mercoledì 8 aprile 2026

Psicologia

 

           Vergogna e compassione



4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Sul tema dell’animale dalle guance rosse, la vergogna, ci riserviamo di pubblicare un più ampio testo, a commento della dettagliata e approfondita analisi di Gustav Jung, nei “Seminari sullo Zarathustra”, sul capitolo dei “compassionevoli”.

Silvio Minieri ha detto...

L’ANIMALE DALLE GUANCE ROSSE

“I grandi benefici non ispirano la gratitudine, bensì il desiderio di vendetta; i piccoli, se non vengono dimenticati, si mutano con il tempo in tarli roditori.”
Friedrich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, “Dei compassionevoli.”

INGRATITUDINE
Alcuni giorni fa, in un format televisivo del mattino, che trasmette processi arbitrali di carattere civile, non infrequentemente con risvolti penali, dopo aver emesso il verdetto, secondo una sua consuetudine, il giudice ha espresso il suo pensiero del giorno, in relazione alla materia trattata: “Se invece di ringraziarlo attacchi il benefattore che ti ha salvato la vita, allora hai proprio la sindrome rancorosa del beneficato.” Il pensiero richiamava un’espressione della scomparsa psicopedagogista e scrittrice Maria Teresa Parsi, che al tema aveva dedicato un suo saggio così titolato, di cui riportiamo la presentazione pubblicizzata sul web.
“Cos'è la "sindrome rancorosa del beneficato"? Una forma di ingratitudine? Ben di più: l’eccellenza dell'ingratitudine, comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati beneficati abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e l’onestà intellettuale ed etica di prenderne atto. La "sindrome rancorosa del beneficato" è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente "debito di riconoscenza" nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli "dovrebbe" spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o negarlo o sminuirlo o trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e trasformare il benefattore in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare.”

Silvio Minieri ha detto...

VERGOGNA E COMPASSIONE
Chi ha saputo cogliere, oltre i tanti bui dell’anima, anche quest’altro oscuro risvolto della coscienza, ossia il rancore verso il benefattore, è stato Friedrich Nietzsche, di cui alla citazione in epigrafe, tratta dal suo “Zarathustra”. [1]
“Miei amici, sapete come fu schernito il vostro amico? «Guardate un po’ Zarathustra!» – dissero – «Non passa egli tra noi, come se fosse in mezzo a bruti?» Ma è meglio dire così: «il sapiente passa tra gli uomini, perché son bruti». Ma l’uomo stesso è per il saggio l’animale dalle guance rosse. Perché? Forse perché dovette assai spesso arrossir di vergogna? O amici miei! Così parla il sapiente: vergogna, vergogna, vergona, ecco la storia dell’uomo!” Quindi, passa a descrivere il comportamento da tenere, invitando i suoi amici a seguire il suo esempio: “Perciò l’uomo nobile impone a sé stesso di non umiliare gli altri: egli si fa una norma del pudore dinanzi a tutto ciò che soffre. In verità io ho fastidio dei i pietosi, per i quali l’esercizio della compassione è gioia: troppo scarso pudore essi hanno. Se devo essere compassionevole, non voglio mi si dica tale, e quando sarò pietoso veramente, voglio almeno essere tale di lontano. Ben volentieri io mi velo il capo e fuggo prima d’esser visto: fate ancor voi così, o miei amici!” Seguita, quindi, ad argomentare sulla compassione, che non deve escludere il piacere di vivere: “In verità, io ho fatto qualche cosa per i sofferenti, ma ho pensato sempre di fare miglior cosa con l’apprendere a goder meglio io stesso.” Questa affermazione e tutte le altre dello stesso genere riferite alla gioia della vita costituiscono un tema centrale della critica, sempre aspra e corrosiva, alla morale tradizionale, in particolare quella cristiana e ascetica. Nietzsche considera la negazione della vita, la predicazione contro di essa, come il frutto malato della "morale degli schiavi", mossa da invidia e incapacità di affermare la propria esistenza. Chi predica la rinuncia, il disprezzo del corpo o la colpa (intesa come peccato) agisce per ressentiment (risentimento). Incapaci di vivere una vita "forte" e gioiosa, i deboli e i "piagnucoloni" cercano di svalutare la felicità degli altri per alleviare la propria sofferenza. E quindi rovescia il tema della colpa originaria, la «natura lapsa» (caduta), che indica lo stato ereditato dell'umanità dopo il peccato originale, caratterizzato dal disordine interiore e dalla mortalità, una condizione esistenziale di rottura tra uomo e Dio, che inclina al male. Ed ecco la sua sentenza in proposito: “Da quando esiste, l’uomo ha goduto troppo scarsamente: ecco, fratelli miei, il nostro peccato originale!” E poi invita a continuare su questa strada: “E quando avremo appreso a goder meglio, ci saremo con ciò disavvezzati dal far del male agli altri o del meditare cattive azioni.” In tal modo, egli cancella il peccato e al tempo stesso il gesto compassionevole: “Perciò io mi lavo la mano che ha soccorso l’infelice, e in pari tempo anche l’anima.” E spiega il senso di vergogna che appartiene sia al soccorritore che al soccorso: “Giacché vedendo soffrire l’infelice io mi vergognai della sua vergogna; e quando l’aiutai l’offesi certo nel suo orgoglio.” Ed è qui che scende nel fondo nascosto della coscienza a cogliere quei sentimenti, che emergono in superficie come la "sindrome rancorosa del beneficato": “I grandi benefici non ispirano la gratitudine, bensì il desiderio di vendetta; i piccoli, se non vengono dimenticati, si mutano con il tempo in tarli roditori.”

[1 Il lavoro di scavo nelle profondità della coscienza, come dire nel buio dell’inconscio, compiuto da Nietzsche, è stato da lui descritto con dovizia di particolari e commenti nella sua opera: “Aurora” (1881), di cui pubblichiamo il commento alla Prefazione.

Silvio Minieri ha detto...

TROFONIO
“In questo libro troviamo al lavoro un “essere sotterraneo”, uno che trivella, scava, scalza. Si vedrà, posto che si abbiano occhi per un tale lavoro di profondità – come egli avanzi lentamente, cautamente, con delicata inesorabilità, senza che si tradisca troppo l’affanno che ogni lunga privazione d’aria e di luce comporta; lo si potrebbe perfino dire contento del suo oscuro lavoro. Non pare forse che una qualche fede lo guidi, che una consolazione lo ricompensi? Che voglia forse avere la sua lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, nascosto, enigmatico, perché sa che avrà anche il suo mattino, la sua redenzione, la sua aurora… Certo egli farà ritorno: non chiedetegli che cosa vuole là sotto, egli stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, ve lo dirà, quando di nuovo si sarà “fatto uomo”. Si disimpara del tutto a tacere, se così a lungo si è stati, come lui, una talpa, soli.”
Il passo citato è l’incipit della Prefazione di “Aurora”, un libro di Friedrich Nietzsche, sul tema: “Pensieri sui pregiudizi morali.” Il filosofo tedesco, oltre che conoscitore profondo della cultura classica, era anche un poeta immaginifico, ed un tale linguaggio immaginoso appare anche nei suoi scritti di carattere filosofico, ma anche psicologico, un carattere quello psicologico approfondito da Jung nei “Seminari” sullo “Zarathustra”. E subito, letto l’incipit di “Aurora”, ci viene la curiosità di conoscere meglio Trofonio, verosimile dio delle profondità sotterranee (e quindi inconsce).
“Trofonio (gr. Τροϕώνιος) Figura della religione greca con culto oracolare a Lebadea in Beozia. Il mito lo presenta come ‘eroe’, con molte varianti circa la paternità (Zeus, Apollo, Ergino re di Orcomeno), e come architetto con il fratello Agamede (avrebbe costruito celebri edifici come il tempio di Apollo a Delfi); nel culto molti tratti lo presentano quale divinità: è chiamato Zeus Trofonio in iscrizioni del suo santuario. L’oracolo, famoso dall’età arcaica all’età romana, era consultato secondo un cerimoniale complesso: dopo un periodo di purificazione rituale e alcuni sacrifici preliminari, l’interpellante era condotto al mantèion (il luogo dove si esplicava l’attività oracolare), costituito da un crepaccio aperto sul fianco di una montagna, che immetteva in una grotta sotterranea artificiale; qui aveva la sensazione di essere travolto da una corrente, e mediante visione o audizione riceveva la rivelazione, secondo un modo della mantica diretta, per poi trovarsi di nuovo al di fuori dell’antro. Secondo la tradizione, chi consultava Trofonio non era più capace di ridere.” Treccani.
Non potevamo non approfondire la figura di Trofonio, perché costituisce la spia rivelatrice della matrice del pensiero nietzschiano, come vedremo. Intanto vediamo che cosa è andato a fare là sotto il nostro amico scavatore (archeologo).
“Infatti, miei pazienti amici, che cosa io cercavo là sotto, ve lo voglio dire qui, in questa tardiva prefazione, che poteva divenire un necrologio, un’orazione funebre: poiché sono tornato indietro e – me la sono cavata.” Interrompiamo qui un momento la lettura del secondo paragrafo della “Prefazione tardiva”, compilata cioè a cose fatte – la discesa negli inferi e il ritorno – per domandarci se il nostro speleologo se la sia poi veramente cavata, avendo noi la possibilità di poter giudicare a posteriori l’epilogo di tutta la sua vicenda intellettuale, peraltro da lui stesso presagita. Conosceva il suo destino? “L’anima tua morrà prima ancora del tuo corpo; non temere nulla!” Sussurra Zarathustra accorso a soccorrere il funambolo moribondo, precipitato a terra dalla corda tesa in alto su cui si esibiva. Un corpo umano in vita, senz’anima, corrisponde alla descrizione dell’essere umano privo di facoltà cognitive, incosciente, spento.
(Segue)