domenica 24 maggio 2026

Mimo

  

                    Il grigio della ragione                 


5 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

Prologo

Nel presentare questo mimo, scritto oltre vent’anni fa, devo prima rifarmi alla teoria del personita, ovvero quella parte temporale della persona di un essere umano che non sopravvive alla vita della persona stessa e si estingue prima di essa. Il mio personita (la persona ha un numero indefinito di personiti), quello che ha elaborato e completato la stesura del mimo, si è estinto vent’anni fa, o comunque diciamo che non è sopravvissuto alla mia odierna persona (che invecchia ogni giorno sempre di più, secondo i comuni ritmi biologici di una persona che vive nell’odierna società occidentale). Pertanto nel commentarlo a vent’anni di distanza, riconosco di avere acquisito nel frattempo un bagaglio critico, arricchito da ulteriori studi, seppure non esaustivi, di filosofia, materia di cui avevo una sufficiente conoscenza scolastica, propria degli studi classici. Ora, rileggendo il testo, mi sono reso conto che per un lettore medio, nella cui categoria rientro anch’io, la lettura risulta noiosissima, soprattutto in relazione al groviglio dei concetti e al garbuglio della formula dialogica, peraltro mimica, quindi grezza ed umoristica, con cui l’argomento filosofico viene presentato e racchiuso nell’espressione abbastanza liquida: “Il grigio della ragione”. Il termine “liquida” indica lo stato della formula espressiva, che può solidificarsi in due diverse connotazioni: “La materia grigia del cervello” oppure: “Un ragionare ambiguo”, grigio nel senso di né bianco né nero, dovuto a una non approfondita preparazione in materia filosofica. Ed è stato questo il motivo, per il quale il tema era stato presentato sotto forma di mimo, una maniera allegra e disimpegnata nel trattare un argomento filosofico, che Kant voleva fondare come scienza: la Metafisica. Tanto premesso, per non annoiare troppo il lettore, (e per meglio studiarmi quello che il mio personita aveva scritto) pubblicherò il mimo in diverse parti successive, commentandole volta per volta.

"Personites" (Personiti) è un concetto filosofico introdotto da Mark Johnston, filosofo australiano, accademico dell’Università di Princeton, New Jersey, che definisce simili alle persone (“personites”) delle entità che sono parti temporali di vita più breve della vita della persona, affermando che posseggono uno status morale simile alle persone, ponendo quindi il problema etico se siano giudicabili o meno per il loro comportamento una volta estinte. Per esempio, è giudicabile chi ha commesso un crimine vent’anni prima? Quelli che negano l’esistenza dei personiti dicono di sì. E se non l’avesse commesso? È giusto sottoporlo a giudizio? Nel sistema giuridico italiano, il problema del personita viene trattato in maniera diversa, stante le norme della prescrizione, la successione delle leggi e altri aspetti penali e processuali, che richiedono un discorso più approfondito e tecnico, che noi qui evitiamo di fare.

Silvio Minieri ha detto...

IL GRIGIO DELLA RAGIONE
(Dialogo tra due viaggiatori in treno da Roma a Pescara)


Preludio

- Sei dunque arrivato, Decio Livio.
- Salve, Traseo Nera. Ti vedo sorridente: non ti è pesata l’attesa, mi auguro?
- Tu, Decio, sei sempre in ritardo e sei solito poi giustificare questa tua abitudine, addebitando la causa al traffico di Roma; ti do ragione in verità, ma soltanto sul traffico, non sulla tua abitudine, una delle caratteristiche del tuo daimon. L’importante comunque è non perdere il treno: muoviamoci dunque da questo piazzale di autobus e rechiamoci alla vicina stazione Tiburtina; anche se abbiamo tempo, è bene non perderlo, il tempo.
- Ma certamente.
- Il tema del colloquio del nostro viaggio sarà: “Il grigio della ragione”.
- Ah, bene.
- Sono contento della tua approvazione, Decio. Devo dirti che questo lato positivo del tuo carattere, l’approvare nel dubbio più che il riprovare, questo aspetto del tuo daimon compensa qualche lato negativo, come ad esempio il tuo essere ritardatario negli appuntamenti, che non può certo significare noncuranza o indolenza, ma un eccessivo scrupolo nelle scelte del momento, che poi finiscono per intrattenerti troppo nell’istante, che pure scorre. Non è così?
- Mah!
- Riconosco però che in compenso sei meno rigido di me e più indulgente con il prossimo.
- Ottimo.
- Decio Livio, vogliamo cominciare con un approccio al tema del nostro colloquio di viaggio? Quello assegnatoci.
- Ah già: “assegnatoci”! Ma da “chi”? Beh, certo, il tuo discorso era molto interessante: mi dicevi che noi due, ma non soltanto noi due, bensì anche gli altri, vale a dire tutti gli altri, cioè l’intero genere umano che popola il pianeta ed il pianeta stesso e verosimilmente altri esseri dotati di intelligenza simile alla nostra che vivono nella nostra galassia o in altre galassie e le galassie stesse e con esse l’intero Universo, tutti insieme siamo creature appartenenti ad un mondo fantastico evocato da un autore-creatore appartenente ad un mondo reale, di cui noi siamo lo specchio, l’immagine: noi, mondo da favola, icona-simbolo del mondo vero.
- Esattamente! È proprio come hai detto tu. Bravo, Decio Livio!
- Ma tu guarda un po’! Noi non esistiamo: eppure in questo momento, nel pomeriggio di una domenica di febbraio del primo anno successivo alla seconda Olimpiade di Atene dei giochi moderni, ci stiamo avviando a piedi dal piazzale Tiburtino alla vicina omonima stazione ferroviaria, per salire sul treno in partenza da Roma per Pescara.

Silvio Minieri ha detto...

- Comprendo la tua meraviglia, ottimo Decio, nonché il tuo scetticismo ed in un certo senso, il senso che sembra voler voltare le spalle al logos, per nascondersi ad esso, li condivido e sposo la tua scepsi e la tua meraviglia, rincarando la dose. Ebbene, la vedi quella bionda tutta così, quella giovane donna dell’Est, verosimilmente polacca, sicuramente slava, per i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri, quella con i pantaloni marrone attillati ed il maglione bianco tutto aderente, con il collo alto alla “dolce vita”, quella scesa poco fa dall’autobus proveniente da Varsavia-Cracovia e che si muove assieme a tutti gli altri…
- E come non la vedo, diamine!
- Eppure quella bellezza slava, peraltro non unica tra le viaggiatrici, come meglio in verità possiamo osservare ora ed io e te e loro le viaggiatrici e tutti gli altri che affollano questa piazza e la piazza stessa e noi tutti che andiamo verso la stazione Tiburtina e la stazione Tiburtina stessa, noi non esistiamo nella realtà, siamo una favola: noi non esistiamo che nella pura fantasia di un autore-creatore, colui che ci racconta nel logos, scrivendo il dialogo, di cui noi due, io Traseo Nera e tu Decio Livio siamo i personaggi attori. Ed è Lui che ci ha assegnato il tema del colloquio: “Il grigio della ragione”.
- Ma, Lui chi? Io, Traseo, trasecolo, ho i miei dubbi? Chi mai è Lui? Che cosa è questo mondo da favola, di cui tu dici che facciamo parte, qui noi tutti alla stazione Tiburtina, ma di cui, scusami, sembra che sia Tu a favoleggiare e non Lui.
- Ah, ci siamo dunque!
- Come?
- Tu, Decio, sei troppo legato alla tua realtà esistenziale, senza comprenderla, sebbene anche la tua realtà esistenziale da favola sia a sua volta, come copia del modello eterno, una realtà ek-sistenziale. Io dico che tu, Livio, sei troppo legato alla Terra e non sai rivolgere lo sguardo verso il Cielo…
- Ma come, non so, Nera? Ecco il cielo! È sopra di noi, guarda anche tu: lassù in alto splende il sole, anche se il suo asse già inizia a declinare, il cielo è azzurro ed è solcato da poche nuvole bianche, appena mosse da un vento impercettibile!
- Un accenno di poesia, Livio, ma un accenno soltanto, il tuo! Certo, sereno variabile! E va bene, Decio; ma il “cielo” di cui io parlo non è il cielo verso cui tu hai appena ora alzato lo sguardo, invitandomi ad imitarti. È un altro “cielo”.
- Il “cielo della verità”, direbbe il nostro amico Hegel.
- Ecco! Non hai parlato tu, Decio Livio, ma un dio attraverso te, ovvero il nostro creatore, l’artista che ci ha creato e che qui ed ora, hic et nunc ci fa parlare e vivere come personaggi di un dialogo letterario.
- Il dio, il nostro creatore, l’artista, noi personaggi di un dialogo letterario… Traseo Nera, non capisco. Io avevo soltanto citato Hegel!
- Caro Decio Livio, mio ironico amico, ora parlerò il tuo linguaggio, il logos che ti finge. Ebbene, Decio, noi dobbiamo andare dritti in stazione, dove ormai ci siamo quasi. Dobbiamo abbandonare ogni pensiero che pure tende a condurci verso la fermata dell’autobus di linea cittadina in direzione della Nomentana, dove ora sosta in attesa la bionda polacca, la slava che ha indossato nel frattempo il suo cappotto di renna.
- E perché?
- Perché così è stato stabilito.
- E da chi? Da Lui? Ma noi non siamo la nostra libertà?
- Eh, già! Ed “Il grigio della ragione”?
- Ah, dimenticavo!

Silvio Minieri ha detto...

- Noi siamo la nostra libertà, ma non siamo liberi, noi possiamo gridare la nostra libertà, ma possiamo poi veramente viverla? È questo della libertà un discorso che ci porterebbe troppo lontano, verso altri mari, forse verso altre terre, ma restiamo alla nostra di terra, la Terra del dio-artista, che non può essere nominato.
- Non può essere nominato? Non ha un suo nomos, dunque! È un essere senza un nomos, senza una legge, Lui sì, allora, un essere veramente libero, libero nel creare come nel distruggere?
- Ma no, Decio Livio! Come tu ben sai, questo nostro creatore e signore è anch’egli una scimmia divina, che però da noi può essere nominato soltanto per enigma.
- Per enigma? E come?
- Lui stesso ha detto di sé:
“Se iniziali lettere vedrai in ordine
Mio il nome indovinerai e rivelerai immediatamente.”
- Ah, ottimo! Un distico poetico, Traseo Nera, nel cui ritmo mi sembra proprio riconoscere il suono di un oracolo della Sibilla.
- Un oracolo per un dio, la divina scimmia, di cui sempre compitando le iniziali, si conosce il volto anche attraverso un altro enigma, Lui stesso autore, non la Sibilla:
“Scrutava il verosimile in ordine
Mettendo i nomi immaginosi e rari illimitatamente.”
- Questo distico ultimo però mi suona meno oracolare, direi più familiare.
- “La Settimana Enigmistica” forse?”
- Sì, bravo, Traseo!
- Non sorridere in maniera così trionfante, ottimo Decio: non è mia l’ironia, ma del dio.
- La “scimmia divina”.
- Oh, taci Decio Livio!
- Dove dobbiamo andare, Nera? Dimmi.
- Segui le indicazioni arancione dell’easy jet per Milano e poi gira a destra sul tappeto mobile fino al corridoio sotterraneo che conduce dal binario due agli altri.
- La scala mobile, guarda.
- Perché ti volti ad indicare? Ah, sì!
- È successo là, vero?
- Sì, è caduta lì, dove mancavano due o tre scalini ed è morta.
- Ed anche quella morte è immaginaria?
- Sì, è figurata, icona-segno, che però indica, fa cenno verso la vera morte, la nostra morte, quella unica vera morte che ci riguarda; le altre morti figurate o vere sono l’altra morte, non la nostra. Sono un lutto, ogni morte è un lutto, un lutto vicino o lontano, a volte un lutto familiare, quando riguarda i nostri affetti, ma non sono la nostra morte. Noi moriamo con loro, con gli altri, tutti gli altri, ma non moriamo.
- Noi siamo immortali, Traseo!
- Ora sembra che anche tu voglia volgerti al logos, Livio. Ora in te ed attraverso te parla il nostro dio-artista e ci dice che la nostra morte è immortale. Come personaggi letterari, nati dalla fantasia di un autore, scimmia divina, di cui a nostra volta noi siamo umane scimmie, appartenenti cioè all’humus di questa nostra Terra, di cui Egli è il nostro Cielo, un dio-artista, un “letterato” di un altro mondo, un mondo a quanto pare vero, rispetto al nostro mondo da favola, ebbene come personaggi eternati nella letteratura possiamo anche morire, ma al tempo stesso però non finiamo mai di morire; nella nostra vita apparente noi siamo immortali: ogni volta che la nostra storia scritta dal nostro autore viene evocata da un lettore noi continuiamo a vivere ed a morire, continuiamo a vivere eternamente da mortali nel pensiero e nel logos di questi nostri divini (immortali?), che popolano ed abitano il “cielo” della nostra “terra”.

Silvio Minieri ha detto...

- Stupefacente quello che dici, Traseo Nera. E così il mondo nel quale noi viviamo, il nostro mondo, quello che per noi era fino ad ora il “vero” mondo diventò una “favola”; la favola invece, quella dell’esistenza di un nostro dio-artista, che ci modella e modella il nostro mondo guardando alle “sue” eterne Idee, diventò realtà.
- “La favola bella che ieri c’illuse / che oggi c’illude…” È tempo di muoversi, Decio, non ti fermare a guardarmi con quel tuo sguardo interrogativo venato di scetticismo. Passiamo dalla “theoria”, il puro sguardo contemplativo, che è sempre visione e quiete alla pratica, il “pragma”, l’azione che è movimento, vita attiva.
- Ben detto.
- Siamo arrivati: il treno per Pescara è questo.
- Saliamo.
- Spingi dentro il manico della tua valigia a rotelle, come sto facendo io e saliamo con calma. Abbiamo ancora un quarto d’ora buono prima della partenza e possiamo sistemarci senza fretta.
- A proposito, Traseo Nera, ce l’hai il biglietto?
- Certo, Decio Livio. Devo aggiungere che questa tua domanda per me già si colora di metafisica, come potrai scoprire quando l’addetto delle ferrovie verrà a controllare il nostro titolo di viaggio.
- Il discorso di Sartre sul viaggiatore clandestino nel suo “Les mots”?
- Bravo Decio, vedo che stai finalmente entrando nel tuo ruolo “metafisico” del viaggio.
- Certo, Traseo, però lasciati invitare per un momento da me a scendere dal tuo “cielo” con i piedi per terra, una terra diciamo provvisoriamente vera, nel senso che per essa è opportuno scendere dal treno sulla banchina, per percorrerne un tratto.
- Vedi, non appena entrato, sei subito uscito dal tuo ruolo e ti metti a scherzare? Perché dovremmo scendere e percorrere un tratto di banchina, ad ogni modo?
- Per arrivare alla macchinetta automatica gialla, Traseo. Non abbiamo ancora obliterato il titolo di viaggio, almeno io!
- Oddio! È vero, anch’io! Hai ragione Decio Livio, affrettiamoci, altrimenti diventeremo dei sicuri clandestini e non ti so più dire neppure io se “veri” o “falsi”.
- E neppure il dio.
- “Verosimili” direi allora io.
- Certo, semper virtus in medio stat.
- Sempre il vero al suo simile, il verosimile, si accompagna.
- Nunc et semper.