martedì 14 aprile 2026

Soliloquio

                                   

                                 Una guerra lunare


7 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
“Perché amaro” non è sparito dal cerchio dell’apparire (questo blog), ma è cominciato ad apparire (in coda) nel cerchio dell’apparire di “Caffè amaro”, che a sua volta appare nel cerchio dell’apparire del blog. Infatti, entrambi sono eterni, che appaiono nel cerchio dell’apparire dell’eterno intreccio dei cerchi dell’apparire, (intreccio tra cerchi dell’apparire dei post e cerchio dell’apparire del blog). Quindi, per tutti gli iniziati al linguaggio di Emanuele Severino, filosofo italiano del Novecento, che sono eterni, gli iniziati, in quanto appaiono nell’eterno cerchio dell’apparire dell’eterno intreccio dei cerchi dell’apparire… che succede? Non succede nulla, perché sono eterni. Io sono un iniziato, no tu sei un finito… continuiamo la prossima volta.

Silvio Minieri ha detto...

UNA GUERRA LUNARE
Hai sentito la notizia? – Quale? – Quella trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo. – Quale mondo? – Il mondo planetario. – Di quale pianeta? – Il pianeta Terra. – No. – No che cosa? – Non ho sentito la notizia. – Ti sei tappato le orecchie? – E anche gli occhi. – E la bocca, come le tre scimmiette. – Proprio così. – Allora non ti comunico la notizia. – Quale notizia? – Il lancio del missile. – Ma è una notizia vecchia, obliata anche dal blog, con la cancellazione del post. – Ed io la riprendo dal cestino e ne ripropongo un pezzettino: “Quindi è partito? – Chi? – Il missile. – E chi l’ha lanciato? – Il nemico. – Contro chi? – Contro di te. – Contro di me? – Sì, tu sei il nemico da battere. – E allora battiamocela, corriamo nel rifugio. – In cantina? – Sì. – No, in terrazzo. – Come, allo scoperto? – Sì, noi siamo dei valorosi. – In che senso? – Grideremo tutta la nostra ostilità contro il nemico. – Porgendo il nostro petto e tutti i nostri cuori. – Allora, via! Sulle scale.” – Che significa? – Che il passato è passato, e non torna più. – No, il tempo non torna più / E ieri non c’eri tu, oggi chi sei? / Cos’è che cambia la vita in noi / E quello che adesso hai / Domani non lo vorrai (Fiorella Mannoia). – M’annoia? – Tu annoi, non la cantante. – Vivacizza. – Il missile è arrivato. – Quale missile? – Quello precipitato sulla Luna, nel Mare della Tranquillità, distruggendo la stazione creata da noi terrestri. – Noi terrestri? – Sì. – Premesso che tu sei un meteco interplanetario, un terrestre impuro, perché mezzo terrestre e mezzo plutonico, spiegami meglio questa notizia, un vero casus belli, una sorta di prima guerra lunare. – Il missile non era interplanetario, nel senso che non è partito né da Venere né da Marte. – Infatti, da Venere e da Marte nessun missile parte. – Sai da dove è partito? – Indicalo con il dito. – Perché? – Per fare la rima. – Basta con queste insulsaggini e fandonie! – La rima o la guerra? – Tutte e due. – E allora? – Olimpiadi di Londra. – Quelle in cui l’Italia vinse la medaglia d’oro nel lancio del disco? – Sì, Adolfo Consolini, nel ’48. – Quindi, per le nostre aritmetiche: 3648 x 6384. – Esatto. – Esatto che cosa? – Il risultato esatto (ex actu) da trovare. – Quale atto? – la moltiplicazione tra Berlino e Londra e i loro mezzi palindromi. – E il risultato esatto? – Eccolo: 23 28 88 32. – Che cosa sono queste quattro coppie di numeri? – Il numero milionario a 8 cifre, decine di milioni, per l’esattezza due e rotti, sortito come prodotto della moltiplicazione tra due fattori formati dalle due coppie dei nostri numeri, che ricordano le olimpiadi di Berlino ‘36 e Londra ‘48 del secolo scorso. – Ma che cos’è questo procedere a coppie? – La maniera migliore di compiere il calcolo aritmetico mentale, tra due numeri di quattro cifre ognuno. – E come? – Così: 36 x 63 e 36 x 84; 48 x 36 e 48 x 84. – E poi? – Poi sbrigatela da solo, io ho da fare. – Allora, rapidamente: 36 x 3 = 108, quindi 216-0 + 108. Infatti, se 6 è il doppio di 3, allora 216 è il doppio di 108. – Certo, bravo! – Quindi, prima coppia che si compone dall’addizione 216-0 +108, ciò è 26 88. – Bravo. – Hai notato il ciò è staccato? – Sì, e ciò è? – Cioè. – Simpatico. – Chi sono questi signori in camice bianco, che passeggiano tra noi nel cortile? – Nostri sorridenti amici. – Certo. – Sorridevano, e ciò è sintomo di… cioè… che stavamo dicendo? – Ambo: la coppia 26 88. – Giochiamola al lotto. – E poi? – Poi vinciamo e usciamo di qui, pagando i nostri amici. – Mi hai fatto venire in mente “Pallida notte di stelle” di Malins. – Davvero? – Sì. – E ora? – Ora, 36 x 84. – E come? – Così: 36 x 4 = 144, e quindi 288-0 + 144 = 3024. – Senti la musica di Malins? – Facciamo una pausa. – Un’ultima cosa, il missile da dove è stato lanciato? – Quello che ha centrato il Mare della Tranquillità ? – Sì – Dall’Oceano Pacifico. – Ah, ecco!

Silvio Minieri ha detto...

PALLIDA NOTTE DI STELLE
Sono tornato un momento fa nel mio studio nel silenzio e nel buio della notte. Ti ho lasciato da poco, ma sento ancora la tua presenza vicino a me. Ho acceso la luce azzurra del lume sulla scrivania, mi sono seduto, ho preso i fogli bianchi ed ora ti scrivo, Jacopo, sotto lo sguardo dei tuoi occhi celesti, il pallore del viso, i capelli albini.
Mi sembra tutto così irreale quello che è accaduto! Quando tempo fa sei morto? Nemmeno una settimana. Ma non ce l’hai fatta a restare una settimana senza di me e sei tornato. Quando ti ho visto nella penombra, sono rimasto sorpreso, ma non molto. Era come se avessi già presagito il tuo ritorno: non te ne potevi andare così, senza salutare il tuo dottore, che come tu dici, ti ha curato per una vita intera. Oddio! Due anni non sono una vita intera, ma per te la mia presenza era così rassicurante che ti sembrava di conoscermi da sempre, non è vero, Jacopo?
Come sei morto! Non te lo ricordi? Ti sei distratto e quando hai attraversato la strada, per entrare nel mio… ehm!… Istituto, puntando dritto sul portone d’ingresso… Sì, Jacopo, è vero, hai ragione, come sono ipocrita nel definire “Istituto” questo ricovero per malati mentali finanziato con i soldi della Regione. Tu, veramente, quando fosti ricoverato per la prima volta, mi dicesti, prendendomi sottobraccio (perché qui i pazienti prendono pure sottobraccio confidenzialmente i loro medici curanti): “Dottore, questo non è un Ricovero o un Istituto; dottore, questo è un Manicomio!” E mi stringevi con maggiore confidenza il braccio, con quel sorriso d’intesa, che io non potevo fare altro che ricambiarti. “Noi non siamo ricoverati o malati, dottore, noi siamo pazzi!” mi ripetevi ogni volta che m’incontravi in cortile o nei corridoi o in mensa o nelle corsie, sempre sorridente, eternamente sorridente; e così ti conquistasti la mia fiducia, la fiducia del dottor Holiver, direttore del Distretto Sanitario per malati mentali della Regione.
Ma che stavo dicendo? Ah! Ti sei distratto, l’altro giorno, la settimana scorsa, e quando hai attraversato la strada sbadatamente, come tu purtroppo sei solito fare… questa volta non hai trovato un automobilista attento. Jacopo, hai trovato uno distratto come te! E sei morto e ti hanno fatto i funerali e ti hanno seppellito al cimitero. Ma tu, Jacopo, sei uno spirito irrequieto – eh, quante volte ti abbiamo dovuto “contenere” a letto! – e così hai deciso di uscirtene dalla tomba, per venirmi a trovare. Sentivi nostalgia? Così presto! E, poi, che cosa? Nostalgia dei vivi! Tu, che avevi avuto la fortuna, chiamiamola così, di morire?
Io ti sto scrivendo una lettera. Io, il dottor Holiver, ti scrivo una lettera, mentre è notte fonda e i malati dormono ed anche gli infermieri dormono, pure quelli del turno di notte che dovrebbero stare svegli; ma io, con la mia lunga esperienza, con la mia illuminata saggezza, per ripetere le parole tue, Jacopo morto, (“la vostra lunga esperienza”, “la vostra illuminata saggezza”), chiudo un occhio, per fingermi semi addormentato, perché, dottore, mi sussurrasti all’orecchio, di notte le infermiere dell’Istituto per malati mentali e gli infermieri… che cosa fanno?… “Sospirano, professore! Non ti scandalizzare: non mi hai detto tu che pure Gustav Jung non sapeva disapprovare qualche suo paziente che ogni tanto chiamava gatto il gatto? ” Ho risposto: “Veramente, era Sigmund Freud...” E adesso, io, Holiver, chiudo un occhio, abolisco il turno di notte e di notte tutti dormono, sognano: lasciamoli sognare! E mentre tutti dormono e sognano, io vedo il cono della luce azzurra della lampada sulla scrivania e mi massaggio gli occhi, perché sono un po’ stanco. In questo ospedale, in questo luogo per ospiti, diciamo così, adesso c’è un grande silenzio, regna una grande quiete. Io mi abbandono ai ricordi.

Silvio Minieri ha detto...

Quella volta, te la vedesti brutta! Ti eri allontanato senza permesso e mentre ti cercavano, segnalarono un maniaco che aveva assaltato una ragazza. Che esagerati! Quando ti presero e ti riportarono “a casa”, da me cioè, anche le infermiere e gli infermieri che ce l’avevano con te, quella volta ti compiansero. Eri proprio messo male. Ti avevano dato tante di quelle botte, proprio di “santa ragione”, come dicevano Loro…ma perché esiste anche una ragione non santa, empia forse? Eh, sì! La ragione empia, per Loro, è la tua, Jacopo!
“Mi hanno colpito qua – dicevi avvilito – qua, qua, in questo punto qui, poi qui, qui sotto… dappertutto…” e indicavi la testa le spalle, le braccia, il petto, la pancia, l’inguine, le gambe e l’aria intorno a te. Cadesti per terra, avevi macchie di liquido rosso che rigavano il tuo corpo, chiudesti gli occhi… io credevo che tu stessi morendo.
Sei rimasto ingessato più di due mesi, disteso a letto. Mi dicesti: “Io, quel pomeriggio, l’avevo vista e le avevo chiesto una sigaretta. Quella si è voltata ridendo; poi, quando mi ha riconosciuto, ha cambiato colore, è diventata pallida e si è messa a tremare. Il petto, bello grande, saliva e scendeva veloce come uno stantuffo. Si era impressionata; anch’io mi sono impressionato: ho afferrato i due promontori con le mani per fermarli, ma lei si è messa a urlare. Ho cercato di zittirla, tappandole la bocca, ma lei si dimenava, si divincolava, gridava aiuto, come un’ossessa; allora l’ho stretta più forte, poi siccome muoveva la testa violentemente a destra e a sinistra, ho cercato di bloccarle anche il collo. Ma quando finalmente sembrava che si acquietasse, aveva pure chiuso gli occhi, sono stato assalito da un branco di lupi mannari. E mentre lei mi cadeva nelle braccia, sono stato investito da una scarica di pugni e calci e bastonate; alla fine ho visto tutti puntini neri, poi era buio, forse sono caduto per terra.” Io stavo seduto a fianco al tuo letto e ti ascoltavo, paziente, un po’ soffrivo, poi ti ho detto, con la mia aria professorale: “Jacopo, hai commesso proprio una pazzia. Chiamiamo gatto il gatto: è stata una follia” Tu eri triste, hai ripetuto soltanto, anzi hai mormorato: “Gatto il gatto…sì!… Tu sei professore…”
Quella pietà che volevi ispirare, a volte sembrava mista a rabbia: allora, cominciavi a guardarti intorno con quella strana luce celeste degli occhi. Tu, con la tua chioma albina, il viso pallido, Jacopo, tu incutevi un certo timore; poi se cominciavi a cantare e ti dicevano di smetterla, tu iniziavi a gridare ed a inveire contro le ingiustizie, contro Loro che ti volevano male e cercavano di calmarti, ti agitavi sempre più e noi ti dovevamo “contenere” e poi tu piangevi e ti lamentavi, quando eri costretto a startene là, immobile. Tu soffrivi e noi, pensi, che no? No? Hai ragione, Jacopo, sei un empio. Noi siamo insensibili, non compatiamo, consideriamo il malato, il pazzo, il sofferente, un organismo da esaminare al microscopio. Tu non senti la nostra fraterna solidarietà, noi non siamo destinati a morire per strada, come te, senza avvenire.

Silvio Minieri ha detto...

Quando ti ho visto un’ora fa, quando sei ricomparso stanotte, nel mio studio illuminato solo dalla luce azzurra della lampada sulla scrivania, sapevo che non eri uno spettro, ma che eri tu, Jacopo redivivo, che venivi a trovare il tuo dottor Holiver, paziente, come te.
Mi hai guardato con i tuoi occhi celeste chiaro, la luce della lampada illuminava il tuo volto bianco, pallidissimo, i capelli albini. Io questa volta non ho dovuto respingere nessun timore, come quando eri in vita e la luce celeste ed ambigua balenava nel tuo sguardo, primo abbrivio di una nuova crisi; io, stanotte, Jacopo, quando ti ho visto, ho avuto pietà di te, mi sono alzato e ti sono venuto incontro, ti ho cinto le spalle col mio braccio e ti ho sussurrato all’orecchio: “Jacopo, Holiver ha pietà di te, della tua morte:” Se tu avessi potuto vedermi in viso avresti visto che io avevo gli occhi pieni di lacrime. Si soffre, quando si è vivi. I morti non sono pazienti.
Tu, infatti, ti sei spazientito, sei uno spirito irrequieto, sei sempre stato così, e ridestandoti dal tuo giaciglio sei fuggito dalla dimora, che ti era stata assegnata dalla sorte e sei venuto trovarmi. Insieme siamo usciti nella notte, nell’aria fresca, nessun infermiere ci ha fermati, noi due; di notte gli infermieri dormono, sognano o forse, è vero, amano o “sospirano”, come ti esprimesti tu; sono troppo intenti a trafficare con Eros o con Oneiros, per accorgersi di noi due: di te, Jacopo, e di me, Holiver.
Siamo usciti dall’ospedale e ci siamo incamminati nelle strade deserte della città di notte, immersa nel silenzio; abbiamo raggiunto i viali umidi, della periferia, vicino al fiume. Sul ponte, risuonavano i nostri passi; ci siamo fermati a guardare l’acqua scorrere di sotto, illuminata dal chiarore dei lampioni pubblici, che emanavano una luce arancione avvolta da un alone di foschia. Poi con passi più svelti abbiamo raggiunto le ultime case e siamo entrati nel grande parco, dove tra le tante sculture e croci riposiamo. Abbiamo raggiunto la mia destinazione: sulla lastra di marmo a terra era inciso il mio nome: J. Holiver; la fioca luce di un lumino lasciava vedere, seppure in maniera incerta, la mia fotografia, incorniciata sul bassorilievo. Lì ti ho lasciato, Jacopo, per il riposo, dileguandomi in fretta, per raggiungere di nuovo il mio studio.
Ed ora qui, scrivo e ripenso a te, il mio volto nell’ombra, fuori del cono di luce azzurra. Rifletto nella notte. So che stai tornando: tra poco il pallore del tuo viso diafano, la chiarezza celeste del tuo sguardo, il candore immacolato dei tuoi capelli torneranno a riflettersi nella luce azzurra della lampada; ti aspetto, Jacopo. Verrai, mi alzerò, ti prenderò per mano e di nuovo andremo nella notte, per strade illuminate e deserte. Tu mi dirai: “Jacopo, fermati, ascolta, senti? È la musica: hanno intonato “Pallida notte di stelle” di Malins.” Resteremo immobili ad ascoltare nel silenzio l’eco melodioso delle note, poi con dolcezza tu mi toccherai il braccio, per scuotermi dall’incanto e bisbigliare con indulgente sorriso: “Vieni, Holiver, andiamo, è notte, ci guida la luce delle stelle…”

Silvio Minieri ha detto...

IMMAGINE
“Notte stellata” è un dipinto del pittore olandese Vincent van Gogh, realizzato nel 1888 ad Arles . «Guardare le stelle mi fa sempre sognare, così come lo fanno i puntini neri che rappresentano le città e i villaggi su una cartina. Perché, mi chiedo, i puntini luminosi del cielo non possono essere accessibili come quelli sulla cartina della Francia?» (Vincent van Gogh)

Silvio Minieri ha detto...

Mi spieghi che cosa volevi dire l’altra volta con l’espressione “guerra lunare”? – Una guerra che non sta né in cielo né in terra. – E dove sta? – Sulla luna, appunto. – In verità di queste guerre lunari ve ne sono diverse sparse sul pianeta Terra. – Non parliamo di guerre. – E di che cosa parliamo? – Di numeri. – Quali? – I nostri ultimi numeri. – Vuoi dire 3648 x 6384? – Sì. – Allora, avevamo l’ambo 22 68. – A proposito, l’hai giocato? – No. – Allora restiamo in questo Istituto? – Poi ti racconto di due fughe.
(Segue)