un lungo discorso sul libro di Paul Ricoeur “Sé come un altro” e la filosofia analitica, quindi è meglio lasciar perdere, tranne il nome enunciato. Quale nome? L’autore citato da Ricoeur nel suo libro. …”

Evidenziamo l’affermazione: “Non mi chiamo Carlo, e soprattutto oggi non è il mio compleanno.” Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio, si discute se l’enunciato, ossia un’espressione dotata di senso compiuto, sia vero o falso. Lasciamo per via questo problema, segnalando soltanto che qui il testo è autoreferenziale, infatti l’enunciato si riferisce all’enunciante, che ha fatto l’enunciazione. Quindi, è sempre l’enunciante a stabilire se le sue enunciazioni siano vere o false, ricadendo ogni volta nel suo solipsistico volubile cerchio: enunciante-enunciazione- enunciato

Ricorrendo alla IA, quindi senza sforzarci, ricordiamo che nella filosofia del linguaggio e nella linguistica, la distinzione tra enunciazione ed enunciato è fondamentale per separare l'atto di produzione linguistica dal suo risultato concreto.
Enunciato: È il prodotto concreto dell'atto linguistico, ovvero ciò che viene detto o scritto (la frase, il testo). È l'unità di analisi della pragmatica, un segmento di discorso delimitato dal silenzio o dal cambio di interlocutore.
Enunciazione: È l'atto, il processo dinamico attraverso il quale l'enunciatore produce l'enunciato. È l'istanza che media tra la lingua (sistema astratto) e la parola (uso concreto), mettendo in gioco un soggetto, un tempo e un luogo ("io, qui, ora").

Silvio Minieri ha detto...

Perché ho fatto una falsa enunciazione? Nella chiosa si spiega il richiamo a Jung e il successivo scivolamento nella filosofia del linguaggio, simbolicamente rappresentata dal nome Récanati, ovvero il nome del filosofo francese François Recanati.
E questo è stato un modo per non affrontare nell’immediato l’enunciazione del falso, che peraltro nasconde il vero – la profondità ama la maschera (Nietzsche).
Scendiamo nel profondo della mia psiche – psicologia del profondo di Jung, come dire l’inconscio. Vedo morte e risalgo in superficie, anzi non ho visto niente, nego di avere visto quello che ho visto. In verità la morte è in superficie, ci circonda e ci raggiunge da ogni dove, ci sommerge, e torniamo continuamente a galleggiare e respirare in superficie, ma queste sono parole astratte, quelle concrete, quelle vere sono: “Auguri, mi disse Carlo, prima di morire.” Ecco chi è Carlo: colui che muore e prima di morire invia gli auguri di buon compleanno all’amico. Era necessario rimettere la frase nella sintassi corretta del suo significato, come richiede un approccio “semantico”, – e qui c’entra ancora una volta – e credetemi, non è un’ossessione, Récanati, con l’approccio “pragmatico” – Avevamo saputo, lo avevo accennato soltanto, della distinzione dei due studi dell’opera di Ricoeur: 1) la “persona” e la referenza identificante. Approccio semantico.2) L’enunciazione e il soggetto parlante. Approccio pragmatico.
Quando, in pratica (aspetto pragmatico), l’enunciante entra nell’enunciazione, ne opacizza la trasparenza. (Récanati). Bon!

Randagio nella memoria, mi sono svegliato questa mattina, e mi sono ricordato che oggi è il mio compleanno. Auguri, Carlo, mi disse prima di morire.

“Auguri, mi disse Carlo, prima di morire”. Adesso abbiamo capito perché io non sono Carlo, e perché quell’augurio di Carlo non riguardava il mio compleanno, e quindi perché io avevo costituito due falsi ricordi nelle mie due enunciazioni. E allora che c’entra il compleanno? Se scendiamo – ricordiamoci che Zarathustra (non Nietzsche) scende nell’inferno (“Il cane di fuoco”), come vedremo. – La fallacia, ovvero un falso ragionamento, qui si rende necessaria, perché questa mia ultima affermazione deve tenere insieme la mia conoscenza, e quindi il ricordo del “cane di fuoco”, e l’attesa di conoscere – il “come vedremo” – per il mio interlocutore, anche se l’interlocutore è inesistente (e mi scuso con un eventuale lettore-interlocutore di averlo considerato inesistente, infatti “so” che esiste. E se non esistesse? Esiste, esiste. Sì, ma se non esistesse? Esiste, esiste. Si, ma se non… ma vai all’inferno tu, Zarathstra, Nietzsche, e il cane di fuoco (Cerbero, che ci sta già) … e Carlo? No, Carlo, no. Infatti, Carlo non è né te, né Zarathustra, né Nietzsche, né Cerbero. E l’anacoluto? Hai visto che cosa hai combinato? Che cosa ho combinato? L’anacoluto. Io? Stai ancora qua? Voglio sapere del cane di fuoco. Sei tu. Io? Non lo sapevo. Adesso lo sai. E tanto piacere! Toh!
Se scendiamo nel nostro inconscio, che non possiamo conoscere, altrimenti che razza d’inconscio sarebbe, scopriremmo che in “Auguri, mi disse Carlo, prima di morire”, la morte saluta (invidia? no, è una sua amica e compagna da sempre) la vita.
Due cose. Quali? La prima, come fai a conoscere quello che non si può conoscere, l’inconscio? Me l’ha detto il cane di fuoco. Non è vero. Lo vedremo. Seconda cosa. Se la vita e la morte sono amiche da sempre, come dire ognuna è la migliore amica dell’altra, come tutte le migliori amiche, non sono invidiose l’una dell’altra, pronte a rubarsi a vicenda amici, fidanzati, mariti? No, perché la vita e la morte sono amiche per la vita e per la morte. Come? Così, come ho detto, e non parlare più. Ipse dixit.

Silvio Minieri ha detto...

Quindi, dopo essermi costituito due falsi ricordi, che si fondono in uno, il compleanno e gli auguri di Carlo – simbolo della nascita che esclude, o meglio allontana da sé la morte, e in questo senso, seguo la Arendt, che rovescia il senso dell’esistenza di Heidegger, suo primo maestro, amico, amante: un essere-per-la-morte, in tal senso, il senso filosofico greco, il mortale. Gli uomini, anche se devono morire, obietta però la Arendt, non sono nati per morire, ma per cominciare a vivere. (Vita Activa)
Quindi? Vado ramingo. Dove? nelle vuote albe. “Ma questo primo ricordo randagio è come un gatto che attraversa circospetto e con passo felino le strade vuote dell’alba.”
“E con il gatto è tornata lei, che …” Il gatto ricorda all’io narrante chi? Lei chi? Boh! Come? L’ho dimenticata. Ma se ti sei appena ricordato! Fai uno sforzo di memoria. Devo consultare Aristotele, il ricordo è un’immagine di lei che si è dileguata, e se faccio uno sforzo di memoria, mi ricordo di un lontano ricordo registrato da qualche parte.
Il “ricordo” è l’immagine recente, dileguatasi subito; la “reminiscenza” (sforzo di memoria) è un’altra immagine femminile, quella rammemorata nel testo seguemte.

“Quale non fu la mia delusione quando, sceso dal comodo autobus navetta Alverone Fovea della "Italaviolinee", scorsi tra alcuni pullman in sosta sulla piazza della stazione la corriera con il cartello della località di destinazione: Ponte del Gargano. Era un automezzo tutto sporco e sgangherato. E va bene che era malridotto, ma almeno non potevano lavarlo? E allora un ghigno, antico ghigno di povertà geografica, insorse. E l'acqua, l'acqua per la pianura arida? Dov'è l'acqua? Eh, Lafleur? Ohibò!
Alzai gli occhi verso le palazzine che sorgevano di fronte alla stazione. Erano dei vecchi casamenti delle Ferrovie Nazionali stile anni Trenta, come ve ne sono in molte città d'Italia, nei pressi delle stazioni ferroviarie. E fui investito da un senso di nostalgia, perché da un mio altrove mi raggiunse un soffio di passato, carico di tempo sparito. E poiché eravamo in ambito ferroviario, ebbene l'immagine si costituì nello scompartimento di un treno, dove viaggiavo da solo, guardando la pianura di campi di grano, uliveti e mandorleti, che filava via rapida attraverso i vetri del finestrino. E poi entrò lei ed aveva i capelli castano chiari e gli occhi verdi. Si può dire che rassomigliasse, in un certo senso, a Gabriella Finari. In che senso, Lafleur? Nel senso che i tratti della persona erano gli stessi: la stessa sagoma femminile piacente e piena, la stessa altezza, la stessa lunghezza di capelli, anche se questi erano più decisamente biondi, lo stesso bianco ovale del viso, lo stesso colore degli occhi, questo forse un verde più chiaro, la stessa età, lo stesso - come dire? - sguardo d'approccio, più malinconico questo, e perché? Probabilmente le occhiaie, che rivelavano, magari ingannevolmente, una più sofferta fatica nel vivere il proprio ruolo di giovane donna.
E lei entrò e mi guardò e quello sguardo io ancora gelosamente custodisco nel mio cuore, perché io sapevo che lei era venuta a cercarmi, lei che io conoscevo appena, lei che mi conosceva appena [Prévert? Ricordati Barbara / Tu che io non conoscevo / Tu che non mi conoscevi.] Ma io, allora, non mi risolsi ad avere una conoscenza più approfondita di questa ragazza che era entrata nello scompartimento per fare amicizia con me ed invero io avevo scelto uno scompartimento dove stare solo in modo che lei venisse a trovarmi ed allora non c'erano dubbi che eravamo l'uno per l'altra e noi due soli e l'inizio di una storia, che essendo una storia tra un uomo e donna, ovvero un inesperto giovane ed una giovane donna verosimilmente non più esperta di lui, è sempre una storia d'amore. E quale altra storia potrebbe altrimenti mai esserci tra un uomo ed una donna? Comunque, quel giorno nello scompartimento del treno, non iniziò nessuna storia d'amore.” (“I barbieri invisibili”)

Silvio Minieri ha detto...

Ed ora, Aristotele. Perché? Lo sforzo di memoria. Ma ti sei ricordato! Sì, però devo spiegare perché mi sono ricordato. Ma non è necessario. Per te, per me no, perché sono a digiuno, e se non perdo (in verità guadagno tantissimo) tempo con Aristotele, non mi viene sonno. Guarda la televisione. Stanno cantando canzoni napoletane, stasera è sabato, trasmettono: “Canzonissima”. Va bene. Come smettono, Aristotele.

“Il trattato “De memoria et reminiscentia” (Della memoria e della reminiscenza), parte dei “Parva Naturalia”, è l'opera fondamentale, in cui Aristotele analizza la natura del ricordo. Definisce la memoria come una funzione psicofisica (legata all'anima e al corpo) che conserva le sensazioni, distinguendo la memoria passiva da quella attiva (reminiscenza), e si contrappone alla teoria platonica dell'innatismo, legando la memoria all'esperienza sensibile.” IA

“Riguardo alla memoria e al ricordare bisogna dire che cos’è, per quale motivo si produce e quale parte dell’anima interessa tale affezione e il rammemorare: in effetti non sono gli stessi che hanno memoria e reminiscenza, ma in genere hanno più memoria quelli che sono lenti, più reminiscenza quelli che sono svegli e intelligenti. Perciò bisogna in primo luogo vedere quali sono gli oggetti di cui si ha memoria perché in proposito spesso ci si inganna. Non si può avere memoria del futuro, che è piuttosto oggetto di opinione e di aspettazione (e ci sarebbe allora anche una scienza dell’aspettazione come, a detta di taluni, è la mantica), né del presente si ha memoria, bensì sensazione: e infatti con questa non conosciamo né il futuro né il passato ma il presente soltanto. La memoria è di quanto è avvenuto: del presente, quando è presente, ad es. quando uno vede che questo è bianco, nessuno direbbe che si ricorda e neppure di un oggetto che contempla con lo spirito, mentre lo contempla e ci pensa intorno: dice solo che il primo lo percepisce con la sensazione, l’altro lo conosce.”
Aristotele, “De memoria et reminiscentia”, 1, 1-20.