ANTECEDENTE Taci! Lo vedi? Ho detto che tu devi tacere. Ma io sono te. No, sei tu. Tu, che credi di essere io, quando parli in prima persona, sei sotto il giogo dell’io-tu. Tu, invece sei sotto il gioco (gioco che più o meno vale giogo) del tu-tu, vale a dire il gonnellino del tutù. Ecco dove siamo finiti! Dove? Ungaretti. “Balaustrata di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia.” Poesia ermetica, come dire di difficile interpretazione. Quindi, l’unica è affidarsi alla immaginazione, inseguendo le immagini, che i versi della poesia suscitano. E cioè? Sembra di vedere il poeta in gonnellina rosa che si appoggia al parapetto della terrazza per godersi il fresco della sera. Le malelingue. Tu. No, non io, i critici, di cui peraltro, conoscendo Ungaretti, credo che fosse egli stesso a farsi beffe di loro. Tu hai conosciuto il poeta? No, una sua controfigura. Dove? A Milano, avevamo evocato l’episodio altre volte. Non ricordo. Allora te lo ricordo io.
ALLEGRIA LUGUBRE Io non so in quali cortili interni mi ritrovai e quali corridoi dell’Accademia percorsi, sta di fatto che sospinto dall’invisibile mano del Fato, finii attratto infine in una piccola aula, dove alcuni allievi ascoltavano una lezione. Repressi un moto di rabbia nel riconoscere il protagonista di quella situazione accademica e mi mischiai agli altri ascoltatori. L’impostore, vale a dire Ricciotto, il falso Agilè seguì la scena della mia entrata con gli occhi, ma non diede a vedere di essere turbato e proseguì il suo discorso. Stava tenendo una dissertazione critica a commento dell’opera poetica di Giuseppe Ungaretti. Sulla lavagna aveva tracciato una linea verticale al centro, scrivendo la parola “allegria” a sinistra e la parola “malinconia” a destra. Stava ora parlando della silloge di poesie, raccolte sotto il titolo: “L’allegria”; aveva citato “Il porto sepolto” e poi recitò altri versi, quelli derisi da una certa critica, che aveva immaginato il poeta in gonnella affacciarsi dal terrazzo nella sera: “Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia.” “Ecco, la malinconia – disse il falso Agilè – perché credo che come tale si fosse presentato in quell’Istituto accademico, a quegli ignari allievi – viene ad insinuarsi nel sentimento più alto di salvezza, salvezza dal naufragio della vita, che pertanto genera…” Lo pseudo Agilè – così nominerò il malandrino, in questa fase del racconto – lasciò in sospeso l’ultima parola della frase e guardò con uno sguardo più attento i suoi allievi.Un giovane si alzò ed iniziò a parlare: “E’ lo stesso Giuseppe Ungaretti a spiegarci come…” Fu interrotto bruscamente dallo pseudo Agilè: “Zitto Barbagallo e siediti.” Barbagallo tacque, ma rimase in piedi. Lo pseudo Agilè mi lanciò un’occhiata obliqua, tornò a guardare Barbagallo e forse in quel momento giudicò opportuno non insistere, per non attirarsi l’ostilità dell’uditorio con modi autoritari e pregiudicare l’equilibrio, che lo stava reggendo da quando io ero entrato in aula. Quindi fece un cenno di assenso all’allievo, che subito riprese: “E’ lo stesso poeta a spiegarci come fu raggiunto a Parigi dall’illuminazione: – L’uomo in tutte le sue imprese, anche quando crede di essere arrivato in porto, sì ci arriva, ma ci arriva da naufrago, ci arriva dopo aver lasciato molte illusioni, se non dopo aver subito dei veri disastri. Ma il fatto di essere comunque arrivato in porto anche dopo un naufragio, dà un certo piacere, no, dà un’allegria. Ecco: Allegria di naufragi.” Si udì un forte vociare e confusione di gente, fuori la porta dell’aula, su cui furono picchiati dei violenti colpi. Tutti, me compreso, si voltarono; la confusione aumentò e la porta fu spalancata: “Fuori ragazzi, tutti con noi, libertà!” gridò uno dei più agitati dei giovani di un corteo che si avvertiva si andava ingrossando nei corridoi dell’Accademia; bussavano anche alle altre aule. Barbagallo e Cremaschi, come sentii che lo chiamarono, saltarono sui banchi ed invitarono baldi: “Andiamo, allegria!” Si precipitarono tutti in massa all’esterno, mentre lo pseudo Agilè agitava le braccia e gridava: “Fermatevi, è un’allegria lugubre!” Ah, ah, ah! A noi due, balordo! Mi alzai con un ghigno sul volto, lo pseudo Agilè titubò un attimo, poi disse: “È l’assenza del fondamento che Ungaretti annulla con le immagini della sua poesia: “Sola / sulle colonne delle tenebre / si è poggiata la luna.” Così recitano i suoi versi a sigillo della raccolta: “Allegria”.
[N. d. B.] Il brano è tratto da “I gigli funebri”, 2009, una raccolta di racconti, tra cui quello che dà il titolo alla raccolta. Il libro è reperibile su OPAC SBN, digitando “Silvio Minieri”.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
3 commenti:
ANTECEDENTE
Taci! Lo vedi? Ho detto che tu devi tacere. Ma io sono te. No, sei tu. Tu, che credi di essere io, quando parli in prima persona, sei sotto il giogo dell’io-tu. Tu, invece sei sotto il gioco (gioco che più o meno vale giogo) del tu-tu, vale a dire il gonnellino del tutù. Ecco dove siamo finiti! Dove? Ungaretti.
“Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.”
Poesia ermetica, come dire di difficile interpretazione. Quindi, l’unica è affidarsi alla immaginazione, inseguendo le immagini, che i versi della poesia suscitano. E cioè? Sembra di vedere il poeta in gonnellina rosa che si appoggia al parapetto della terrazza per godersi il fresco della sera. Le malelingue. Tu. No, non io, i critici, di cui peraltro, conoscendo Ungaretti, credo che fosse egli stesso a farsi beffe di loro. Tu hai conosciuto il poeta? No, una sua controfigura. Dove? A Milano, avevamo evocato l’episodio altre volte. Non ricordo. Allora te lo ricordo io.
ALLEGRIA LUGUBRE
Io non so in quali cortili interni mi ritrovai e quali corridoi dell’Accademia percorsi, sta di fatto che sospinto dall’invisibile mano del Fato, finii attratto infine in una piccola aula, dove alcuni allievi ascoltavano una lezione. Repressi un moto di rabbia nel riconoscere il protagonista di quella situazione accademica e mi mischiai agli altri ascoltatori. L’impostore, vale a dire Ricciotto, il falso Agilè seguì la scena della mia entrata con gli occhi, ma non diede a vedere di essere turbato e proseguì il suo discorso. Stava tenendo una dissertazione critica a commento dell’opera poetica di Giuseppe Ungaretti. Sulla lavagna aveva tracciato una linea verticale al centro, scrivendo la parola “allegria” a sinistra e la parola “malinconia” a destra. Stava ora parlando della silloge di poesie, raccolte sotto il titolo: “L’allegria”; aveva citato “Il porto sepolto” e poi recitò altri versi, quelli derisi da una certa critica, che aveva immaginato il poeta in gonnella affacciarsi dal terrazzo nella sera: “Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia.”
“Ecco, la malinconia – disse il falso Agilè – perché credo che come tale si fosse presentato in quell’Istituto accademico, a quegli ignari allievi – viene ad insinuarsi nel sentimento più alto di salvezza, salvezza dal naufragio della vita, che pertanto genera…” Lo pseudo Agilè – così nominerò il malandrino, in questa fase del racconto – lasciò in sospeso l’ultima parola della frase e guardò con uno sguardo più attento i suoi allievi.Un giovane si alzò ed iniziò a parlare: “E’ lo stesso Giuseppe Ungaretti a spiegarci come…” Fu interrotto bruscamente dallo pseudo Agilè: “Zitto Barbagallo e siediti.” Barbagallo tacque, ma rimase in piedi. Lo pseudo Agilè mi lanciò un’occhiata obliqua, tornò a guardare Barbagallo e forse in quel momento giudicò opportuno non insistere, per non attirarsi l’ostilità dell’uditorio con modi autoritari e pregiudicare l’equilibrio, che lo stava reggendo da quando io ero entrato in aula. Quindi fece un cenno di assenso all’allievo, che subito riprese: “E’ lo stesso poeta a spiegarci come fu raggiunto a Parigi dall’illuminazione: – L’uomo in tutte le sue imprese, anche quando crede di essere arrivato in porto, sì ci arriva, ma ci arriva da naufrago, ci arriva dopo aver lasciato molte illusioni, se non dopo aver subito dei veri disastri. Ma il fatto di essere comunque arrivato in porto anche dopo un naufragio, dà un certo piacere, no, dà un’allegria. Ecco: Allegria di naufragi.”
Si udì un forte vociare e confusione di gente, fuori la porta dell’aula, su cui furono picchiati dei violenti colpi. Tutti, me compreso, si voltarono; la confusione aumentò e la porta fu spalancata: “Fuori ragazzi, tutti con noi, libertà!” gridò uno dei più agitati dei giovani di un corteo che si avvertiva si andava ingrossando nei corridoi dell’Accademia; bussavano anche alle altre aule. Barbagallo e Cremaschi, come sentii che lo chiamarono, saltarono sui banchi ed invitarono baldi: “Andiamo, allegria!” Si precipitarono tutti in massa all’esterno, mentre lo pseudo Agilè agitava le braccia e gridava: “Fermatevi, è un’allegria lugubre!”
Ah, ah, ah! A noi due, balordo! Mi alzai con un ghigno sul volto, lo pseudo Agilè titubò un attimo, poi disse: “È l’assenza del fondamento che Ungaretti annulla con le immagini della sua poesia: “Sola / sulle colonne delle tenebre / si è poggiata la luna.” Così recitano i suoi versi a sigillo della raccolta: “Allegria”.
[N. d. B.]
Il brano è tratto da “I gigli funebri”, 2009, una raccolta di racconti, tra cui quello che dà il titolo alla raccolta. Il libro è reperibile su OPAC SBN, digitando “Silvio Minieri”.
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