martedì 7 aprile 2026

Psicologia

 

               Le guance rosse



2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L’ANIMALE DALLE GUANCE ROSSE

“I grandi benefici non ispirano la gratitudine, bensì il desiderio di vendetta; i piccoli, se non vengono dimenticati, si mutano con il tempo in tarli roditori.”
Friedrich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, “Dei compassionevoli.”

INGRATITUDINE
Alcuni giorni fa, in un format televisivo del mattino, che trasmette processi arbitrali di carattere civile, non infrequentemente con risvolti penali, dopo aver emesso il verdetto, secondo una sua consuetudine, il giudice ha espresso il suo pensiero del giorno, in relazione alla materia trattata: “Se invece di ringraziarlo attacchi il benefattore che ti ha salvato la vita, allora hai proprio la sindrome rancorosa del beneficato.” Il pensiero richiamava un’espressione della scomparsa psicopedagogista e scrittrice Maria Teresa Parsi, che al tema aveva dedicato un suo saggio così titolato, di cui riportiamo la presentazione pubblicizzata sul web.
“Cos'è la "sindrome rancorosa del beneficato"? Una forma di ingratitudine? Ben di più: l’eccellenza dell'ingratitudine, comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati beneficati abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e l’onestà intellettuale ed etica di prenderne atto. La "sindrome rancorosa del beneficato" è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente "debito di riconoscenza" nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli "dovrebbe" spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o negarlo o sminuirlo o trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e trasformare il benefattore in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare.”

Silvio Minieri ha detto...

VERGOGNA E COMPASSIONE
Chi ha saputo cogliere, oltre i tanti bui dell’anima, anche quest’altro oscuro risvolto della coscienza, ossia il rancore verso il benefattore, è stato Friedrich Nietzsche, di cui alla citazione in epigrafe, tratta dal suo “Zarathustra”. [1]
“Miei amici, sapete come fu schernito il vostro amico? «Guardate un po’ Zarathustra!» – dissero – «Non passa egli tra noi, come se fosse in mezzo a bruti?» Ma è meglio dire così: «il sapiente passa tra gli uomini, perché son bruti». Ma l’uomo stesso è per il saggio l’animale dalle guance rosse. Perché? Forse perché dovette assai spesso arrossir di vergogna? O amici miei! Così parla il sapiente: vergogna, vergogna, vergona, ecco la storia dell’uomo!”
(Segue)

[1] Il lavoro di scavo nelle profondità della coscienza, come dire nel buio dell’inconscio, compiuto da Nietzsche, è stato da lui descritto con dovizia di particolari e commenti nella sua opera: “Aurora” (1881), di cui citiamo l’incipit della Prefazione, con riserva di pubblicare nel prosieguo le annotazioni da noi fatte a suo tempo.
“In questo libro troviamo al lavoro un “essere sotterraneo”, uno che trivella, scava, scalza. Si vedrà, posto che si abbiano occhi per un tale lavoro di profondità – come egli avanzi lentamente, cautamente, con delicata inesorabilità, senza che si tradisca troppo l’affanno che ogni lunga privazione d’aria e di luce comporta; lo si potrebbe perfino dire contento del suo oscuro lavoro. Non pare forse che una qualche fede lo guidi, che una consolazione lo ricompensi? Che voglia forse avere la sua lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, nascosto, enigmatico, perché sa che avrà anche il suo mattino, la sua redenzione, la sua aurora… Certo egli farà ritorno: non chiedetegli che cosa vuole là sotto, egli stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, ve lo dirà, quando di nuovo si sarà “fatto uomo”. Si disimpara del tutto a tacere, se così a lungo si è stati, come lui, una talpa, soli.”