LE APPARENZE ETERNE Sragionando di spettri e mondi spettrali e di altre simili oziose piacevolezze
- È questo, dunque, Traseo Nera, il ponte Fabricio, che la tradizione mitica assegna alla terrificante metamorfosi di Traseus della gens Neria, tuo progenitore o quanto meno quasi omonimo, di cui al racconto dello Straniero di Etruria, come riportato dall’ottimo Aristarco? - Sì questo è il ponte, in cui, in un tempo mitico, un tuo antico precursore, il leggendario Decius della gens Livia, nei pressi del tempio di Esculapio, si diede ad una non certo commendevole fuga precipitosa, terrorizzato dall’orribile trasformazione del suo amico, avvenuta sotto i suoi occhi. - Volevo vedere te! - E non mi hai visto? - No, in cambio, ho visto un altro, Superuomo come te, quell’Enea Silvio o Aeneas Silvius che dir si voglia, anche lui comes di una comitiva di spettri, istrionici attori tutti di uno stesso identico spettacolo da commedia. - E sei fuggito pazzo di terrore. - In verità, quando mi sono svegliato dall’incubo, stavo morendo dal ridere, come ben ricordi. - Sì, sotto gli occhi di un esterrefatto capo manipolo di centuria, quel Factorinus, che altri non è che la controfigura o maschera di un grottesco capitano Fattorini di nostra conoscenza. - Traseo Nera, ottimo e fidato amico, noi ci troviamo qui sul ponte Fabricio, nella luce del mattino di questa incantevole giornata di primavera romana, vogliamo allora liberarci da queste nostre passioni dell’anima e ragionare con serenità e quietamente dei fatti, che andiamo a commentare? - Ragionare, dici? O sragionare? - Non credo vi sia una grande differenza tra le due modalità nell’affrontare discorsi, perché poi si finisce sempre, a quanto pare, con il venirsi a trovare su una linea di confronto dal confine molto incerto, discrimine tra i due campi del razionale e dell’irrazionale. - Concordo con questa tua disamina, Decio Livio, e raccolgo il tuo invito a discorrere tra noi con quella serenità o distensione d’animo, che l’antico greco nominava Sophrosyne. - E quindi? - “Vedeva il suo compagno correre verso l’imperiosa figura e nello stesso tempo con orrore si accorgeva che nell’avvicinarsi rapido alla divina e spirituale e ad un tempo gigantesca persona (forse nella immaginazione soltanto dell’atterrito testimone), il suo amico andava perdendo gradatamente la sua consistenza materiale, diventando sempre più spettrale, fino a dissolversi in Quello (“Ille!”) come nel Nulla: spiritus aetherius.” Così il testo dell’apologo.
- Enea Silvio, chi è? - In termini di spettri, individuati come fantasmi, è senz’altro quello che più somiglia, quanto meno nel nome, a quel nostro creatore letterario, che andiamo sempre inseguendo nei nostri dialoghi o mimi caricaturali, come andrebbero meglio definiti. Ricordi l’epigrafe, Livio, del dialogo più antico? “Leggete nella mia memoria / Dove è scritto il nome.” - “Pindaro, Olimpiche X, 1”, se ben ricordo la fonte. - Ricordi bene, Decio Livio, sì proprio quel Pindaro, che qui ritorna con altra citazione, dovuta questa al Nietzsche moralista filosofo: “Impara a diventare quello che sei”. - Moralista filosofo, hai detto? - Non addentriamoci in distinzioni e discussioni su Nietzsche, Decio Livio, ma serviamoci della massima, per le nostre riflessioni “metafisiche”. - Coff coff! - Come mai questi colpetti di tosse, Decio Livio? - Niente, devo avere preso qualche colpo di freddo. - Ah, mi pareva! Dicevo, dunque, di Pindaro e Nietzsche e del “Divenire” nell’ “Essere”, Traseus che diventa Aeneas… - Accidenti, Traseo! Per tutti gli dèi dell’Olimpo e per l’intero “spettro” della stirpe divina di ogni altro possibile e fantasticato Pantheon, mi hai illuminato in un sol colpo, in un attimo immane! Ma tu sei un dio! Tu non sei Traseo Nera, tu sei… tu sei… Enea Silvio! Per l’anima di questo Silvio! Dico così anche di quest’ultimo essendo anch’egli un divino. - Decio Livio, vuoi smetterla di rivolgerti in questa maniera così irriguardosa e disordinata nei confronti degli astri, i divini del cielo incorrotto, una dimora più pura e perfetta e certamente meno “spettrale” di questo mondo da noi abitato, dove ci aggiriamo smarriti fantasmi crepuscolari? - Traseo Nera, filosofo e poeta, spirito etereo, sempiterna apparenza del vero, medium dell’uno indifferenziato, Enea Silvio, ché in verità sono due, genitore e figlio, ed infatti Dante a Virgilio pone questa domanda: “Tu dici che di Silvïo il parente, / corruttibile ancora, ad immortale / secolo andò, e fu sensibilmente…”, come dire: “Virgilio, tu, nel tuo poema, racconti che Enea, padre di Silvio, ancora vivo e vegeto (corruttibile, mortale) si recò nel regno delle ombre (immortali) in carne ed ossa (sensibilmente)…”, e quindi ne viene che Silvio, generato da Enea e Lavinia, è il capostipite della stirpe italica, come autorevolmente attestato nell’Inferno… - Dove? - Decio Livio, non m’interrompere, sono orgoglioso di poter affermare che Silvio è il padre di tutte le italiche genti e … che stavo dicendo? - Traseo Nera! - Eh? - Devo andare. - Come? - È arrivata Caia Servilia ed io ti devo lasciare. - E dell’attimo immane e del digrignare i denti, la sghignazzata diabolica di Decius della gens Livia, onde Factorinus e tutto il resto? - The next time, la prossima volta. - Next one, ancora una volta? - Yes, sir. - God be with you. - God be with you till we meet again.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
2 commenti:
LE APPARENZE ETERNE
Sragionando di spettri e mondi spettrali e di altre simili oziose piacevolezze
- È questo, dunque, Traseo Nera, il ponte Fabricio, che la tradizione mitica assegna alla terrificante metamorfosi di Traseus della gens Neria, tuo progenitore o quanto meno quasi omonimo, di cui al racconto dello Straniero di Etruria, come riportato dall’ottimo Aristarco?
- Sì questo è il ponte, in cui, in un tempo mitico, un tuo antico precursore, il leggendario Decius della gens Livia, nei pressi del tempio di Esculapio, si diede ad una non certo commendevole fuga precipitosa, terrorizzato dall’orribile trasformazione del suo amico, avvenuta sotto i suoi occhi.
- Volevo vedere te!
- E non mi hai visto?
- No, in cambio, ho visto un altro, Superuomo come te, quell’Enea Silvio o Aeneas Silvius che dir si voglia, anche lui comes di una comitiva di spettri, istrionici attori tutti di uno stesso identico spettacolo da commedia.
- E sei fuggito pazzo di terrore.
- In verità, quando mi sono svegliato dall’incubo, stavo morendo dal ridere, come ben ricordi.
- Sì, sotto gli occhi di un esterrefatto capo manipolo di centuria, quel Factorinus, che altri non è che la controfigura o maschera di un grottesco capitano Fattorini di nostra conoscenza.
- Traseo Nera, ottimo e fidato amico, noi ci troviamo qui sul ponte Fabricio, nella luce del mattino di questa incantevole giornata di primavera romana, vogliamo allora liberarci da queste nostre passioni dell’anima e ragionare con serenità e quietamente dei fatti, che andiamo a commentare?
- Ragionare, dici? O sragionare?
- Non credo vi sia una grande differenza tra le due modalità nell’affrontare discorsi, perché poi si finisce sempre, a quanto pare, con il venirsi a trovare su una linea di confronto dal confine molto incerto, discrimine tra i due campi del razionale e dell’irrazionale.
- Concordo con questa tua disamina, Decio Livio, e raccolgo il tuo invito a discorrere tra noi con quella serenità o distensione d’animo, che l’antico greco nominava Sophrosyne.
- E quindi?
- “Vedeva il suo compagno correre verso l’imperiosa figura e nello stesso tempo con orrore si accorgeva che nell’avvicinarsi rapido alla divina e spirituale e ad un tempo gigantesca persona (forse nella immaginazione soltanto dell’atterrito testimone), il suo amico andava perdendo gradatamente la sua consistenza materiale, diventando sempre più spettrale, fino a dissolversi in Quello (“Ille!”) come nel Nulla: spiritus aetherius.” Così il testo dell’apologo.
- Enea Silvio, chi è?
- In termini di spettri, individuati come fantasmi, è senz’altro quello che più somiglia, quanto meno nel nome, a quel nostro creatore letterario, che andiamo sempre inseguendo nei nostri dialoghi o mimi caricaturali, come andrebbero meglio definiti. Ricordi l’epigrafe, Livio, del dialogo più antico? “Leggete nella mia memoria / Dove è scritto il nome.”
- “Pindaro, Olimpiche X, 1”, se ben ricordo la fonte.
- Ricordi bene, Decio Livio, sì proprio quel Pindaro, che qui ritorna con altra citazione, dovuta questa al Nietzsche moralista filosofo: “Impara a diventare quello che sei”.
- Moralista filosofo, hai detto?
- Non addentriamoci in distinzioni e discussioni su Nietzsche, Decio Livio, ma serviamoci della massima, per le nostre riflessioni “metafisiche”.
- Coff coff!
- Come mai questi colpetti di tosse, Decio Livio?
- Niente, devo avere preso qualche colpo di freddo.
- Ah, mi pareva! Dicevo, dunque, di Pindaro e Nietzsche e del “Divenire” nell’ “Essere”, Traseus che diventa Aeneas…
- Accidenti, Traseo! Per tutti gli dèi dell’Olimpo e per l’intero “spettro” della stirpe divina di ogni altro possibile e fantasticato Pantheon, mi hai illuminato in un sol colpo, in un attimo immane! Ma tu sei un dio! Tu non sei Traseo Nera, tu sei… tu sei… Enea Silvio! Per l’anima di questo Silvio! Dico così anche di quest’ultimo essendo anch’egli un divino.
- Decio Livio, vuoi smetterla di rivolgerti in questa maniera così irriguardosa e disordinata nei confronti degli astri, i divini del cielo incorrotto, una dimora più pura e perfetta e certamente meno “spettrale” di questo mondo da noi abitato, dove ci aggiriamo smarriti fantasmi crepuscolari?
- Traseo Nera, filosofo e poeta, spirito etereo, sempiterna apparenza del vero, medium dell’uno indifferenziato, Enea Silvio, ché in verità sono due, genitore e figlio, ed infatti Dante a Virgilio pone questa domanda: “Tu dici che di Silvïo il parente, / corruttibile ancora, ad immortale / secolo andò, e fu sensibilmente…”, come dire: “Virgilio, tu, nel tuo poema, racconti che Enea, padre di Silvio, ancora vivo e vegeto (corruttibile, mortale) si recò nel regno delle ombre (immortali) in carne ed ossa (sensibilmente)…”, e quindi ne viene che Silvio, generato da Enea e Lavinia, è il capostipite della stirpe italica, come autorevolmente attestato nell’Inferno…
- Dove?
- Decio Livio, non m’interrompere, sono orgoglioso di poter affermare che Silvio è il padre di tutte le italiche genti e … che stavo dicendo?
- Traseo Nera!
- Eh?
- Devo andare.
- Come?
- È arrivata Caia Servilia ed io ti devo lasciare.
- E dell’attimo immane e del digrignare i denti, la sghignazzata diabolica di Decius della gens Livia, onde Factorinus e tutto il resto?
- The next time, la prossima volta.
- Next one, ancora una volta?
- Yes, sir.
- God be with you.
- God be with you till we meet again.
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