LA VERGOGNA E LA COLPA Note di commento al “Processo” di Kafka, riflessioni e giudizi.
1. Una morte canina “Adesso K. sapeva con esattezza che sarebbe stato suo dovere afferrare il coltello mentre passava di mano in mano sopra di lui e trafiggersi lui stesso. Ma non lo fece, girò invece il collo ancora libero e si guardò attorno. Non poteva dare pienamente prova di sé, sottrarre alle autorità tutto il lavoro, la responsabilità di quest'ultimo errore cadeva su chi gli aveva negato quanto gli restava della forza necessaria. Il suo sguardo cadde sull'ultimo piano della casa attigua alla cava. Come una luce che si accenda improvvisa, si spalancarono le imposte di una finestra, un uomo, debole e sottile per la distanza e l'altezza, si sporse d'un tratto e tese le braccia ancora più in fuori. Chi era? Un amico? Una persona buona? Uno che partecipava? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C'era ancora un aiuto? C'erano obiezioni che erano state dimenticate? Ce n'erano di certo. La logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere. Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita. Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.” Con la condanna e l’esecuzione, si conclude il processo e la vicenda di Josef K. Che cosa resta? La vergogna. Che cosa è questa vergogna? Se consultiamo i vocabolari, sotto la voce vergogna leggiamo: “Sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e condanna morale o sociale di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito.” (Treccani) La vergogna presuppone una sorta di umiliazione del soggetto per una sua azione, comportamento o situazione riprovevole. Che senso ha la vergogna per un soggetto che muore? In Kafka è come un sigillo. Nella coscienza popolare, morire come un cane è una morte disonorevole, un’onta, non per chi muore, ma per coloro che restano a curarne la memoria. È morto come un cane! È un grido di disperazione, l’umiliazione di chi ha perso tutta la sua dignità di uomo, il rimprovero al mondo non perché si muore, ma come si muore: un’onta. “Disonore, vergogna, sia conseguente ad azione vile o disonesta commessa, a pena infamante subìta, sia per grave affronto subìto da altri.” Così il vocabolario definisce l’onta, un termine sinonimo di vergogna, ma un termine che del suo sinonimo amplia il senso. La vergogna può conseguire non solo da una propria azione, ma anche ad un affronto altrui. La morte per Josef K. è un’onta, un’offesa che prolunga lo stato di vergogna oltre la sua morte. Ma perché questa morte così poco intima è così vergognosa? “Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo.”
Possiamo risalire alla genesi dell’immagine narrativa di questa morte spiata dai due assassini che standogli sopra lo scrutano guancia a guancia da vicino, una scena onirica tipicamente kafkiana. Ha avuto un incubo, il sogno raggelante della sua morte, il coltello nel cuore in una cava solitaria di notte, al chiaro di luna, i signori neri che incombono (l’incubo) su di lui giacente disteso. Si sveglia terrorizzato, i volti e gli sguardi fissi davanti ai suoi occhi, resta immobile paralizzato, poi la scena si dissolve, e viene colto da un senso di vergogna, che sopravvive all’irrealtà di quella sua morte. L’onta non è nella morte subita, ma nei modi in cui avviene: come un cane. Nel suo necrologio di Franz Kafka, Milena Jesenskà, che l’ha conosciuto ed amato, un amore fuggevole, così scrive: “Era un individuo solitario, un uomo che sapeva molte cose, spaventato dalla vita; per anni ha sofferto di una malattia polmonare e sebbene la curasse, l’ha anche alimentata coscientemente e favorita idealmente. Egli era timido, scrupoloso, tranquillo e buono, eppure ha scritto libri spietati e dolorosi. Il suo mondo era popolato di demoni invisibili, che annientano e dilaniano l’uomo privo di difese. Egli era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per poter combattere con la debolezza degli uomini nobili e belli che non rifiutano la lotta per timore di incomprensioni, malvagità e menzogna intellettuale, sebbene sappiano in partenza di essere impotenti e alla fine si arrendono, in modo da svergognare il vincitore. Conosceva gli uomini come solo possono conoscerli gli esseri dotati di una grande sensibilità nervosa, i solitari, coloro che sono capaci di scrutare l’anima di un uomo e quasi predirne il futuro solo intravedendo il suo volto. Lui, che aveva una conoscenza del mondo tanto insolita e profonda, era di per sé un mondo insolito e profondo. Ha scritto libri che sono da annoverare fra i più significativi della giovane letteratura tedesca; in essi si manifesta la lotta dell’attuale generazione, ma senza tendenziosità. Sono così vivi, sinceri e dolorosi che persino là dove si esprimono per simboli appaiono naturalistici. Sono pervasi dall’ironia asciutta e dal sensibile stupore di un uomo che ha visto il mondo con tanta chiarezza da non poterlo sopportare e ha dovuto morire non volendo ritirarsi e cercare salvezza, come altri, in un qualche inconscio errore intellettuale, per quanto abile possa essere. Il dr. Kafka aveva pronto un manoscritto “Davanti al tribunale”, in attesa di stampa. [1] È un libro in cui si descrive l’orrore di nascosti equivoci e di colpe involontarie fra gli uomini, un processo e una condanna imperscrutabili. Egli era un uomo e un artista dotato di una coscienza tanto vigile, che avvertiva qualcosa là dove anche gli altri, meno sensibili di lui, si sentivano al sicuro.” Milena Jesenskà, Nàrodnì Listy, 6 agosto 1924.
[1] Il libro, con il titolo “Il processo”, fu pubblicato postumo nel 1925.
Con il suo intuito femminile, ma soprattutto per la conoscenza sentimentale diretta, la Jesenskà è riuscita a penetrare nelle pieghe profonde di quell’anima solitaria e angosciata, interpretandone gli incubi e rilasciando un giudizio privo di dubbi sul sentimento di una persona debole e priva di difese, che si arrende “in modo da svergognare il vincitore”. Ma questa è una rivincita postuma che gli concede Milena, la sua amica. Quella che sopravvive alla morte di Josef K., e quindi vive nella realtà di Kafka è l’onta di assistere alla propria fine in condizione servile, perdere la statura e la dignità di uomo, e doversi abbassarsi alla condizione di cane. È la sottomissione canina (hündisch, cagnolino) del condannato, di cui Kafka parla nella “Colonia penale”, quella che prolunga la vergogna dopo la morte, aver ceduto senza opporre resistenza. Nella lettera a Max Brod del 20 novembre 1917, Kafka scriveva: “Caro Max, quello che faccio è qualcosa di semplice e ovvio: nella città, nella famiglia, nel rapporto d’amore (se vuoi, mettilo al primo posto), nella comunità popolare esistente o da raggiungere, in tutto ciò ho fallito e ho fallito in modo tale – questo l’ho osservato attentamente – come non è accaduto a nessun altro intorno a me. […] Ciò che mi aspettava ora – se pensavo chiaramente, al di là di speranze confuse, di stati di felicità solitari, di vanità gonfiate (quest’al di là mi riusciva appunto soltanto così raramente quanto il rimanere in vita lo tollerava) – era questo: una misera vita, una misera morte. “Fu come se la vergogna dovesse sopravvivergli” è ad esempio la frase conclusiva di “Il processo”. [2] La miseria della morte riflette la miseria della vita, il suo aver fallito gli obiettivi, al di là di brevi rari momenti felici. La vergogna, come è stato detto, è un sentimento primitivo, che richiede un vedere e un essere visto, un Altro interiorizzato, di fronte a cui si avverte quel sentimento. Per Kafka, la letteratura era il suo specchio interiore: nella scena finale del “Processo”, egli vede sé stesso in Josef K., avverte l’onta subita di morire come un cane, una morte canina, e prova un sentimento di vergogna, che sopravvive alla sorte finale del suo personaggio.
[2] Questa citazione e le seguenti di altri autori sono tratte da “L’altra vergogna. Da Kafka a Gunther Anders.” di Micaela Latini in SENSIBILIA 5. La vergogna/The shame, a cura di Emanuele Antonelli, Manrica Rotili. Mimesis, 2012.
2. La vergogna della vittima Diversi autori hanno espresso il loro giudizio sulla vergogna di Kafka, prendendo anche spunto dalla frase posta a sigillo del libro. Spostare il senso della vergogna per la propria inazione di fronte a un atto ingiusto, o sentito come tale, su chi compie una tale ingiustizia può rappresentare una rivincita, ma l’onta è propria di chi la subisce. Il giudizio di Walter Benjamin (“Angelus Novus”, 1955) non deve essere frainteso: “La vergogna, che corrisponde alla sua elementare purezza di sentimento, è il più forte gesto di Kafka; ma essa ha un duplice aspetto. La vergogna, una reazione intima dell’uomo, è anche una reazione socialmente esigente. Non è solo vergogna di fronte agli altri, ma può anche essere per loro. Così la vergogna di Kafka non è più personale della vita e del pensiero che essa governa, e di cui egli ha detto: “Egli non vive della sua vita personale, non pensa del suo personale pensiero. È come se egli vivesse e pensasse sotto la costrizione di una famiglia.” Gli altri non sono quelli che compiono l’ingiustizia, ma quelli della “famiglia”, di cui chi subisce l’onta fa parte. In Kafka, questa famiglia è la collettività ebraica, e qui il discorso si allarga alla Shoah, di cui l’autore ceco di origine ebraica e di lingua tedesca sembra essere il premonitore. Subire la morte, una morte ingiusta, è la scena tragica della fine di “Il processo”, che anticipa, nella raffigurazione letteraria, la realtà tragica della Storia del Novecento, una sorta di testimonianza profetica di un visionario, come nota la Jesenskà: “Egli era un uomo e un artista dotato di una coscienza tanto vigile, che avvertiva qualcosa là dove anche gli altri, meno sensibili di lui, si sentivano al sicuro.” E si può così comprendere meglio l’osservazione di Benjamin: Kafka anticipa a livello individuale la tragicità del destino collettivo di una popolazione, di cui egli fa parte. Questa vergogna, un sentimento che estendendosi dalla coscienza del condannato all’onta che ricade sul destino di una collettività, diventa una testimonianza. E così è stata interpretata dal filosofo Giorgio Agamben nel suo testo: “Quel che resta di Auschwitz” (1998): “Alla fine del “Processo”, nel momento in cui Josef K. sta per morire come un cane, e il coltello del carnefice gli gira due volte nel cuore, si produce in lui qualcosa come una vergogna, “era come se la vergogna dovesse sopravvivergli”. Di che cosa si vergogna Josef K.? Come se quel rossore sulle guance tradisse che per un istante un limite è stato sfiorato, qualcosa come una nuova materia etica è stata nel vivente toccata. Certo non si tratta di un fatto di cui egli potrebbe testimoniare altrimenti, che avrebbe potuto provare ad esprimersi a parole. Ma in ogni caso quel rossore è come un’apostrofe muta che vola attraverso gli anni per raggiungerci, testimonia per lui.” Quel rossore per l’umiliazione subita dalla Praga di Kafka approda fino ad Auschwitz, alla tragedia dei campi di concentramento. È la vergogna che si fonda su un senso di impotenza, il riconoscimento della forza dell’altro, del suo potere distruttivo sulla vittima. Non è la vergogna per essere sopravvissuti, ma è la vergogna che sopravvive e investe chi di quella vergogna diventa testimone incolpevole.
“Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, e ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa e non abbia valso a difesa.” Così Primo Levi descrive questa esistenza della “vergogna” nel mondo degli esseri umani in “I sommersi e i salvati” (1986). “È uno strano senso di vergogna provata dai soldati russi al cospetto dello scenario di orrore del Lager, al momento della liberazione.” Questa è l’interpretazione, da parte della vittima salvata, il sentimento che vede trasparire nello sguardo dei liberatori. Nel contesto della tragedia di un popolo, la vergogna della vittima, testimoniata dai sopravvissuti, è la vergogna della propria origine, quella teorizzata da Gunther Anders, per alcuni anni il compagno di Hannah Arendt. La vergogna non è ascrivibile ad un’azione compiuta, ma la vergogna dell’origine: “L’uomo presagisce il mondo da cui proviene, ma al quale non appartiene più come io. Così la vergogna è soprattutto vergogna dell’origine (Herkunft)” (“Patologia della libertà”, 1936) È una vergogna dovuta alla contingenza esistenziale, che ancora non si è tradotta in una considerazione metafisica su una vergogna come sentimento relativo a una colpa originaria, quale ad esempio quella biblica del peccato originale. In “Il mio ebraismo” (Mein Judentum, 1978), Anders così scrive: “E se infine mi chiedete in quale giorno io mi sia più profondamente vergognato – no, non di essere ebreo (che nulla mi vergogno di più che quando incontro un ebreo che si vergogna di essere ebreo), ma in quale giorno io mi sia più profondamente vergognato di essere ancora qui, come ebreo, allora rispondo: “È stato quel giorno d’estate, […] quando mi sono trovato a Auschwitz, davanti a cumuli di scarpe, montature di occhiali, dentiere rotte, ciuffi di capelli tagliati e valigie a mano ormai prive di padrone. E tra queste cose avrebbero potuto trovarsi anche i miei occhiali, i miei denti, le mie scarpe, la mia valigia. Allora io – che non ero stato deportato ad Auschwitz, che da tutto questo ero venuto fuori per caso – io mi sentii come un disertore. E non ebbi il coraggio di pensare: “Grazie a Dio, sono ancora qui”. Lasciatemi indugiare un attimo su questa vergogna di esistere oggi ancora qui in quanto ebreo – di non essere tra quelli che sono stati annientati ad Auschwitz o a Maidaneck.” È la vergogna di chi, pur non essendo stato vittima, avverte l’onta subita, per la sua appartenenza a una stirpe, una vergogna dell’origine, come una colpa originaria.
3. Una colpa oscura Forse a dar ragione metafisica della vergogna contingente dell’esistenza è il senso della colpa, quel sottile sentimento di incertezza e di angoscia, proposto in maniera paradossale e grottesca nell’incipit di “Il processo”. Una mattina, al suo risveglio, Josef K. senza spiegazione viene arrestato da due signori, due guardie inviate dal tribunale, che invece di portarlo via, gli mangiano la colazione. La vicenda già oscilla tra il tragico e il grottesco, in una dimensione surreale che si tinge di ironia, ma anche di attonita attesa. Di che cosa è accusato Josef K., quale colpa ha commesso? Deve difendersi, ma non sa da quale accusa, inizia un processo, che si conclude con la condanna e l’esecuzione, senza che abbia avuto la possibilità di difendersi, senza avere mai visto il giudice, senza mai essere giudicato da un tribunale. Eppure Josef K. sembra avvertire questa colpa. Di quale colpa si tratta? Di una colpa commessa nel passato, ma di cui non si ha contezza nel presente, un indistinto sentimento di avere trasgredito la Legge, senza saperlo. Senza voler risalire ad una colpa originaria esistenziale, una caduta che l’uomo si porta con sé dall’inizio, dalla hybris greca al peccato originale cristiano, “Il processo” rivela nel suo incomprensibile svolgersi, in cui consiste la trama del romanzo, l’esistenza della colpa. Il corso dell’esistenza del giovane Josef K. consiste nell’attesa di difendersi davanti al tribunale e si conclude con l’esecuzione della condanna alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, quando si preparava a un diverso avvenire: “La vigilia del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove, l'ora del silenzio nelle strade - vennero a casa di K. due signori. In finanziera, pallidi e grassi, con cappelli a cilindro apparentemente inamovibili. Ci furono alcuni convenevoli davanti alla porta dell'appartamento, su chi dei due dovesse passare per primo, e gli stessi convenevoli si ripeterono in misura maggiore davanti alla porta di K. Senza che la visita gli fosse stata annunciata, K. sedeva, anche lui vestito di nero, in una poltrona vicino alla porta e s'infilava lentamente dei guanti nuovi, ben tesi sulle dita, nell'atteggiamento di chi aspetta ospiti. Si alzò subito in piedi e osservò con curiosità i due signori. «È per me che venite, vero?», chiese. I signori annuirono, e uno indicò con il cilindro nella mano l'altro. K. confessò a sé stesso di essersi aspettato una visita diversa.” Questa “visita diversa” adombra una scena teatrale differente o un finale diverso del processo un lieto fine, come adombra una certa critica?
3. Una colpa oscura Forse a dar ragione metafisica della vergogna contingente dell’esistenza è il senso della colpa, quel sottile sentimento di incertezza e di angoscia, proposto in maniera paradossale e grottesca nell’incipit di “Il processo”. Una mattina, al suo risveglio, Josef K. senza spiegazione viene arrestato da due signori, due guardie inviate dal tribunale, che invece di portarlo via, gli mangiano la colazione. La vicenda già oscilla tra il tragico e il grottesco, in una dimensione surreale che si tinge di ironia, ma anche di attonita attesa. Di che cosa è accusato Josef K., quale colpa ha commesso? Deve difendersi, ma non sa da quale accusa, inizia un processo, che si conclude con la condanna e l’esecuzione, senza che abbia avuto la possibilità di difendersi, senza avere mai visto il giudice, senza mai essere giudicato da un tribunale. Eppure Josef K. sembra avvertire questa colpa. Di quale colpa si tratta? Di una colpa commessa nel passato, ma di cui non si ha contezza nel presente, un indistinto sentimento di avere trasgredito la Legge, senza saperlo. Senza voler risalire ad una colpa originaria esistenziale, una caduta che l’uomo si porta con sé dall’inizio, dalla hybris greca al peccato originale cristiano, “Il processo” rivela nel suo incomprensibile svolgersi, in cui consiste la trama del romanzo, l’esistenza della colpa. Il corso dell’esistenza del giovane Josef K. consiste nell’attesa di difendersi davanti al tribunale e si conclude con l’esecuzione della condanna alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, quando si preparava a un diverso avvenire: “La vigilia del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove, l'ora del silenzio nelle strade - vennero a casa di K. due signori. In finanziera, pallidi e grassi, con cappelli a cilindro apparentemente inamovibili. Ci furono alcuni convenevoli davanti alla porta dell'appartamento, su chi dei due dovesse passare per primo, e gli stessi convenevoli si ripeterono in misura maggiore davanti alla porta di K. Senza che la visita gli fosse stata annunciata, K. sedeva, anche lui vestito di nero, in una poltrona vicino alla porta e s'infilava lentamente dei guanti nuovi, ben tesi sulle dita, nell'atteggiamento di chi aspetta ospiti. Si alzò subito in piedi e osservò con curiosità i due signori. «È per me che venite, vero?», chiese. I signori annuirono, e uno indicò con il cilindro nella mano l'altro. K. confessò a sé stesso di essersi aspettato una visita diversa.” Questa “visita diversa” adombra una scena teatrale differente o un finale diverso del processo un lieto fine, come adombra una certa critica?
Pensiamo che entrambe le ipotesi si comprendano a vicenda: non è importante l’esito finale del processo, ma il suo corso, che corrisponde al corso della vita. Sintomatico è il capitolo nono: “Nel Duomo”, dove in dimensione enigmatica si tratta il tema di un’esistenza che viene vissuta e si esaurisce sulla soglia della Legge, che si ha timore di trasgredire: “Davanti alla Legge c'è un guardiano. Da questo guardiano arriva un uomo di campagna e chiede che lo si lasci entrare nella Legge. Ma il guardiano dice che al momento non può concedergli di entrare. L'uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. "Può darsi - dice il guardiano - ma adesso no". Poiché la porta della Legge è, come sempre, aperta e il guardiano si fa da parte, l'uomo si china per guardare attraverso la porta nell'interno. Quando il guardiano se ne accorge, ride e dice: "Se ti attira tanto, prova dunque a entrare, nonostante il mio divieto. Ma bada: io sono potente. E non sono che l'ultimo dei guardiani. Di sala in sala, però, ci sono altri guardiani, uno più potente dell'altro. Già del terzo non riesco più nemmeno io a reggere la vista". L'uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà, la Legge deve essere accessibile a chiunque e in ogni momento, pensa, ma poi osserva meglio il guardiano nella sua pelliccia, con il gran naso a punta, la barba tartara nera, lunga e sottile, e decide che è meglio aspettare finché gli venga dato il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Lì rimane seduto giorni e anni. Fa molti tentativi perché lo si lasci entrare e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano lo sottopone spesso a piccoli interrogatori, gli chiede del suo paese e di molte altre cose, ma sono domande indifferenti, come le fanno i gran signori, e conclude sempre dicendo che non può ancora farlo entrare. L'uomo, che si è provvisto di molte cose per il viaggio, le usa tutte, anche quelle di valore, per corrompere il guardiano. Questi accetta tutto, dicendogli però: "Accetto solo perché tu non pensi di aver tralasciato qualcosa". Durante tutti quegli anni, l'uomo osserva quasi ininterrottamente il guardiano. Dimentica gli altri guardiani, e questo primo gli sembra l'unico ostacolo per accedere alla Legge. Maledice il suo caso sfortunato, nei primi anni a voce alta, poi, quando invecchia, ormai solo brontolando fra sé. Rimbambisce, e poiché studiando per anni il guardiano ha imparato a riconoscere anche le pulci del suo bavero di pelliccia, prega anche le pulci di aiutarlo a convincere il guardiano. Infine gli s'indebolisce la vista, e non sa se intorno a lui si fa davvero buio o se sono gli occhi a ingannarlo. Ma nel buio distingue un bagliore che erompe senza mai estinguersi dalla porta della Legge. Ormai non gli resta più molto da vivere. Prima della morte, tutte le esperienze di quegli anni si condensano nella sua testa in una domanda, che fino allora non ha mai rivolta al guardiano. Gli fa un cenno, poiché non può più raddrizzare il suo corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano deve chinarsi verso di lui, poiché la differenza di statura si è molto spostata a sfavore dell'uomo. "Che cosa vuoi sapere ancora?" chiede il guardiano, "sei insaziabile". "Tutti aspirano alla Legge", dice l'uomo, "come mai, in tutti questi anni nessuno ha chiesto di esservi ammesso oltre me?" Il guardiano capisce che l'uomo è alla fine, e per raggiungere il suo udito che sta venendo meno, gli urla: "Qui nessun altro poteva ottenere di esservi ammesso, perché questa entrata era destinata solo a te. Adesso vado a chiuderla".
Vi è un inganno in questa storia? Il protagonista inizia a discuterne con il sacerdote, controfigura del guardiano della Legge e simbolo dell’impenetrabilità della Legge. «No», disse il sacerdote, «non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario». «È un'opinione ben triste», disse K. «La menzogna viene elevata a ordine del mondo». Come il guardiano è un servo della Legge, e quindi appartiene alla Legge, e come tale sfugge ad ogni giudizio umano, così il sacerdote: “Cerca prima di capire tu chi sono io», disse il sacerdote. «Sei il cappellano delle carceri», disse K. facendosi più vicino al sacerdote, il suo immediato rientro in banca non era necessario così come aveva pensato, poteva benissimo restare ancora. «Quindi appartengo al tribunale», disse il sacerdote. «Allora perché dovrei volere qualcosa da te? Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, ti lascia andare quando vai». K. sembra libero di scegliere, eppure è stretto dalla necessità di osservare una Legge così oscura che non si può comprendere, e la trasgressione che rende colpevole, viene avvertita come una colpa a priori, da cui non è possibile difendersi. Infatti, subito dopo l’incontro nel Duomo, si lascia condurre rassegnato all’esecuzione della condanna. È la vigilia del suo trentunesimo compleanno, la vigilia di quella che dovrebbe essere l’età di un’esistenza ancora da venire e da vivere, e invece muore. La colpa di K. è quella di non riuscire a vivere veramente, segno e presagio biografico della malattia e della morte prematura di Kafka. Il romanzo della colpa, come è stato definito, è la trasfigurazione nell’arte letteraria di un’atmosfera irreale e di sogno, unica, allucinata e angosciante, che noi definiamo kafkiana.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
9 commenti:
LA VERGOGNA E LA COLPA
Note di commento al “Processo” di Kafka, riflessioni e giudizi.
1. Una morte canina
“Adesso K. sapeva con esattezza che sarebbe stato suo dovere afferrare il coltello mentre passava di mano in mano sopra di lui e trafiggersi lui stesso. Ma non lo fece, girò invece il collo ancora libero e si guardò attorno. Non poteva dare pienamente prova di sé, sottrarre alle autorità tutto il lavoro, la responsabilità di quest'ultimo errore cadeva su chi gli aveva negato quanto gli restava della forza necessaria. Il suo sguardo cadde sull'ultimo piano della casa attigua alla cava. Come una luce che si accenda improvvisa, si spalancarono le imposte di una finestra, un uomo, debole e sottile per la distanza e l'altezza, si sporse d'un tratto e tese le braccia ancora più in fuori. Chi era? Un amico? Una persona buona? Uno che partecipava? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C'era ancora un aiuto? C'erano obiezioni che erano state dimenticate? Ce n'erano di certo. La logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere. Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita. Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.”
Con la condanna e l’esecuzione, si conclude il processo e la vicenda di Josef K. Che cosa resta? La vergogna. Che cosa è questa vergogna?
Se consultiamo i vocabolari, sotto la voce vergogna leggiamo: “Sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e condanna morale o sociale di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito.” (Treccani) La vergogna presuppone una sorta di umiliazione del soggetto per una sua azione, comportamento o situazione riprovevole. Che senso ha la vergogna per un soggetto che muore? In Kafka è come un sigillo.
Nella coscienza popolare, morire come un cane è una morte disonorevole, un’onta, non per chi muore, ma per coloro che restano a curarne la memoria. È morto come un cane! È un grido di disperazione, l’umiliazione di chi ha perso tutta la sua dignità di uomo, il rimprovero al mondo non perché si muore, ma come si muore: un’onta.
“Disonore, vergogna, sia conseguente ad azione vile o disonesta commessa, a pena infamante subìta, sia per grave affronto subìto da altri.” Così il vocabolario definisce l’onta, un termine sinonimo di vergogna, ma un termine che del suo sinonimo amplia il senso. La vergogna può conseguire non solo da una propria azione, ma anche ad un affronto altrui. La morte per Josef K. è un’onta, un’offesa che prolunga lo stato di vergogna oltre la sua morte. Ma perché questa morte così poco intima è così vergognosa? “Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo.”
Possiamo risalire alla genesi dell’immagine narrativa di questa morte spiata dai due assassini che standogli sopra lo scrutano guancia a guancia da vicino, una scena onirica tipicamente kafkiana. Ha avuto un incubo, il sogno raggelante della sua morte, il coltello nel cuore in una cava solitaria di notte, al chiaro di luna, i signori neri che incombono (l’incubo) su di lui giacente disteso. Si sveglia terrorizzato, i volti e gli sguardi fissi davanti ai suoi occhi, resta immobile paralizzato, poi la scena si dissolve, e viene colto da un senso di vergogna, che sopravvive all’irrealtà di quella sua morte.
L’onta non è nella morte subita, ma nei modi in cui avviene: come un cane.
Nel suo necrologio di Franz Kafka, Milena Jesenskà, che l’ha conosciuto ed amato, un amore fuggevole, così scrive: “Era un individuo solitario, un uomo che sapeva molte cose, spaventato dalla vita; per anni ha sofferto di una malattia polmonare e sebbene la curasse, l’ha anche alimentata coscientemente e favorita idealmente. Egli era timido, scrupoloso, tranquillo e buono, eppure ha scritto libri spietati e dolorosi. Il suo mondo era popolato di demoni invisibili, che annientano e dilaniano l’uomo privo di difese. Egli era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per poter combattere con la debolezza degli uomini nobili e belli che non rifiutano la lotta per timore di incomprensioni, malvagità e menzogna intellettuale, sebbene sappiano in partenza di essere impotenti e alla fine si arrendono, in modo da svergognare il vincitore. Conosceva gli uomini come solo possono conoscerli gli esseri dotati di una grande sensibilità nervosa, i solitari, coloro che sono capaci di scrutare l’anima di un uomo e quasi predirne il futuro solo intravedendo il suo volto. Lui, che aveva una conoscenza del mondo tanto insolita e profonda, era di per sé un mondo insolito e profondo. Ha scritto libri che sono da annoverare fra i più significativi della giovane letteratura tedesca; in essi si manifesta la lotta dell’attuale generazione, ma senza tendenziosità. Sono così vivi, sinceri e dolorosi che persino là dove si esprimono per simboli appaiono naturalistici. Sono pervasi dall’ironia asciutta e dal sensibile stupore di un uomo che ha visto il mondo con tanta chiarezza da non poterlo sopportare e ha dovuto morire non volendo ritirarsi e cercare salvezza, come altri, in un qualche inconscio errore intellettuale, per quanto abile possa essere. Il dr. Kafka aveva pronto un manoscritto “Davanti al tribunale”, in attesa di stampa. [1] È un libro in cui si descrive l’orrore di nascosti equivoci e di colpe involontarie fra gli uomini, un processo e una condanna imperscrutabili. Egli era un uomo e un artista dotato di una coscienza tanto vigile, che avvertiva qualcosa là dove anche gli altri, meno sensibili di lui, si sentivano al sicuro.” Milena Jesenskà, Nàrodnì Listy, 6 agosto 1924.
[1] Il libro, con il titolo “Il processo”, fu pubblicato postumo nel 1925.
Con il suo intuito femminile, ma soprattutto per la conoscenza sentimentale diretta, la Jesenskà è riuscita a penetrare nelle pieghe profonde di quell’anima solitaria e angosciata, interpretandone gli incubi e rilasciando un giudizio privo di dubbi sul sentimento di una persona debole e priva di difese, che si arrende “in modo da svergognare il vincitore”. Ma questa è una rivincita postuma che gli concede Milena, la sua amica. Quella che sopravvive alla morte di Josef K., e quindi vive nella realtà di Kafka è l’onta di assistere alla propria fine in condizione servile, perdere la statura e la dignità di uomo, e doversi abbassarsi alla condizione di cane. È la sottomissione canina (hündisch, cagnolino) del condannato, di cui Kafka parla nella “Colonia penale”, quella che prolunga la vergogna dopo la morte, aver ceduto senza opporre resistenza.
Nella lettera a Max Brod del 20 novembre 1917, Kafka scriveva: “Caro Max, quello che faccio è qualcosa di semplice e ovvio: nella città, nella famiglia, nel rapporto d’amore (se vuoi, mettilo al primo posto), nella comunità popolare esistente o da raggiungere, in tutto ciò ho fallito e ho fallito in modo tale – questo l’ho osservato attentamente – come non è accaduto a nessun altro intorno a me. […] Ciò che mi aspettava ora – se pensavo chiaramente, al di là di speranze confuse, di stati di felicità solitari, di vanità gonfiate (quest’al di là mi riusciva appunto soltanto così raramente quanto il rimanere in vita lo tollerava) – era questo: una misera vita, una misera morte. “Fu come se la vergogna dovesse sopravvivergli” è ad esempio la frase conclusiva di “Il processo”. [2]
La miseria della morte riflette la miseria della vita, il suo aver fallito gli obiettivi, al di là di brevi rari momenti felici. La vergogna, come è stato detto, è un sentimento primitivo, che richiede un vedere e un essere visto, un Altro interiorizzato, di fronte a cui si avverte quel sentimento. Per Kafka, la letteratura era il suo specchio interiore: nella scena finale del “Processo”, egli vede sé stesso in Josef K., avverte l’onta subita di morire come un cane, una morte canina, e prova un sentimento di vergogna, che sopravvive alla sorte finale del suo personaggio.
[2] Questa citazione e le seguenti di altri autori sono tratte da “L’altra vergogna. Da Kafka a Gunther Anders.” di Micaela Latini in SENSIBILIA 5. La vergogna/The shame, a cura di Emanuele Antonelli, Manrica Rotili. Mimesis, 2012.
2. La vergogna della vittima
Diversi autori hanno espresso il loro giudizio sulla vergogna di Kafka, prendendo anche spunto dalla frase posta a sigillo del libro. Spostare il senso della vergogna per la propria inazione di fronte a un atto ingiusto, o sentito come tale, su chi compie una tale ingiustizia può rappresentare una rivincita, ma l’onta è propria di chi la subisce. Il giudizio di Walter Benjamin (“Angelus Novus”, 1955) non deve essere frainteso: “La vergogna, che corrisponde alla sua elementare purezza di sentimento, è il più forte gesto di Kafka; ma essa ha un duplice aspetto. La vergogna, una reazione intima dell’uomo, è anche una reazione socialmente esigente. Non è solo vergogna di fronte agli altri, ma può anche essere per loro. Così la vergogna di Kafka non è più personale della vita e del pensiero che essa governa, e di cui egli ha detto: “Egli non vive della sua vita personale, non pensa del suo personale pensiero. È come se egli vivesse e pensasse sotto la costrizione di una famiglia.” Gli altri non sono quelli che compiono l’ingiustizia, ma quelli della “famiglia”, di cui chi subisce l’onta fa parte. In Kafka, questa famiglia è la collettività ebraica, e qui il discorso si allarga alla Shoah, di cui l’autore ceco di origine ebraica e di lingua tedesca sembra essere il premonitore.
Subire la morte, una morte ingiusta, è la scena tragica della fine di “Il processo”, che anticipa, nella raffigurazione letteraria, la realtà tragica della Storia del Novecento, una sorta di testimonianza profetica di un visionario, come nota la Jesenskà: “Egli era un uomo e un artista dotato di una coscienza tanto vigile, che avvertiva qualcosa là dove anche gli altri, meno sensibili di lui, si sentivano al sicuro.”
E si può così comprendere meglio l’osservazione di Benjamin: Kafka anticipa a livello individuale la tragicità del destino collettivo di una popolazione, di cui egli fa parte. Questa vergogna, un sentimento che estendendosi dalla coscienza del condannato all’onta che ricade sul destino di una collettività, diventa una testimonianza. E così è stata interpretata dal filosofo Giorgio Agamben nel suo testo: “Quel che resta di Auschwitz” (1998): “Alla fine del “Processo”, nel momento in cui Josef K. sta per morire come un cane, e il coltello del carnefice gli gira due volte nel cuore, si produce in lui qualcosa come una vergogna, “era come se la vergogna dovesse sopravvivergli”. Di che cosa si vergogna Josef K.? Come se quel rossore sulle guance tradisse che per un istante un limite è stato sfiorato, qualcosa come una nuova materia etica è stata nel vivente toccata. Certo non si tratta di un fatto di cui egli potrebbe testimoniare altrimenti, che avrebbe potuto provare ad esprimersi a parole. Ma in ogni caso quel rossore è come un’apostrofe muta che vola attraverso gli anni per raggiungerci, testimonia per lui.” Quel rossore per l’umiliazione subita dalla Praga di Kafka approda fino ad Auschwitz, alla tragedia dei campi di concentramento. È la vergogna che si fonda su un senso di impotenza, il riconoscimento della forza dell’altro, del suo potere distruttivo sulla vittima. Non è la vergogna per essere sopravvissuti, ma è la vergogna che sopravvive e investe chi di quella vergogna diventa testimone incolpevole.
“Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, e ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa e non abbia valso a difesa.” Così Primo Levi descrive questa esistenza della “vergogna” nel mondo degli esseri umani in “I sommersi e i salvati” (1986). “È uno strano senso di vergogna provata dai soldati russi al cospetto dello scenario di orrore del Lager, al momento della liberazione.” Questa è l’interpretazione, da parte della vittima salvata, il sentimento che vede trasparire nello sguardo dei liberatori.
Nel contesto della tragedia di un popolo, la vergogna della vittima, testimoniata dai sopravvissuti, è la vergogna della propria origine, quella teorizzata da Gunther Anders,
per alcuni anni il compagno di Hannah Arendt. La vergogna non è ascrivibile ad un’azione compiuta, ma la vergogna dell’origine: “L’uomo presagisce il mondo da cui proviene, ma al quale non appartiene più come io. Così la vergogna è soprattutto vergogna dell’origine (Herkunft)” (“Patologia della libertà”, 1936)
È una vergogna dovuta alla contingenza esistenziale, che ancora non si è tradotta in una considerazione metafisica su una vergogna come sentimento relativo a una colpa originaria, quale ad esempio quella biblica del peccato originale.
In “Il mio ebraismo” (Mein Judentum, 1978), Anders così scrive: “E se infine mi chiedete in quale giorno io mi sia più profondamente vergognato – no, non di essere ebreo (che nulla mi vergogno di più che quando incontro un ebreo che si vergogna di essere ebreo), ma in quale giorno io mi sia più profondamente vergognato di essere ancora qui, come ebreo, allora rispondo: “È stato quel giorno d’estate, […] quando mi sono trovato a Auschwitz, davanti a cumuli di scarpe, montature di occhiali, dentiere rotte, ciuffi di capelli tagliati e valigie a mano ormai prive di padrone. E tra queste cose avrebbero potuto trovarsi anche i miei occhiali, i miei denti, le mie scarpe, la mia valigia. Allora io – che non ero stato deportato ad Auschwitz, che da tutto questo ero venuto fuori per caso – io mi sentii come un disertore. E non ebbi il coraggio di pensare: “Grazie a Dio, sono ancora qui”. Lasciatemi indugiare un attimo su questa vergogna di esistere oggi ancora qui in quanto ebreo – di non essere tra quelli che sono stati annientati ad Auschwitz o a Maidaneck.”
È la vergogna di chi, pur non essendo stato vittima, avverte l’onta subita, per la sua appartenenza a una stirpe, una vergogna dell’origine, come una colpa originaria.
3. Una colpa oscura
Forse a dar ragione metafisica della vergogna contingente dell’esistenza è il senso della colpa, quel sottile sentimento di incertezza e di angoscia, proposto in maniera paradossale e grottesca nell’incipit di “Il processo”. Una mattina, al suo risveglio, Josef K. senza spiegazione viene arrestato da due signori, due guardie inviate dal tribunale, che invece di portarlo via, gli mangiano la colazione. La vicenda già oscilla tra il tragico e il grottesco, in una dimensione surreale che si tinge di ironia, ma anche di attonita attesa. Di che cosa è accusato Josef K., quale colpa ha commesso? Deve difendersi, ma non sa da quale accusa, inizia un processo, che si conclude con la condanna e l’esecuzione, senza che abbia avuto la possibilità di difendersi, senza avere mai visto il giudice, senza mai essere giudicato da un tribunale. Eppure Josef K. sembra avvertire questa colpa. Di quale colpa si tratta? Di una colpa commessa nel passato, ma di cui non si ha contezza nel presente, un indistinto sentimento di avere trasgredito la Legge, senza saperlo. Senza voler risalire ad una colpa originaria esistenziale, una caduta che l’uomo si porta con sé dall’inizio, dalla hybris greca al peccato originale cristiano, “Il processo” rivela nel suo incomprensibile svolgersi, in cui consiste la trama del romanzo, l’esistenza della colpa. Il corso dell’esistenza del giovane Josef K. consiste nell’attesa di difendersi davanti al tribunale e si conclude con l’esecuzione della condanna alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, quando si preparava a un diverso avvenire: “La vigilia del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove, l'ora del silenzio nelle strade - vennero a casa di K. due signori. In finanziera, pallidi e grassi, con cappelli a cilindro apparentemente inamovibili. Ci furono alcuni convenevoli davanti alla porta dell'appartamento, su chi dei due dovesse passare per primo, e gli stessi convenevoli si ripeterono in misura maggiore davanti alla porta di K. Senza che la visita gli fosse stata annunciata, K. sedeva, anche lui vestito di nero, in una poltrona vicino alla porta e s'infilava lentamente dei guanti nuovi, ben tesi sulle dita, nell'atteggiamento di chi aspetta ospiti. Si alzò subito in piedi e osservò con curiosità i due signori. «È per me che venite, vero?», chiese. I signori annuirono, e uno indicò con il cilindro nella mano l'altro. K. confessò a sé stesso di essersi aspettato una visita diversa.” Questa “visita diversa” adombra una scena teatrale differente o un finale diverso del processo un lieto fine, come adombra una certa critica?
3. Una colpa oscura
Forse a dar ragione metafisica della vergogna contingente dell’esistenza è il senso della colpa, quel sottile sentimento di incertezza e di angoscia, proposto in maniera paradossale e grottesca nell’incipit di “Il processo”. Una mattina, al suo risveglio, Josef K. senza spiegazione viene arrestato da due signori, due guardie inviate dal tribunale, che invece di portarlo via, gli mangiano la colazione. La vicenda già oscilla tra il tragico e il grottesco, in una dimensione surreale che si tinge di ironia, ma anche di attonita attesa. Di che cosa è accusato Josef K., quale colpa ha commesso? Deve difendersi, ma non sa da quale accusa, inizia un processo, che si conclude con la condanna e l’esecuzione, senza che abbia avuto la possibilità di difendersi, senza avere mai visto il giudice, senza mai essere giudicato da un tribunale. Eppure Josef K. sembra avvertire questa colpa. Di quale colpa si tratta? Di una colpa commessa nel passato, ma di cui non si ha contezza nel presente, un indistinto sentimento di avere trasgredito la Legge, senza saperlo. Senza voler risalire ad una colpa originaria esistenziale, una caduta che l’uomo si porta con sé dall’inizio, dalla hybris greca al peccato originale cristiano, “Il processo” rivela nel suo incomprensibile svolgersi, in cui consiste la trama del romanzo, l’esistenza della colpa. Il corso dell’esistenza del giovane Josef K. consiste nell’attesa di difendersi davanti al tribunale e si conclude con l’esecuzione della condanna alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, quando si preparava a un diverso avvenire: “La vigilia del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove, l'ora del silenzio nelle strade - vennero a casa di K. due signori. In finanziera, pallidi e grassi, con cappelli a cilindro apparentemente inamovibili. Ci furono alcuni convenevoli davanti alla porta dell'appartamento, su chi dei due dovesse passare per primo, e gli stessi convenevoli si ripeterono in misura maggiore davanti alla porta di K. Senza che la visita gli fosse stata annunciata, K. sedeva, anche lui vestito di nero, in una poltrona vicino alla porta e s'infilava lentamente dei guanti nuovi, ben tesi sulle dita, nell'atteggiamento di chi aspetta ospiti. Si alzò subito in piedi e osservò con curiosità i due signori. «È per me che venite, vero?», chiese. I signori annuirono, e uno indicò con il cilindro nella mano l'altro. K. confessò a sé stesso di essersi aspettato una visita diversa.” Questa “visita diversa” adombra una scena teatrale differente o un finale diverso del processo un lieto fine, come adombra una certa critica?
Pensiamo che entrambe le ipotesi si comprendano a vicenda: non è importante l’esito finale del processo, ma il suo corso, che corrisponde al corso della vita. Sintomatico è il capitolo nono: “Nel Duomo”, dove in dimensione enigmatica si tratta il tema di un’esistenza che viene vissuta e si esaurisce sulla soglia della Legge, che si ha timore di trasgredire: “Davanti alla Legge c'è un guardiano. Da questo guardiano arriva un uomo di campagna e chiede che lo si lasci entrare nella Legge. Ma il guardiano dice che al momento non può concedergli di entrare. L'uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. "Può darsi - dice il guardiano - ma adesso no". Poiché la porta della Legge è, come sempre, aperta e il guardiano si fa da parte, l'uomo si china per guardare attraverso la porta nell'interno. Quando il guardiano se ne accorge, ride e dice: "Se ti attira tanto, prova dunque a entrare, nonostante il mio divieto. Ma bada: io sono potente. E non sono che l'ultimo dei guardiani. Di sala in sala, però, ci sono altri guardiani, uno più potente dell'altro. Già del terzo non riesco più nemmeno io a reggere la vista". L'uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà, la Legge deve essere accessibile a chiunque e in ogni momento, pensa, ma poi osserva meglio il guardiano nella sua pelliccia, con il gran naso a punta, la barba tartara nera, lunga e sottile, e decide che è meglio aspettare finché gli venga dato il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Lì rimane seduto giorni e anni. Fa molti tentativi perché lo si lasci entrare e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano lo sottopone spesso a piccoli interrogatori, gli chiede del suo paese e di molte altre cose, ma sono domande indifferenti, come le fanno i gran signori, e conclude sempre dicendo che non può ancora farlo entrare. L'uomo, che si è provvisto di molte cose per il viaggio, le usa tutte, anche quelle di valore, per corrompere il guardiano. Questi accetta tutto, dicendogli però: "Accetto solo perché tu non pensi di aver tralasciato qualcosa". Durante tutti quegli anni, l'uomo osserva quasi ininterrottamente il guardiano. Dimentica gli altri guardiani, e questo primo gli sembra l'unico ostacolo per accedere alla Legge. Maledice il suo caso sfortunato, nei primi anni a voce alta, poi, quando invecchia, ormai solo brontolando fra sé. Rimbambisce, e poiché studiando per anni il guardiano ha imparato a riconoscere anche le pulci del suo bavero di pelliccia, prega anche le pulci di aiutarlo a convincere il guardiano. Infine gli s'indebolisce la vista, e non sa se intorno a lui si fa davvero buio o se sono gli occhi a ingannarlo. Ma nel buio distingue un bagliore che erompe senza mai estinguersi dalla porta della Legge. Ormai non gli resta più molto da vivere. Prima della morte, tutte le esperienze di quegli anni si condensano nella sua testa in una domanda, che fino allora non ha mai rivolta al guardiano. Gli fa un cenno, poiché non può più raddrizzare il suo corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano deve chinarsi verso di lui, poiché la differenza di statura si è molto spostata a sfavore dell'uomo. "Che cosa vuoi sapere ancora?" chiede il guardiano, "sei insaziabile". "Tutti aspirano alla Legge", dice l'uomo, "come mai, in tutti questi anni nessuno ha chiesto di esservi ammesso oltre me?" Il guardiano capisce che l'uomo è alla fine, e per raggiungere il suo udito che sta venendo meno, gli urla: "Qui nessun altro poteva ottenere di esservi ammesso, perché questa entrata era destinata solo a te. Adesso vado a chiuderla".
Vi è un inganno in questa storia? Il protagonista inizia a discuterne con il sacerdote, controfigura del guardiano della Legge e simbolo dell’impenetrabilità della Legge. «No», disse il sacerdote, «non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario». «È un'opinione ben triste», disse K. «La menzogna viene elevata a ordine del mondo». Come il guardiano è un servo della Legge, e quindi appartiene alla Legge, e come tale sfugge ad ogni giudizio umano, così il sacerdote: “Cerca prima di capire tu chi sono io», disse il sacerdote. «Sei il cappellano delle carceri», disse K. facendosi più vicino al sacerdote, il suo immediato rientro in banca non era necessario così come aveva pensato, poteva benissimo restare ancora. «Quindi appartengo al tribunale», disse il sacerdote. «Allora perché dovrei volere qualcosa da te? Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, ti lascia andare quando vai».
K. sembra libero di scegliere, eppure è stretto dalla necessità di osservare una Legge così oscura che non si può comprendere, e la trasgressione che rende colpevole, viene avvertita come una colpa a priori, da cui non è possibile difendersi. Infatti, subito dopo l’incontro nel Duomo, si lascia condurre rassegnato all’esecuzione della condanna. È la vigilia del suo trentunesimo compleanno, la vigilia di quella che dovrebbe essere l’età di un’esistenza ancora da venire e da vivere, e invece muore. La colpa di K. è quella di non riuscire a vivere veramente, segno e presagio biografico della malattia e della morte prematura di Kafka. Il romanzo della colpa, come è stato definito, è la trasfigurazione nell’arte letteraria di un’atmosfera irreale e di sogno, unica, allucinata e angosciante, che noi definiamo kafkiana.
Posta un commento