Nozione di “cosa in sé”, questo ineffabile noumeno annunciato dal fenomeno, la cui intrinseca aporia il pensatore di Konigsberg ha suggestivamente rappresentato nell’immagine dei petali e della corolla del giglio nello stagno, di cui non si conosce se il gambo sia legato o meno al fondo.
Cominciamo il commento di questa prima parte del mimo, relativa al “dialogo”, con l’immagine dei gigli, per la quale stamattina, nella ricerca della fonte, mi sono ritrovato nella situazione descritta dal distico del poeta sconosciuto: “Chi nella ricerca non si dà una calmatina corre il rischio d’impazzire a prima mattina.” In quale testo di Kant, si trova questa immagine dei gigli? Oppure essa, come reminiscenza scolastica, appartiene a un errato convincimento sulla fonte? Continuerò a cercare, perché non posso fermarmi al “Quaesivi, sed non inveni”. Debbo dire intanto che dopo diversi tentativi, ho costretto la IA a darmi la seguente risposta, ponendogli il quesito, con la mia citazione in epigrafe: “La "cosa in sé" (o noumeno) è il limite invalicabile della conoscenza umana nella filosofia di Immanuel Kant. È la realtà com'è in sé stessa, indipendente dalle nostre facoltà percettive. Il fenomeno è invece la realtà come ci appare attraverso le forme a priori (spazio, tempo e le dodici categorie). Poiché possiamo conoscere solo ciò che viene filtrato da questi "occhiali" mentali, la cosa in sé ci è eternamente preclusa. L'efficace metafora del giglio nello stagno ben descrive l'aporia (l'impasse logica) in cui si imbatte il filosofo di Königsberg: Petali e corolla (Il Fenomeno): È ciò che vediamo e possiamo descrivere scientificamente, la parte manifesta del fiore che emerge dalle acque. Il gambo e le radici (La Cosa in sé): Rimane immerso nell'opacità delle acque. Non possiamo sapere se sia saldamente ancorato al fondo (una realtà intelligibile e metafisica) o se fluttui senza un principio fondante. L'impossibilità di sintesi: L'intelletto umano vorrebbe unire i due elementi per comprendere l'origine della pianta, ma non può sollevare l'acqua (l'esperienza sensibile) per verificare la natura del legame, rimanendo confinato alla contemplazione della superficie.” Ora, questa “efficace metafora del giglio” è stata formulata da Kant? Chissà, chi lo sa! Alì Babà? Che hai detto? Sono impazzito. E allora? Pubblica la prima parte del mimo, relativa al dialogo, il preludio era stato già pubblicato, poi domani commentiamo, perché ora devo andare a vedere il mare. Ciao.
- Il ferroviere con il berretto rosso ha fischiato, il treno parte in direzione di Oriente. - Verso l’Inizio, l’Origine (origo) e quindi verso il suo Fine ultimo, il telos, che poi è sempre l’Inizio. - Ricordiamoci del nostro tema, Decio: “Il grigio della ragione”, che forse in questo viaggio per mare, il discorso che andiamo affrontando può rivelarsi come una luce guida di orientamento, il sole di noi naviganti o la stella polare... - Ed anche l’orizein, il limite entro cui sono segnati i nostri orizzonti; e non a caso i termini origine, il latino origo, e oriente si formano sul verbo oriri, il sorgere del sole; entrambi i termini poi hanno in comune con orizzonte la primitiva radice or- attestata sia nell’area latina che in quelle ittita e greca. - E così il nostro discorso, il nostro viaggio per mare si volge sempre verso Oriente, l’Inizio, il Principio, il cominciamento. Pertanto è tempo di abbandonare ogni indugio e partendo senz’altro dall’Inizio, la terraferma che ci lasceremo subito alle spalle, puntiamo verso il mare aperto, tenendo ben salda e dritta la prua. Sei d’accordo con me, Decio Livio? - In ogni aspetto del tuo discorso, Traseo Nera. - Dell’Inizio si è occupato, in alcune sue opere, se non erro, un filosofo veneziano a noi contemporaneo che… - Io immagino sia “immaginario” come noi e non “reale”, Nera, date le premesse sul fondamento del nostro essere ed esistere, ek-sistere, contenute nel preludio al nostro dialogo. - Ben detto, Decio Livio. - A volte sono felice, quando sono io ad affermare e tu ad approvare, Traseo Nera. - Anche me rende felice questo scambio di ruoli, perché indica che il nostro colloquio è fecondo, un vero dialogo, non un monologo, anche se il primo termine spesso finisce questi due ultimi termini possono reciprocamente annullarsi l’uno nell’altro, nel senso che un dialogo non infrequentemente finisce per rivelarsi un monologo, quando uno dei due dialoganti compie continue asserzioni e l’altro non fa che annuire e raramente interloquisce. È l’arte del discorso, la dialectiché, ad essere feconda se il suo logos è pro-fondo, se cioè pro-fondendosi va a raccogliere dal fondo, quello che è il grembo oscuro dell’anima, il senso ultimo e nascosto della “parola” nella sua ipseità più originaria, per portarlo alla luce, così rivelando la sua capacità di facondia e generazione. Ma ora, Decio Livio, orientiamo la nostra rotta di navigazione sulla “ragione” e il suo “grigio”, lasciandoci alle spalle la terraferma dell’Inizio. - Non abbiamo ancora abbandonato la costa, Traseo. - Sì, è ancora ben in vista, o Decio; allora raddrizziamo la prua e puntiamo verso il mare aperto, sebbene la conformazione non lineare del tratto costiero può ingannarci sulla prospettiva che questo lembo di terra offre in questo momento al nostro sguardo.
- Eppure, se guardiamo fuori dal finestrino, sulla nostra destra, possiamo osservare il sole che compie la sua parabola discendente e dedurne che ora questo treno, che va da Roma a Pescara e cioè da ovest verso est, percorre un tratto da nord in direzione sud, nevvero? - Così è, Decio, nel nostro mondo sensibile. - Quello falso. Questo fenomeno sensibile però, tornando al mondo delle forme intelligibili e quindi al nostro viaggio per il vasto pelagos delle argomentazioni discorsive, possiamo assimilarlo alla nostra incertezza nell’abbandonare la costa, che curvando nell’ansa in cui navighiamo ci mostra il profilo della terra ancora di lato e non già alle spalle. Ebbene, Traseo Nera, raccolgo il tuo invito e con te, manovrando la ruota del timone, riporto la rotta in direzione del mare aperto, verso il punto cardinale della rosa dei venti, che indica destinazione Est, il punto di arrivo del nostro Fine Ultimo, in cui si rivela anche e soprattutto il luogo, il topos del nostro Inizio. Dico bene, mio ottimo amico? - Dici benissimo, Livio; un dio ti ispira in queste tue parole. - Ti sono grato, Nera. - Ma ora, Decio, trattiamo subito dell’Inizio, perché dobbiamo risolvere un’aporia nascosta nelle nostre argomentazioni, che le tue ultime parole hanno rivelato. - E quale, Traseo? - Non stiamo insistendo da un po’ sulla necessità di abbandonare la terraferma e lasciarci il luogo dell’Inizio alle nostre spalle, rischiando di essere un tantino ridondanti? - Così pare anche a me. - E tu stesso, Decio Livio, poc’anzi hai forse esitato a profonderti in parole immaginose per trattare del nostro destino di navigazione verso il Fine Ultimo? - No di certo, dici bene, caro Nera. - E non hai anche affermato che questo punto di arrivo del Fine Ultimo finisce poi per rivelarsi anche come il vero luogo dell’Inizio, il topos, come hai tu detto, escludendo così ogni possibilità di un’U-topia dell’Inizio? - Si ho anche detto questo? - E questa nuova terraferma dove approdiamo sono le nostre Indie o terre sconosciute, le nuove Americhe, per restare nella metafora del nostro mondo sensibile? - Vedi, Nera, io non lo so; in verità, io affronto assieme a te la navigazione nel mare aperto, il vasto pelagos di discorsi, ma non ho nessuna certezza di incontrare nuove Terre o Isole Beate, condividendo con te il rischio di rimanere smarrito nel vasto oceano delle parole vane, senza possibilità di nessun approdo e nessuna conclusione del viaggio.
- Corriamo il rischio, dunque, e citiamo l’incipit del discorso sull’Inizio del nostro immaginario filosofo veneziano. - A te l’onore della citazione, Nera. - “A- Ecco la… lettera rubata! Il problema è immediatamente, direi prepotentemente dichiarato, affinché quasi la sua stessa evidenza possa occultarcelo. Dum patet, latet. Prima riga dell’edizione del 1781: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto (Produkt) che il nostro intelletto produce [hervorbringt: porta fuori, alla presenza: di cui il nostro intelletto è il poietés]. Prima riga dell’edizione del 1787: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio”. A quale dei due ‘indubitabili’ dovremmo credere?” Così il veneziano. - E l’Altro? - Alludi al “nostro”, Decio Livio? - Indubitabilmente. - Io penso questo: l’Altro ha letto il libro “Dell’Inizio” del filosofo veneziano, attraverso me ne cita l’incipit, per discutere nel riflesso kantiano il tema della ragion pura e dell’esperienza: il grigio (l’esperienza) della ragione (la ragion pura). - Io invece penso questo: Tu, Traseo Nera, sei “l’Altro”, il divino, un quisque de populo del mondo dei divini. Hai citato troppo fedelmente un testo immaginario, copia di un testo vero, di un filosofo immaginario, ombra di un filosofo vero. - E sia! Ammettiamolo pure. Ma tu, allora, Decio Livio, chi sei? Interroga te stesso. - Io sono l’apparenza di un divino Altro, che esiste nel mondo vero e che “qui”, in quanto apparenza, figura, viene “manipolato” dal divino, di cui tu sei copia. - Bene, molto bene, Decio Livio. Così ottimamente integrati nei nostri “ruoli”, continuiamo il nostro dialogare. Per il momento, intanto, ascoltami, io ti propongo questo: combiniamo il tema platonico, che periodicamente si affaccia nel nostro colloquio, come un interlocutore inopportuno, del mondo ideale, quello vero, in opposizione ad un mondo sensibile, il nostro delle ombre che si muovono al riverbero della fiamma sulla parete della caverna, combiniamolo dunque con il mondo “idealistico” della ragion pura. - E come? - Citando il seguito del passo già menzionato del nostro autore veneziano. - E sia: ti ascolto, Traseo Nera. - “B- Lei dimentica di leggere l’intera prima pagina. L’intelletto produce l’esperienza “indem […] erbearbeitet” nel mentre rielabora, lavora, trasforma la materia greggia delle impressioni sensibili – sì, proprio come il suo amico poietés, guardando fisso alla sua idea, in-formava di questa la materia.” Qui, in questo passo, l’idealismo di Platone si congiunge con quello di Kant, l’arte demiurgica di un intelletto divino. - E l’esperienza, il dato empirico? - Il “grigio” del nostro tema? - Esattamente, Nera.
- Il grigio della ragione, dunque. Qui possiamo porre il problema con una similitudine, raffigurando il grigio della ragione come la materia grigia, il tessuto nervoso che contiene i neuroni del cervello. - E la sostanza grigia del cervello è propria del cervello: non è così, Nera? - Indubbiamente è così, Decio Livio ed altrettanto indubitabilmente non lo è. - E come? Dimmi. - Il tessuto dei neuroni che genera i pensieri, il mondo dello spirito, è modificato oppure no da sensazioni “esterne”? - Io non so rispondere, Traseo Nera, anche se sospetto sulla “esteriorità” delle sensazioni che in-formano il cervello. - Qui, anche nell’immagine tutta scientifica del cervello e della sua materia grigia, si ripropone il dubbio filosofico, rilevato dalla diversità del passo iniziale delle due edizioni successive della “Critica della ragion pura” di Kant, con tutta la conseguente polemica schopenhaueriana. Qui si origina il dubbio, il doppio delle due vie, che scaturiscono parallele da un principio di ragione oppure di esperienza o anche della prospettiva unitaria di un composto dei due semplici, unificati nella Diade iniziale intelletto-esperienza. Eppure, Decio Livio, se rifletti bene, ambigua è l’espressione “il grigio della ragione”. - In che senso, Nera? - Nel senso che la parola “grigio” nella nostra espressione può richiamare anche l’incerto o l’indefinito nell’aspetto della ragione, una zona grigia tra il bianco della sua purezza ed il nero di un’esperienza che la contamina. - Ma ad essa, alla parola”grigio” dovremmo pure assegnare un senso nell’espressione “il grigio della ragione”, tema del nostro colloquio. - Non vi è nessuna ombra di dubbio che così deve essere, Decio Livio. - E quale, Traseo Nera? Sono ansioso di conoscere la risposta. - Anch’io, Decio, condivido la tua ansia, ma dobbiamo procedere con cautela: “Nisi caste, caute”; dobbiamo quindi misurare con accortezza i nostri passi. - Oh, già! - Togliamo allora ogni significato di via di mezzo al termine “grigio”, un intermedio che partecipa sia del “bianco” della ragione che dello “oscuro” dell’esperienza, l’ottusa e buia cecità della materia. - Ottimo! - Un passo è compiuto, ora tentiamo l’altro. - Certo, Nera, con giudizio, con prudenza.
- Il “grigio” come co-appartenenza nell’Inizio dell’esperienza, il “grigio”, e della “ragione”: un passo per una via non facile da percorrere, mio caro, e che pre-potentemente spinge verso un idealismo indimostrato, un sentiero che parte dall’esperienza come proprietà della ragione, un proprio della ragione, perché ne è appunto il prodotto e che dalla Ragion pura di Kant conduce alla divina storia dello Spirito di Hegel. - Eh, gia! Che fare, dunque? - Io ti propongo questo, o Decio. - Dimmi, ti ascolto. - Procediamo alla maniera sottile del Platone dei dialoghi che conosciamo, del “suo” Socrate. - Certo, sono pronto a seguirti. - Formuliamo dunque le seguenti ipotesi, considerando la proposizione, prima in ognuno dei suoi due elementi semplici e poi nel suo composto alla maniera seguente: in un primo tempo consideriamo la “ragione” in sé come assoluto e poi in relazione con altro da sé, prescindendo da ogni legame o relazione della ragione con il grigio, sotto questo aspetto altro da sé della ragione; esaminiamo poi il “grigio” in sé e quindi in relazione con altro da sé, così come abbiamo fatto con la ragione, prescindendo da ogni legame o relazione tra i due; infine consideriamo il composto del “grigio di ragione”, prima come sostanza in sé e poi come atto in relazione con altro da sé. - Bene hai lasciato intendere, Traseo Nera, che affronterai l’ultima ipotesi, alla luce dei principi aristotelici di atto e sostanza. - Indubbiamente è così, Decio Livio; cominciamo dunque dalla ragione in sé. - Ti seguo. - Ebbene la ragione in sé che andiamo considerando è la “ragion pura” di Kant; sei d’accordo su questo? - Sì, sono d’accordo. - Anche se, come condividerai, iniziamo con una ragion pura in sé, che alla luce del pensiero e del sistema kantiano è, in quanto “in sé”, inconoscibile. - Condivido, certo. - Accontentiamoci allora del fenomeno o apparenza (Erscheinung) della “ragion pura”, la cui “inseità” è irraggiungibile dall’intelletto ed eludiamo lo sviluppo della filosofia kantiana nella necessaria successiva direzione dell’idealismo, già intrapresa da Fichte. - Certo, Traseo, eludiamo la spontaneità della coscienza dell’Io contrapposta al Non-Io di Fichte, eludiamo Schelling e tutti gli altri che hanno percorso la corrente idealistica fino ad Hegel ed ai suoi successori ed occupiamoci della nostra contraddizione, peraltro già rilevata dai primi critici di Kant, della nozione di “cosa in sé”, questo ineffabile noumeno annunciato dal fenomeno, la cui intrinseca aporia il pensatore di Konigsberg ha suggestivamente rappresentato nell’immagine dei petali e della corolla del giglio nello stagno, di cui non si conosce se il gambo sia legato o meno al fondo. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
6 commenti:
L’IMMAGINE DEI GIGLI
Nozione di “cosa in sé”, questo ineffabile noumeno annunciato dal fenomeno, la cui intrinseca aporia il pensatore di Konigsberg ha suggestivamente rappresentato nell’immagine dei petali e della corolla del giglio nello stagno, di cui non si conosce se il gambo sia legato o meno al fondo.
Cominciamo il commento di questa prima parte del mimo, relativa al “dialogo”, con l’immagine dei gigli, per la quale stamattina, nella ricerca della fonte, mi sono ritrovato nella situazione descritta dal distico del poeta sconosciuto:
“Chi nella ricerca non si dà una calmatina
corre il rischio d’impazzire a prima mattina.”
In quale testo di Kant, si trova questa immagine dei gigli? Oppure essa, come reminiscenza scolastica, appartiene a un errato convincimento sulla fonte?
Continuerò a cercare, perché non posso fermarmi al “Quaesivi, sed non inveni”. Debbo dire intanto che dopo diversi tentativi, ho costretto la IA a darmi la seguente risposta, ponendogli il quesito, con la mia citazione in epigrafe:
“La "cosa in sé" (o noumeno) è il limite invalicabile della conoscenza umana nella filosofia di Immanuel Kant. È la realtà com'è in sé stessa, indipendente dalle nostre facoltà percettive. Il fenomeno è invece la realtà come ci appare attraverso le forme a priori (spazio, tempo e le dodici categorie). Poiché possiamo conoscere solo ciò che viene filtrato da questi "occhiali" mentali, la cosa in sé ci è eternamente preclusa.
L'efficace metafora del giglio nello stagno ben descrive l'aporia (l'impasse logica) in cui si imbatte il filosofo di Königsberg: Petali e corolla (Il Fenomeno): È ciò che vediamo e possiamo descrivere scientificamente, la parte manifesta del fiore che emerge dalle acque. Il gambo e le radici (La Cosa in sé): Rimane immerso nell'opacità delle acque. Non possiamo sapere se sia saldamente ancorato al fondo (una realtà intelligibile e metafisica) o se fluttui senza un principio fondante. L'impossibilità di sintesi: L'intelletto umano vorrebbe unire i due elementi per comprendere l'origine della pianta, ma non può sollevare l'acqua (l'esperienza sensibile) per verificare la natura del legame, rimanendo confinato alla contemplazione della superficie.”
Ora, questa “efficace metafora del giglio” è stata formulata da Kant? Chissà, chi lo sa! Alì Babà? Che hai detto? Sono impazzito. E allora? Pubblica la prima parte del mimo, relativa al dialogo, il preludio era stato già pubblicato, poi domani commentiamo, perché ora devo andare a vedere il mare. Ciao.
IL GRIGIO DELLA RAGIONE
Dialogo
- Il ferroviere con il berretto rosso ha fischiato, il treno parte in direzione di Oriente.
- Verso l’Inizio, l’Origine (origo) e quindi verso il suo Fine ultimo, il telos, che poi è sempre l’Inizio.
- Ricordiamoci del nostro tema, Decio: “Il grigio della ragione”, che forse in questo viaggio per mare, il discorso che andiamo affrontando può rivelarsi come una luce guida di orientamento, il sole di noi naviganti o la stella polare...
- Ed anche l’orizein, il limite entro cui sono segnati i nostri orizzonti; e non a caso i termini origine, il latino origo, e oriente si formano sul verbo oriri, il sorgere del sole; entrambi i termini poi hanno in comune con orizzonte la primitiva radice or- attestata sia nell’area latina che in quelle ittita e greca.
- E così il nostro discorso, il nostro viaggio per mare si volge sempre verso Oriente, l’Inizio, il Principio, il cominciamento. Pertanto è tempo di abbandonare ogni indugio e partendo senz’altro dall’Inizio, la terraferma che ci lasceremo subito alle spalle, puntiamo verso il mare aperto, tenendo ben salda e dritta la prua. Sei d’accordo con me, Decio Livio?
- In ogni aspetto del tuo discorso, Traseo Nera.
- Dell’Inizio si è occupato, in alcune sue opere, se non erro, un filosofo veneziano a noi contemporaneo che…
- Io immagino sia “immaginario” come noi e non “reale”, Nera, date le premesse sul fondamento del nostro essere ed esistere, ek-sistere, contenute nel preludio al nostro dialogo.
- Ben detto, Decio Livio.
- A volte sono felice, quando sono io ad affermare e tu ad approvare, Traseo Nera.
- Anche me rende felice questo scambio di ruoli, perché indica che il nostro colloquio è fecondo, un vero dialogo, non un monologo, anche se il primo termine spesso finisce questi due ultimi termini possono reciprocamente annullarsi l’uno nell’altro, nel senso che un dialogo non infrequentemente finisce per rivelarsi un monologo, quando uno dei due dialoganti compie continue asserzioni e l’altro non fa che annuire e raramente interloquisce. È l’arte del discorso, la dialectiché, ad essere feconda se il suo logos è pro-fondo, se cioè pro-fondendosi va a raccogliere dal fondo, quello che è il grembo oscuro dell’anima, il senso ultimo e nascosto della “parola” nella sua ipseità più originaria, per portarlo alla luce, così rivelando la sua capacità di facondia e generazione. Ma ora, Decio Livio, orientiamo la nostra rotta di navigazione sulla “ragione” e il suo “grigio”, lasciandoci alle spalle la terraferma dell’Inizio.
- Non abbiamo ancora abbandonato la costa, Traseo.
- Sì, è ancora ben in vista, o Decio; allora raddrizziamo la prua e puntiamo verso il mare aperto, sebbene la conformazione non lineare del tratto costiero può ingannarci sulla prospettiva che questo lembo di terra offre in questo momento al nostro sguardo.
- Eppure, se guardiamo fuori dal finestrino, sulla nostra destra, possiamo osservare il sole che compie la sua parabola discendente e dedurne che ora questo treno, che va da Roma a Pescara e cioè da ovest verso est, percorre un tratto da nord in direzione sud, nevvero?
- Così è, Decio, nel nostro mondo sensibile.
- Quello falso. Questo fenomeno sensibile però, tornando al mondo delle forme intelligibili e quindi al nostro viaggio per il vasto pelagos delle argomentazioni discorsive, possiamo assimilarlo alla nostra incertezza nell’abbandonare la costa, che curvando nell’ansa in cui navighiamo ci mostra il profilo della terra ancora di lato e non già alle spalle. Ebbene, Traseo Nera, raccolgo il tuo invito e con te, manovrando la ruota del timone, riporto la rotta in direzione del mare aperto, verso il punto cardinale della rosa dei venti, che indica destinazione Est, il punto di arrivo del nostro Fine Ultimo, in cui si rivela anche e soprattutto il luogo, il topos del nostro Inizio. Dico bene, mio ottimo amico?
- Dici benissimo, Livio; un dio ti ispira in queste tue parole.
- Ti sono grato, Nera.
- Ma ora, Decio, trattiamo subito dell’Inizio, perché dobbiamo risolvere un’aporia nascosta nelle nostre argomentazioni, che le tue ultime parole hanno rivelato.
- E quale, Traseo?
- Non stiamo insistendo da un po’ sulla necessità di abbandonare la terraferma e lasciarci il luogo dell’Inizio alle nostre spalle, rischiando di essere un tantino ridondanti?
- Così pare anche a me.
- E tu stesso, Decio Livio, poc’anzi hai forse esitato a profonderti in parole immaginose per trattare del nostro destino di navigazione verso il Fine Ultimo?
- No di certo, dici bene, caro Nera.
- E non hai anche affermato che questo punto di arrivo del Fine Ultimo finisce poi per rivelarsi anche come il vero luogo dell’Inizio, il topos, come hai tu detto, escludendo così ogni possibilità di un’U-topia dell’Inizio?
- Si ho anche detto questo?
- E questa nuova terraferma dove approdiamo sono le nostre Indie o terre sconosciute, le nuove Americhe, per restare nella metafora del nostro mondo sensibile?
- Vedi, Nera, io non lo so; in verità, io affronto assieme a te la navigazione nel mare aperto, il vasto pelagos di discorsi, ma non ho nessuna certezza di incontrare nuove Terre o Isole Beate, condividendo con te il rischio di rimanere smarrito nel vasto oceano delle parole vane, senza possibilità di nessun approdo e nessuna conclusione del viaggio.
- Corriamo il rischio, dunque, e citiamo l’incipit del discorso sull’Inizio del nostro immaginario filosofo veneziano.
- A te l’onore della citazione, Nera.
- “A- Ecco la… lettera rubata! Il problema è immediatamente, direi prepotentemente dichiarato, affinché quasi la sua stessa evidenza possa occultarcelo. Dum patet, latet. Prima riga dell’edizione del 1781: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto (Produkt) che il nostro intelletto produce [hervorbringt: porta fuori, alla presenza: di cui il nostro intelletto è il poietés]. Prima riga dell’edizione del 1787: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio”. A quale dei due ‘indubitabili’ dovremmo credere?” Così il veneziano.
- E l’Altro?
- Alludi al “nostro”, Decio Livio?
- Indubitabilmente.
- Io penso questo: l’Altro ha letto il libro “Dell’Inizio” del filosofo veneziano, attraverso me ne cita l’incipit, per discutere nel riflesso kantiano il tema della ragion pura e dell’esperienza: il grigio (l’esperienza) della ragione (la ragion pura).
- Io invece penso questo: Tu, Traseo Nera, sei “l’Altro”, il divino, un quisque de populo del mondo dei divini. Hai citato troppo fedelmente un testo immaginario, copia di un testo vero, di un filosofo immaginario, ombra di un filosofo vero.
- E sia! Ammettiamolo pure. Ma tu, allora, Decio Livio, chi sei? Interroga te stesso.
- Io sono l’apparenza di un divino Altro, che esiste nel mondo vero e che “qui”, in quanto apparenza, figura, viene “manipolato” dal divino, di cui tu sei copia.
- Bene, molto bene, Decio Livio. Così ottimamente integrati nei nostri “ruoli”, continuiamo il nostro dialogare. Per il momento, intanto, ascoltami, io ti propongo questo: combiniamo il tema platonico, che periodicamente si affaccia nel nostro colloquio, come un interlocutore inopportuno, del mondo ideale, quello vero, in opposizione ad un mondo sensibile, il nostro delle ombre che si muovono al riverbero della fiamma sulla parete della caverna, combiniamolo dunque con il mondo “idealistico” della ragion pura.
- E come?
- Citando il seguito del passo già menzionato del nostro autore veneziano.
- E sia: ti ascolto, Traseo Nera.
- “B- Lei dimentica di leggere l’intera prima pagina. L’intelletto produce l’esperienza “indem […] erbearbeitet” nel mentre rielabora, lavora, trasforma la materia greggia delle impressioni sensibili – sì, proprio come il suo amico poietés, guardando fisso alla sua idea, in-formava di questa la materia.” Qui, in questo passo, l’idealismo di Platone si congiunge con quello di Kant, l’arte demiurgica di un intelletto divino.
- E l’esperienza, il dato empirico?
- Il “grigio” del nostro tema?
- Esattamente, Nera.
- Il grigio della ragione, dunque. Qui possiamo porre il problema con una similitudine, raffigurando il grigio della ragione come la materia grigia, il tessuto nervoso che contiene i neuroni del cervello.
- E la sostanza grigia del cervello è propria del cervello: non è così, Nera?
- Indubbiamente è così, Decio Livio ed altrettanto indubitabilmente non lo è.
- E come? Dimmi.
- Il tessuto dei neuroni che genera i pensieri, il mondo dello spirito, è modificato oppure no da sensazioni “esterne”?
- Io non so rispondere, Traseo Nera, anche se sospetto sulla “esteriorità” delle sensazioni che in-formano il cervello.
- Qui, anche nell’immagine tutta scientifica del cervello e della sua materia grigia, si ripropone il dubbio filosofico, rilevato dalla diversità del passo iniziale delle due edizioni successive della “Critica della ragion pura” di Kant, con tutta la conseguente polemica schopenhaueriana. Qui si origina il dubbio, il doppio delle due vie, che scaturiscono parallele da un principio di ragione oppure di esperienza o anche della prospettiva unitaria di un composto dei due semplici, unificati nella Diade iniziale intelletto-esperienza. Eppure, Decio Livio, se rifletti bene, ambigua è l’espressione “il grigio della ragione”.
- In che senso, Nera?
- Nel senso che la parola “grigio” nella nostra espressione può richiamare anche l’incerto o l’indefinito nell’aspetto della ragione, una zona grigia tra il bianco della sua purezza ed il nero di un’esperienza che la contamina.
- Ma ad essa, alla parola”grigio” dovremmo pure assegnare un senso nell’espressione “il grigio della ragione”, tema del nostro colloquio.
- Non vi è nessuna ombra di dubbio che così deve essere, Decio Livio.
- E quale, Traseo Nera? Sono ansioso di conoscere la risposta.
- Anch’io, Decio, condivido la tua ansia, ma dobbiamo procedere con cautela: “Nisi caste, caute”; dobbiamo quindi misurare con accortezza i nostri passi.
- Oh, già!
- Togliamo allora ogni significato di via di mezzo al termine “grigio”, un intermedio che partecipa sia del “bianco” della ragione che dello “oscuro” dell’esperienza, l’ottusa e buia cecità della materia.
- Ottimo!
- Un passo è compiuto, ora tentiamo l’altro.
- Certo, Nera, con giudizio, con prudenza.
- Il “grigio” come co-appartenenza nell’Inizio dell’esperienza, il “grigio”, e della “ragione”: un passo per una via non facile da percorrere, mio caro, e che pre-potentemente spinge verso un idealismo indimostrato, un sentiero che parte dall’esperienza come proprietà della ragione, un proprio della ragione, perché ne è appunto il prodotto e che dalla Ragion pura di Kant conduce alla divina storia dello Spirito di Hegel.
- Eh, gia! Che fare, dunque?
- Io ti propongo questo, o Decio.
- Dimmi, ti ascolto.
- Procediamo alla maniera sottile del Platone dei dialoghi che conosciamo, del “suo” Socrate.
- Certo, sono pronto a seguirti.
- Formuliamo dunque le seguenti ipotesi, considerando la proposizione, prima in ognuno dei suoi due elementi semplici e poi nel suo composto alla maniera seguente: in un primo tempo consideriamo la “ragione” in sé come assoluto e poi in relazione con altro da sé, prescindendo da ogni legame o relazione della ragione con il grigio, sotto questo aspetto altro da sé della ragione; esaminiamo poi il “grigio” in sé e quindi in relazione con altro da sé, così come abbiamo fatto con la ragione, prescindendo da ogni legame o relazione tra i due; infine consideriamo il composto del “grigio di ragione”, prima come sostanza in sé e poi come atto in relazione con altro da sé.
- Bene hai lasciato intendere, Traseo Nera, che affronterai l’ultima ipotesi, alla luce dei principi aristotelici di atto e sostanza.
- Indubbiamente è così, Decio Livio; cominciamo dunque dalla ragione in sé.
- Ti seguo.
- Ebbene la ragione in sé che andiamo considerando è la “ragion pura” di Kant; sei d’accordo su questo?
- Sì, sono d’accordo.
- Anche se, come condividerai, iniziamo con una ragion pura in sé, che alla luce del pensiero e del sistema kantiano è, in quanto “in sé”, inconoscibile.
- Condivido, certo.
- Accontentiamoci allora del fenomeno o apparenza (Erscheinung) della “ragion pura”, la cui “inseità” è irraggiungibile dall’intelletto ed eludiamo lo sviluppo della filosofia kantiana nella necessaria successiva direzione dell’idealismo, già intrapresa da Fichte.
- Certo, Traseo, eludiamo la spontaneità della coscienza dell’Io contrapposta al Non-Io di Fichte, eludiamo Schelling e tutti gli altri che hanno percorso la corrente idealistica fino ad Hegel ed ai suoi successori ed occupiamoci della nostra contraddizione, peraltro già rilevata dai primi critici di Kant, della nozione di “cosa in sé”, questo ineffabile noumeno annunciato dal fenomeno, la cui intrinseca aporia il pensatore di Konigsberg ha suggestivamente rappresentato nell’immagine dei petali e della corolla del giglio nello stagno, di cui non si conosce se il gambo sia legato o meno al fondo.
(Segue)
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