mercoledì 13 maggio 2026

Commento

 

       

          Una discesa nel Maelström




6 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Questo post si collega alla Nota dell'altro giorno ("Incontri sul ponte"), posta a margine di "I cerchi dell'apparire", in cui si rimandava la stesura del presente testo, per mancanza di tempo.

Silvio Minieri ha detto...

UNA DISCESA NEL MAELSTRÖM
“Il fondo abbagliante da cui spira il vortice tempestoso della verità.”
Emanuele Severino. Il contrasto tra Ragione e Fede.

“Viviamo in tempi in cui la gente ha bisogno di essere rassicurata e consolata, cioè ha bisogno non solo di fede, ma di fede “positiva”, di certezze cui aggrapparsi. La verità, invece, dissolve tutte le false consolazioni, disorienta, spoglia, atterrisce, sta al di là di tutte le forme di fede. La verità, intesa non nel senso della parola, ma in quello – estremamente lontano e insieme estremamente vicino ai nostri interessi immediati – al quale sin dall’inizio si rivolge la filosofia: vortice immenso che sconvolge la superficie del mare e la volta del cielo, ma la cui punta si appoggia sul fondo marino, ferma, calma, incrollabile, trasparenza di diamante, madre della luce. “Una discesa nel Maelström (il titolo di una celebre novella di E.A. Poe) potrebbe essere una buona metafora per indicare il rapporto dell’uomo con la verità.”
Così scrive il filosofo Emanuele Severino nel saggio dal titolo omonimo, compreso nella raccolta: “A Cesare e a Dio” (1983). Nella novella, Poe narra la terrificante esperienza di un pescatore norvegese, evidenziando il contrasto tra la distruttiva potenza del vortice e la sua ipnotica calma centrale, definita "madre della luce". E per Severino il racconto è una perfetta metafora della Verità. Infatti, egli ha sempre insistito sulla potenza terrificante dell’esistenza: “L’imprevedibilità della vita e dell’uomo è la fonte del terrore”. Così dice (Autòmaton, automa, “La Strada”,1983), commentando la celebre affermazione del Coro dell’Antigone di Sofocle [1]:
“Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia
di più inquietante dell’uomo si aderge”
“L’autòmaton è l’assolutamente imprevedibile. Si tratta dell’imprevedibilità stessa della vita. E nella vita il più imprevedibile degli eventi è l’uomo stesso.” È autòmaton quello che non ha bisogno di nient’altro che di sé per accadere ed esistere, il caso, ciò che cade sulla Terra senza provenire da alcuna regione, dove l’occhio di un dio o di un mortale possa prefigurarlo. E più avanti prosegue: “All’inizio della “Metafisica”, Aristotele dice che gli uomini hanno iniziato a filosofare mossi dalla meraviglia: “a quel modo che quanto avviene nei giochi di prestigio sembra un autòmaton a coloro che non ne conoscono la causa”. Nel testo greco “gioco di prestigio” e “meraviglia” sono costruiti sulla stessa parola thauma. Al fondo di questa parola sta il terrore.”
Per combattere l’angoscia e il terrore dell’esistenza (che implica la non esistenza) gli uomini hanno bisogno di un “Rimedio” o “Riparo”: “Domina la volontà di vivere, che è insieme volontà di allontanare il dolore e la morte. […] È quindi inevitabile che da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo, che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte. (“Il mio ricordo degli eterni”, 2011)
Ritorniamo, quindi, alle pagine di “A Cesare e a Dio”, e alla sua premessa su una narrazione che sta per fare: “gettare uno sguardo verso il fondo abbagliante, da cui spira il vortice tempestoso della verità”, ossia la sua discesa nel Maelström.

[1] Vedi “L’inquietante dell’esistenza”, l’elaborato a seguire, compreso nel post del 12 gennaio 2026: “La povertà del tempo” (Friedrich Hölderlin).

Silvio Minieri ha detto...

“Domenica 26 settembre dello scorso anno [1982], ero in mezzo alla folla che a Campo di Marte stava aspettando papa Wojtyla. Brescia, 85simo anniversario della nascita di Papa Montini, il pomeriggio inoltrato, l’aria afosa, il cielo che va facendosi scuro, dopo il grigio di tutta la giornata. Campo di Marte è un enorme spiazzo erboso circondato da grandi vecchi pioppi, dietro i quali spuntano sagome di condominii e fabbriche. Il Papa arriva quando il rosso globo del sole sta allontanandosi da un cielo sempre più minaccioso. La grande folla resta sola col suo pastore. Tutt’attorno il buio e la minaccia e la minaccia del mondo.” La scena così bene descritta possiamo definirla metafisicamente “la sera del mondo”, la minaccia del buio. Nel cerchio di luce: “c’è la fede della moltitudine, dei sacerdoti, dei vescovi, del Vicario di Cristo.” Severino cita la “Lettera agli Ebrei” dell’apostolo Paolo (11,1): “La fede è “l’argomento di cose che non si vedono” (“argumentum non apparentium” dice la Vulgata). Le “cose che non si vedono” – commenta Tommaso d?Aquino, il massimo dottore della Chiesa – non sono semplicemente quelle invisibili agli occhi del corpo, ma anche quelle invisibili agli occhi della mente, quelle cioè che la mente dell’uomo, con le sue sole forze non può raggiungere.” Severino così commenta questi pensieri: “Le “cose che non si vedono” non dispongono dunque da sé di un “argomento”, in base al quale esse debbono essere accettate senza incertezze: l’ “argomento” che vince ogni esitazione è fornito loro dalla volontà, cioè dalla decisione di dare il nostro assenso all’affermazione della loro esistenza, vincendo ogni dubbio ed esitazione.”
Ecco, qui, appare, senza apparire, il nodo principale, quello che annoda l’intera trama del pensiero di Emanuele Severino: il “destino”. Perché arbitrariamente, e a sorpresa, abbiamo tirato fuori questa parola, che non appare nel testo?
Chi conosce il pensiero del filosofo bresciano sa che quella parola sta a significare la “struttura originaria”, ossia l'impalcatura teorica e il fondamento geometrico-logico, da cui derivano e ricevono significato tutti i suoi scritti successivi. In verità, nella successione delle sue pubblicazioni, “La struttura originaria” (1958) è antecedente alla sua opera principale “Destino della Necessità”, dove appunto compare la parola enunciata da noi, che non appare nel passaggio del testo che stiamo esaminando, o meglio che compare sotto altra luce: il fondamento (lo “stare”) di ogni burrascoso vortice del divenire, “la cui punta si appoggia sul fondo marino, ferma, calma, incrollabile, trasparenza di diamante, madre della luce.” Lo “stare” è il destino della necessità, lo stare senza cedere (ne-cedere). Nella parola destino, per Severino, il de- non è depotenziante (come in de-cadere), ma intensivo. Deriva dalla radice greca che significa "stare" (presente anche in epi-steme), indicando un'esistenza ferma e innegabile. Il destino è lo "stare innegabile ed eterno" di ogni cosa, che non cede alla propria negazione o al nulla, fondamento saldo e incrollabile nella trasparenza del fondo marino, “madre della luce”. Al contrario, nella follia dell’Occidente e di tutta la sua storia, il divenire è il pensare che le cose “non sono”, divengono altro da sé, e nel divenire altro da sé mutano, cessando di essere sé stesse, gli “eterni”, le cose della vita, di cui parla nella sua autobiografia: “Il mio ricordo degli eterni”.

Silvio Minieri ha detto...

Ora il “destino” è in contrasto con la “volontà”: la volontà, cioè la decisione di dare il nostro assenso all’affermazione dell’esistenza delle “cose invisibili”, la volontà di credere, la fede cristiana (e ogni altra fede) – obietta Severino – è “un “argomento” di natura particolare, perché non appartiene alla “scientia”, ma alla volontà – la volontà di assumere come verità ciò la cui verità rimane nascosta, invisibile. La fede è appunto la volontà di accettare, dissipando ogni dubbio e ogni esitazione, l’esistenza degli invisibili: è l’ “argomento” che la volontà conferisce all’affermazione della loro esistenza e del quale tale affermazione, di per sé stessa, è priva.” E questo, alla luce della ragione, è una contraddizione, Severino non lo dice, ma lo lascia intendere.
E più avanti fa un’affermazione da lui stesso colta come apparentemente paradossale: “La fede – e certo quest’affermazione deve sembrare il più arbitrario dei paradossi – non è mai esistita e non può esistere, nello stesso senso in cui si dice che non può esistere un circolo quadrato. L’esistenza di un atto di fede è un circolo quadrato.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
(“Paradiso”, XXXIII, 133-138)

Dante Alighieri utilizza la metafora geometrica della quadratura del cerchio per descrivere l'incapacità della mente umana di comprendere il mistero dell'incarnazione divina, ovvero come l'imago umana (il quadrato) si unisca al cerchio divino.

Severino non cita Dante e la sua metafora, che per lui (ma anche per Dante) sarebbe un’ulteriore prova dell’inesistenza logica del circolo quadrato, la ragione in contrasto con la fede, né tanto meno nel breve scritto antologico, la narrazione della visita del Papa a Brescia (1982), che suscita le sue riflessioni, può esporre in maniera estesa una o più temi della sua filosofia, il linguaggio che testimonia il destino, per corroborare quanto dice. Si limita a concludere le sue impressioni su quanto ha vissuto quella sera.
“Quella moltitudine che stava attorno a me e che credeva di essere una folla di credenti era dunque una folla di increduli; sul bianco altare soprelevato la stessa incredulità si posava silenziosa e inafferrabile, e sui sacerdoti e sui vescovi; e si nascondeva persino nel sottosuolo delle parole e dei gesti del maestoso pastore del gregge, al centro del cerchio illuminato nella gran tenebra che si era fatta. Ma se il cielo si fosse squarciato e su quell’altare fosse sceso lui stesso, Gesù, Gesù stesso non avrebbe potuto avere nella sua anima quella fede che egli esige dagli uomini. Una gran folla di increduli, e dunque di dannati, che nella valle di Giosafat attende la rottura del settimo sigillo e gli angeli sterminatori.” Era stata questa immagine, lo “squarcio del cielo” e la successiva visione apocalittica, che mi aveva indotto a rileggere e commentare il testo in esame. Dopo la “visione”, Severino corregge il tiro: “Ma prima di indicare in che direzione volgersi per intravvedere la verità di quello che qui può sembrare soltanto un ozioso paradosso – l’affermazione dell’inesistenza della fede – allontaniamo i maggiori equivoci, che possono anche far sembrare inutilmente blasfemo questo discorso.”

Silvio Minieri ha detto...

Quindi parla di “buona fede” della moltitudine e del pastore, precisa qualche dettaglio sulla sua tesi dell’inesistenza della fede, di cui peraltro aveva assistito e partecipato allo spettacolo, offrendoci la suggestiva immagine delle tenebre del mondo che circondano il cerchio di luce, e poi espone la sua verità, con parole ricche di fantasie poetiche: “L’uomo sta nella lontananza estrema dalla povertà della fede e del dubbio. Egli abita eternamente la ricchezza della verità. Abitatore eterno del fondo solare del vortice, di cui egli alla superficie inorridisce. E la verità è lo stare eterno delle cose nello splendore e nella gloria incorruttibili della loro visibilità, che dissolvono ogni “no”, cioè ogni rifiuto ad esse rivolto. Ogni uomo (anche l’idiota, il pazzo, il miserabile, il delinquente) è l’eterno apparire della verità, e la verità dice che il tutto è eterno, e che la miseria e la morte, e il dolore e l’angoscia che le accompagnano, sono i fantasmi creati dalla fede e che la fede si illude di vincere. Al di sopra di ogni dio evocato dalla nostra civiltà, l’uomo è l’eterna gioia del tutto. Un re che “crede” di essere un mendicante. Se la fede si rivolge alla notte degli invisibili, la verità è il giorno, nella cui luce i visibili si mostrano.” Dopo arriva al cuore del discorso: “L’apparire della notte, che rende invisibile ciò di cui parla l’annuncio [Vangelo] è il dubbio.” Nega ancora l’esistenza dei credenti, vale a dire lo spettacolo sotto i suoi occhi: “I credenti non esistono, non esiste la comunità, la con-vocazione, la “ec-clesia” dei credenti, non esiste nessuna “chiesa”. Il credente è colui che si illude di credere.” Ecco, la fede è una pura illusione. Il credente può illudersi che il dubbio non esista e può credere di essere un credente. Severino non menziona l’ipotesi contraria, ma conclude con l’immagine suggestiva: “Eppure la notte del dubbio preme sulla parola del credente come il vento sulla porta malferma. Non si udiva altro quella sera di settembre, che la parola fiduciosa della preghiera. Nessuno, nella gran folla, parlava dell’oscurità minacciosa del cielo. Ma la tenebra premeva alla porta dell’altare illuminato.”

Silvio Minieri ha detto...

POSTILLA
L'allontanamento di Emanuele Severino dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano avvenne nel 1969-1970, a seguito della contestazione del suo pensiero filosofico, ritenuto inconciliabile con la dottrina cristiana. Il filosofo, ordinario di filosofia morale, fu "esonerato" dopo che le sue tesi furono definite nichiliste e contrarie alla fede. Il conflitto: Le opere di Severino, in particolare La struttura originaria (1958) e Ritornare a Parmenide (1964), sostenevano l'eternità di tutti gli enti (l'essere non può diventare nulla e viceversa), posizione che la Chiesa cattolica considerava incompatibile con la fede. L'esonero: Nel 1969, la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dal cardinale Alfredo Ottaviani, intervenne, portando l'Università Cattolica ad allontanare Severino per mantenere la coerenza dottrinale dell'ateneo. La posizione di Severino: Nonostante la celebrazione del caso, lo stesso Severino riconobbe in seguito la correttezza formale dell'ateneo, affermando che in una università cattolica i professori non possono insegnare teorie contrarie alla fede. Dopo la Cattolica: Dopo l'uscita dalla Cattolica, Severino fu chiamato all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove continuò la sua carriera accademica diventando uno dei principali filosofi italiani del Novecento. IA.

[N. d. B.]
Un’epurazione, ma di segno opposto, colpì Romano Guardini, teologo e scrittore tedesco di origine italiana (Verona 1885 - Monaco di Baviera 1968). Nel 1923, divenne titolare all’Università di Berlino della cattedra: "Katholische Weltanschauung", “Visione cattolica del mondo”, come fu da lui denominata. Nel gennaio del 1939, convocato al Ministero del Culto, gli venne comunicato che avendo lo Stato tedesco una diversa “Weltanschauung”, non era possibile proseguire in quell’insegnamento. In seguito tenne un ciclo privato di conferenze, raccolte nel testo del 1940: “Die letzen Dinge”, nel 1951, tradotto in italiano: “Le cose ultime”. Nel 1945, Guardini riprese il suo insegnamento prima a Tubinga e poi a Monaco di Baviera.
(Post, 11 dicembre 2023, Le cose ultime, Romano Guardini)