Uno Cominciava ad imbrunire, quando mi avvicinai alla strada ultima, che conduceva alla Villa di Nazàr. Sulla via Cristoforo Colombo, in prossimità dell’Eur, il taxi aveva girato a sinistra, per via dell’Acqua Perfetta, in direzione dell’Ardeatina Antica. La strada correva tra due lati di campagna aperta. Subito però giungemmo in vista di un complesso edilizio residenziale. Il conducente girò a sinistra, percorrendo una strada a ferro di cavallo, poi imboccò una discesa e quindi una strada in salita, lasciandosi le ultime case del complesso residenziale alle spalle. In alto, su un leggero rilievo collinare, nel verde, si distingueva la facciata color tramonto (un rosa tendente all’oro) di una villa. Finì l’asfalto e la strada si restrinse in un tratturo abbastanza breve, perché presto raggiungemmo lo spiazzo davanti al cancello di una casa. Devo dire che all’inizio del tratturo vi era una sbarra sollevata, indicante che quella strada circondata da un parco era una strada privata. Congedai il tassista pagandogli il doppio della tariffa segnata dal tassametro, per rimborsarlo, come mi chiese con umile sorriso, anche della corsa di rientro. In segno di gratitudine, prima di ripartire, attese che il cancello a cui avevo suonato si aprisse. Entrai. Davanti alla soglia d’ingresso della casa a due piani, compreso il piano terra, mi attendeva sorridente, nella luce che imbruniva, Nazàr. Nazàr è il presidente della società di costruzione d’imbarcazioni marittime “Tirrenavig Spa”, di cui sono socio e mi aveva invitato per quel fine settimana a casa sua, dopo che i nostri rapporti, consolidatisi in numerose sedute del Consiglio d’amministrazione della Società, si erano andati stringendo negli ultimi tempi, avviandomi a diventare io uno dei soci con quota maggioritaria. Notai subito che ai lati dei gradini di marmo, situati davanti al portone, vi erano due sculture in pietra. Raffiguravano due cani uguali, accucciati nella stessa posa sulle zampe posteriori, con un’espressione teneramente viva, soprattutto degli occhi. L’ospite notò subito la mia attenzione per le due sculture e mi fece strada, varcando per primo l’ingresso, dopo avermi salutato con gentilezza: “Buona sera, Anastasio, benvenuto.” “Ero convinto che i due animali di pietra fossero leoni” dissi. “Da lontano ci si può ingannare.” “Evidentemente” si limitò a commentare il padrone di casa, assumendo come poco prima, quando avevo fissato l’attenzione sui due cani di pietra, un’aria stranamente perplessa, subito dissoltasi nella sua successiva premura per l’ospite. Eravamo entrati in un salone, che come mi attendevo era lussuosamente arredato: un ampio tappeto al centro, dove era situata una tavola in legno massiccio, finemente scolpita nelle rifiniture. Le sedie imbottite e ricoperte di stoffe pregiate erano tutte con la spalliera rigorosamente dorata. In alto, dal soffitto pendeva un lampadario con ricchissimi cristalli; tutt’intorno erano sistemati mobili di antiquariato e sulla parete di fondo una cristalliera, con l’argenteria in esposizione. Guardai i dipinti che raffiguravano nobili e dame rinascimentali ed anche alcune scene di caccia ottocentesche. Non mancavano armature medievali. Nazàr mi guidò nelle altre stanze del piano terra, tutte arredate nello stesso stile, poi tornammo in salone, dove poco dopo scendendo la scala in legno d’angolo ci raggiunse la padrona di casa, Zobeide.
“Buona sera, Anastasio, benvenuto” mi disse con estrema dolcezza nella voce, la sua voce mollemente orientale. Era una donna araba altissima, che indossava un ampio abito damascato e preziosi gioielli. I grossi orecchini d’oro a cerchio e la grossa collana contribuivano a dare della donna un’idea quasi zingaresca. Era imponente e non dovetti chinarmi molto per il mio baciamano. “Sono lieto di conoscerla, Zobeide” dissi, rialzando il capo. “Zobeide l’accompagnerà di sopra” disse Nazàr. Era comparsa Felicia, una ragazzina di una quindicina d’anni, ma già completamente sviluppata, che raccolse la mia borsa e ci seguì al primo piano. Diedi uno sguardo in fondo al corridoio, lungo il quale si affacciavano da ambo i lati le stanze, e notai che finiva svoltando a destra presumibilmente verso un altro corridoio. Istintivamente mi mossi in quella direzione, ritenendo che lì si trovasse la stanza assegnatami, ma fui colto alle spalle dalla voce di Zobeide: “No, da questa parte, Anastasio. Venga.” La ragazzina aprì una porta sulla destra della scala e ci precedette su un pianerottolo, da dove una scala di pietra conduceva ad un ulteriore piano superiore, che non avevo notato guardando la facciata, essendo troppo a ridosso dell’edificio, quando l’avevo osservata da vicino e troppo in basso, quando l’avevo osservata da lontano. Il piano superiore era più stretto, ma anche lì le stanze davano su entrambi i lati. Zobeide mi guidò nella visita delle stanze, quattro, quasi tutte uguali, lasciandomi scegliere. Indicai una stanza, la cui finestra dava su un lato del parco, folto di verde attorno ad un ampio spazio, dove erano situate alcune altalene e giochi per bimbi. “Ad occidente” commentò Zobeide. “Non mi sveglierà il sole” risposi “ma la sua luce chiara.” La ragazzina depose la borsa, quindi entrambe mi salutarono, lasciandomi solo. Raggiunsi un bagno cieco in fondo al corridoio, sebbene la mia stanza fosse dotata di un bagno interno, con due finestre, molto luminoso. Restai un attimo fermo al buio, quasi il momento di una breve riflessione su quello che mi accadeva. Poi premetti un interruttore e subito dopo un altro vicino al primo. La stanza da bagno s’illuminò e contemporaneamente si mise in moto l’aspiratore, con un rumore che sembrava uno sciabordare d’acqua. Più tardi raggiunsi i miei ospiti nel salone del piano terra.
Prima di cena parlammo d’affari con Nazàr seduti su due poltroncine di un salotto d’angolo. Venne anche Roberta, la sorella più grande della quindicenne Felicia, che ci servì un aperitivo bianco alcolico, freddo, probabilmente vodka al gusto di melone. Zobeide era assente. Penso che si trattenesse in cucina con le due giovani serventi ed una terza servente, Amina, anch’essa giovane, ma dall’età imprecisabile e dalle fattezze orientali, con cui Zobeide si esprimeva in arabo (o turco?). Amina mi aveva donato, su istruzione della padrona di casa, un’ampolla di profumo. “Danke sehr!” esclamai. “Bitte” rispose con voce flebile Amina. Nazàr aveva commentato che la tradizione balcanica ottomana e l’impronta mussulmana di Amina non ne avevano impedito l’apertura alla cultura viennese tedesca. E aggiunse che la giovane era nata a Magonza da emigrati turchi ed aveva vissuto fino a qualche anno prima a Vienna, dove loro l’avevano conosciuta in un ristorante in cui lavorava, e poi invitata ed accolta in Italia. Amina era molto affezionata a Zobeide. Iinfatti, durante la cena, sedette per tutto il tempo a fianco della signora, mentre le altre due ragazze andavano e venivano dalla cucina, anch’esse accolte a tavola, alla sinistra di Nazàr. Era una famiglia senza discendenti, per questo credo che le ragazze fossero trattate dalla coppia di coniugi come figli. Finita la cena, uscimmo tutti e cinque nel giardino, davanti alla casa. Prima di abbandonare la sala, mi parve però di sentire dei rumori sul piano superiore e pensai che forse Zobeide o Nazàr tenessero in casa un qualche animale, forse un gatto. Dopo una breve passeggiata, piegammo a destra nel parco, dirigendoci verso lo spiazzo, adibito ad area giochi, che avevo notato guardando dalla finestra, dove mi ero sistemato. Le ragazze ci precedettero ed io scoprii con sorpresa che altri ragazzini e adulti erano lì presenti, chiacchierando e giocando tra loro. Notai pure un cane, che si avvicinò a Nazàr e fu accolto con familiarità dal suo padrone. Presto capii che quel piccolo gruppo di famiglie veniva dalle case del quartiere residenziale, posto a ridosso del leggero rilievo collinare, sulla cui sommità era posta la villa di Nazàr. Infatti dalla prospettiva, in cui eravamo ora, notai che alcune costruzioni del complesso di fabbricati s’inoltravano nel verde, risultando più vicine dal lato di fianco della villa, rispetto a quello anteriore da dove le case e la strade del quartiere apparivano molto più distanti. Ebbi anche modo di rendermi conto come Felicia e Roberta fossero le figlie di un uomo, che si mostrava abbastanza in confidenza con Nazàr, ma che nei confronti del presidente della società di navigazione mostrava anche segni di una certa riverenza. Pensavo che alla fine le ragazze sarebbero andate con il padre, ma poi, quando ci separammo, movendoci per rientrare nelle opposte direzioni, notai che esse seguirono noi. Mi voltai a guardare il gruppo che si allontanava e vidi che l’ultimo bambino seguiva i grandi scomparendo sul sentiero nascosto nel verde del parco. Il cane di Nazàr, Fischio, venne con noi. Davanti al cancello dissi a Nazàr che desideravo ancora passeggiare. Premurosamente il mio ospite si offrì di prestarmi la sua automobile, indicando l’autorimessa a lato della villa e scusandosi di non potermi accompagnare ancora, per non lasciar sole Zobeide e le giovani. Risposi che avrei fatto due passi fino alle case del quartiere lì di fronte e che quindi preferivo andare a piedi. “Bene, Anastasio” disse Nazàr “prendi le chiavi di casa e quelle del cancello. Quando torni, se vedi la luce del salone ancora accesa, bussa pure.” Zobeide estrasse le sue chiavi dalla borsa e indicandomi qual era quella del cancello e quale quella di casa, me le consegnò.” “Grazie, Zobeide” dissi “buona notte.” “Buona notte, Nazàr” dissi poi rivolgendomi al marito. “Buona notte, Anastasio” mi risposero quasi in coro i coniugi. Anche Felicia e Roberta mi augurarono la buona notte. Salutai le fanciulle con la mano e mi allontanai sul tratturo, in direzione della strada.
Raggiunsi ben presto le stradine del piccolo quartiere residenziale. Incontrai soltanto qualche rara persona, che portava al guinzaglio il cane per la passeggiata serale e qualche minuscolo gruppo di giovani, che si attardavano davanti alle abitazioni, scherzando tra loro. Ogni tanto passava qualche automobile o un motorino. Il quartiere era ben illuminato e ricco di verde, su cui ad intermittenza piovevano spruzzi d’acqua di piccoli impianti d’irrigazione automatica. Da uno spiazzo, dove le case erano più rade, potevo guardare verso l’altura, dove si trovava la villa del mio ospite ed amico Nazàr. Mi fermai a contemplare la sagoma della costruzione disegnata nel buio della sera, contro un cielo notturno chiaro. A piano terra ed al primo piano notai delle luci accese. Guardai più in alto, dove intuii il secondo piano un po’ arretrato sul corpo centrale della costruzione, ormai completamente in ombra. Fissai la facciata della villa, pensai a quell’attimo di disorientamento che mi aveva preso all’arrivo lì nel buio del bagno cieco, in quell’ambiente un po’ troppo scontato per essere autentico, ma che pure ora a distanza mi appariva regolare e calmo nel silenzio e riposo del quartiere residenziale da dove guardavo. E capii perché. Avevo colto l’armonia del paesaggio, la sua anima. Quando dico anima mi riferisco a qualcosa di psichico e quindi per me di sensibile, sperimentabile cioè con i sensi. Coglievo l’anima attraverso la visione delle luci della sera delle case e delle strade, l’eco delle ultime voci isolate ed il silenzio più generale del riposo del quartiere, il profumo delle erbe dei prati e dei giardini, i sapori nell’aria fragrante di essenze dei ciclamini e degli oleandri, l’umidità nelle cortecce degli alberi e tra i rami delle piante. L’anima del paesaggio risiedeva nello scorrere dei fari di luci delle automobili di passaggio, nell’odore di gomma delle frenate, nell’eco delle voci di un televisore acceso, nel respiro dell’aria ronzante consumata dal calore dei lampioni, nel freddo dei pali di ferro dei segnali stradali. L’anima era là fuori, nelle cose viventi, nel loro spirito, lo spirito del mondo. E quell’anima accentrante del quartiere notturno, immerso nel verde della campagna, recava nella sua armonia anche la villa di Nazàr, non più isolata, come mi era ingannevolmente parso al mio arrivo all’imbrunire, ma parte di quel contesto da me contemplato nell’ora del silenzio e del riposo. Riflettevo che per questo ora non mi appariva più per nulla sorprendente la umana contiguità tra i componenti delle famiglie nell’area giochi del parco della villa di Nazàr ed i coniugi apparentemente anomali ed estranei alla cultura dei luoghi. L’anima, lo spirito, pensavo. Mi mossi e raggiunsi la via dell’Acqua Perfetta, che incominciai a percorrere lungo il suo tracciato rettilineo. Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità. Ah, Cartesio! Respiravo l’aria della campagna, ma ben presto, superato un semaforo, scattato dal rosso al verde, mi sono trovato tra altre abitazioni, a ridosso della via Cristoforo Colombo. L’illusione della campagna, tornai indietro. Qualche autovettura giungeva alle mie spalle a velocità sostenuta sul rettilineo, allontanandosi in direzione dell’ultimo abitato residenziale. Qualche altra giungeva in senso contrario. Erano divenute sempre più rare e la loro corsa nella notte sempre più veloce.
Sulla mia sinistra, da un basso cespuglio apparve una piccola ombra: era un gatto. Mosse indeciso qualche passo al mio fianco, poi mi sorpassò con svelti passi vellutati, forse per evitare quella improvvisa presenza umana sorta nella notte del suo territorio. Sentii un’autovettura giungere alle mie spalle, proprio nel momento in cui il gatto, sceso dal marciapiede, con veloci balzi felini si mise a correre, per attraversare la strada. Guardai sbigottito quello che prevedevo: l’appuntamento mortale dell’animale. L’autovettura frenò e investì il gatto, sobbalzando mentre passava sul corpo del felino; quindi sbandò paurosamente, si mise di traverso e finì la sua corsa contro il marciapiede di sinistra, alcuni metri davanti a me, che mi ero fermato ad osservare la sagoma del gatto esanime al centro di via dell’Acqua Perfetta. L’autista aprì la portiera e usci dall’autovettura, portandosi le mani ai capelli. Un’automobile sopraggiunse sulla corsia dell’investimento, frenò, aggirò lentamente la forma animale immobile sulla strada e andò a parcheggiare più avanti. Gli occupanti scesero, si resero conto dell’episodio, risalirono a bordo e ripartirono. Un altro automezzo giunse dalla direzione opposta, rallentò, superò l’automobile investitrice ferma di traverso contro il marciapiede, poi gradualmente riprese la sua corsa. Pensavo che l’ostacolo dell’animale doveva essere rimosso dal centro della strada, mentre ne compativo la cattiva sorte. Dall’automobile ferma era scesa la ragazza seduta accanto al guidatore, che cercava di riprendersi dallo shock, camminando avanti e indietro e riportandosi le mani nei capelli. La ragazza in jeans bevve alcuni lunghi sorsi d’acqua da una bottiglia, avendo presumibilmente la gola secca. Non passavano automobili. Il giovane autista risalì a bordo, mise in moto e riportò l’autovettura sulla giusta carreggiata, parcheggiando. Poi scese e si avvicinò in direzione dell’animale immobile al centro della strada. Io guardavo quella forma esanime. Ero triste. Pensavo che l’investitore volesse spostare la carcassa. Quello si chinò. La presenza umana provocò una reazione. L’animale, fino ad allora esanime, sollevò la testa e drizzò le orecchie. L’altro si ritrasse, rialzandosi sorpreso. Io sussultai. Non era morto, dunque. Forse aveva una debole ripresa. Sussultai di nuovo, quando incredulo vidi il gatto rialzarsi di colpo e con uno scatto felino raggiungere il marciapiede opposto. L’investitore osservò sconcertato il gatto che tentò per tre volte, ogni volta ricadendo penosamente all’indietro, di saltare con un unico balzo, su un muretto abbastanza alto, che delimitava il marciapiede, riuscendovi al quarto tentativo. Poi si acquattò in cima e restò nuovamente immobile. Il guidatore vide la strada libera, voltò le spalle, raggiunse l’autovettura ed assieme alla sua compagna ripartì. Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio. Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata di ritorno verso la villa di Nazàr.
Due Mi fermai dove le case del complesso residenziale si diradavano e guardai verso l’altura, dove si scorgeva la villa di Nazàr. Le luci della facciata rivelavano la sagoma dell’edificio. Le finestre apparivano buie, ma un lieve chiarore traspariva dal lato sinistro. Mi ricordai del corridoio del primo piano, che svoltava in quell’angolo, dove volevo dirigermi, ma da cui Zobeide mi aveva distolto in maniera decisa. Guardai meglio e mi resi conto che, a piano terra, una luce del salone d’ingresso, non quella sfavillante del lampadario, doveva essere accesa, perché una luminosità smorzata filtrava dalla piccola vetrata smerigliata del timpano a forma triangolare, situato al di sopra del portone d’ingresso. Le voci che d’intorno echeggiavano nel silenzio mi riportarono alle sere mediterranee della mia adolescenza a Lamìa, il piccolo centro sul mare, oltre cento chilometri a nord di Atene, dove a quell’ora d’estate si tenevano grandi tavolate all’aperto. Ricordai le abbondanti cene a base di pollo e patate e melone, la birra leggera e alla fine il bicchierino di liquore all’anice, Spiridione sempre alticcio col suo sorriso un po’ inebetito, il vociare dei commensali, il disordine e la confusione. Il passato mi aveva assalito improvvisamente, forse giungendo sulle ali di quel soffio d’oriente, ispiratomi da Zobeide ed Amina, qui in questa terra romana, dove da quel lembo di mediterraneo noi vediamo la sera coricarsi il sole. Mi riscossi e guardai di nuovo la villa, poi mossi verso di essa. Quando, varcato il cancello d’ingresso, entrai nello spiazzo prospiciente la facciata della casa, sostai un attimo a contemplarne le luci e il silenzio, quindi raggiunsi il portone, infilai la chiave nella toppa e senza fare troppo rumore, aprii e mi infilai all’interno. Notai che era la luce posta in alto all’ingresso del salone ad illuminare la vetrata del timpano e parte del salone. Non la spensi, ma deciso mi avviai verso la scala. Poi notai una rivista sul tavolinetto del salottino d’angolo, tornai a prenderla e salii fino al secondo piano, in camera mia. Guardai attraverso la finestra le luci del quartiere di fronte e la macchia scura del parco. Quando mi coricai, lasciai la serranda alzata, ma accesi il lume sul comodino e con le spalle appoggiate al cuscino, rialzato sulla spalliera del letto, cominciai a sfogliare la rivista, senza portare troppa attenzione ai titoli degli articoli che scorrevo. Uno di essi però mi colpì: “Il racconto del capitano Borletto”. Questo capitano veniva presentato come un valoroso ufficiale d’artiglieria, che in missione di pace in Bosnia era saltato su una mina, ricadendo esanime al suolo. Raccolto dai suoi soldati, era stato portato nella sede del Comando delle truppe alleate e deposto su un letto dell’infermeria. Lì il maggiore medico lo aveva visitato e dichiarato clinicamente morto, stilando il relativo certificato. Il corpo del capitano Borletto era stato allora ripulito del sangue e della polvere, che al momento dell’esplosione lo avevano insudiciato, poi era stato disteso e lavato con getti d’acqua da una pompa manovrata dal sergente dell’infermeria, quindi rivestito con l’uniforme. La salma era poi stata composta nella camera ardente, allestita nella sala riunioni della palazzina comando e lì vegliata da un picchetto di soldati.
Dall’Italia sarebbero venute all’indomani le autorità militari e di governo per rendere omaggio al valoroso ufficiale, mentre dalla provincia di Novara, trasportati da un aereo militare, già erano partiti i genitori e gli altri più stretti parenti. Dopo la lunga veglia funebre e l’omaggio delle autorità, il giorno dopo, la salma era stata sistemata nella bara. La mamma continuava a contemplare il volto del giovane figlio capitano, i cui tratti non apparivano ancora irrigiditi dalla morte. Ma erano arrivati gli addetti al trasporto funebre ed avevano deposto un velo bianco sulla salma, lasciando scoperto soltanto il viso. La donna immobile e piegata sul figlio era stata lasciata sola. Improvvisamente sentirono un grido e tutti quelli che sostavano fuori la sala si affrettarono all’interno. La donna si agitava chiamandoli, poi svenne, dicendo: “È vivo!” Pensai come l’enormità di quel racconto in un’altra sera non mi avrebbe molto interessato, ma in quella circostanza m’incuriosiva il seguito. In breve gli astanti si erano resi conto che il capitano Borletto, con movimenti impercettibili, si andava riprendendo da una morte apparente. Fu subito riportato in infermeria e disteso su un letto. Due ore dopo aveva leggermente sollevato le palpebre, sembrava come si risvegliasse da un lungo sonno. Il caso Borletto sarebbe finito qui e sarebbe stato catalogato come una delle tante morti apparenti andate a buon fine, se non fosse stato appunto per il racconto che il “risorto”, come era stato definito dal maggiore medico che aveva certificato l’evento della morte, aveva fatto alla stampa della sua esperienza. Raccontava il capitano Borletto che, dopo la sua morte, egli era giunto sulla sponda di un fiume, dove un vecchio (“un vecchio bianco per antico pelo”, pensai) lo aveva traghettato assieme ad altre anime di defunti all’altra riva. Erano giunti sulla spiaggia di Errandìa, dove attendevano una moltitudine di anime. Borletto si rendeva conto che la grande massa si andava concentrando in un punto, dove si affollavano i più. Allora egli si era seduto a terra ed aveva atteso che la ressa diminuisse. Però, al sopraggiungere di altre anime dall’altra riva, si era rialzato ed un po’ alla volta aveva cercato di portarsi verso il luogo dove confluivano gli altri. In questa attitudine era stato sorpreso dalla voce di un’anima, che aveva riconosciuto: era il generale Cavatore. Questo alto ufficiale si era suicidato da circa un mese per motivi rimasti inspiegabili ed era stato conosciuto un anno prima da Borletto, quando entrambi prestavano servizio alla Divisione corazzata di Borgo Mantovano. “Lei, signor Generale!” aveva esclamato Borletto. Il defunto generale aveva assentito ed aveva spiegato al capitano che a lui suicida toccava restare ancora diverse settimane su quella spiaggia, prima di essere sottoposto al giudizio, che decideva della sorte dei defunti e che veniva pronunciato dai giudici divini esattamente in quel punto dove si andavano affollando la maggior parte delle anime. “Ma lei, Borletto, riceverà presto il suo verdetto, perché la sua morte, come la sua vita, è stata limpida.” “Grazie, signor Generale!” aveva risposto Borletto. “Avrei preferito rimanere giovane e capitano come te” aveva replicato Cavatore e si era andato a confondere tra gli altri.
Presto Borletto raggiunse il punto dove le anime venivano giudicate e vide come davanti a due varchi, uno che conduceva al Cielo e l’altro alla Terra, era assisa, fra cinque giudici alla sinistra e cinque alla destra, la dea Necessità, che ad ogni anima assegnava il suo destino. Quando i giudici videro l’anima di Borletto, gli dissero di aspettare lì e vedere tutto quello che accadeva, perché lui sarebbe ritornato in vita e doveva raccontare agli altri uomini quello che li attendeva dopo la morte. Le anime di coloro che si erano comportati bene nella loro vita venivano assegnate alla porta del Cielo, dove avrebbero assunto, a seconda delle loro azioni compiute la forma di colomba, aquila, angelo, essere divino, luce astrale. Le anime dei malvagi invece dovevano ritornare sotto forma di animali sulla Terra, come bufali, zebre, asini, cani, rane, in ragione della condotta tenuta da ognuno da vivo. Borletto raccontava come le anime che si reincarnavano in bestie dovevano attendere i secoli loro assegnati, per tornare poi ad essere giudicate da Necessità ed assumere forme animali più elevate come gazzella, cavallo, giraffa, fino a quando potevano anch’esse rientrare tra gli spiriti purificati e varcare la porta del Cielo. Chiusi la rivista, la posai sul comodino, spensi la luce del lume. Nel buio, pensai allo spirito del gatto investito, alle luci serali del quartiere di fronte, alle ombre del parco, alla villa di Nazàr in cui mi trovavo, prendevo sonno. Aprii gli occhi nel buio e vidi esattamente la scena: mia moglie, seduta a cavalcioni sulla mazza di una scopa, libratasi nel vano della finestra, si stagliava nella luce notturna. Rimasi rigido ed immobile, percorso da un terrore gelido. La strega volò nella notte. Non avevo il coraggio di voltarmi sul fianco, per vedere se la mia consorte fosse distesa nel letto accanto a me (dove sentivo che non c’era) e scoprire che la mia era stata una visione da sogno. Respirai lievemente ed abbassai le palpebre con leggera apprensione. Vidi il Parco di Fontana d’acqua: era il parco della villa di Nazàr, dove tre streghe consumavano il loro sabba notturno. Ma a questa visione si sovrappose il ricordo del giorno precedente, quando durante il mio pomeridiano riposo su quel letto ero stato raggiunto da una telefonata. Sentii una voce bisbigliare nel ricevitore: “Cerco Leila”. Si sollevò una nuvola di fumo nel parco. Aguzzai lo sguardo e vidi l’oscena massa biancastra di un corpo nudo di donna che danzava tendendo le mani al cielo. Era Gàliska, la più indecente delle Vestali della Notte. Non vidi Ulna, la magra ed altissima donna dai capelli gialli e grigi, con gli occhiali, che aveva bisbigliato al telefono, chiedendomi di mia moglie Leila, la terza componente del terzetto delle streghe del Parco di Fontana d’acqua.
Fu quella però una ben strana notte. Sentivo delle voci giungere dal piano di sotto, per cui cautamente mi sollevai sul letto e tesi l’orecchio. Udii distintamente declamare, come se qualcuno recitasse un brano teatrale. Misi i piedi a terra e mi alzai. Uscii dalla stanza, percorsi il corridoio e scesi cautamente la scala, raggiungendo il piano di sotto. Vidi la luce filtrare dall’angolo dove mi ero diretto al mio arrivo, quando ne ero stato subito distolto da Zobeide. Raggiunsi l’angolo e con il cuore in gola sporsi il capo. “La via che conduce alla meta – al sapere assoluto, cioè allo Spirito che si sa come Spirito – è il ricordo degli spiriti così come essi sono in se stessi e compiono l’organizzazione del loro regno. La loro conservazione, secondo il lato della loro esistenza libera che si manifesta nella forma dell’accidentalità, è la storia; secondo il lato…” Ritrassi il capo. Avevo la gola secca. Attraverso la porta spalancata di un salone illuminato a giorno da un lampadario sfavillante, avevo intravisto la sagoma di Nazàr, in smoking, mentre declamava il brano finale della “Fenomenologia dello Spirito”. Mi colpiva quello sguardo spiritato, che mi rendeva irriconoscibile Nazàr; ero sconcertato da quella strana luce che brillava nel celeste dei suoi occhi. Mi riaffacciai. Nazàr, questo suo strano sosia, continuava la recita: “…della loro organizzazione concettuale, invece, tale conservazione è la scienza del sapere fenomenico; tutt’e due insieme, cioè la Storia compresa concettualmente, formano il ricordo e il Calvario dello Spirito assoluto, formano la realtà, la verità e la certezza del suo trono, senza il quale esso sarebbe la solitudine priva di vita. Soltanto…” Mi ritirai e rapido risalii le scale e mi infilai nel letto, colto dall’improvviso ed assurdo timore che Nazàr mi avesse scoperto e seguito. Chiusi gli occhi.
Tre La luce del giorno mi svegliò. Mi lavai e vestii con calma, poi scesi nel salone, dove notai che era apparecchiata un’abbondante colazione. Entrò Zobeide vestita con un elegante completo, formato da pantaloni e giacca color crema, che le donava una presenza moderna e raffinata. La donna m’invitò a sedere con un gesto della mano. “Buon giorno, Anastasio” mi disse con un sorriso suo amabile. “Buon giorno, Zobeide” risposi, restituendo il sorriso. Comparvero Felicia ed Amina. Dopo essersi informata se avevo dormito bene, Zobeide mi disse che il marito era uscito, per andare a comperare i giornali. Entrò un giovane sui vent’anni, salutò, poi si rivolse a Felicia e la invitò ad andare fuori con lui. Uscirono, mentre Zobeide ed Amina si fermarono a tenermi compagnia in silenzio, mentre facevo colazione. Ogni tanto la ragazza bisbigliava qualche parola a Zobeide, che rispondeva a cenni o assentendo col capo. Formulai alcune osservazioni sulla luminosità che al mattino il salone rivelava per la sua posizione ad oriente. Zobeide assentì, Amina parlottò ancora. Infine la moglie di Nazàr mi disse che potevo approfittare della biblioteca, se non desideravo uscire nel parco. Il marito sarebbe stato comunque presto di ritorno. Quando mi alzai dal tavolo, Zobeide uscì, seguita da Amina. Guardai l’alta figura in controluce sulla soglia dell’ingresso illuminato dal sole. Decisi di risalire in camera, per raccogliere alcune mie carte. Al primo piano, indugiai sul corridoio centrale, poi mi diressi vero l’angolo, lo superai e percorsi il corridoio laterale, che all’arrivo mi era stato inibito da Zobeide. Le porte delle stanze sul corridoio erano tutte chiuse. Giunsi in fondo e tornai indietro, con l’animo attraversato da un vago sentimento di clandestinità. Sentii il rumore di una porta che si apriva, mi voltai e vidi Nazàr, che usciva e richiudeva la porta dietro di sé, senza affatto mostrare di aver notato la mia presenza. Restai fermo e l’osservai mentre si attardava nell’operazione di chiusura, poi una volta effettuata l’operazione, quasi come se fosse stato colto da un ripensamento, riaprì la porta, senza voltarsi verso di me. Mi mossi e mi allontanai, girai l’angolo e con una certa inquietudine nell’animo salii la scala ed entrai nella mia camera, dirigendomi verso la finestra. Guardai giù nel parco attraverso il vetro: Nazàr sopraggiungeva a cavallo. Aveva l’espressione accigliata o almeno così mi sembrava. Uscii e di corsa scesi la scala. Al primo piano sostai un attimo indeciso, poi proseguii rapido per il piano terra. Dopo aver attraversato di corsa il salone, dove sul tavolo era già stata sparecchiata la colazione di poco prima, mi affacciai trafelato all’ingresso. Nazàr scendeva da cavallo e stringendo le briglie con la destra, avanzò verso di me. Si era avvicinato il giovane ventenne, che era uscito prima con Felicia, raccolse le briglie, guidando poi il cavallo verso il recinto, posto in fondo al viale di destra della villa. Nazàr mi salutò con un largo sorriso, ma dovette cogliere l’inquietudine della mia espressione ed i miei trasparenti seppure muti interrogativi. Divenne serio ed assunse un’espressione austera. Sull’ingresso, dove aspettavo immobile, mi mise una mano sulla spalla; io lo lasciai passare e lo seguii nel salone. Nazàr si voltò e disse: “Aspettami in biblioteca, Anastasio. Mi cambio e vengo subito.” “No, Nazàr…” dissi. Fece un gesto con la mano dall’alto verso il basso, come a voler ricacciare indietro il mio tentativo d’interruzione, quindi si diresse verso la sua stanza a piano terra. Restai immobile al centro del salone, poi andai in biblioteca.
Fui distratto dal ricco ed elegante arredamento della sala. Tutt’intorno alla parete erano sistemati scaffali colmi di ordinate file di libri rilegati in pelle e con incisioni dorate. La maggior parte trattava argomenti di filosofia e letteratura, ma vi erano anche sezioni di diritto, storia ed economia. Vi erano trattati antichi e manoscritti sicuramente rari. Scelsi un testo di Avicenna, di cui lessi il titolo sul dorso nei caratteri d’oro: “Liber sufficientiae”. Allungai una mano, presi il volume e cominciai a sfogliarlo. Lessi che Abu’ Ali al-Husayn ibn Sinà, il grande scienziato, filosofo, astronomo e poeta persiano, conosciuto col nome di Avicenna nell’Occidente latino, in questo trattato, aveva suddiviso con criterio enciclopedico l’aristotelismo in quattro parti sistematiche: logica, fisica, matematica e metafisica. Pensai all’Occidente latino e alla sua contrapposizione con l’Oriente e riandai con la mente ai miei voli tra Roma e Montpellier, dove aveva sede una società di costruzioni navali affiliata alla “Tirrenavig Spa”. A sera, tornando in aereo dalla costa francese verso Roma, attraverso il vetro dell’oblò del finestrino, potevo osservare le ombre della notte sotto di noi, in cui brillavano le teorie di luci delle città e cittadine sorvolate. Voltando lo sguardo indietro verso il lontano occidente, si distingueva la linea rossa contro il cielo chiaro, che indicava come l’adagiarsi del sole poteva essere inseguito all’infinito. Allora il mio animo si riempiva di una grande carica di nostalgia e fu quello stesso sentimento che mi colse lì, nella biblioteca di Nazàr, quel mattino, mentre consultavo l’opera filosofica di Avicenna, il grande cultore di scienza medica, autore del celebre Canone della Medicina, tradotto integralmente nel Medio Evo da Gerardo da Cremona. Sfogliai il libro nella parte iniziale e lessi parte di un brano virgolettato, parole di Abu’ Ali al-Husayn ibn Sinà dunque: “In ogni problema che esaminavo, stabilivo fermamente le premesse del sillogismo che vi si riferiva, e le disponevo in rapporto alla conoscenza acquisita; poi esaminavo che cosa potesse risultare dalle premesse, e ne osservavo le condizioni fino al momento in cui la vera soluzione del problema diventava indubitabile. Ogni volta che mi trovavo imbarazzato rispetto a un problema, o ero incapace di stabilire il termine medio di un sillogismo, andavo alla moschea, pregavo, supplicavo il Creatore dell’universo di rivelarmi quello che mi era nascosto, e di facilitarmi quello che mi era difficile. Poi, la notte, tornavo a casa, posavo la lampada davanti a me, mi rimettevo a scrivere; ogni volta che il sonno mi vinceva, o quando ero stanco, bevevo con misura una coppa di vino, aspettando il ritorno della mia energia; poi mi rimettevo a leggere; e quando cedevo un poco al sonno, vedevo in sogno proprio lo stesso problema, in modo che più di una volta la soluzione delle questioni mi si svelò in sogno:”
“Anastasio!” Fui interrotto nella lettura da Nazàr, entrato in biblioteca e scivolato silenziosamente al mio fianco. Alzai il capo, sorpreso, ma non turbato. Ci sedemmo al grande tavolo in legno massiccio, al centro della sala ricoperta quasi interamente da grandi tappeti, che rendevano felpati i passi. Eravamo l’uno di fronte all’altro. Io avevo chiuso il testo di Avicenna, leggermente accarezzando il dorso e la copertina in pelle del volume e guardavo Nazàr. “È una storia, Anastasio, che risale a molti anni fa, oltre quattrocento direi, se non di più, molto di più, cinquecento forse, sì cinquecento. Contare gli anni ormai per me non conta, non conta più.” Nazàr tacque, poi riprese il racconto: “Vivevo nel 1500 circa della nostra era assieme alla mia famiglia in Egitto, ad Al Qahirah: io allora ero molto piccolo. Mio padre veniva da Al Iskandariyah, dove la sua famiglia commerciava in fave, granoturco, cipolle, patate, uova di coccodrillo, zucchero di canna. Per quest’attività commerciale, egli spesso veniva ad Al Qahirah, dove una volta conobbe nel negozio di un barbiere mia madre Fatima. Mia madre era una giovane bellissima ed era la figlia maggiore del barbiere Abdul Serendib, che aveva altre tre figlie femmine. Mio padre regalò al barbiere due cammelli, cinquanta sacchi di sesamo ed oltre settecento uova di coccodrillo ed ottenne in moglie mia madre. Siccome era molto innamorato e mia madre non voleva lasciare la sua famiglia, mio padre si trasferì ad Al Qairah, dove costruì una casa accanto al negozio del barbiere e visse poi assieme a mia madre, sperando di avere molti figli. Ma dopo la mia nascita, mia madre morì e mio padre non ottenne più altri figli da lei. Io fui allevato dalle zie…” Nazàr s’interruppe. Guardava molto lontano in un punto indefinito alle mie spalle. Restò in silenzio ed io non ebbi il coraggio di fare delle domande. “Ma non sapevo allora” riprese d’un tratto “come il mio destino fosse diverso dai miei simili. Tutto era legato alle origini di mia madre e, in un certo senso, anche di mio padre. Mia madre, sebbene fosse figlia di un barbiere, anche se in quella società il barbiere era una professione di tutto rispetto, era di nobili natali, essendo una discendente diretta per parte di madre, mia nonna materna cioè, della dinastia dei Fatimiti, che furono storicamente i fondatori di Al Qairah. Ebbene, Anastasio, lei sa come i Fatimiti siano stati gli avversari degli Abbasidi, una dinastia che nel mondo mussulmano aveva dominato a Bagadad, soprattutto ai tempi di massimo splendore del califfo Harun-al-Rashid. Fu quella, Anastasio, l’epoca d’oro della scienza araba, quando i miei avi introdussero in Europa i numeri indiani e fecero conoscere il movimento degli astri: al-manakh.” Nazàr tacque. Si voltò verso la libreria ed andò ad estrarre da una fila un volume, che aveva una copertina rilegata di colore granata, con un titolo in caratteri d’oro. “L’almanacco è il calendario che registra le effemeridi degli astri” disse. Notai che il libro che aveva in mano non era però L’almanacco, ma la “Fenomenologia dello Spirito” di G.W. Friedrich Hegel. Guardai gli occhi celesti di Nazàr.
“Io sono coevo dei miei avi e coevo dei discendenti dei miei avi” disse Nazàr. Io, Anastasio, ero un po’ disorientato. “Mio padre” continuò il mio ospite e socio d’affari “era un discendente di Harun-al-Rashid. Un genio aveva condotto la principessa Safia, figlia naturale del Califfo, direttamente da Bagdad ad Al Iskandariyah, dove Safia aveva avuto sedici figli, tra cui un ascendente diretto di Aziz Alì Nazàr, bisnonno di mio padre.” “Ma come…” dissi. Nazàr mi bloccò con la mano e pose l’interrogativo da me suggerito: “Ma come, come” sottolineò “da questo intreccio degli spiriti è venuta fuori la mia infinita eternità?” Tacque. “Come?” interrogò subito dopo. Seguii leggermente distratto alcune sue spiegazioni. Ero interessato dal movimento delle sue mani, che avevano deposto sulla scrivania il libro di Hegel. “Io, fatimita e abbasida, ero due ed uno ed uno e due: due in uno e uno in due, nella mia infinita eternità.” Nazàr riprese la “Fenomenologia dello Spirito” e sembrò voler sfogliare distrattamente il libro. “Come?” domandai. “Alla morte di mia madre, che avvenne esattamente nell’anno 1517, quando i Mamelucchi…” “I Mamelucchi erano Circassi slavi…” intervenni. Assentì col capo e continuò: “Quando i Mamelucchi, questi Circassi slavi, che dal 1250, portati dagli Ayyubids, avevano dominato l’Egitto, furono sconfitti dai Turchi ed il mio paese fu annesso all’impero ottomano. Mia madre morì in circostanze tragiche: fu uccisa dai conquistatori, annebbiati dall’odio e dall’odore del sangue. Fu legata nuda a quattro cammelli, che partirono in quattro direzioni opposte, straziandone il corpo, trascinato nella polvere della terra. Il suo torso privo di entrambi gli arti superiori, fu trascinato verso nord, dove la gamba destra legata al cammello più veloce dei due rimasti si staccò per prima ed il resto del corpo ormai privo di vita rotolò verso nord-ovest. Il mio destino era segnato: l’Occidente.” “Che orrore, Nazàr!” esclamai. L’ospite mi guardò in viso, investigando tra le pieghe della mia espressione, per coglierne i segni della sincerità. “La morte di mia madre è il mito del grande Pan rivolto ad Oriente” disse Nazàr. “Le membra smembrate del dio si spargono in ogni dove del grande Tutto.” “E questa sua infinita eternità?” domandai. Di nuovo Nazàr mi guardò con sguardo indagatore. In quel momento pensai che non erano stupefacenti le storie che Nazàr mi andava raccontando, ma stupefacente ed incredibile mi appariva, al di là dei suoi racconti, quella sua indubbia ubiquità.” “Nel 1258, l’impero abbaside” riprese paziente il mio ospite “ricevette un colpo mortale e Bagdad fu invasa dai Mongoli. Gli Sciiti, intanto, sotto il califfato degli Abbasidi, rappresentavano una minoranza politica e religiosa. Un loro capo religioso, Ubaydullah, il quale asseriva di essere discendente di Fatima, la figlia del profeta, fondò la dinastia fatimita, che resistette dal 909 al 1171. Essi si mossero lungo le rotte del Nord Africa e sottomisero l’Egitto, stabilendo la loro capitale…”
“Ad Al Qairah” completai. “Certo, certo, Anastasio” approvò Nazàr. Ero leggermente stanco della tortuosità dei racconti di Nazàr, il quale sembrò avermi letto nel pensiero: “Sono vecchio di cinquecento anni circa, perché le grandi Madri dell’Essere mi hanno preservato dal Nulla della morte e dell’oblio e sono Due in Uno perché posseggo un’anima in due corpi uguali.” Ecco, il mistero sembrava svelato e svelato in maniera semplice e chiara, ma il carattere apodittico delle due affermazioni di Nazàr sembrava d’altro canto avere complicato l’enigma, invece di scioglierlo. “Nazàr…” mormorai e guardavo il testo di Hegel, che ora egli aveva di nuovo posato sul ripiano della scrivania. “Nazàr… l’altro Nazàr… il suo fratello gemello… il suo sosia…” continuai a mormorare incerto. “Non l’altro Nazàr, non il fratello gemello né il sosia. No, Anastasio, no: Io!” “E non potete…” “Collidere?” Nazàr scuoteva la testa. “Resta un enigma questa realtà di una sola anima in due corpi” dissi. “Ne racconto l’origine. È il racconto, il Mito, che spiega il mistero, appunto narrandolo, non la Ragione che il racconto rifiuta, perché non ordinato nei suoi schemi. Non le sembra, Anastasio?” “Mi sembra” ammisi. “Quando io nacqui, mia madre partorì un altro bambino insieme con me, che non era mio gemello né monozigota né eterozigota …” “… come il barbiere suo padre subito capì” intervenni con un candido sorriso, che non seppi frenare. “Certo!” rispose Nazàr, restituendomi il candore del sorriso. “Le ho già detto, Anastasio, che nella società araba la professione di barbiere era di tutto rispetto ed inoltre…” Si mosse verso la libreria e tolse da una scansia un altro volume, non rilegato, ma con la copertina lucida in brossura. Mi mostrò il testo, di cui lessi il titolo: “L’uomo differito”. Subito però ripose il libro ed io non feci in tempo a leggere il nome dell’autore. “È uno scrittore moderno, nostro contemporaneo, uno di quelli che ha compreso l’archetipo della professione del barbiere, forse derivandola dal celebre medico zurighese…” Bussarono alla porta. Nazàr s’interruppe. Fece capolino Felicia, che sorridente chiese della signora Zobeide. Il mio ospite sembrò riflettere un istante, poi congedò la ragazza con un eloquente e fermo gesto. “Dicevo… il barbiere… ah!… il gemello né monozigota né eterozigota, come mio padre, pur non essendo versato in scienze esoteriche, subito comprese. In breve, la storia andò così, come ho ricostruito dai racconti sempre reticenti delle mie zie...” Nazàr tacque. Eravamo ora seduti l’uno di fronte all’altro. Il mio interlocutore riprese il suo racconto: “Mio padre, come sembra avesse confidato a qualcuna delle mie zie, nel periodo che precedette il mio concepimento, giaceva ogni notte con mia madre da tre a quattro volte a notte e qualche volta anche più, fino a sette. Come le ho già detto, Anastasio, mio padre era molto innamorato di mia madre e non era mai sazio di congiungersi con lei. Ma questa intensa attività amorosa era possibile al barbiere mio padre, pur di costituzione monolitica come il calcare indistruttibile della pietra di Aqaba, solo col recupero di un sonno altrettanto duro come il sasso ed impossibile da interrompere fino al suo naturale soddisfacimento.
Eppure una notte il barbiere mio padre si svegliò, a dire di mia zia per ordine del Profeta che lo aveva visitato in sogno, e scoprì che la moglie non giaceva accanto a lui. Alzatosi e seguite le tracce scese in giardino, dove rimase ad attendere nella notte. Più tardi alla luce lunare vide quattro schiavi mori di statura gigantesca uscire dalla porta di una casa vicina, da cui poco dopo uscì con aria furtiva Fatima mia madre. Prima che la moglie lo scoprisse, mio padre riguadagnò rapidamente la camera nuziale e s’infilò nel letto, dove fingendo di dormire attese l’arrivo di mia madre, che non si accorse quindi di nulla. La notte seguente, mio padre coprì cinque volte mia madre e poi, a notte fonda ormai, finse di addormentarsi. Subito dopo sentì sul suo viso il respiro di mia madre, che spiava il sonno del coniuge. Con cautela poi mia madre si alzò e abbandonò la stanza. Mio padre si alzò dopo di lei e la seguì in giardino, da dove la vide allontanarsi ed entrare nella porta della casa vicina. Dopo alcune ore, mentre albeggiava, mio padre rivide la scena dei quattro mori giganteschi e di mia madre, che abbandonavano furtivamente la casa vicina. Allora, furente d’ira, con urlo raccapricciante si precipitò sui quattro infedeli, agitando la sua scimitarra e costringendoli ad inginocchiarsi li decapitò uno per volta in un baleno. Poi si abbatté su mia madre stesa ai suoi piedi che implorava pietà tra i singhiozzi, ma al momento di giustiziarla, quando aveva già levato in alto la scimitarra, apparve un genio che gl’impose di arrestarsi, affinché la discendenza già concepita non perisse con lei ed io, Anastasio, ebbi salva la vita.” Nazàr tacque. Molto di quel racconto favoloso mi lasciò impressionato. Pensavo all’orrendo supplizio a cui Fatima, madre di Nazàr, era stata sottoposta dai Mamelucchi e confusamente pensai che il racconto dell’adulterio multiplo si ricollegava a quella storia. “Capisce il mio calvario?” disse Nazàr, fissandomi negli occhi col suo sguardo celeste, di cui riconobbi la luce, che nella notte mi aveva colpito con un leggero brivido. Poi Nazàr continuò: “Soltanto…” si fermò. Raggiunse un angolo della biblioteca, dove era sistemato un mobile di mogano, di cui aprì un’anta, rivelando un frigorifero mascherato nel legno. Prese una bottiglia di champagne, la stappò e riempì due calici; poi me ne porse uno e riprese a parlare: “Soltanto dal calice di questo regno degli spiriti / spumeggia fino a lui la sua infinità.” “Schiller” dissi e raccolsi il calice, che Nazàr mi tendeva. Brindammo ed accostammo le coppe alle labbra. L’infinità spumeggiante, l’età plurisecolare del mio ospite, il racconto fantastico ed arabo, il calvario, l’indubbia dimidiazione di Nazàr mi inducevano a cercare spiegazioni razionali. Riflettei sulla citazione della Fenomenologia e mi ritrovai a ragionare sull’etimologia dei termini. “Il Calvario è il luogo detto il Gòlgota, che in aramaico significa “Luogo del cranio”, perché privo di vegetazione, come un cranio calvo, un teschio” dissi e bevvi lo champagne.
Più tardi andammo a pranzo, quindi io mi ritirai in camera per riposare. Ricordo soltanto la luce dorata del sole che inondava la stanza, quando ogni tanto aprivo gli occhi nel torpore del mio leggero riposo pomeridiano ed allora più che con la mente, ma con l’emozione del ricordo ritrovavo la perduta intimità di un’altra stanza, anch’essa inondata dalla luce d’oro del sole, che iniziava ad inclinare il suo asse volto all’occaso. Al vespro prendemmo il tè tutti insieme: io, Nazàr, Zobeide e le tre giovinette. Parlammo poco. Dal piano superiore giungeva a noi il suono di una musica da concerto sinfonico. Io tendevo ad alzare gli occhi verso il soffitto ed in quella attitudine mi sentivo raggiungere dallo sguardo orientale ed obliquo di Zobeide ed alcune visioni irrequiete e bislacche venivano a turbare i miei pensieri sui due corpi dell’unico Nazàr, le due anime, dicevo io, se l’anima è la vita del corpo. Il Cuore, il cuore del mondo. Mi ritirai in biblioteca. Presi un libro di saggistica letteraria ed iniziai a sfogliarlo. Finii per essere assorbito dalla lettura di un saggio sul Cuore della Terra. Quando mi raggiunse Nazàr, avevo quasi finito. Lessi il nome dell’autore: Anastasio Zoitakis. Era sera. Io e il padrone di casa uscimmo seguiti da Fischio, che subito corse ad annusare l’erba del prato ed altri escrementi di cane. Mi voltai verso la facciata della villa e vidi affacciarsi nel riquadro illuminato della finestra il Nazàr dagli occhi celesti che ci guardava. Alzai il braccio destro e mossi distintamente la mano per un gesto di saluto. Mi sembrò che stringesse un calice nella mano destra e che lo sollevasse nella mia direzione, come risposta al cenno di saluto. Toccai con un leggero colpo della mano sinistra il gomito del Nazàr accanto a me, quasi un invito a prendere atto della indubbia evidenza della circostanza e mi rigirai verso di lui, spiandolo negli occhi celesti. Era il suo sguardo. Ed allora mi piacque recitare il passo conclusivo della Fenomenologia di Hegel, così compendiandolo: “La via che conduce alla meta – al sapere assoluto, cioè allo Spirito che si sa come Spirito – è il ricordo degli spiriti così come essi sono in sé stessi e compiono l’organizzazione del loro regno.” Saltai la frase e conclusi: “… tutti e due insieme, cioè la Storia compresa concettualmente, formano il ricordo e il Calvario dello Spirito assoluto, formano la realtà, la verità e la certezza del suo trono, senza il quale esso sarebbe la solitudine priva di vita. Soltanto dal calice di questo regno degli spiriti / spumeggia fino a lui la sua infinità.” Il Venerdì Santo dello Spirito, il Calvario. Mentre recitavo, Nazàr si era leggermente voltato verso la finestra ed aveva compiuto con il braccio sinistro un gesto, come ad indicare all’altro di ritirarsi. Sorrisi. Insieme ci incamminammo in direzione del parco, seguiti da Fischio, e raggiungemmo quindi il circolo illuminato dello spiazzo adibito ad area giochi. Parlavamo d’affari, in attesa della cena. D’intorno qualche abitante dei luoghi, passeggiava nei viali del parco. Più volte Nazàr dovette richiamare Fischio, il muso teso, le orecchie dritte in avvistamento di quadrupedi suoi simili. I cani e le stelle, Nazàr. “Domani, partiremo presto, Anastasio” disse l’ospite. Decidemmo di rientrare.
Quattro Fui svegliato da leggeri colpi alla porta. Sentii Zobeide sussurrare: “Sono le cinque e quaranta, Anastasio. È la sveglia.” Mi sollevai di colpo e rimasi seduto sul letto. Risposi: “Grazie, Zobeide. Sono sveglio.” Dovetti concentrare l’attenzione, per immaginare il passo leggero con cui la padrona di casa si doveva essere allontanata. In fretta mi alzai e lavai. Poco dopo ero nel salone per prendere il caffè, che Felicia e Roberta mi servirono sotto l’occhio attento di Zobeide. Nazàr era già pronto per accompagnarmi alla stazione ferroviaria di Roma “Ardeatina”. Era uscito per fare manovra con l’automobile. Pensai che la sveglia era stata fissata alle cinque e trenta; probabilmente la padrona di casa aveva sussurrato la formula della sveglia tre volte: alle cinque e trenta, alle cinque e trentacinque ed alle cinque e quaranta. Tre volte. Omne trinum perfectum est. La sera precedente avevo pronunziato questa frase, ma adesso non ricordavo bene la circostanza. Mi soccorse l’immagine della sera prima (ma non era notte?) di Amina che, subito commentando il mio motto in latino, mi sembrava avesse sussurrato: “Alle guten Dinge sind drei”. Ma perché ed a quale proposito? Giovane turca viennese. Ora l’immagine mi tornò nitida. Proprio in quel momento però, nell’incerta luce della notte che schiariva, Zobeide disse: “Vada, Anastasio, è giorno.” Mi avvicinai alla donna, lei mi abbracciò leggermente, congiungendo le mani sulla mia nuca ed io la baciai sulle guance; al di sopra della sua spalla sinistra notai Nazàr che scendeva i gradini superiori della scala d’angolo. Mi sciolsi da quell’abbraccio orientale. Festose mi baciarono Felicia e Roberta. Amina si tenne in disparte. Uscii e salii sull’automobile, le donne ci salutarono dalla soglia, partimmo. Percorremmo veloci le strade deserte e da via dell’Acqua Perfetta sbucammo in via Ardeatina. Alle guten Dinge sind drei. Ripensai al ricordo notturno. Dal salone avevo visto l’unità, composta dai due Nazàr, uscire ed allontanarsi in giardino. Risalivo perplesso la scala ed in cima mi fermai a riflettere. Mi voltai e vidi, al centro della sala, Zobeide di spalle fissare immobile la porta, da dove il mio sdoppiato padrone di casa era uscito, in compagnia del suo animato e vivente sé stesso. Scesi rapido i gradini e le toccai una spalla. La donna si voltò ed io domandai: “Quale dei due ama, Zobeide?” La donna mi sfiorò le labbra con un bacio leggero e bisbigliò: “I due, Anastasio” Si era ritratta ed aveva portato l’indice dritto sulle labbra chiuse. Omne trinum perfectum est, mormorai. Alle guten Dinge sind drei, sentii sussurrare alle spalle. Mi voltai. In un angolo in penombra, Amina aveva portato l’indice dritto sulle labbra serrate.
Abbassai il finestrino dell’automobile ed io e Nazàr gradimmo la frizzante aria fresca dell’alba, la cui bianca luce aveva congedato dappertutto le ultime ombre. “È il cuore del giorno al suo sorgere, Nazàr” dissi. “Quando tutto si riduce all’Uno” rispose. Avevamo raggiunto la piccola stazione ferroviaria, in via delle Torri del Rivolo. Nazàr parcheggiò. Io raccolsi la borsa e scendemmo. Nel piccolo atrio non c’era nessuno. La biglietteria era chiusa. Raggiungemmo la banchina dell’unico binario. Tra poco dalla nostra sinistra sarebbe giunto il treno, che mi avrebbe portato fino a Gaeta, su quel tratto della ferrovia Roma-Napoli. Cominciammo a passeggiare. “Anastasio, noi viviamo il luogo del tempo, in cui domina la razionalità scientifica dell’Occidente” disse. Io risposi con un discorso sul Cuore. Il cuore, Nazàr, il nostro cuore, che batte all’unisono con il Cuore della Terra è irripetibile nella sua Unicità. Noi non abbiamo un cuore diviso. I palpiti del nostro cuore diviso e sanguinante sono i palpiti del Cuore diviso e sanguinante, il cui ritmo ci giunge dalle più abissali profondità dell’Universo, dalle sue infinite e siderali lontananze. Tentennava Nazàr. Il mio discorso era confuso e poco convincente. Tu dici, Anastasio, che il nostro Cuore nel battere all’unisono con il Cuore della Terra è irripetibile nella sua Unicità? Che cosa significa questo? È Unico il nostro cuore o il Cuore della Terra? Non risposi. Sentimmo suonare un campanello. Era il segnale di arrivo del treno. I miei pensieri erano confusi, cominciavo a dubitare di essi; mi assalì un senso di scoramento e di scetticismo. La dualità di Nazàr cominciò a presentarsi nella mia mente come una notturna allucinazione, sfumata nella chiara luce del giorno, dove ogni cosa appariva nella sua ordinata singolarità. Anche Nazàr era un “singolo”. Sì, le cose singole, Nazàr singolo. Ma… Ma… io sono certo che se quel giorno il velo del cielo azzurro altissimo si fosse di colpo squarciato sulle nostre teste rivelando la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità, il prodigio dell’Evento non mi avrebbe distolto dalla mia convinzione che il Nazàr fermo davanti a me, nella piccola stazione ferroviaria di Roma Ardeatina, era l’individua espressione della tutto avvolgente onnicomprensività del Cuore.” Era giunto il treno. Salii e salutai Nazàr. Mi aveva detto, come frase di saluto e congedo, con sorriso indulgente: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.” Mi sedetti vicino al finestrino. Si chiusero le porte ed il treno cominciò ad avviarsi. Parte il treno, parte, Nazàr fermo sulla banchina a salutare con la mano. Scossi la testa. No, Nazàr, i ragionamenti, i discorsi, la Ragione sono lontani dal Cuore, ma anche da questa abissale lontananza, da questa inesauribile ed incolmabile lontananza il Cuore sa comprendere. È il sapere del Cuore, la sapienza del Cuore, Nazàr. Il treno s’inoltrò nella campagna. Era giorno. Avevo il viso incollato al vetro del finestrino ed ora vidi la scena distintamente. I due cani gemelli si avvicinarono di corsa, Zobeide sussultò nel vederli arrivare; ma di fronte allo sguardo umido di desiderio dei due animali insieme sopraggiunti, il fremito di timore si confuse nella tenerezza. Nello sfondo, sull’altura, unica la villa di Nazar.
LO SQUARCIO DEL CIELO “Io sono certo che se quel giorno il velo del cielo azzurro altissimo si fosse di colpo squarciato sulle nostre teste rivelando la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità, il prodigio dell’Evento non mi avrebbe distolto dalla mia convinzione.” Ho estrapolato la frase dal testo, ricavata dal paragrafo finale del racconto “I due cani gemelli”, in quanto pur decontestualizzata, ha un significato suo proprio, che merita di essere commentato. Descrive l’immagine di un lampo visibile in pieno giorno, una visione pittorica di carattere biblico. Infatti, l’espressione del cielo che si squarcia corrisponde più a una visione immaginaria, che non a un fenomeno fisico osservabile a occhio nudo, come il lampo, o astrofisico, come il lampo gamma, una sorte di esplosione interstellare della durata di qualche nano secondo, che ci giunge dalle profondità dell’Universo a distanza di miliardi di anni luce. E con quest’ultima immagine apocalittica abbiamo aggiornato al progresso scientifico attuale la visione che l’iconografia religiosa presenta del Signore sul trono dei cieli. In verità, io l’espressione l’avevo ripresa dallo scritto di un filosofo, il quale a sua volta l’aveva ripresa dal linguaggio religioso, per confrontare il suo pensiero razionale con l’irrazionalità propria di una visione reale dello squarciarsi del cielo, come dire la fine dei tempi. E dell’immagine abbiamo discusso, adesso veniamo alla mia espressione, dove lo squarciarsi del cielo rivela “la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità.” Che significa questo? Chi sono i divini che dalle loro dimore contemplano eternamente l’irripetibile spettacolo dell’Essere? Che senso ha questo mio dire? Intanto, diamo subito una risposta razionale: si tratta del problema logico-filosofico dell’unità del molteplice, una pluralità di singoli unificati nell’insieme. E così abbiamo tolto ogni suggestione alla visione fantastica o forse pensiamo di averlo fatto. Quindi, per meglio comprendere chi sono i divini, a cui l’espressione decontestualizzata si riferisce, usiamo la parola greca, i theoi, gli astri del cielo. Ma sono pietre volanti nello spazio o palle di fuoco vaganti nelle loro infinità siderali! Questo non toglie che hanno un’anima, infatti si muovono, e solo apparentemente sembrano fissi. Gli antichi diedero loro questo nome, perché come ci ricorda Platone nel “Cratilo”, il termine deriva dal verbo “thein”, che vuole appunto dire “correre”. Ma dove vanno? Forse questo loro andare è un correre irripetibile, e pertanto uno spettacolo unico, ricordiamoci che la nostra galassia, la Via Lattea, viaggia verso Andromeda e gli astrofisici pare che abbiano calcolato una collisione tra cinque miliardi di anni. Ecco, allora, lo squarciarsi del cielo!
No, sono nozioni scientifiche. Diciamo che per ogni singolo la sua nascita e la sua morte, siamo esseri mortali, significa l’inizio e la fine del mondo. In questa prospettiva, guardare i puntini luminosi del cielo notturno, visione non più attuale dato l’inquinamento luminoso, significa immaginare i divini nelle loro dimore in eterna contemplazione dello spettacolo dell’Essere. Gli scienziati si domandano che cosa o chi o quale spettacolo vi sia dietro oppure oltre le stelle, e nel porsi queste domande smettono di essere scienziati e diventano filosofi. Noi ci domandiamo, oggi, nel senso di adesso, mentre scrivo o fra un po' quando altri legge, nell’ora (momento), noi ci domandiamo, per esempio, chi o che cosa ci sia dietro il virus, tanto per rimanere nell’attualità politica, e nel fare questa domanda noi smettiamo di essere scienziati, la nostra scienza consiste nell’aver sentito dire, e diventiamo filosofi o presunti tali. È tutto? No, c’è Nazar, anzi due Nazar, Anastasio, Zobeide, Felicia, Roberta, Amina, la turco viennese, che parla un ottimo tedesco, o così sembra, la villa di Nazar, i cani di pietra, Fischio, il gatto morto, anzi no, risorgente con sette spiriti, l’anima del mondo, no, no, sarebbe stato meglio far correre la storia, invece di prevaricare come autore nel testo, con Cartesio, Hegel, Platone, Shakespeare, e tutta quella letteratura, che poi andava a nascondersi dietro ad insostenibili dialoghi, tipo: “Buona sera, Anastasio, benvenuto” “Sono lieto di conoscerla, Zobeide” “Zobeide l’accompagnerà di sopra” “No, da questa parte, Anastasio. Venga.” “Grazie, Zobeide, buona notte.” “Buona notte, Nazàr” “Buona notte, Anastasio” “Ad occidente” commentò Zobeide. “Non mi sveglierà il sole” risposi “ma la sua luce chiara.” “Sono le cinque e quaranta, Anastasio. È la sveglia.” Mi sollevai di colpo e rimasi seduto sul letto. Risposi: “Grazie, Zobeide. Sono sveglio” “Vada, Anastasio, è giorno.” È stata l’insostenibilità di questi convenevoli anodini e altre insignificanze a fare scivolare il racconto dei fatti sull’orlo di pensieri irrazionali, il cuore? Pascal, ecco, ci mancava il filosofo del cuore, che si domandava, perché nell’infinità cosmica, si era venuto a trovare in quel luogo e in quel tempo. Viene da rispondere che altrove sarebbe stato lo stesso, ma sembra una risposta sciocca. Toglie tutta l’inquietudine esistenziale che vibra nella domanda, per chi ha spazio e tempo di farsi la domanda. Perché io qui ed ora? E ogni voce dell’essere? È l’eco delle musiche angeliche che ci rimanda l’iconografia medievale, gli angeli che sospingono le sfere celesti. “L’universo è pieno di Iddii” scriveva il neoplatonico Proclo, il concerto musicale delle particelle elementari diceva Einstein, quelle generate dal vibrare delle stringhe dell’Universo. Sono i palpiti che registra il cuore della terra, i regesta (storia) del Tempo.
POSTFAZIONE La ripubblicazione di questo racconto lungo meritava un breve Prologo, che viene comunque sostituito dalle poche righe di questa Postfazione. Il quadro iniziale è una descrizione un po' insistita del paesaggio del parco e della villa, della strada e delle case, che tendeva a rappresentare il pensiero condensabile in una espressione: “l’anima vivente delle cose”, che riflette l’unità dell’anima del mondo, un pensiero ricavato da Hillman, come ogni altro riferimento alla filosofia del cuore. Ho aggiunto la considerazione su Cartesio, per dare ragione dell’unità infranta, in verità una prospettiva risalente a Platone, quella della differenziazione e del dualismo tra mondo sensibile e intellegibile, materia e spirito: “Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità.” L’episodio del gatto era la descrizione di una scena di cui fui testimone una sera, accaduta come l’ho descritta, compresa la felice conclusione per il felino: “Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio. Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata.” Il sogno della resurrezione del capitano Borletto è un breve rifacimento in chiave moderna del Mito di Er che conclude il X e ultimo Libro della “Repubblica”. Nel sogno delle tre streghe, forse era meno identificabile il riferimento al “Macbeth” di Shakespeare. E aggiungo che Leila è la protagonista di “Malombra” del Fogazzaro, un romanzo sul tema ottocentesco dello spiritismo, che avevo riletto al tempo della stesura del racconto. Il sogno di Anastasio forse è troppo vaporoso, come appunto dovrebbe essere la materia dei sogni, e non se ne dà spiegazione, per evitare di allungare il discorso, che è sempre lo stesso: la trasfigurazione nel fantastico del reale, non il sabba, ma un più banale e quotidiano incontro tra comari, forse un po' bisbetiche. Ecco perché il commento inserito nel testo sarebbe risultato riduttivo. Al contrario, riconosco ridondante e prolisso il racconto inverosimile di Nazàr, ma non il suo sdoppiamento, trattandosi del suo gemello, scoperto nella notte da Anastasio in una insolita recita di Hegel, peraltro ripresa il giorno dopo in biblioteca da Nazàr. Sono squarci, le citazioni della “Fenomenologia dello Spirito”, che tendono a rompere l’atmosfera orientale, ispirata alle “Mille e una notte”, che il nome di Zobeide richiama, compreso il paradossale e fantastico racconto di vicende con riferimenti storici, ambientate al Cairo e ad Alessandria d’Egitto dei secoli passati. Il reale e il fantastico, la ragione e il cuore, un contrasto che lascia spazio alla fantasia nel week-end romano dell’ospite a casa del socio in affari Nazàr, concluso però con il richiamo alla realtà: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.” Ma l’ultimo sigillo è affidato all’immagine della visione di Zobeide e al sopraggiungere dei due cani gemelli, sullo sfondo della villa di Nazàr.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
21 commenti:
I DUE CANI GEMELLI
Uno
Cominciava ad imbrunire, quando mi avvicinai alla strada ultima, che conduceva alla Villa di Nazàr. Sulla via Cristoforo Colombo, in prossimità dell’Eur, il taxi aveva girato a sinistra, per via dell’Acqua Perfetta, in direzione dell’Ardeatina Antica. La strada correva tra due lati di campagna aperta. Subito però giungemmo in vista di un complesso edilizio residenziale. Il conducente girò a sinistra, percorrendo una strada a ferro di cavallo, poi imboccò una discesa e quindi una strada in salita, lasciandosi le ultime case del complesso residenziale alle spalle. In alto, su un leggero rilievo collinare, nel verde, si distingueva la facciata color tramonto (un rosa tendente all’oro) di una villa. Finì l’asfalto e la strada si restrinse in un tratturo abbastanza breve, perché presto raggiungemmo lo spiazzo davanti al cancello di una casa. Devo dire che all’inizio del tratturo vi era una sbarra sollevata, indicante che quella strada circondata da un parco era una strada privata.
Congedai il tassista pagandogli il doppio della tariffa segnata dal tassametro, per rimborsarlo, come mi chiese con umile sorriso, anche della corsa di rientro. In segno di gratitudine, prima di ripartire, attese che il cancello a cui avevo suonato si aprisse. Entrai. Davanti alla soglia d’ingresso della casa a due piani, compreso il piano terra, mi attendeva sorridente, nella luce che imbruniva, Nazàr.
Nazàr è il presidente della società di costruzione d’imbarcazioni marittime “Tirrenavig Spa”, di cui sono socio e mi aveva invitato per quel fine settimana a casa sua, dopo che i nostri rapporti, consolidatisi in numerose sedute del Consiglio d’amministrazione della Società, si erano andati stringendo negli ultimi tempi, avviandomi a diventare io uno dei soci con quota maggioritaria.
Notai subito che ai lati dei gradini di marmo, situati davanti al portone, vi erano due sculture in pietra. Raffiguravano due cani uguali, accucciati nella stessa posa sulle zampe posteriori, con un’espressione teneramente viva, soprattutto degli occhi. L’ospite notò subito la mia attenzione per le due sculture e mi fece strada, varcando per primo l’ingresso, dopo avermi salutato con gentilezza: “Buona sera, Anastasio, benvenuto.” “Ero convinto che i due animali di pietra fossero leoni” dissi. “Da lontano ci si può ingannare.” “Evidentemente” si limitò a commentare il padrone di casa, assumendo come poco prima, quando avevo fissato l’attenzione sui due cani di pietra, un’aria stranamente perplessa, subito dissoltasi nella sua successiva premura per l’ospite.
Eravamo entrati in un salone, che come mi attendevo era lussuosamente arredato: un ampio tappeto al centro, dove era situata una tavola in legno massiccio, finemente scolpita nelle rifiniture. Le sedie imbottite e ricoperte di stoffe pregiate erano tutte con la spalliera rigorosamente dorata. In alto, dal soffitto pendeva un lampadario con ricchissimi cristalli; tutt’intorno erano sistemati mobili di antiquariato e sulla parete di fondo una cristalliera, con l’argenteria in esposizione. Guardai i dipinti che raffiguravano nobili e dame rinascimentali ed anche alcune scene di caccia ottocentesche. Non mancavano armature medievali. Nazàr mi guidò nelle altre stanze del piano terra, tutte arredate nello stesso stile, poi tornammo in salone, dove poco dopo scendendo la scala in legno d’angolo ci raggiunse la padrona di casa, Zobeide.
“Buona sera, Anastasio, benvenuto” mi disse con estrema dolcezza nella voce, la sua voce mollemente orientale. Era una donna araba altissima, che indossava un ampio abito damascato e preziosi gioielli. I grossi orecchini d’oro a cerchio e la grossa collana contribuivano a dare della donna un’idea quasi zingaresca. Era imponente e non dovetti chinarmi molto per il mio baciamano. “Sono lieto di conoscerla, Zobeide” dissi, rialzando il capo.
“Zobeide l’accompagnerà di sopra” disse Nazàr. Era comparsa Felicia, una ragazzina di una quindicina d’anni, ma già completamente sviluppata, che raccolse la mia borsa e ci seguì al primo piano. Diedi uno sguardo in fondo al corridoio, lungo il quale si affacciavano da ambo i lati le stanze, e notai che finiva svoltando a destra presumibilmente verso un altro corridoio. Istintivamente mi mossi in quella direzione, ritenendo che lì si trovasse la stanza assegnatami, ma fui colto alle spalle dalla voce di Zobeide: “No, da questa parte, Anastasio. Venga.”
La ragazzina aprì una porta sulla destra della scala e ci precedette su un pianerottolo, da dove una scala di pietra conduceva ad un ulteriore piano superiore, che non avevo notato guardando la facciata, essendo troppo a ridosso dell’edificio, quando l’avevo osservata da vicino e troppo in basso, quando l’avevo osservata da lontano. Il piano superiore era più stretto, ma anche lì le stanze davano su entrambi i lati. Zobeide mi guidò nella visita delle stanze, quattro, quasi tutte uguali, lasciandomi scegliere. Indicai una stanza, la cui finestra dava su un lato del parco, folto di verde attorno ad un ampio spazio, dove erano situate alcune altalene e giochi per bimbi.
“Ad occidente” commentò Zobeide.
“Non mi sveglierà il sole” risposi “ma la sua luce chiara.”
La ragazzina depose la borsa, quindi entrambe mi salutarono, lasciandomi solo. Raggiunsi un bagno cieco in fondo al corridoio, sebbene la mia stanza fosse dotata di un bagno interno, con due finestre, molto luminoso. Restai un attimo fermo al buio, quasi il momento di una breve riflessione su quello che mi accadeva. Poi premetti un interruttore e subito dopo un altro vicino al primo. La stanza da bagno s’illuminò e contemporaneamente si mise in moto l’aspiratore, con un rumore che sembrava uno sciabordare d’acqua. Più tardi raggiunsi i miei ospiti nel salone del piano terra.
Prima di cena parlammo d’affari con Nazàr seduti su due poltroncine di un salotto d’angolo. Venne anche Roberta, la sorella più grande della quindicenne Felicia, che ci servì un aperitivo bianco alcolico, freddo, probabilmente vodka al gusto di melone.
Zobeide era assente. Penso che si trattenesse in cucina con le due giovani serventi ed una terza servente, Amina, anch’essa giovane, ma dall’età imprecisabile e dalle fattezze orientali, con cui Zobeide si esprimeva in arabo (o turco?). Amina mi aveva donato, su istruzione della padrona di casa, un’ampolla di profumo.
“Danke sehr!” esclamai.
“Bitte” rispose con voce flebile Amina.
Nazàr aveva commentato che la tradizione balcanica ottomana e l’impronta mussulmana di Amina non ne avevano impedito l’apertura alla cultura viennese tedesca. E aggiunse che la giovane era nata a Magonza da emigrati turchi ed aveva vissuto fino a qualche anno prima a Vienna, dove loro l’avevano conosciuta in un ristorante in cui lavorava, e poi invitata ed accolta in Italia. Amina era molto affezionata a Zobeide. Iinfatti, durante la cena, sedette per tutto il tempo a fianco della signora, mentre le altre due ragazze andavano e venivano dalla cucina, anch’esse accolte a tavola, alla sinistra di Nazàr. Era una famiglia senza discendenti, per questo credo che le ragazze fossero trattate dalla coppia di coniugi come figli.
Finita la cena, uscimmo tutti e cinque nel giardino, davanti alla casa. Prima di abbandonare la sala, mi parve però di sentire dei rumori sul piano superiore e pensai che forse Zobeide o Nazàr tenessero in casa un qualche animale, forse un gatto. Dopo una breve passeggiata, piegammo a destra nel parco, dirigendoci verso lo spiazzo, adibito ad area giochi, che avevo notato guardando dalla finestra, dove mi ero sistemato. Le ragazze ci precedettero ed io scoprii con sorpresa che altri ragazzini e adulti erano lì presenti, chiacchierando e giocando tra loro. Notai pure un cane, che si avvicinò a Nazàr e fu accolto con familiarità dal suo padrone.
Presto capii che quel piccolo gruppo di famiglie veniva dalle case del quartiere residenziale, posto a ridosso del leggero rilievo collinare, sulla cui sommità era posta la villa di Nazàr. Infatti dalla prospettiva, in cui eravamo ora, notai che alcune costruzioni del complesso di fabbricati s’inoltravano nel verde, risultando più vicine dal lato di fianco della villa, rispetto a quello anteriore da dove le case e la strade del quartiere apparivano molto più distanti. Ebbi anche modo di rendermi conto come Felicia e Roberta fossero le figlie di un uomo, che si mostrava abbastanza in confidenza con Nazàr, ma che nei confronti del presidente della società di navigazione mostrava anche segni di una certa riverenza.
Pensavo che alla fine le ragazze sarebbero andate con il padre, ma poi, quando ci separammo, movendoci per rientrare nelle opposte direzioni, notai che esse seguirono noi. Mi voltai a guardare il gruppo che si allontanava e vidi che l’ultimo bambino seguiva i grandi scomparendo sul sentiero nascosto nel verde del parco. Il cane di Nazàr, Fischio, venne con noi.
Davanti al cancello dissi a Nazàr che desideravo ancora passeggiare. Premurosamente il mio ospite si offrì di prestarmi la sua automobile, indicando l’autorimessa a lato della villa e scusandosi di non potermi accompagnare ancora, per non lasciar sole Zobeide e le giovani. Risposi che avrei fatto due passi fino alle case del quartiere lì di fronte e che quindi preferivo andare a piedi.
“Bene, Anastasio” disse Nazàr “prendi le chiavi di casa e quelle del cancello. Quando torni, se vedi la luce del salone ancora accesa, bussa pure.” Zobeide estrasse le sue chiavi dalla borsa e indicandomi qual era quella del cancello e quale quella di casa, me le consegnò.”
“Grazie, Zobeide” dissi “buona notte.” “Buona notte, Nazàr” dissi poi rivolgendomi al marito. “Buona notte, Anastasio” mi risposero quasi in coro i coniugi. Anche Felicia e Roberta mi augurarono la buona notte. Salutai le fanciulle con la mano e mi allontanai sul tratturo, in direzione della strada.
Raggiunsi ben presto le stradine del piccolo quartiere residenziale. Incontrai soltanto qualche rara persona, che portava al guinzaglio il cane per la passeggiata serale e qualche minuscolo gruppo di giovani, che si attardavano davanti alle abitazioni, scherzando tra loro. Ogni tanto passava qualche automobile o un motorino. Il quartiere era ben illuminato e ricco di verde, su cui ad intermittenza piovevano spruzzi d’acqua di piccoli impianti d’irrigazione automatica.
Da uno spiazzo, dove le case erano più rade, potevo guardare verso l’altura, dove si trovava la villa del mio ospite ed amico Nazàr. Mi fermai a contemplare la sagoma della costruzione disegnata nel buio della sera, contro un cielo notturno chiaro. A piano terra ed al primo piano notai delle luci accese. Guardai più in alto, dove intuii il secondo piano un po’ arretrato sul corpo centrale della costruzione, ormai completamente in ombra. Fissai la facciata della villa, pensai a quell’attimo di disorientamento che mi aveva preso all’arrivo lì nel buio del bagno cieco, in quell’ambiente un po’ troppo scontato per essere autentico, ma che pure ora a distanza mi appariva regolare e calmo nel silenzio e riposo del quartiere residenziale da dove guardavo. E capii perché.
Avevo colto l’armonia del paesaggio, la sua anima. Quando dico anima mi riferisco a qualcosa di psichico e quindi per me di sensibile, sperimentabile cioè con i sensi. Coglievo l’anima attraverso la visione delle luci della sera delle case e delle strade, l’eco delle ultime voci isolate ed il silenzio più generale del riposo del quartiere, il profumo delle erbe dei prati e dei giardini, i sapori nell’aria fragrante di essenze dei ciclamini e degli oleandri, l’umidità nelle cortecce degli alberi e tra i rami delle piante. L’anima del paesaggio risiedeva nello scorrere dei fari di luci delle automobili di passaggio, nell’odore di gomma delle frenate, nell’eco delle voci di un televisore acceso, nel respiro dell’aria ronzante consumata dal calore dei lampioni, nel freddo dei pali di ferro dei segnali stradali. L’anima era là fuori, nelle cose viventi, nel loro spirito, lo spirito del mondo.
E quell’anima accentrante del quartiere notturno, immerso nel verde della campagna, recava nella sua armonia anche la villa di Nazàr, non più isolata, come mi era ingannevolmente parso al mio arrivo all’imbrunire, ma parte di quel contesto da me contemplato nell’ora del silenzio e del riposo. Riflettevo che per questo ora non mi appariva più per nulla sorprendente la umana contiguità tra i componenti delle famiglie nell’area giochi del parco della villa di Nazàr ed i coniugi apparentemente anomali ed estranei alla cultura dei luoghi.
L’anima, lo spirito, pensavo. Mi mossi e raggiunsi la via dell’Acqua Perfetta, che incominciai a percorrere lungo il suo tracciato rettilineo. Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità. Ah, Cartesio!
Respiravo l’aria della campagna, ma ben presto, superato un semaforo, scattato dal rosso al verde, mi sono trovato tra altre abitazioni, a ridosso della via Cristoforo Colombo. L’illusione della campagna, tornai indietro. Qualche autovettura giungeva alle mie spalle a velocità sostenuta sul rettilineo, allontanandosi in direzione dell’ultimo abitato residenziale. Qualche altra giungeva in senso contrario. Erano divenute sempre più rare e la loro corsa nella notte sempre più veloce.
Sulla mia sinistra, da un basso cespuglio apparve una piccola ombra: era un gatto. Mosse indeciso qualche passo al mio fianco, poi mi sorpassò con svelti passi vellutati, forse per evitare quella improvvisa presenza umana sorta nella notte del suo territorio. Sentii un’autovettura giungere alle mie spalle, proprio nel momento in cui il gatto, sceso dal marciapiede, con veloci balzi felini si mise a correre, per attraversare la strada. Guardai sbigottito quello che prevedevo: l’appuntamento mortale dell’animale. L’autovettura frenò e investì il gatto, sobbalzando mentre passava sul corpo del felino; quindi sbandò paurosamente, si mise di traverso e finì la sua corsa contro il marciapiede di sinistra, alcuni metri davanti a me, che mi ero fermato ad osservare la sagoma del gatto esanime al centro di via dell’Acqua Perfetta. L’autista aprì la portiera e usci dall’autovettura, portandosi le mani ai capelli. Un’automobile sopraggiunse sulla corsia dell’investimento, frenò, aggirò lentamente la forma animale immobile sulla strada e andò a parcheggiare più avanti. Gli occupanti scesero, si resero conto dell’episodio, risalirono a bordo e ripartirono. Un altro automezzo giunse dalla direzione opposta, rallentò, superò l’automobile investitrice ferma di traverso contro il marciapiede, poi gradualmente riprese la sua corsa.
Pensavo che l’ostacolo dell’animale doveva essere rimosso dal centro della strada, mentre ne compativo la cattiva sorte. Dall’automobile ferma era scesa la ragazza seduta accanto al guidatore, che cercava di riprendersi dallo shock, camminando avanti e indietro e riportandosi le mani nei capelli. La ragazza in jeans bevve alcuni lunghi sorsi d’acqua da una bottiglia, avendo presumibilmente la gola secca. Non passavano automobili. Il giovane autista risalì a bordo, mise in moto e riportò l’autovettura sulla giusta carreggiata, parcheggiando. Poi scese e si avvicinò in direzione dell’animale immobile al centro della strada. Io guardavo quella forma esanime. Ero triste. Pensavo che l’investitore volesse spostare la carcassa.
Quello si chinò. La presenza umana provocò una reazione. L’animale, fino ad allora esanime, sollevò la testa e drizzò le orecchie. L’altro si ritrasse, rialzandosi sorpreso. Io sussultai. Non era morto, dunque. Forse aveva una debole ripresa. Sussultai di nuovo, quando incredulo vidi il gatto rialzarsi di colpo e con uno scatto felino raggiungere il marciapiede opposto. L’investitore osservò sconcertato il gatto che tentò per tre volte, ogni volta ricadendo penosamente all’indietro, di saltare con un unico balzo, su un muretto abbastanza alto, che delimitava il marciapiede, riuscendovi al quarto tentativo. Poi si acquattò in cima e restò nuovamente immobile. Il guidatore vide la strada libera, voltò le spalle, raggiunse l’autovettura ed assieme alla sua compagna ripartì. Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio.
Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata di ritorno verso la villa di Nazàr.
Due
Mi fermai dove le case del complesso residenziale si diradavano e guardai verso l’altura, dove si scorgeva la villa di Nazàr. Le luci della facciata rivelavano la sagoma dell’edificio. Le finestre apparivano buie, ma un lieve chiarore traspariva dal lato sinistro. Mi ricordai del corridoio del primo piano, che svoltava in quell’angolo, dove volevo dirigermi, ma da cui Zobeide mi aveva distolto in maniera decisa. Guardai meglio e mi resi conto che, a piano terra, una luce del salone d’ingresso, non quella sfavillante del lampadario, doveva essere accesa, perché una luminosità smorzata filtrava dalla piccola vetrata smerigliata del timpano a forma triangolare, situato al di sopra del portone d’ingresso.
Le voci che d’intorno echeggiavano nel silenzio mi riportarono alle sere mediterranee della mia adolescenza a Lamìa, il piccolo centro sul mare, oltre cento chilometri a nord di Atene, dove a quell’ora d’estate si tenevano grandi tavolate all’aperto. Ricordai le abbondanti cene a base di pollo e patate e melone, la birra leggera e alla fine il bicchierino di liquore all’anice, Spiridione sempre alticcio col suo sorriso un po’ inebetito, il vociare dei commensali, il disordine e la confusione. Il passato mi aveva assalito improvvisamente, forse giungendo sulle ali di quel soffio d’oriente, ispiratomi da Zobeide ed Amina, qui in questa terra romana, dove da quel lembo di mediterraneo noi vediamo la sera coricarsi il sole.
Mi riscossi e guardai di nuovo la villa, poi mossi verso di essa. Quando, varcato il cancello d’ingresso, entrai nello spiazzo prospiciente la facciata della casa, sostai un attimo a contemplarne le luci e il silenzio, quindi raggiunsi il portone, infilai la chiave nella toppa e senza fare troppo rumore, aprii e mi infilai all’interno. Notai che era la luce posta in alto all’ingresso del salone ad illuminare la vetrata del timpano e parte del salone. Non la spensi, ma deciso mi avviai verso la scala. Poi notai una rivista sul tavolinetto del salottino d’angolo, tornai a prenderla e salii fino al secondo piano, in camera mia.
Guardai attraverso la finestra le luci del quartiere di fronte e la macchia scura del parco. Quando mi coricai, lasciai la serranda alzata, ma accesi il lume sul comodino e con le spalle appoggiate al cuscino, rialzato sulla spalliera del letto, cominciai a sfogliare la rivista, senza portare troppa attenzione ai titoli degli articoli che scorrevo. Uno di essi però mi colpì: “Il racconto del capitano Borletto”.
Questo capitano veniva presentato come un valoroso ufficiale d’artiglieria, che in missione di pace in Bosnia era saltato su una mina, ricadendo esanime al suolo. Raccolto dai suoi soldati, era stato portato nella sede del Comando delle truppe alleate e deposto su un letto dell’infermeria. Lì il maggiore medico lo aveva visitato e dichiarato clinicamente morto, stilando il relativo certificato. Il corpo del capitano Borletto era stato allora ripulito del sangue e della polvere, che al momento dell’esplosione lo avevano insudiciato, poi era stato disteso e lavato con getti d’acqua da una pompa manovrata dal sergente dell’infermeria, quindi rivestito con l’uniforme. La salma era poi stata composta nella camera ardente, allestita nella sala riunioni della palazzina comando e lì vegliata da un picchetto di soldati.
Dall’Italia sarebbero venute all’indomani le autorità militari e di governo per rendere omaggio al valoroso ufficiale, mentre dalla provincia di Novara, trasportati da un aereo militare, già erano partiti i genitori e gli altri più stretti parenti.
Dopo la lunga veglia funebre e l’omaggio delle autorità, il giorno dopo, la salma era stata sistemata nella bara. La mamma continuava a contemplare il volto del giovane figlio capitano, i cui tratti non apparivano ancora irrigiditi dalla morte. Ma erano arrivati gli addetti al trasporto funebre ed avevano deposto un velo bianco sulla salma, lasciando scoperto soltanto il viso. La donna immobile e piegata sul figlio era stata lasciata sola. Improvvisamente sentirono un grido e tutti quelli che sostavano fuori la sala si affrettarono all’interno. La donna si agitava chiamandoli, poi svenne, dicendo: “È vivo!”
Pensai come l’enormità di quel racconto in un’altra sera non mi avrebbe molto interessato, ma in quella circostanza m’incuriosiva il seguito. In breve gli astanti si erano resi conto che il capitano Borletto, con movimenti impercettibili, si andava riprendendo da una morte apparente. Fu subito riportato in infermeria e disteso su un letto. Due ore dopo aveva leggermente sollevato le palpebre, sembrava come si risvegliasse da un lungo sonno.
Il caso Borletto sarebbe finito qui e sarebbe stato catalogato come una delle tante morti apparenti andate a buon fine, se non fosse stato appunto per il racconto che il “risorto”, come era stato definito dal maggiore medico che aveva certificato l’evento della morte, aveva fatto alla stampa della sua esperienza.
Raccontava il capitano Borletto che, dopo la sua morte, egli era giunto sulla sponda di un fiume, dove un vecchio (“un vecchio bianco per antico pelo”, pensai) lo aveva traghettato assieme ad altre anime di defunti all’altra riva. Erano giunti sulla spiaggia di Errandìa, dove attendevano una moltitudine di anime. Borletto si rendeva conto che la grande massa si andava concentrando in un punto, dove si affollavano i più. Allora egli si era seduto a terra ed aveva atteso che la ressa diminuisse. Però, al sopraggiungere di altre anime dall’altra riva, si era rialzato ed un po’ alla volta aveva cercato di portarsi verso il luogo dove confluivano gli altri. In questa attitudine era stato sorpreso dalla voce di un’anima, che aveva riconosciuto: era il generale Cavatore. Questo alto ufficiale si era suicidato da circa un mese per motivi rimasti inspiegabili ed era stato conosciuto un anno prima da Borletto, quando entrambi prestavano servizio alla Divisione corazzata di Borgo Mantovano.
“Lei, signor Generale!” aveva esclamato Borletto.
Il defunto generale aveva assentito ed aveva spiegato al capitano che a lui suicida toccava restare ancora diverse settimane su quella spiaggia, prima di essere sottoposto al giudizio, che decideva della sorte dei defunti e che veniva pronunciato dai giudici divini esattamente in quel punto dove si andavano affollando la maggior parte delle anime.
“Ma lei, Borletto, riceverà presto il suo verdetto, perché la sua morte, come la sua vita, è stata limpida.”
“Grazie, signor Generale!” aveva risposto Borletto.
“Avrei preferito rimanere giovane e capitano come te” aveva replicato Cavatore e si era andato a confondere tra gli altri.
Presto Borletto raggiunse il punto dove le anime venivano giudicate e vide come davanti a due varchi, uno che conduceva al Cielo e l’altro alla Terra, era assisa, fra cinque giudici alla sinistra e cinque alla destra, la dea Necessità, che ad ogni anima assegnava il suo destino.
Quando i giudici videro l’anima di Borletto, gli dissero di aspettare lì e vedere tutto quello che accadeva, perché lui sarebbe ritornato in vita e doveva raccontare agli altri uomini quello che li attendeva dopo la morte.
Le anime di coloro che si erano comportati bene nella loro vita venivano assegnate alla porta del Cielo, dove avrebbero assunto, a seconda delle loro azioni compiute la forma di colomba, aquila, angelo, essere divino, luce astrale. Le anime dei malvagi invece dovevano ritornare sotto forma di animali sulla Terra, come bufali, zebre, asini, cani, rane, in ragione della condotta tenuta da ognuno da vivo.
Borletto raccontava come le anime che si reincarnavano in bestie dovevano attendere i secoli loro assegnati, per tornare poi ad essere giudicate da Necessità ed assumere forme animali più elevate come gazzella, cavallo, giraffa, fino a quando potevano anch’esse rientrare tra gli spiriti purificati e varcare la porta del Cielo.
Chiusi la rivista, la posai sul comodino, spensi la luce del lume. Nel buio, pensai allo spirito del gatto investito, alle luci serali del quartiere di fronte, alle ombre del parco, alla villa di Nazàr in cui mi trovavo, prendevo sonno.
Aprii gli occhi nel buio e vidi esattamente la scena: mia moglie, seduta a cavalcioni sulla mazza di una scopa, libratasi nel vano della finestra, si stagliava nella luce notturna. Rimasi rigido ed immobile, percorso da un terrore gelido. La strega volò nella notte. Non avevo il coraggio di voltarmi sul fianco, per vedere se la mia consorte fosse distesa nel letto accanto a me (dove sentivo che non c’era) e scoprire che la mia era stata una visione da sogno. Respirai lievemente ed abbassai le palpebre con leggera apprensione. Vidi il Parco di Fontana d’acqua: era il parco della villa di Nazàr, dove tre streghe consumavano il loro sabba notturno. Ma a questa visione si sovrappose il ricordo del giorno precedente, quando durante il mio pomeridiano riposo su quel letto ero stato raggiunto da una telefonata. Sentii una voce bisbigliare nel ricevitore: “Cerco Leila”. Si sollevò una nuvola di fumo nel parco. Aguzzai lo sguardo e vidi l’oscena massa biancastra di un corpo nudo di donna che danzava tendendo le mani al cielo. Era Gàliska, la più indecente delle Vestali della Notte. Non vidi Ulna, la magra ed altissima donna dai capelli gialli e grigi, con gli occhiali, che aveva bisbigliato al telefono, chiedendomi di mia moglie Leila, la terza componente del terzetto delle streghe del Parco di Fontana d’acqua.
Fu quella però una ben strana notte. Sentivo delle voci giungere dal piano di sotto, per cui cautamente mi sollevai sul letto e tesi l’orecchio. Udii distintamente declamare, come se qualcuno recitasse un brano teatrale. Misi i piedi a terra e mi alzai. Uscii dalla stanza, percorsi il corridoio e scesi cautamente la scala, raggiungendo il piano di sotto. Vidi la luce filtrare dall’angolo dove mi ero diretto al mio arrivo, quando ne ero stato subito distolto da Zobeide. Raggiunsi l’angolo e con il cuore in gola sporsi il capo. “La via che conduce alla meta – al sapere assoluto, cioè allo Spirito che si sa come Spirito – è il ricordo degli spiriti così come essi sono in se stessi e compiono l’organizzazione del loro regno. La loro conservazione, secondo il lato della loro esistenza libera che si manifesta nella forma dell’accidentalità, è la storia; secondo il lato…” Ritrassi il capo. Avevo la gola secca. Attraverso la porta spalancata di un salone illuminato a giorno da un lampadario sfavillante, avevo intravisto la sagoma di Nazàr, in smoking, mentre declamava il brano finale della “Fenomenologia dello Spirito”. Mi colpiva quello sguardo spiritato, che mi rendeva irriconoscibile Nazàr; ero sconcertato da quella strana luce che brillava nel celeste dei suoi occhi. Mi riaffacciai. Nazàr, questo suo strano sosia, continuava la recita: “…della loro organizzazione concettuale, invece, tale conservazione è la scienza del sapere fenomenico; tutt’e due insieme, cioè la Storia compresa concettualmente, formano il ricordo e il Calvario dello Spirito assoluto, formano la realtà, la verità e la certezza del suo trono, senza il quale esso sarebbe la solitudine priva di vita. Soltanto…” Mi ritirai e rapido risalii le scale e mi infilai nel letto, colto dall’improvviso ed assurdo timore che Nazàr mi avesse scoperto e seguito. Chiusi gli occhi.
Tre
La luce del giorno mi svegliò. Mi lavai e vestii con calma, poi scesi nel salone, dove notai che era apparecchiata un’abbondante colazione. Entrò Zobeide vestita con un elegante completo, formato da pantaloni e giacca color crema, che le donava una presenza moderna e raffinata. La donna m’invitò a sedere con un gesto della mano. “Buon giorno, Anastasio” mi disse con un sorriso suo amabile. “Buon giorno, Zobeide” risposi, restituendo il sorriso. Comparvero Felicia ed Amina. Dopo essersi informata se avevo dormito bene, Zobeide mi disse che il marito era uscito, per andare a comperare i giornali. Entrò un giovane sui vent’anni, salutò, poi si rivolse a Felicia e la invitò ad andare fuori con lui. Uscirono, mentre Zobeide ed Amina si fermarono a tenermi compagnia in silenzio, mentre facevo colazione. Ogni tanto la ragazza bisbigliava qualche parola a Zobeide, che rispondeva a cenni o assentendo col capo. Formulai alcune osservazioni sulla luminosità che al mattino il salone rivelava per la sua posizione ad oriente. Zobeide assentì, Amina parlottò ancora. Infine la moglie di Nazàr mi disse che potevo approfittare della biblioteca, se non desideravo uscire nel parco. Il marito sarebbe stato comunque presto di ritorno. Quando mi alzai dal tavolo, Zobeide uscì, seguita da Amina. Guardai l’alta figura in controluce sulla soglia dell’ingresso illuminato dal sole. Decisi di risalire in camera, per raccogliere alcune mie carte.
Al primo piano, indugiai sul corridoio centrale, poi mi diressi vero l’angolo, lo superai e percorsi il corridoio laterale, che all’arrivo mi era stato inibito da Zobeide. Le porte delle stanze sul corridoio erano tutte chiuse. Giunsi in fondo e tornai indietro, con l’animo attraversato da un vago sentimento di clandestinità. Sentii il rumore di una porta che si apriva, mi voltai e vidi Nazàr, che usciva e richiudeva la porta dietro di sé, senza affatto mostrare di aver notato la mia presenza. Restai fermo e l’osservai mentre si attardava nell’operazione di chiusura, poi una volta effettuata l’operazione, quasi come se fosse stato colto da un ripensamento, riaprì la porta, senza voltarsi verso di me. Mi mossi e mi allontanai, girai l’angolo e con una certa inquietudine nell’animo salii la scala ed entrai nella mia camera, dirigendomi verso la finestra. Guardai giù nel parco attraverso il vetro: Nazàr sopraggiungeva a cavallo. Aveva l’espressione accigliata o almeno così mi sembrava. Uscii e di corsa scesi la scala. Al primo piano sostai un attimo indeciso, poi proseguii rapido per il piano terra. Dopo aver attraversato di corsa il salone, dove sul tavolo era già stata sparecchiata la colazione di poco prima, mi affacciai trafelato all’ingresso.
Nazàr scendeva da cavallo e stringendo le briglie con la destra, avanzò verso di me. Si era avvicinato il giovane ventenne, che era uscito prima con Felicia, raccolse le briglie, guidando poi il cavallo verso il recinto, posto in fondo al viale di destra della villa. Nazàr mi salutò con un largo sorriso, ma dovette cogliere l’inquietudine della mia espressione ed i miei trasparenti seppure muti interrogativi. Divenne serio ed assunse un’espressione austera. Sull’ingresso, dove aspettavo immobile, mi mise una mano sulla spalla; io lo lasciai passare e lo seguii nel salone. Nazàr si voltò e disse: “Aspettami in biblioteca, Anastasio. Mi cambio e vengo subito.” “No, Nazàr…” dissi. Fece un gesto con la mano dall’alto verso il basso, come a voler ricacciare indietro il mio tentativo d’interruzione, quindi si diresse verso la sua stanza a piano terra. Restai immobile al centro del salone, poi andai in biblioteca.
Fui distratto dal ricco ed elegante arredamento della sala. Tutt’intorno alla parete erano sistemati scaffali colmi di ordinate file di libri rilegati in pelle e con incisioni dorate. La maggior parte trattava argomenti di filosofia e letteratura, ma vi erano anche sezioni di diritto, storia ed economia. Vi erano trattati antichi e manoscritti sicuramente rari. Scelsi un testo di Avicenna, di cui lessi il titolo sul dorso nei caratteri d’oro: “Liber sufficientiae”. Allungai una mano, presi il volume e cominciai a sfogliarlo. Lessi che Abu’ Ali al-Husayn ibn Sinà, il grande scienziato, filosofo, astronomo e poeta persiano, conosciuto col nome di Avicenna nell’Occidente latino, in questo trattato, aveva suddiviso con criterio enciclopedico l’aristotelismo in quattro parti sistematiche: logica, fisica, matematica e metafisica. Pensai all’Occidente latino e alla sua contrapposizione con l’Oriente e riandai con la mente ai miei voli tra Roma e Montpellier, dove aveva sede una società di costruzioni navali affiliata alla “Tirrenavig Spa”. A sera, tornando in aereo dalla costa francese verso Roma, attraverso il vetro dell’oblò del finestrino, potevo osservare le ombre della notte sotto di noi, in cui brillavano le teorie di luci delle città e cittadine sorvolate. Voltando lo sguardo indietro verso il lontano occidente, si distingueva la linea rossa contro il cielo chiaro, che indicava come l’adagiarsi del sole poteva essere inseguito all’infinito. Allora il mio animo si riempiva di una grande carica di nostalgia e fu quello stesso sentimento che mi colse lì, nella biblioteca di Nazàr, quel mattino, mentre consultavo l’opera filosofica di Avicenna, il grande cultore di scienza medica, autore del celebre Canone della Medicina, tradotto integralmente nel Medio Evo da Gerardo da Cremona.
Sfogliai il libro nella parte iniziale e lessi parte di un brano virgolettato, parole di Abu’ Ali al-Husayn ibn Sinà dunque: “In ogni problema che esaminavo, stabilivo fermamente le premesse del sillogismo che vi si riferiva, e le disponevo in rapporto alla conoscenza acquisita; poi esaminavo che cosa potesse risultare dalle premesse, e ne osservavo le condizioni fino al momento in cui la vera soluzione del problema diventava indubitabile. Ogni volta che mi trovavo imbarazzato rispetto a un problema, o ero incapace di stabilire il termine medio di un sillogismo, andavo alla moschea, pregavo, supplicavo il Creatore dell’universo di rivelarmi quello che mi era nascosto, e di facilitarmi quello che mi era difficile. Poi, la notte, tornavo a casa, posavo la lampada davanti a me, mi rimettevo a scrivere; ogni volta che il sonno mi vinceva, o quando ero stanco, bevevo con misura una coppa di vino, aspettando il ritorno della mia energia; poi mi rimettevo a leggere; e quando cedevo un poco al sonno, vedevo in sogno proprio lo stesso problema, in modo che più di una volta la soluzione delle questioni mi si svelò in sogno:”
“Anastasio!” Fui interrotto nella lettura da Nazàr, entrato in biblioteca e scivolato silenziosamente al mio fianco. Alzai il capo, sorpreso, ma non turbato. Ci sedemmo al grande tavolo in legno massiccio, al centro della sala ricoperta quasi interamente da grandi tappeti, che rendevano felpati i passi. Eravamo l’uno di fronte all’altro. Io avevo chiuso il testo di Avicenna, leggermente accarezzando il dorso e la copertina in pelle del volume e guardavo Nazàr.
“È una storia, Anastasio, che risale a molti anni fa, oltre quattrocento direi, se non di più, molto di più, cinquecento forse, sì cinquecento. Contare gli anni ormai per me non conta, non conta più.”
Nazàr tacque, poi riprese il racconto: “Vivevo nel 1500 circa della nostra era assieme alla mia famiglia in Egitto, ad Al Qahirah: io allora ero molto piccolo. Mio padre veniva da Al Iskandariyah, dove la sua famiglia commerciava in fave, granoturco, cipolle, patate, uova di coccodrillo, zucchero di canna. Per quest’attività commerciale, egli spesso veniva ad Al Qahirah, dove una volta conobbe nel negozio di un barbiere mia madre Fatima. Mia madre era una giovane bellissima ed era la figlia maggiore del barbiere Abdul Serendib, che aveva altre tre figlie femmine. Mio padre regalò al barbiere due cammelli, cinquanta sacchi di sesamo ed oltre settecento uova di coccodrillo ed ottenne in moglie mia madre. Siccome era molto innamorato e mia madre non voleva lasciare la sua famiglia, mio padre si trasferì ad Al Qairah, dove costruì una casa accanto al negozio del barbiere e visse poi assieme a mia madre, sperando di avere molti figli. Ma dopo la mia nascita, mia madre morì e mio padre non ottenne più altri figli da lei. Io fui allevato dalle zie…”
Nazàr s’interruppe. Guardava molto lontano in un punto indefinito alle mie spalle. Restò in silenzio ed io non ebbi il coraggio di fare delle domande.
“Ma non sapevo allora” riprese d’un tratto “come il mio destino fosse diverso dai miei simili. Tutto era legato alle origini di mia madre e, in un certo senso, anche di mio padre. Mia madre, sebbene fosse figlia di un barbiere, anche se in quella società il barbiere era una professione di tutto rispetto, era di nobili natali, essendo una discendente diretta per parte di madre, mia nonna materna cioè, della dinastia dei Fatimiti, che furono storicamente i fondatori di Al Qairah.
Ebbene, Anastasio, lei sa come i Fatimiti siano stati gli avversari degli Abbasidi, una dinastia che nel mondo mussulmano aveva dominato a Bagadad, soprattutto ai tempi di massimo splendore del califfo Harun-al-Rashid. Fu quella, Anastasio, l’epoca d’oro della scienza araba, quando i miei avi introdussero in Europa i numeri indiani e fecero conoscere il movimento degli astri: al-manakh.”
Nazàr tacque. Si voltò verso la libreria ed andò ad estrarre da una fila un volume, che aveva una copertina rilegata di colore granata, con un titolo in caratteri d’oro. “L’almanacco è il calendario che registra le effemeridi degli astri” disse. Notai che il libro che aveva in mano non era però L’almanacco, ma la “Fenomenologia dello Spirito” di G.W. Friedrich Hegel. Guardai gli occhi celesti di Nazàr.
“Io sono coevo dei miei avi e coevo dei discendenti dei miei avi” disse Nazàr. Io, Anastasio, ero un po’ disorientato. “Mio padre” continuò il mio ospite e socio d’affari “era un discendente di Harun-al-Rashid. Un genio aveva condotto la principessa Safia, figlia naturale del Califfo, direttamente da Bagdad ad Al Iskandariyah, dove Safia aveva avuto sedici figli, tra cui un ascendente diretto di Aziz Alì Nazàr, bisnonno di mio padre.”
“Ma come…” dissi. Nazàr mi bloccò con la mano e pose l’interrogativo da me suggerito: “Ma come, come” sottolineò “da questo intreccio degli spiriti è venuta fuori la mia infinita eternità?” Tacque. “Come?” interrogò subito dopo.
Seguii leggermente distratto alcune sue spiegazioni. Ero interessato dal movimento delle sue mani, che avevano deposto sulla scrivania il libro di Hegel.
“Io, fatimita e abbasida, ero due ed uno ed uno e due: due in uno e uno in due, nella mia infinita eternità.” Nazàr riprese la “Fenomenologia dello Spirito” e sembrò voler sfogliare distrattamente il libro. “Come?” domandai.
“Alla morte di mia madre, che avvenne esattamente nell’anno 1517, quando i Mamelucchi…” “I Mamelucchi erano Circassi slavi…” intervenni.
Assentì col capo e continuò: “Quando i Mamelucchi, questi Circassi slavi, che dal 1250, portati dagli Ayyubids, avevano dominato l’Egitto, furono sconfitti dai Turchi ed il mio paese fu annesso all’impero ottomano. Mia madre morì in circostanze tragiche: fu uccisa dai conquistatori, annebbiati dall’odio e dall’odore del sangue. Fu legata nuda a quattro cammelli, che partirono in quattro direzioni opposte, straziandone il corpo, trascinato nella polvere della terra. Il suo torso privo di entrambi gli arti superiori, fu trascinato verso nord, dove la gamba destra legata al cammello più veloce dei due rimasti si staccò per prima ed il resto del corpo ormai privo di vita rotolò verso nord-ovest. Il mio destino era segnato: l’Occidente.”
“Che orrore, Nazàr!” esclamai.
L’ospite mi guardò in viso, investigando tra le pieghe della mia espressione, per coglierne i segni della sincerità.
“La morte di mia madre è il mito del grande Pan rivolto ad Oriente” disse Nazàr. “Le membra smembrate del dio si spargono in ogni dove del grande Tutto.”
“E questa sua infinita eternità?” domandai.
Di nuovo Nazàr mi guardò con sguardo indagatore.
In quel momento pensai che non erano stupefacenti le storie che Nazàr mi andava raccontando, ma stupefacente ed incredibile mi appariva, al di là dei suoi racconti, quella sua indubbia ubiquità.”
“Nel 1258, l’impero abbaside” riprese paziente il mio ospite “ricevette un colpo mortale e Bagdad fu invasa dai Mongoli. Gli Sciiti, intanto, sotto il califfato degli Abbasidi, rappresentavano una minoranza politica e religiosa. Un loro capo religioso, Ubaydullah, il quale asseriva di essere discendente di Fatima, la figlia del profeta, fondò la dinastia fatimita, che resistette dal 909 al 1171. Essi si mossero lungo le rotte del Nord Africa e sottomisero l’Egitto, stabilendo la loro capitale…”
“Ad Al Qairah” completai. “Certo, certo, Anastasio” approvò Nazàr.
Ero leggermente stanco della tortuosità dei racconti di Nazàr, il quale sembrò avermi letto nel pensiero: “Sono vecchio di cinquecento anni circa, perché le grandi Madri dell’Essere mi hanno preservato dal Nulla della morte e dell’oblio e sono Due in Uno perché posseggo un’anima in due corpi uguali.”
Ecco, il mistero sembrava svelato e svelato in maniera semplice e chiara, ma il carattere apodittico delle due affermazioni di Nazàr sembrava d’altro canto avere complicato l’enigma, invece di scioglierlo.
“Nazàr…” mormorai e guardavo il testo di Hegel, che ora egli aveva di nuovo posato sul ripiano della scrivania. “Nazàr… l’altro Nazàr… il suo fratello gemello… il suo sosia…” continuai a mormorare incerto.
“Non l’altro Nazàr, non il fratello gemello né il sosia. No, Anastasio, no: Io!”
“E non potete…”
“Collidere?” Nazàr scuoteva la testa.
“Resta un enigma questa realtà di una sola anima in due corpi” dissi.
“Ne racconto l’origine. È il racconto, il Mito, che spiega il mistero, appunto narrandolo, non la Ragione che il racconto rifiuta, perché non ordinato nei suoi schemi. Non le sembra, Anastasio?”
“Mi sembra” ammisi.
“Quando io nacqui, mia madre partorì un altro bambino insieme con me, che non era mio gemello né monozigota né eterozigota …”
“… come il barbiere suo padre subito capì” intervenni con un candido sorriso, che non seppi frenare.
“Certo!” rispose Nazàr, restituendomi il candore del sorriso. “Le ho già detto, Anastasio, che nella società araba la professione di barbiere era di tutto rispetto ed inoltre…” Si mosse verso la libreria e tolse da una scansia un altro volume, non rilegato, ma con la copertina lucida in brossura. Mi mostrò il testo, di cui lessi il titolo: “L’uomo differito”. Subito però ripose il libro ed io non feci in tempo a leggere il nome dell’autore. “È uno scrittore moderno, nostro contemporaneo, uno di quelli che ha compreso l’archetipo della professione del barbiere, forse derivandola dal celebre medico zurighese…” Bussarono alla porta. Nazàr s’interruppe. Fece capolino Felicia, che sorridente chiese della signora Zobeide. Il mio ospite sembrò riflettere un istante, poi congedò la ragazza con un eloquente e fermo gesto.
“Dicevo… il barbiere… ah!… il gemello né monozigota né eterozigota, come mio padre, pur non essendo versato in scienze esoteriche, subito comprese. In breve, la storia andò così, come ho ricostruito dai racconti sempre reticenti delle mie zie...”
Nazàr tacque. Eravamo ora seduti l’uno di fronte all’altro. Il mio interlocutore riprese il suo racconto: “Mio padre, come sembra avesse confidato a qualcuna delle mie zie, nel periodo che precedette il mio concepimento, giaceva ogni notte con mia madre da tre a quattro volte a notte e qualche volta anche più, fino a sette. Come le ho già detto, Anastasio, mio padre era molto innamorato di mia madre e non era mai sazio di congiungersi con lei. Ma questa intensa attività amorosa era possibile al barbiere mio padre, pur di costituzione monolitica come il calcare indistruttibile della pietra di Aqaba, solo col recupero di un sonno altrettanto duro come il sasso ed impossibile da interrompere fino al suo naturale soddisfacimento.
Eppure una notte il barbiere mio padre si svegliò, a dire di mia zia per ordine del Profeta che lo aveva visitato in sogno, e scoprì che la moglie non giaceva accanto a lui. Alzatosi e seguite le tracce scese in giardino, dove rimase ad attendere nella notte. Più tardi alla luce lunare vide quattro schiavi mori di statura gigantesca uscire dalla porta di una casa vicina, da cui poco dopo uscì con aria furtiva Fatima mia madre. Prima che la moglie lo scoprisse, mio padre riguadagnò rapidamente la camera nuziale e s’infilò nel letto, dove fingendo di dormire attese l’arrivo di mia madre, che non si accorse quindi di nulla.
La notte seguente, mio padre coprì cinque volte mia madre e poi, a notte fonda ormai, finse di addormentarsi. Subito dopo sentì sul suo viso il respiro di mia madre, che spiava il sonno del coniuge. Con cautela poi mia madre si alzò e abbandonò la stanza. Mio padre si alzò dopo di lei e la seguì in giardino, da dove la vide allontanarsi ed entrare nella porta della casa vicina. Dopo alcune ore, mentre albeggiava, mio padre rivide la scena dei quattro mori giganteschi e di mia madre, che abbandonavano furtivamente la casa vicina.
Allora, furente d’ira, con urlo raccapricciante si precipitò sui quattro infedeli, agitando la sua scimitarra e costringendoli ad inginocchiarsi li decapitò uno per volta in un baleno. Poi si abbatté su mia madre stesa ai suoi piedi che implorava pietà tra i singhiozzi, ma al momento di giustiziarla, quando aveva già levato in alto la scimitarra, apparve un genio che gl’impose di arrestarsi, affinché la discendenza già concepita non perisse con lei ed io, Anastasio, ebbi salva la vita.”
Nazàr tacque. Molto di quel racconto favoloso mi lasciò impressionato. Pensavo all’orrendo supplizio a cui Fatima, madre di Nazàr, era stata sottoposta dai Mamelucchi e confusamente pensai che il racconto dell’adulterio multiplo si ricollegava a quella storia.
“Capisce il mio calvario?” disse Nazàr, fissandomi negli occhi col suo sguardo celeste, di cui riconobbi la luce, che nella notte mi aveva colpito con un leggero brivido. Poi Nazàr continuò:
“Soltanto…” si fermò. Raggiunse un angolo della biblioteca, dove era sistemato un mobile di mogano, di cui aprì un’anta, rivelando un frigorifero mascherato nel legno. Prese una bottiglia di champagne, la stappò e riempì due calici; poi me ne porse uno e riprese a parlare: “Soltanto dal calice di questo regno degli spiriti / spumeggia fino a lui la sua infinità.”
“Schiller” dissi e raccolsi il calice, che Nazàr mi tendeva. Brindammo ed accostammo le coppe alle labbra.
L’infinità spumeggiante, l’età plurisecolare del mio ospite, il racconto fantastico ed arabo, il calvario, l’indubbia dimidiazione di Nazàr mi inducevano a cercare spiegazioni razionali. Riflettei sulla citazione della Fenomenologia e mi ritrovai a ragionare sull’etimologia dei termini. “Il Calvario è il luogo detto il Gòlgota, che in aramaico significa “Luogo del cranio”, perché privo di vegetazione, come un cranio calvo, un teschio” dissi e bevvi lo champagne.
Più tardi andammo a pranzo, quindi io mi ritirai in camera per riposare. Ricordo soltanto la luce dorata del sole che inondava la stanza, quando ogni tanto aprivo gli occhi nel torpore del mio leggero riposo pomeridiano ed allora più che con la mente, ma con l’emozione del ricordo ritrovavo la perduta intimità di un’altra stanza, anch’essa inondata dalla luce d’oro del sole, che iniziava ad inclinare il suo asse volto all’occaso.
Al vespro prendemmo il tè tutti insieme: io, Nazàr, Zobeide e le tre giovinette. Parlammo poco. Dal piano superiore giungeva a noi il suono di una musica da concerto sinfonico. Io tendevo ad alzare gli occhi verso il soffitto ed in quella attitudine mi sentivo raggiungere dallo sguardo orientale ed obliquo di Zobeide ed alcune visioni irrequiete e bislacche venivano a turbare i miei pensieri sui due corpi dell’unico Nazàr, le due anime, dicevo io, se l’anima è la vita del corpo.
Il Cuore, il cuore del mondo. Mi ritirai in biblioteca. Presi un libro di saggistica letteraria ed iniziai a sfogliarlo. Finii per essere assorbito dalla lettura di un saggio sul Cuore della Terra. Quando mi raggiunse Nazàr, avevo quasi finito. Lessi il nome dell’autore: Anastasio Zoitakis.
Era sera. Io e il padrone di casa uscimmo seguiti da Fischio, che subito corse ad annusare l’erba del prato ed altri escrementi di cane. Mi voltai verso la facciata della villa e vidi affacciarsi nel riquadro illuminato della finestra il Nazàr dagli occhi celesti che ci guardava. Alzai il braccio destro e mossi distintamente la mano per un gesto di saluto. Mi sembrò che stringesse un calice nella mano destra e che lo sollevasse nella mia direzione, come risposta al cenno di saluto. Toccai con un leggero colpo della mano sinistra il gomito del Nazàr accanto a me, quasi un invito a prendere atto della indubbia evidenza della circostanza e mi rigirai verso di lui, spiandolo negli occhi celesti. Era il suo sguardo. Ed allora mi piacque recitare il passo conclusivo della Fenomenologia di Hegel, così compendiandolo: “La via che conduce alla meta – al sapere assoluto, cioè allo Spirito che si sa come Spirito – è il ricordo degli spiriti così come essi sono in sé stessi e compiono l’organizzazione del loro regno.” Saltai la frase e conclusi: “… tutti e due insieme, cioè la Storia compresa concettualmente, formano il ricordo e il Calvario dello Spirito assoluto, formano la realtà, la verità e la certezza del suo trono, senza il quale esso sarebbe la solitudine priva di vita. Soltanto dal calice di questo regno degli spiriti / spumeggia fino a lui la sua infinità.”
Il Venerdì Santo dello Spirito, il Calvario. Mentre recitavo, Nazàr si era leggermente voltato verso la finestra ed aveva compiuto con il braccio sinistro un gesto, come ad indicare all’altro di ritirarsi. Sorrisi. Insieme ci incamminammo in direzione del parco, seguiti da Fischio, e raggiungemmo quindi il circolo illuminato dello spiazzo adibito ad area giochi. Parlavamo d’affari, in attesa della cena. D’intorno qualche abitante dei luoghi, passeggiava nei viali del parco. Più volte Nazàr dovette richiamare Fischio, il muso teso, le orecchie dritte in avvistamento di quadrupedi suoi simili. I cani e le stelle, Nazàr.
“Domani, partiremo presto, Anastasio” disse l’ospite. Decidemmo di rientrare.
Quattro
Fui svegliato da leggeri colpi alla porta. Sentii Zobeide sussurrare: “Sono le cinque e quaranta, Anastasio. È la sveglia.” Mi sollevai di colpo e rimasi seduto sul letto. Risposi: “Grazie, Zobeide. Sono sveglio.” Dovetti concentrare l’attenzione, per immaginare il passo leggero con cui la padrona di casa si doveva essere allontanata. In fretta mi alzai e lavai. Poco dopo ero nel salone per prendere il caffè, che Felicia e Roberta mi servirono sotto l’occhio attento di Zobeide. Nazàr era già pronto per accompagnarmi alla stazione ferroviaria di Roma “Ardeatina”. Era uscito per fare manovra con l’automobile. Pensai che la sveglia era stata fissata alle cinque e trenta; probabilmente la padrona di casa aveva sussurrato la formula della sveglia tre volte: alle cinque e trenta, alle cinque e trentacinque ed alle cinque e quaranta. Tre volte. Omne trinum perfectum est. La sera precedente avevo pronunziato questa frase, ma adesso non ricordavo bene la circostanza. Mi soccorse l’immagine della sera prima (ma non era notte?) di Amina che, subito commentando il mio motto in latino, mi sembrava avesse sussurrato: “Alle guten Dinge sind drei”. Ma perché ed a quale proposito? Giovane turca viennese. Ora l’immagine mi tornò nitida.
Proprio in quel momento però, nell’incerta luce della notte che schiariva, Zobeide disse: “Vada, Anastasio, è giorno.” Mi avvicinai alla donna, lei mi abbracciò leggermente, congiungendo le mani sulla mia nuca ed io la baciai sulle guance; al di sopra della sua spalla sinistra notai Nazàr che scendeva i gradini superiori della scala d’angolo. Mi sciolsi da quell’abbraccio orientale. Festose mi baciarono Felicia e Roberta. Amina si tenne in disparte.
Uscii e salii sull’automobile, le donne ci salutarono dalla soglia, partimmo. Percorremmo veloci le strade deserte e da via dell’Acqua Perfetta sbucammo in via Ardeatina. Alle guten Dinge sind drei. Ripensai al ricordo notturno. Dal salone avevo visto l’unità, composta dai due Nazàr, uscire ed allontanarsi in giardino. Risalivo perplesso la scala ed in cima mi fermai a riflettere. Mi voltai e vidi, al centro della sala, Zobeide di spalle fissare immobile la porta, da dove il mio sdoppiato padrone di casa era uscito, in compagnia del suo animato e vivente sé stesso. Scesi rapido i gradini e le toccai una spalla. La donna si voltò ed io domandai: “Quale dei due ama, Zobeide?” La donna mi sfiorò le labbra con un bacio leggero e bisbigliò: “I due, Anastasio” Si era ritratta ed aveva portato l’indice dritto sulle labbra chiuse. Omne trinum perfectum est, mormorai. Alle guten Dinge sind drei, sentii sussurrare alle spalle. Mi voltai. In un angolo in penombra, Amina aveva portato l’indice dritto sulle labbra serrate.
Abbassai il finestrino dell’automobile ed io e Nazàr gradimmo la frizzante aria fresca dell’alba, la cui bianca luce aveva congedato dappertutto le ultime ombre.
“È il cuore del giorno al suo sorgere, Nazàr” dissi.
“Quando tutto si riduce all’Uno” rispose.
Avevamo raggiunto la piccola stazione ferroviaria, in via delle Torri del Rivolo. Nazàr parcheggiò. Io raccolsi la borsa e scendemmo. Nel piccolo atrio non c’era nessuno. La biglietteria era chiusa. Raggiungemmo la banchina dell’unico binario. Tra poco dalla nostra sinistra sarebbe giunto il treno, che mi avrebbe portato fino a Gaeta, su quel tratto della ferrovia Roma-Napoli.
Cominciammo a passeggiare. “Anastasio, noi viviamo il luogo del tempo, in cui domina la razionalità scientifica dell’Occidente” disse.
Io risposi con un discorso sul Cuore. Il cuore, Nazàr, il nostro cuore, che batte all’unisono con il Cuore della Terra è irripetibile nella sua Unicità. Noi non abbiamo un cuore diviso. I palpiti del nostro cuore diviso e sanguinante sono i palpiti del Cuore diviso e sanguinante, il cui ritmo ci giunge dalle più abissali profondità dell’Universo, dalle sue infinite e siderali lontananze.
Tentennava Nazàr. Il mio discorso era confuso e poco convincente. Tu dici, Anastasio, che il nostro Cuore nel battere all’unisono con il Cuore della Terra è irripetibile nella sua Unicità? Che cosa significa questo? È Unico il nostro cuore o il Cuore della Terra? Non risposi. Sentimmo suonare un campanello. Era il segnale di arrivo del treno. I miei pensieri erano confusi, cominciavo a dubitare di essi; mi assalì un senso di scoramento e di scetticismo. La dualità di Nazàr cominciò a presentarsi nella mia mente come una notturna allucinazione, sfumata nella chiara luce del giorno, dove ogni cosa appariva nella sua ordinata singolarità. Anche Nazàr era un “singolo”. Sì, le cose singole, Nazàr singolo. Ma… Ma… io sono certo che se quel giorno il velo del cielo azzurro altissimo si fosse di colpo squarciato sulle nostre teste rivelando la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità, il prodigio dell’Evento non mi avrebbe distolto dalla mia convinzione che il Nazàr fermo davanti a me, nella piccola stazione ferroviaria di Roma Ardeatina, era l’individua espressione della tutto avvolgente onnicomprensività del Cuore.”
Era giunto il treno. Salii e salutai Nazàr. Mi aveva detto, come frase di saluto e congedo, con sorriso indulgente: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.”
Mi sedetti vicino al finestrino. Si chiusero le porte ed il treno cominciò ad avviarsi. Parte il treno, parte, Nazàr fermo sulla banchina a salutare con la mano. Scossi la testa. No, Nazàr, i ragionamenti, i discorsi, la Ragione sono lontani dal Cuore, ma anche da questa abissale lontananza, da questa inesauribile ed incolmabile lontananza il Cuore sa comprendere. È il sapere del Cuore, la sapienza del Cuore, Nazàr. Il treno s’inoltrò nella campagna. Era giorno. Avevo il viso incollato al vetro del finestrino ed ora vidi la scena distintamente. I due cani gemelli si avvicinarono di corsa, Zobeide sussultò nel vederli arrivare; ma di fronte allo sguardo umido di desiderio dei due animali insieme sopraggiunti, il fremito di timore si confuse nella tenerezza. Nello sfondo, sull’altura, unica la villa di Nazar.
POSTILLA
LO SQUARCIO DEL CIELO
“Io sono certo che se quel giorno il velo del cielo azzurro altissimo si fosse di colpo squarciato sulle nostre teste rivelando la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità, il prodigio dell’Evento non mi avrebbe distolto dalla mia convinzione.”
Ho estrapolato la frase dal testo, ricavata dal paragrafo finale del racconto “I due cani gemelli”, in quanto pur decontestualizzata, ha un significato suo proprio, che merita di essere commentato. Descrive l’immagine di un lampo visibile in pieno giorno, una visione pittorica di carattere biblico. Infatti, l’espressione del cielo che si squarcia corrisponde più a una visione immaginaria, che non a un fenomeno fisico osservabile a occhio nudo, come il lampo, o astrofisico, come il lampo gamma, una sorte di esplosione interstellare della durata di qualche nano secondo, che ci giunge dalle profondità dell’Universo a distanza di miliardi di anni luce. E con quest’ultima immagine apocalittica abbiamo aggiornato al progresso scientifico attuale la visione che l’iconografia religiosa presenta del Signore sul trono dei cieli.
In verità, io l’espressione l’avevo ripresa dallo scritto di un filosofo, il quale a sua volta l’aveva ripresa dal linguaggio religioso, per confrontare il suo pensiero razionale con l’irrazionalità propria di una visione reale dello squarciarsi del cielo, come dire la fine dei tempi. E dell’immagine abbiamo discusso, adesso veniamo alla mia espressione, dove lo squarciarsi del cielo rivela “la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità.” Che significa questo? Chi sono i divini che dalle loro dimore contemplano eternamente l’irripetibile spettacolo dell’Essere? Che senso ha questo mio dire?
Intanto, diamo subito una risposta razionale: si tratta del problema logico-filosofico dell’unità del molteplice, una pluralità di singoli unificati nell’insieme. E così abbiamo tolto ogni suggestione alla visione fantastica o forse pensiamo di averlo fatto. Quindi, per meglio comprendere chi sono i divini, a cui l’espressione decontestualizzata si riferisce, usiamo la parola greca, i theoi, gli astri del cielo. Ma sono pietre volanti nello spazio o palle di fuoco vaganti nelle loro infinità siderali! Questo non toglie che hanno un’anima, infatti si muovono, e solo apparentemente sembrano fissi. Gli antichi diedero loro questo nome, perché come ci ricorda Platone nel “Cratilo”, il termine deriva dal verbo “thein”, che vuole appunto dire “correre”. Ma dove vanno? Forse questo loro andare è un correre irripetibile, e pertanto uno spettacolo unico, ricordiamoci che la nostra galassia, la Via Lattea, viaggia verso Andromeda e gli astrofisici pare che abbiano calcolato una collisione tra cinque miliardi di anni. Ecco, allora, lo squarciarsi del cielo!
No, sono nozioni scientifiche. Diciamo che per ogni singolo la sua nascita e la sua morte, siamo esseri mortali, significa l’inizio e la fine del mondo. In questa prospettiva, guardare i puntini luminosi del cielo notturno, visione non più attuale dato l’inquinamento luminoso, significa immaginare i divini nelle loro dimore in eterna contemplazione dello spettacolo dell’Essere. Gli scienziati si domandano che cosa o chi o quale spettacolo vi sia dietro oppure oltre le stelle, e nel porsi queste domande smettono di essere scienziati e diventano filosofi. Noi ci domandiamo, oggi, nel senso di adesso, mentre scrivo o fra un po' quando altri legge, nell’ora (momento), noi ci domandiamo, per esempio, chi o che cosa ci sia dietro il virus, tanto per rimanere nell’attualità politica, e nel fare questa domanda noi smettiamo di essere scienziati, la nostra scienza consiste nell’aver sentito dire, e diventiamo filosofi o presunti tali. È tutto? No, c’è Nazar, anzi due Nazar, Anastasio, Zobeide, Felicia, Roberta, Amina, la turco viennese, che parla un ottimo tedesco, o così sembra, la villa di Nazar, i cani di pietra, Fischio, il gatto morto, anzi no, risorgente con sette spiriti, l’anima del mondo, no, no, sarebbe stato meglio far correre la storia, invece di prevaricare come autore nel testo, con Cartesio, Hegel, Platone, Shakespeare, e tutta quella letteratura, che poi andava a nascondersi dietro ad insostenibili dialoghi, tipo: “Buona sera, Anastasio, benvenuto” “Sono lieto di conoscerla, Zobeide” “Zobeide l’accompagnerà di sopra” “No, da questa parte, Anastasio. Venga.” “Grazie, Zobeide, buona notte.” “Buona notte, Nazàr” “Buona notte, Anastasio” “Ad occidente” commentò Zobeide. “Non mi sveglierà il sole” risposi “ma la sua luce chiara.” “Sono le cinque e quaranta, Anastasio. È la sveglia.” Mi sollevai di colpo e rimasi seduto sul letto. Risposi: “Grazie, Zobeide. Sono sveglio” “Vada, Anastasio, è giorno.” È stata l’insostenibilità di questi convenevoli anodini e altre insignificanze a fare scivolare il racconto dei fatti sull’orlo di pensieri irrazionali, il cuore? Pascal, ecco, ci mancava il filosofo del cuore, che si domandava, perché nell’infinità cosmica, si era venuto a trovare in quel luogo e in quel tempo. Viene da rispondere che altrove sarebbe stato lo stesso, ma sembra una risposta sciocca. Toglie tutta l’inquietudine esistenziale che vibra nella domanda, per chi ha spazio e tempo di farsi la domanda. Perché io qui ed ora? E ogni voce dell’essere? È l’eco delle musiche angeliche che ci rimanda l’iconografia medievale, gli angeli che sospingono le sfere celesti. “L’universo è pieno di Iddii” scriveva il neoplatonico Proclo, il concerto musicale delle particelle elementari diceva Einstein, quelle generate dal vibrare delle stringhe dell’Universo. Sono i palpiti che registra il cuore della terra, i regesta (storia) del Tempo.
POSTFAZIONE
La ripubblicazione di questo racconto lungo meritava un breve Prologo, che viene comunque sostituito dalle poche righe di questa Postfazione. Il quadro iniziale è una descrizione un po' insistita del paesaggio del parco e della villa, della strada e delle case, che tendeva a rappresentare il pensiero condensabile in una espressione: “l’anima vivente delle cose”, che riflette l’unità dell’anima del mondo, un pensiero ricavato da Hillman, come ogni altro riferimento alla filosofia del cuore. Ho aggiunto la considerazione su Cartesio, per dare ragione dell’unità infranta, in verità una prospettiva risalente a Platone, quella della differenziazione e del dualismo tra mondo sensibile e intellegibile, materia e spirito: “Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità.” L’episodio del gatto era la descrizione di una scena di cui fui testimone una sera, accaduta come l’ho descritta, compresa la felice conclusione per il felino: “Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio. Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata.”
Il sogno della resurrezione del capitano Borletto è un breve rifacimento in chiave moderna del Mito di Er che conclude il X e ultimo Libro della “Repubblica”. Nel sogno delle tre streghe, forse era meno identificabile il riferimento al “Macbeth” di Shakespeare. E aggiungo che Leila è la protagonista di “Malombra” del Fogazzaro, un romanzo sul tema ottocentesco dello spiritismo, che avevo riletto al tempo della stesura del racconto. Il sogno di Anastasio forse è troppo vaporoso, come appunto dovrebbe essere la materia dei sogni, e non se ne dà spiegazione, per evitare di allungare il discorso, che è sempre lo stesso: la trasfigurazione nel fantastico del reale, non il sabba, ma un più banale e quotidiano incontro tra comari, forse un po' bisbetiche. Ecco perché il commento inserito nel testo sarebbe risultato riduttivo.
Al contrario, riconosco ridondante e prolisso il racconto inverosimile di Nazàr, ma non il suo sdoppiamento, trattandosi del suo gemello, scoperto nella notte da Anastasio in una insolita recita di Hegel, peraltro ripresa il giorno dopo in biblioteca da Nazàr. Sono squarci, le citazioni della “Fenomenologia dello Spirito”, che tendono a rompere l’atmosfera orientale, ispirata alle “Mille e una notte”, che il nome di Zobeide richiama, compreso il paradossale e fantastico racconto di vicende con riferimenti storici, ambientate al Cairo e ad Alessandria d’Egitto dei secoli passati.
Il reale e il fantastico, la ragione e il cuore, un contrasto che lascia spazio alla fantasia nel week-end romano dell’ospite a casa del socio in affari Nazàr, concluso però con il richiamo alla realtà: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.” Ma l’ultimo sigillo è affidato all’immagine della visione di Zobeide e al sopraggiungere dei due cani gemelli, sullo sfondo della villa di Nazàr.
Posta un commento