venerdì 8 maggio 2026

Anteprima

 

           

                I due cani gemelli




2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

I DUE CANI GEMELLI

UNO
Cominciava ad imbrunire, quando mi avvicinai alla strada ultima, che conduceva alla Villa di Nazàr. Sulla via Cristoforo Colombo, in prossimità dell’Eur, il taxi aveva girato a sinistra, per via dell’Acqua Perfetta, in direzione dell’Ardeatina Antica. La strada correva tra due lati di campagna aperta. Subito però giungemmo in vista di un complesso edilizio residenziale. Il conducente girò a sinistra, percorrendo una strada a ferro di cavallo, poi imboccò una discesa e quindi una strada in salita, lasciandosi le ultime case del complesso residenziale alle spalle. In alto, su un leggero rilievo collinare, nel verde, si distingueva la facciata color tramonto (un rosa tendente all’oro) di una villa. Finì l’asfalto e la strada si restrinse in un tratturo abbastanza breve, perché presto raggiungemmo lo spiazzo davanti al cancello di una casa. Devo dire che all’inizio del tratturo vi era una sbarra sollevata, indicante che quella strada circondata da un parco era una strada privata.
Congedai il tassista pagandogli il doppio della tariffa segnata dal tassametro, per rimborsarlo, come mi chiese con umile sorriso, anche della corsa di rientro. In segno di gratitudine, prima di ripartire, attese che il cancello a cui avevo suonato si aprisse. Entrai. Davanti alla soglia d’ingresso della casa a due piani, compreso il piano terra, mi attendeva sorridente, nella luce che imbruniva, Nazàr.
Nazàr è il presidente della società di costruzione d’imbarcazioni marittime “Tirrenavig Spa”, di cui sono socio e mi aveva invitato per quel fine settimana a casa sua, dopo che i nostri rapporti, consolidatisi in numerose sedute del Consiglio d’amministrazione della Società, si erano andati stringendo negli ultimi tempi, avviandomi a diventare io uno dei soci con quota maggioritaria.
Notai subito che ai lati dei gradini di marmo, situati davanti al portone, vi erano due sculture in pietra. Raffiguravano due cani uguali, accucciati nella stessa posa sulle zampe posteriori, con un’espressione teneramente viva, soprattutto degli occhi. L’ospite notò subito la mia attenzione per le due sculture e mi fece strada, varcando per primo l’ingresso, dopo avermi salutato con gentilezza: “Buona sera, Anastasio, benvenuto.” “Ero convinto che i due animali di pietra fossero leoni” dissi. “Da lontano ci si può ingannare.” “Evidentemente” si limitò a commentare il padrone di casa, assumendo come poco prima, quando avevo fissato l’attenzione sui due cani di pietra, un’aria stranamente perplessa, subito dissoltasi nella sua successiva premura per l’ospite.
(Segue)

Silvio Minieri ha detto...

POSTFAZIONE
La ripubblicazione di questo racconto lungo meritava un breve Prologo, che viene comunque sostituito dalle poche righe di questa Postfazione. Il quadro iniziale è una descrizione un po' insistita del paesaggio del parco e della villa, della strada e delle case, che tendeva a rappresentare il pensiero condensabile in una espressione: “l’anima vivente delle cose”, che riflette l’unità dell’anima del mondo, un pensiero ricavato da Hillman, come ogni altro riferimento alla filosofia del cuore. Ho aggiunto la considerazione su Cartesio, per dare ragione dell’unità infranta, in verità una prospettiva risalente a Platone, quella della differenziazione e del dualismo tra mondo sensibile e intellegibile, materia e spirito: “Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità.” L’episodio del gatto era la descrizione di una scena di cui fui testimone una sera, accaduta come l’ho descritta, compresa la felice conclusione per il felino: “Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio. Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata.”
Il sogno della resurrezione del capitano Borletto è un breve rifacimento in chiave moderna del Mito di Er che conclude il X e ultimo Libro della “Repubblica”. Nel sogno delle tre streghe, forse era meno identificabile il riferimento al “Macbeth” di Shakespeare. E aggiungo che Leila è la protagonista di “Malombra” del Fogazzaro, un romanzo sul tema ottocentesco dello spiritismo, che avevo riletto al tempo della stesura del racconto. Il sogno di Anastasio forse è troppo vaporoso, come appunto dovrebbe essere la materia dei sogni, e non se ne dà spiegazione, per evitare di allungare il discorso, che è sempre lo stesso: la trasfigurazione nel fantastico del reale, non il sabba, ma un più banale e quotidiano incontro tra comari, forse un po' bisbetiche. Ecco perché il commento inserito nel testo sarebbe risultato riduttivo.
Al contrario, riconosco ridondante e prolisso il racconto inverosimile di Nazàr, ma non il suo sdoppiamento, trattandosi del suo gemello, scoperto nella notte da Anastasio in una insolita recita di Hegel, peraltro ripresa il giorno dopo in biblioteca da Nazàr. Sono squarci, le citazioni della “Fenomenologia dello Spirito”, che tendono a rompere l’atmosfera orientale, ispirata alle “Mille e una notte”, che il nome di Zobeide richiama, compreso il paradossale e fantastico racconto di vicende con riferimenti storici, ambientate al Cairo e ad Alessandria d’Egitto dei secoli passati.
Il reale e il fantastico, la ragione e il cuore, un contrasto che lascia spazio alla fantasia nel week-end romano dell’ospite a casa del socio in affari Nazàr, concluso però con il richiamo alla realtà: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.” Ma l’ultimo sigillo è affidato all’immagine della visione di Zobeide e al sopraggiungere dei due cani gemelli, sullo sfondo della villa di Nazàr.