giovedì 7 maggio 2026

 


              Sulla soglia eterna


7 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L’OCCHIO
“Questi dolori della mia anima, che a poco a poco diventavano sempre più frequenti, mi potevano affliggere non soltanto dopo aver mentito o essermi lasciato trascinare dall’ipocrisia, come gli adulti, ma in qualsiasi momento della vita. Mentre scherzavo con un amico, o facevo da solo la fila per il biglietto al cinema di Beyoglu, o stringevo la mano a una bella ragazza appena conosciuta, sembrava d’un tratto che da dentro mi uscisse fuori un occhio, rimasto sospeso in aria sopra di me e come un’attenta cinepresa cominciava a osservare accuratamente tutto quello che facevo in quel momento (davo i soldi del biglietto alla signora alla cassa o cercavo disperatamente qualcosa da dire a quella bella ragazza), e a prestare attenzione alle parole banali, illusorie e stupide (“– Per favore, un biglietto delle file centrali per ‘Dalla Russia con amore’; – Anche lei viene per la prima volta a una festa di questo tipo?”) Di colpo mi sentivo sia il regista sia l’attore di uno spettacolo, e mi trovavo sia dentro la vita , sia nella situazione di un osservatore che si burla della vita che sta vivendo. Riuscivo a comportarmi come se tutto fosse “normale” solo dopo un paio di secondi, e in seguito a questi momenti un trauma psicologico, che nasceva dalla vergogna e dalla paura, dall’estraneità e dal terrore mi avvolgeva completamente.”
Orhan Pamuk, “Istanbul”, 2003.

Silvio Minieri ha detto...

I DOLORI DELL’ANIMA
L’occhio di Pamuk, e i suoi dolori dell’anima, di cui a suo tempo lasciai in sospeso lo studio sull’elaborazione del tema da parte dello scrittore turco, sono le “Confessioni” di Agostino, e quelle di Rousseau, i confronti di Jung con gli archetipi, i colloqui interiori di ognuno di noi, per i quali rimando al post: “La solitudine del pensiero” di Hannah Arendt (27 gennaio 2026), di cui riporto il paragrafo iniziale dello scritto dal titolo omonimo: “Noi che abbiamo fatto esperienza delle organizzazioni totalitarie di massa, il cui primo interesse è eliminare qualunque possibilità di solitudine – eccetto la forma inumana del confino – possiamo facilmente testimoniare come non solo le forme secolari di coscienza, ma anche quelle religiose vengano eliminate, quando non è più garantito lo stare un po' da soli con sé stessi. Si può spiegare a partire da queste premesse il fatto, di frequente osservato, che in certe condizioni di organizzazione politica, la coscienza non funziona più, e questo in modo abbastanza indipendente dalla paura di punizioni. Un essere umano non può mantenere intatta la propria coscienza, se non può mettere in atto il dialogo con sé stesso, cioè se perde la possibilità della solitudine, che è necessaria per ogni forma di pensiero.”
(Hannah Arendt, “Socrate”, Lezioni presso la University of Notre Dame, Usa, 1954.)

Silvio Minieri ha detto...

IL SOLILOQUIO
Il concetto di "soliloquio" in relazione a Carl Gustav Jung si sviluppa principalmente attorno al dialogo interiore, all'esplorazione dell'inconscio e alla solitudine creativa, spesso descritta come un dialogo necessario con sé stessi, talvolta definito "eterno soliloquio". Ecco i punti chiave del pensiero junghiano riguardo a questo tema: Il Dialogo Interiore e il "Libro Rosso": Nel periodo della sua "malattia creativa" (dopo la separazione da Freud), Jung praticò una forma di auto-esplorazione intensiva. Nel Libro Rosso (Liber Novus), riporta dialoghi tra la sua parte conscia e varie figure archetipiche, come Filemone. La Solitudine come "Eterno Soliloquio": Il fisico Wolfgang Pauli, paziente e amico di Jung, definì la sua condizione solitaria come un "eterno soliloquio", evidenziando la noia e la difficoltà della solitudine esistenziale, tema spesso affrontato nelle analisi junghiane. La Solitudine come Condizione Psichica: Per Jung, la solitudine non è la mancanza di persone intorno, ma l'incapacità di comunicare ciò che è importante o il valore dato a pensieri non accettati dagli altri.Il Soliloquio nella Psicologia Analitica: Il soliloquio può essere visto come una forma di confronto con la propria "ombra" (la parte inaccettata della personalità) e la necessità di integrarla. In sintesi, per Jung il soliloquio è lo strumento fondamentale attraverso il quale l'individuo comunica con la propria interiorità (inconscio), affrontando i sogni e le immagini simboliche per arrivare all'individuazione. IA

Silvio Minieri ha detto...

Sulla soglia eterna ovvero la scomparsa del tempo
Dialogo tra due turisti occidentali su un battello in navigazione nel Bosforo

- Salta, Decio Livio, salta! Ecco, così, bravo. E oplà, anche tu a bordo, dunque.
- Certo, Traseo Nera, anch’io sul battello, pronto per la gita sul Bosforo.
- Molto bene, Livio: adesso, andiamo alla scaletta e saliamo allo scoperto, sul ponte superiore. Seguimi, dunque.
- Senz’altro, Traseo Nera: è molto meglio stare su allo scoperto, dove potremo meglio ammirare, durante la navigazione, lo spettacolo delle rive opposte di Europa ed Asia.
- Ed al tempo stesso godere anche un po’ del fresco della brezza marina, con questo sole che picchia forte, malgrado sia già abbastanza inclinato sull’orizzonte.
- Certo, Nera.
- Ed ora un balzo sull’ultimo gradino e siamo sul ponte. Orsù!
- Oplà! Contento così?
- Contentissimo. Vedo però che il ponte è abbastanza gremito di gitanti, peraltro quasi tutti di Istanbul e vicinanze, con famiglie e amici al seguito.
- Sì, certo. Intanto, io direi, Traseo Nera, di andare a prendere posizione al centro, sedendoci non lontano da quella turista occidentale.
- Ottima posizione, all’ombra, visto che il telo superiore non riesce a proteggere dai raggi obliqui ma ancora violenti del sole, tutta la zona sinistra delle file di sedili.
- Va bene, Traseo Nera: accomodiamoci, dunque.
- Sì, ecco, così. Ed ora aspettiamo che il battello si muova: sono quasi le cinque, l’ora prevista della partenza.
- Certo.
- Ah, ecco, vedi? La prua si stacca lentamente dal molo e cominciamo a virare.
- Bene! Così, tra poco, vento in poppa, via! Navigheremo sulle acque dello stretto del Bosforo, che dal Mar di Marmara conduce al Mar Nero. Sulla riva sinistra, dove pian piano andiamo ad affacciarci, potremo contemplare tutte una serie di splendide ville e palazzi, che ormai non si alternano più con le antiche case di legno, qui scomparse… Decio Livio! Mi stai a sentire o no? Ti vedo distratto, ma chi stai guardando? La turista occidentale di mezza età, niente affatto rara con le braccia ed il capo scoperto, tra queste tante donne islamiche coperte col velo?
- Non proprio, Traseo Nera: nel senso che osservavo la turista occidentale, ma non perché diversa nell’abbigliamento, bensì per un altro motivo.
- E quale? Un improvviso voyeurismo per una bellezza femminile non trascorsa?
- Non dire sciocchezze, Traseo Nera. Mi colpiva il fatto che ogni tanto si rivolgeva a quel suo amico in pantaloni beige e maglietta verde, con occhiali da sole, i capelli grigio chiari, la scriminatura a sinistra, di età ben oltre i cinquanta.
- Una coppia di turisti occidentali in vacanza, direi, Decio Livio. Che cosa ci trovi di particolare?

Silvio Minieri ha detto...

- Guardali bene anche tu, Nera: non ti sembra di riconoscerli?
- Ah! Decio Livio, basta! Mi rifiuto di dovere ancora discutere e dialogare sul continuo apparire tra noi, in icona, del nostro divino creatore artista. Dovunque andiamo, ecco l’ineffabile figura, peraltro ultimamente in compagnia della consorte. Non è possibile, qui si esagera!
- Non ti accaldare, Nera, mi sembri preso da un furore iconoclasta: ah, ah, ah!
- Decio Livio, un po’ di serietà, per favore! L’impossibilità di un’icona divina non è stato soltanto un fenomeno religioso ortodosso dell’Impero bizantino, ma attraversa anche la spiritualità della religione islamica, come tu sai bene.
- Non ti sembra un paragone un po’ irriverente, Nera, quello tra la nostra realtà, quella che noi affermiamo, ed il fenomeno religioso monoteistico, al di là delle singole confessioni?
- Mi sembra, Decio Livio.
- Bene!
- Archiviato dunque l’argomento, godiamoci ora lo spettacolo del Bosforo, a cui partecipiamo (metechein), lo spettacolo di questa riva che sfila davanti a noi.
- Ma certo, Nera. Ed approfittando dell’occasione, ti propongo di commentare lo spettacolo, che stiamo vivendo, con le parole di un narratore di Istanbul, un premio Nobel della letteratura.
- Orhan Pamuk?
- Sì, lui, un vero artista letterario, senza fare torto a nessuno.
- Lasciamo perdere altre allusioni, Decio Livio, e citiamo il brano narrativo che ci interessa.
- Certo, amico Nera. Scrive Pamuk: “Il piacere di andare su e giù per lo stretto consiste nel sentire dentro la libertà e la forza di un mare profondo, sicuro e dinamico, mentre ci si sposta dentro una città grande, antica e trascurata… Questo lembo d’acqua che gira dentro la città non può essere messo a confronto con i canali di Amsterdam o Venezia, né con i fiumi che dividono in due Parigi o Roma. Il Bosforo ha correnti marine, è ventilato, agitato, profondo e buio. Se avete la corrente dentro di voi, se vi fate trascinare lateralmente come un granchio, verso i battelli, Istanbul vi passa piano piano davanti, e allora potete vedere…”
- Che cosa possiamo vedere, Decio Livio?
- Tu, Nera, che cosa vedi, ora?
- Palazzo Dolmabahçe: fantastico!
- Fu costruito, nell’Ottocento, dal Sultano Abdul Mejid I; e vi morì, nel 1938, Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna.
- Ottima l’informazione di carattere storico, Livio; ma tu continua a citare la Istanbul di Pamuk.
- Va bene. “Allora potete vedere… coloro che pescano sulla riva e quelli distesi nei loro yacht, gli studenti che poco più in là camminano con le loro borse in mano, i viaggiatori negli autobus che, col traffico paralizzato, guardano dai finestrini il mare, i gatti sul pontile che aspettano i pescatori, i platani, che in quel momento scoprite altissimi, e le case signorili con giardini, le salite e le colline dietro che è impossibile vedere dalla riva, ma si notano solo dal mare, e tutta la città con i suoi palazzi alti e lontani, e la sua confusione, le moschee, i quartieri distanti, i ponti, i minareti, le torri e i giardini…” Vedi tutto questo, Nera?

Silvio Minieri ha detto...

- Sì, Livio, ho la Visione, la partecipazione allo Spettacolo eterno, vivo Istanbul.
- Spettacolo eterno? Istanbul come Roma, la città eterna?
- Come Roma, su sette colli sorge Istanbul, Decio Livio; ma da una parte, là, l’Occidente, e dall’altra, qui, l’Oriente.
- E noi nel mezzo, Nera, nevvero?
- Sì, sulla soglia, la sublime Porta, ponte di passaggio tra l’Europa e l’Asia.
- Come il meraviglioso ponte tra Ortakoy e Beylerbeyi, che vediamo di fronte a noi, là dove passano le autovetture da un continente all’altro.
- In immagine la “Porta carraia”.
- Come?
- Il luogo dove s’incontrano le due strade, quella che corre infinitamente in avanti e l’altra che corre infinitamente all’indietro, nella direzione opposta, entrambe lungo il circolo infinito del tempo, che qui scompare, alle soglie dell’eternità.
- The beautiful world bridge!
- La felicità divina dell’istante: “Una felicità che finora l'uomo non ha mai conosciuto: la felicità di un dio colmo di potenza e d'amore, di lacrime e di riso, una felicità che, come il sole della sera, non si stanca di effondere doni della sua ricchezza inestinguibile e li sparge nel mare, e come il sole, solo allora si sente assolutamente ricca, quando anche il più povero pescatore rema con un remo d'oro!”
- E così ancora una volta ci ha giocato!
- Come giocato? Chi ci ha giocato, Decio Livio? Stavamo citando Pamuk e poi Nietzsche e tu dici: “E così ancora una volta ci ha giocato!” Chi, dunque?
- Lui, il pascià!
- Il pascià?
- Wer sonst? Chi altrimenti?
- Come?
- È riuscito a renderci schiavi, come il genio della lampada, pronti ad esaudire ogni suo desiderio di esibirsi come protagonista del racconto, non appena pensa di scrivere e scrive o meglio sfrega la lampada.
- La lampada di Aladino? Le Mille e una Notte? Tu mi meravigli, Decio Livio: noi stiamo navigando nel Bosforo.
- Traseo Nera, noi appariamo in questa nostra realtà per magia, la volontà del padrone della lampada, noi siamo la favola letteraria dell’infinito narrare di Sherazade, per non morire.

Silvio Minieri ha detto...

- Questi toni fiabeschi del tuo dire mi affascinano, Decio Livio, anche se non ho ancora capito in che cosa sia riuscito questo gran Visir della letteratura da te appena evocato.
- Ma nel fare propaganda del suo ultimo libro di racconti: “Il sole della sera”.
- Ah, very interesting! Il sole che tramonta nello splendore delle acque del Corno d’Oro. Stiamo virando, Decio Livio, abbandoniamo la visione della soglia eterna e torniamo nel tempo.
- Io direi, Traseo Nera, che stiamo tornando verso il molo di partenza della riva europea, dove andremo ad attraccare.
- E poi che cosa accadrà?
- Quello che è già da sempre accaduto secondo il circolo infinito del tempo e che tornerà di nuovo eternamente ad accadere.
- E quale questa novità, questo eterno avvenire, il venire di nuovo, il divenire? Ovvero l’eterno ritorno (ri-venire) dell’identico: l’identità di essere un istante sempre nuovo, perché se l’istante successivo non fosse nuovo rispetto al precedente sarebbe interrotto il divenire.
- L’eterno ritorno spiegato da Deleuze.
- Sì, ma più concretamente, che cosa accadrà tra poco a noi?
- Raccontalo tu, Traseo Nera.
- Attraccheremo al molo di Eminonu: nella confusione dello sbarco dei passeggeri, tu avvicinerai il turista occidentale, presunto autore di questo dialogo e gli dirai: “Effendì!”
- Come?
- “Signore!” Lui risponderà: “What?” Tipico interrogativo internazionale di chi non capisce o finge di non capire, quasi un ciurlare nel manico, per sottrarsi ad imbarazzanti richieste di spiegazione sull’infinito narrare di Sherazade.
- Se Sherazade finisce di raccontare, noi moriamo?
- Sì.
- Siamo diventati dei personaggi da “Mille e una Notte”, i geni della lampada; una sorta di eterno ritorno alla orientale.
- Decio Livio, voltati a guardare: la luce d’oro del mare della sera.
- Il tramonto nel Bosforo, Nera, indimenticabile, unutma!
- Sì, indimenticabile, unutma!