mercoledì 1 aprile 2026

Narrativa

                            

                 Nel buio dei nascondigli



12 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Pubblico la prima e l’inizio della seconda parte dell’ultimo mio lavoro letterario: “Nel buio dei nascondigli”. Se nella prima parte prevale una certa razionalità, il contrario accade nella seconda parte, dove prevale l’irrazionale, in perfetta asimmetria rispetto all’opposizione dei titoli. Il primo, infatti, si riferisce ai bui nascondigli dell’anima, gli angoli nascosti della coscienza, ovvero l’interiorità dei singoli; il secondo riguarda, invece, l’aspetto esteriore, il mondo osservabile, sebbene in un’atmosfera di sogno. Riconosco il difetto delle citazioni pedisseque della prima parte, ma per ora (e forse per sempre), rimangono tali. Cercherò di evitarle nella seconda, di cui ho una vaga idea, che però precorre e percorre tutta l’intera trama, almeno rebus sic stantibus.
Aggiungo la nostra tristezza per l’esclusione dal mondiale di ieri sera, e la lettura del racconto ci serva da consolazione. Orsù, amici! E quando dico “Orsù, amici!” mi riferisco alla solitudine nietzschiana, quella accoccolatasi vicino a noi, nel silenzio della luce velata di nero della mezzanotte, per il lutto (addirittura!) della sconfitta.


Silvio Minieri ha detto...

NEL BUIO DEI NASCONDIGLI

1. Un indecoroso cachinno
Fu la forte sghignazzata del mio vicino di tavolo, quello grasso con gli occhiali, in verità un indecoroso cachinno, uno scroscio di risa sguaiate, soprattutto per beffa, come dicono i vocabolari, fu quello a destare la mia attenzione, e non solo la mia, ma quella di un po' tutti i commensali vicini presenti in sala. Dopo un po', tutti gli occhi smisero di guardare, anche i miei, ma non smisero le mie orecchie di sentire. Stavano parlando della “DigitalGiaco”, una società d’informatica, leader nel settore, che distribuiva servizi digitali a diversi Ministeri e aziende pubbliche. “Uno sgabuzzino”, commentò quello grasso con gli occhiali, e non poté fare a meno di ridere ancora, questa volta in maniera meno sguaiata. Io non credo che avesse inteso il monito di Dante: «Lo tuo riso sia sanza cachinno» (“Convivio”, III, VIII, 12), cioè sanza schiamazzare come gallina, non credo neppure lo conoscesse. Forse aveva capito di avere esagerato, e ora si tratteneva, anche perché un cameriere dallo sguardo severo era comparso vicino a noi, e con fare indifferente – i clienti hanno sempre ragione, io direi quasi, a considerare quei due – si era messo a ripulire dei tavoli, lasciati vuoti dagli occupanti. Eravamo nella sala ristorante del Centro Commerciale Ardeatino, nel quadrante Roma Sud, e io che abitavo lì vicino, mi recavo di frequente per consultare le novità della locale libreria, e qualche volta mi fermavo a pranzo nella sala ristorante.
Per quello che riuscii a capire, parlavano di un episodio abbastanza boccaccesco, che si era verificato nei locali della DigitalGiaco, destando un certo scalpore mediatico tra i social. Io devo dire che conoscevo la società, la cui sede è vicino a casa mia, e di cui mi aveva parlato un mio amico. Parecchi anni prima, mi aveva detto, suo padre aveva lavorato come analista programmatore in una società d’informatica, poi sciolta, la DigtalProge, che offriva gli stessi servizi dell’attuale, di cui era stato titolare Giuseppe Giacometti. A dirla in breve, il figlio di Giacometti, Giovanni, aveva ricostituito la società, con sede negli stessi locali di quella del padre, per continuarne l’opera, richiamando parzialmente nella ditta il nome di famiglia: Giaco.

Silvio Minieri ha detto...

Quello che aveva suscitato il riso incontrollato dell’avventore grasso con gli occhiali, seduto al tavolino accanto al mio, era stato il racconto dell’episodio boccaccesco, fatto dal suo compagno. La donna delle pulizie aveva sorpreso inavvertitamente, ma forse non tanto, due dipendenti nascosti nello sgabuzzino degli attrezzi di lavoro, che si scambiavano effusioni amorose, tra secchi, scope e stracci. I due sprovveduti, colti in flagrante, erano stati licenziati in tronco, per aver violato il codice etico, che vietava di avere rapporti intimi nei locali dell’azienda. E sarà stato qualche particolare in special modo piccante a scatenare lo sguaiato cachinno dell’uomo grasso con gli occhiali, nell’evocazione della scena dei due fedifraghi, che sorpresi nel buio del loro nascondiglio di colpo si erano ritrovati nudi alla luce del giorno, come nella scena biblica di Adamo ed Eva, una volta mangiato il frutto proibito. Ed in verità, quello che divertiva i due ridanciani ed allegri commensali era più il lato decisamente boccaccesco dei due adulteri in déshabillé che l’adulterio stesso. E qui ovviamente s’impone una riflessione di carattere direi più che altro filosofico, per restringere nei limiti della logica del pensiero, il concetto di eticità, che viene a rilevare nell’azione dei due. Che dire? Quali che siano le evoluzioni dei costumi (mores), e il concetto di moralità si adegua certo ai tempi, una tale situazione rispecchia sin dall’antichità la condizione naturale dell’uomo. In proposito, si può ricordare il mito dell’androgino, narrato da Platone nel suo dialogo sull’amore: “Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c'erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l'ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. Quanto al nome, ha tra noi un significato poco onorevole. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell'unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. […] Per questo finivano con l'essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso… tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi.” (“Convito”, 189d–190d) Per questo motivo, Zeus decise di tagliarli in due, e da quel momento ciascuna delle due parti desidera ricongiungersi all'altra, per rimarginare l’antica ferita.

Silvio Minieri ha detto...

2. ἀρχαῖος τμῆμα
Non ricordavo il testo a memoria di quel passo del “Convito”, e come avrei potuto? Forse soltanto se fossi stato un attore che deve mettere in scena un dramma ricavato da quel testo – mi è capitato di assistere alla ricostruzione in scena del processo a Socrate, dove l’attore principale recitava a memoria la “Apologia” – avrei potuto impararlo a memoria, ma non ho studiato recitazione, e nell’occorso riassumevo il tema del discorso fra me e me. In seguito avrei controllato il testo scritto, compreso l’originale greco: “Dunque, da così tanto tempo è connaturato negli uomini il reciproco amore degli uni per gli altri che ci riporta all’antica natura e cerca di fare dei due uno, per risanare l’antica ferita [τὴν φύσιν τὴν ἀνθρωπίνην, l’umana natura]. Ciascuno di noi, pertanto, è come il contrassegno (σύμβολον) di uomo, diviso com’è da uno in due, come le sogliole. E così ciascuno cerca sempre l’altro contrassegno che gli è proprio. E tutti quegli uomini che sono nati dalla divisione di quel sesso comune, che allora si chiamava appunto androgino, sono amanti di donne, e da questo sesso deriva la maggior parte degli adulteri. E così da questo genere di sesso derivano anche le donne amanti degli uomini e le adultere.” (“Convito”, 191d)
Riferendosi agli uomini amanti di donne e alle donne amanti di uomini, Platone usa lo stesso termine: μοιχός adultero, come a indicare la forza naturale del desiderio, l’istinto che li spinge entrambi l’uno nelle braccia dell’altro, nella maggior parte, con frequenza adulterina. E andando oltre, parla delle donne che amano le donne, e degli uomini che amano gli uomini, a causa del taglio originario non di un androgino, ma di un essere doppio dello stesso sesso. Assegna quindi agli uomini che sin da giovinetti amano gli uomini la maggior capacità di azione politica, come dire che essendo meno impegnati negli affari amorosi, si occupano meglio degli affari comuni. Infatti, anche oggi un proverbio, declinato nel dialetto insulare della Magna Grecia, ci ricorda che comandare è meglio che amare. Non è quindi propria degli uomini e delle donne che si amano e si cercano quella temperanza (sophrosyne) necessaria a moderare i propri istinti, che li porta a diventare quasi inevitabilmente adulteri. E invero, se irresistibile si rivela l’attrazione fisica, un istinto irrefrenabile, tanto meno contenibile potrà risultare la forza contraria di repressione, altrimenti sfociabile in nevrosi e disturbi psichici, quel disagio della civiltà di cui ci parla Freud.

Silvio Minieri ha detto...

Stavo riflettendo che la direzione dell’azienda aveva scoperto l’androgino in atto nel chiuso di quello sgabuzzino della propria sede di lavoro e ne doveva aver temuto la scalata al cielo del suo potere, un timore eticamente codificato. Ecco perché i due indivisibilmente uniti erano stati indivisibilmente licenziati, cercavo di ragionare, eludendo l’aspetto indubbiamente ludico della vicenda, sulla scia di Platone che ci racconta seriamente di quell’essere primordiale, che nel muoversi unito, prima del taglio, camminava saltellando e rotolando come una palla: “La forma di ciascun uomo era rotonda: aveva la schiena e i fianchi di aspetto circolare, aveva pure quattro mani, quattro gambe e due volti su un collo rotondo, del tutto uguali. Sui due volti, che poggiavano su una testa sola dai lati opposti, vi erano quattro orecchie, due organi genitali e tutto il resto come può immaginarsi da tutto questo. Si camminava in posizione eretta, come ora e ove si voleva; e quando si disponevano a correre velocemente, come i saltimbanchi, a gambe levate, fanno capitomboli di forma circolare, così essi si muovevano velocemente in cerchio.” (“Convito”, 190a)
Ma non era, forse, la mia, una sottile ironia, quella che si muoveva sotto la coltre dei miei pensieri seriosi, al pari di quelli di Platone, come sembrano testimoniarci i suoi scritti? Quel rotolarsi a palla dell’androgino indubbiamente non può negarsi muova al riso, seppure si voglia considerare in maniera seria la fattura mitica dell’immagine. E chissà che, se non fosse stato per l’apparire nel fondo della sala di Maria Margherita, non sarebbe potuto sfuggire anche a me un cachinno, non come quello dell’uomo grasso con gli occhiali, in verità liberatorio, ma asfittico, a stento represso e soffocato, quasi nevrotico. Non dovevo anch’io, tagliato in due come una sogliola – come racconta Aristofane nel “Convito”, richiamando l’immagine allusiva , e in tal senso con l’avallo platonico, riportata nella sua commedia “Lisistrata”, – non dovevo anch’io aspirare a ricongiungermi con l’altra metà, portatrice del contrassegno (σύμβολον), da cui ero stato disgiunto in epoca preistorica, nell’occasione Maria Margherita? Eccola, ora, di fronte a me, che mi guarda con aria interrogativa, forse cercando di indovinare i miei pensieri, o forse soltanto un voler richiamare l’attenzione non sulla sua presenza, ma sull’immediatezza della sua presenza, con quel suo restare in piedi. “Siediti” ho detto. Ha spostato la sedia con una gamba, per potersi sedere, dicendo: “Stavo aspettando te che me lo dicessi?” L’interrogativo ironico e aggressivo, un po' aggressivo in verità, risponde al suo carattere, che mi ha risvegliato, quando l’ho conosciuta, la mia indole dormiente, ma ormai addestrata alla resilienza. Aspettavo lei, per ricongiungere la mia parte all’altra contrassegnata, nella completezza dell’androgino originario, e in tal modo rimarginare l’antica ferita (ἀρχαῖος τμῆμα).

Silvio Minieri ha detto...

3. L’immagine ingannevole
Sorridevo, guardandola, compreso in quel nostro “presente” incontro – la presenza è la forza dell’incontro – ogni volta sempre nuovo e che non è mai cambiato, come dice il poeta, e che richiamava quello più intimo e antico. “Sei arrivata per il dolce” ho detto. Non ha risposto, guardandosi intorno di soppiatto, per accertarsi se orecchie estranee potessero ascoltare le sue parole, nel suo linguaggio esplicito e immediato. Infine ha detto: “No, che caspita dici.” Ha detto così o qualcosa di simile e più usuale o goliardico. Nel suo modo rude era un rimprovero: non era venuta per mangiare, ma per incontrare me. “Con il caffè servono una fetta di torta gratis, gli avanzi del banchetto nuziale di ieri sera, un dono della sposa” ho detto. Maria Margherita mi ha guardato sospettosa, come sempre, non comprende il mio umorismo, sospetta chissà quale insidia nei suoi confronti. I due avventori del tavolino accanto si stavano alzando, quello grasso con gli occhiali, quello del rumoroso cachinno, l’espressione ridente, ascoltava il suo amico, ed entrambi non facevano caso a noi, toh! sembravano una coppia. E dal banchetto della sposa sono ritornato al “Convito” di Platone, al taglio dell’androgino di due uomini in uno, e poi allo sgabuzzino, il buio nascondiglio degli amanti sorpresi nella loro intimità, allo sbigottimento per la loro nudità, esposta alla luce del giorno, che aveva provocato lo smodato ridere del vicino. Tali sorprese rispecchiano certi spettacoli, che già nell’antica Roma, per certi eccessi, suscitavano l’indignazione e la riprovazione imperiale, come ci racconta Seneca.

Silvio Minieri ha detto...

“Ti voglio narrare un piccolo aneddoto, perché tu capisca come la dissolutezza non disdegni alcuno strumento per eccitare il piacere dei sensi e come sia ingegnosa per stimolare la propria passione. Ci fu un certo Ostio Quadra, il cui comportamento osceno fu portato fin sulle scene. Il divo Augusto giudicò che quest’uomo ricco, avaro, schiavo dei suoi cento milioni di sesterzi, non fosse degno di essere vendicato, pur essendo stato ucciso dai suoi servi, e poco mancò non proclamasse pubblicamente che era stato ucciso con fondato motivo. Quest’uomo non era dissoluto con uno solo dei due sessi, ma fu avido tanto di maschi quanto di femmine, e si fece costruire degli specchi con queste caratteristiche di cui ho appena parlato, che riflettono immagini molto più grandi del vero, nei quali un dito supera in lunghezza e grandezza un braccio.” (“Questioni Naturali”, Libro Primo, 16,1) Poco prima, illustrando il fenomeno delle meteore, a proposito delle grandezze reali degli aloni e degli arcobaleni, Seneca osservava: “Noi non crediamo che a fondamento di un arcobaleno o di un alone ci sia un qualche elemento di una determinata sostanza, ma riteniamo che sia l’immagine ingannevole di uno specchio, il quale non fa che imitare un corpo situato al di fuori di esso. Non esiste realmente, infatti, l’oggetto che appare in uno specchio, altrimenti non ne uscirebbe e non verrebbe immediatamente scacciato da un’altra immagine e non accadrebbe che ingannevoli immagini ora spariscano ora si riformino.” [Ivi, 15,7] Quindi riferisce degli specchi deformanti, che ingrandiscono a dismisura le immagini reali di corpi umani, cogliendo l’occasione per illustrare le perversioni di Ostio Quadra.
E dopo averle illustrate in maniera particolareggiata, così commenta: “E non contento di vedere il suo peccato in tutta la sua gravità, si circondò di specchi per dividere e distribuire le varie fasi dei suoi atti osceni […] Non ha avuto per niente paura della luce del giorno, ma ha mostrato a sé stesso quelle orge disgustose, che trovò perfettamente degne di approvazione: puoi essere sicuro che avrebbe voluto essere ritratto, mentre si esibiva in quelle prestazioni.” [Ivi, 16, 4-5]
Siamo al contrasto tra il buio dello sgabuzzino, il nascosto ripostiglio dell’anima, ovvero l’aspetto irrazionale della vita, e la luce violenta del giorno, in cui la ragione abbacinata si deforma in sragione. Ecco perché gli ignudi e ignari amanti folgorati dalla violenza della luce tentano di coprirsi e corrono subito a nascondersi, rifugiandosi nei meandri della coscienza, inosservabili e irraggiungibili da sguardo alcuno.
Scrive Seneca: “Persino nelle prostitute c’è un certo ritegno, e nascondono quei loro corpi offerti al pubblico oltraggio, stendendo un paravento: fino a tal punto anche in un lupanare c’è una certa discrezione. Invece, quel mostro aveva trasformato in spettacolo la sua oscenità e mostrava a sé stesso azioni che nessuna notte, per quando fonda, sarebbe bastata a nascondere.” [Ivi, 16,6]

Silvio Minieri ha detto...

4. Il segreto di natura
Era arrivato il cameriere: “Signora” disse, rivolgendosi a Maria Margherita. Lei non si volse dalla sua parte, sembrava non aver sentito l’invito. “Due caffè” dissi io. “Anche per la signora” disse il cameriere. Questa volta, Margherita si volse a guardarlo, ma non disse nulla. “Sì” dissi io. “Compresa la torta” disse il cameriere, e senza aspettare ulteriori risposte si allontanò. Margherita mi guardò e disse: “Alle due devo incontrare Luisa a “Eataly”, all’Ostiense, eravamo d’accordo. Mangeremo una pasta asciutta insieme.” “Vai via subito, allora?” dissi. “Certo” ha detto. “Una suonata di Sebastian Bach” ho detto. “Ma che dici?” ha risposto. “Toccata e fuga in re minore” ho detto. Mi domandavo e capivo perché era venuta a trovarmi: una sorta di controllo. Infatti, si guardava intorno, per vedere chi ci fosse. Era inutile stare a dirle dell’uomo grasso con gli occhiali e il suo compare, lo sguaiato cachinno, Giacometti, ecco mi avrebbe incalzato sul personaggio, di cui le avevo parlato in passato, allora senza destare interesse in lei, né tanto meno la sua attenzione. E io che dovevo dire? Da Giacometti sarebbe finita chissà dove, e poi sarebbe tornata a bomba su di me. Ecco, se le parlavo di Bomba, il comune in provincia di Chieti, che aveva dato i natali al politico e patriota italiano Silvio Spaventa, nell’Ottocento, avrebbe creduto che la volessi canzonare. Partendo da argomenti astratti e lontani da noi saremmo finiti sempre a noi, come aveva previsto e raccontato in forma mitica Platone. Ecco, l’anello mancante del nostro discorso, che nel velato silenzio tra di noi, rivelandosi presente avrebbe tenuto, scoprendo quel segreto di natura, invano cercato dal poeta:
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.

Silvio Minieri ha detto...

Guardavo Maria Margherita, e pensavo a Montale, ripensavo anche a Seneca e Ostio Quadra, e ripensando a quest’ultimo, mi è venuto un piccolo riso nervoso, inaspettato come il cachinno del vicino di prima, l’uomo grasso con gli occhiali. Intuendo le mie astratte proposizioni di pensiero, tradotte in immagini boccaccesche, Margherita si stava alzando per andarsene, quando è arrivato il cameriere con il vassoio. Allora, le ho fatto cenno di aspettare, e lei mi ha assecondato. Il cameriere ha posato sul tavolino i due caffè, la zuccheriera, due bicchieri d’acqua, i due piattini con le due fette di torta, e lo scontrino. Ho pagato e gli ho lasciato una mancia generosa, che quasi mi voleva restituire. Infine, ha ringraziato e si è allontanato. Margherita ha bevuto il caffè, dopo averlo zuccherato, mi ha avvicinato il piattino con la sua fetta di torta e ha detto: “Mangiala tu, io vado.” “Ci vediamo” ho risposto, mentre andava via.
Le due fette di torta, un tempo unite: ecco il simbolo, il contrassegno di Maria Margherita. Ho assaggiato la fetta di torta, il sapore di limone. Era una coincidenza? Ho consultato il mio smartphone, e ho ricercato sul web la pubblicità di un libro che avevo letto di recente: “I gialli dei limoni.”
“Il protagonista di queste brevi storie è, ad oggi, l’ultimo arrivato tra i commissari di polizia della letteratura italiana di genere “giallo” e da neofita è sicuramente un po’ intimidito dalla compagnia illustre, in cui si è venuto a trovare. È un personaggio abbastanza evanescente, appartiene al Mondo 3 di Popper, ha la stessa consistenza dei disegni animati o delle figurine dei fumetti, forse non esiste, come dice di essere sicuro Eco di tali personaggi (A passo di gambero, p.264); è verosimilmente uno dei tanti simulacri o idola, che scivolato via dall’esistenza di una sua particolare realtà, si aggirerà per sempre negli infiniti spazi, a dirla con il linguaggio di Epicuro e di Lucrezio, per andare a finire chissà dove. Eppure oggi molti di codesti simulacri vengono captati con frequenza quotidiana dalle potenti antenne televisive e noi li vediamo muoversi sul piccolo schermo di casa: chissà se sono veri (reality) o falsi (fiction). La timidezza del commissario: è un giovane, direi un giovanissimo, di carattere riservato, più sognatore che policeman, quasi un poeta con i suoi “gialli dei limoni” di montaliana memoria. Se consideriamo la sua attività, ci rendiamo conto che esordisce con un arresto “spettacolare” abbastanza discutibile, per poi ripiegarsi nell’interiorità di un suo infelice amore. Ma la vita procede e la smorzata luce di nostalgia, la pallida luce lunare, che effonde un chiarore crepuscolare sugli incerti contorni di queste sue vicende un po’ illusorie, diventerà presto più vivida, per splendere infine nell’incanto luminoso di un miraggio, al cui fascino il giovane commissario sembrerà non riuscire più a sottrarsi: Il fascino della luce verde.”
Ecco, mi perdevo nelle mie e altrui fantasie, le immagini di una realtà dell’altrove.

FINE PRIMA PARTE

Silvio Minieri ha detto...

LE ESTERNE REALTÀ

Alpa! rief ich, wer trägt seine Asche zu Berge? Alpa! Alpa! Wer trägt seine Asche zu Berge? (Friedrich Nietzsche, “Also sprach Zarathustra”, Der Wahrsager.)

Alpa! — gridai — chi reca la sua cenere sul monte? Alpa! Alpa I Chi reca la sua cenere sul monte? (Friedrich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, L’Indovino.)

1. Alpa! Alpa!
“Signore!” Mi sono come destato da un sogno, e ho guardato il viso di quell’uomo chino su di me. “Deve venire con noi” ha detto. Ma chi era? “Devo finire di mangiare” ho replicato. L’uomo mi ha guardato, con aria severa. Era un tipo grosso, di statura massiccia, e forse mi sembrava imponente, non solo perché stando in piedi, mi sovrastava, ma anche per quel suo modo di imporre la questione. Ha scosso la testa, e mi ha afferrato il braccio. Mi sono alzato, mio malgrado, indicando le fette di torta. “Andiamo” ha detto. E nell’alzarmi, ho notato che stava in compagnia di un altro più basso di lui, abbastanza panciuto, i capelli ricci e le basette lunghe. Eravamo in piedi e ha mollato la presa, quando ho incominciato a muovermi, lasciando il tavolino. Il suo compagno si è seduto al mio posto, e ha cominciato a mangiare le fette di torta. Allora, subito, mi sono fermato a guardarlo, e in maniera incongrua, ho detto all’altro: “Sta mangiando la mia colazione.” Non mi è sembrato che stessi protestando, ecco l’incongruità, mi sembrava di stare recitando. Dopo un po', l’altro ha detto: “Franz, vieni, andiamo.” Era una scena che avevo già vissuto, forse non io, in un’altra realtà. Franz ha finito di mangiare rapidamente, poi si è alzato e siamo andati via tutti e tre insieme. Mentre attraversavamo la sala, non mi è sembrato che gli altri presenti si interessassero a noi, e perché avrebbero dovuto? Anche se qualcuno avesse notato la scena, non credo gli avesse dato molto peso, al massimo qualche sorriso scettico. Infine, siamo usciti dalla sala, e poi non ricordo bene, mi sono ritrovato in strada, e ci siamo diretti verso un’autovettura, ferma accanto al marciapiede, con le portiere spalancate, mi hanno spinto dentro, e siamo partiti. Dove stavamo andando? Verso est, certo, ho associato questa direzione alla figura di Giacometti. Ma che cosa mi associava al titolare della società, che conoscevo solo indirettamente? E perché ho pensato a un’entità indistinta: “Giacometti”. Ecco, cominciavo a ricordare.

Silvio Minieri ha detto...

Dove mi trovavo? Una città con lunghi porticati: Bologna o Torino? Una ragazza abbastanza in età, sulla quarantina, bassina, i capelli scuri corti, mi fissava, e quindi pronunciava quel nome: “Giacometti” . Ricordo di averla guardata in silenzio con aria interrogativa, e lei, l’espressione risoluta, aveva confermato: “Giacometti.” Ma non era una cooperativa di grandi magazzini? O la ditta si chiamava: “Scibetta”? Nella confusione della mia mente, apparve infine il ganglio, che reggeva l’intera struttura di entità psichiche, legate in unica trama tra di loro, suscitate da quel nome: Giacometti. Una spia dell’ovest, ecco chi era! Chi me ne aveva parlato? Chi aveva pensato di trascinarmi e intrappolarmi in quella rete di spie e delatori prezzolati? Giacometti.
L’autovettura correva veloce sulla tangenziale, infine imboccò l’autostrada: non andavamo ad est, ma a nord. E poi? Chiusi gli occhi e nel silenzio rividi quella soffitta della mia infanzia: un buio nascondiglio o un luogo di punizione? Un castigo, per quale colpa? Io ricordo il margine di luce della porta, presso cui restai in attesa.
“Nelle tenebre delle notte di morte, attorno al margine di luce, che rimanda al mondo solare dei vivi, si muovono le ombre degli spiriti defunti, di cui avvertiamo il sommesso mormorio, nel silenzio dei suoni del mondo.” Da quale lontananza mi raggiungevano quelle ispirate parole? E pronunciate da chi? Forse echi perduti della mia coscienza.
Sentii un forte botto, l’autovettura si era bloccata di colpo, echeggiarono dei vicini scoppiettii: era il rumore di una motocicletta o una raffica di spari? Willem! Willem! Sentii urlare questo nome. L’automobile fece una brusca retromarcia, svoltò e riprese la sua corsa, ancora scoppiettii. Che cosa era accaduto? Perché mi avevano svegliato? Capii che il secondo interrogativo, soprattutto rispetto al primo, era abbastanza incongruo: ancora una volta questa incoerenza de miei atteggiamenti rispetto alla realtà che mi circondava, in verità abbastanza fuori dall’ordinario e immediatamente non decifrabile. Solo attraverso la mediazione di quel nome indefettibile nella sua astrattezza, seppure concatenata negli eventi a tutta una sua concretezza, potevo rendermi conto di quello che mi accadeva. “Ehi!” gridai “Che succede?” L’autovettura sbandò, fu a causa del mio urlo? Si bloccò, quindi riprese la sua corsa, le gomme fischiavano, udii degli spari, e alcuni frammenti di vetro del lunotto mi colpirono sul collo e ricaddero sulla spalla. Willem! Willem! Urlò quello che mi sedeva accanto a destra. L’autista si voltò, digrignava i denti, guardando verso il lunotto infranto. Frenò, l’autovettura fece un testacoda, poi Willem continuò a marcia indietro all’impazzata.
Alpa! Alpa! gridai. Non capivo più nulla io? Oppure ero impazzito in quel frenetico carosello di autovetture, di gomme che fischiavano, frenare di botto e retromarce improvvise? Alpa! Alpa! gridai e mi gettai verso la portiera. Tutto svanì, o svenni?

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Darò conto, nei prossimi giorni, del significato dell'invocazione "Alpa!"