TEATRINO INTRODUTTIVO E la poesia? Quale? L’altro giardino. Mi hai fatto perdere l’ispirazione. Io? E chi altri? Tu. Io, no. Allora chi è stato? Un terzo, o forse un terzo non c’è. E come possiamo fare per saperlo? Bisogna evocarne lo spirito e poi domandargli se è intervenuto come terzo. E se lo spirito evocato non si presenta? Tu evocalo, e poi vediamo. Spirito del terzo, ci sei? Sì. Ma non devi rispondere tu. Stavo suggerendo. Riproviamo. Va bene. Spirito del terzo, se ci sei, batti un colpo. Boom, Boom! Un colpo, ho detto. Boom, boom! Ma sei di coccio? Ho detto un colpo. Eccomi! Oh, spirito rossiccio di fiamma! Allora, ci sei? Sì, ma per poco. Come? Ho chiesto un permesso di pochi secondi, per uscire dal “Faust” di Goethe, e venire qui. Sei lo Spirito della Terra (Erdgeist), dunque? No, un suo eternita. Come? Nel tempo, ci sono le persone e i personiti, nell’eterno, gli eterni (vedi Severino, “Il mio ricordo degli eterni”) e gli eterniti. Secondo me, tu non sei un eternita di Erdgeist, ma soltanto uno spirito sbruffone. Stai zitto, adesso, t’incendio e sparisco. No!
All'inizio del Faust di Johann Wolfgang von Goethe, il protagonista, deluso dai limiti del sapere umano, evoca lo Spirito della Terra (Erdgeist) attraverso il libro di Nostradamus. Spinto dal desiderio di superare i limiti terreni e afferrare l'essenza dell'universo, Faust riesce ad attirare lo Spirito. Tuttavia, la visione di un'entità così potente e assoluta lo terrorizza e lo schiaccia. Lo Spirito lo deride definendolo un "verme" e un "superuomo", per poi scomparire, lasciando Faust nella sua incapacità di comprendere o eguagliare una forza tanto imponente.
E allora? Lo spirito mi ha incenerito. E tu risorgi dalle tue ceneri, e librati come uccello variopinto, Araba Fenice, nel cielo della verità. Stamattina, stiamo proprio vagando e sbandando. Ma se non sono ancora le tre del mattino! Allora dobbiamo attendere l’alba. Ehi, fannullone! Chi è? Devi scrivere il post, lavativo che non sei altro. Io vado a dormire, ci vediamo domani mattina, come dire tra qualche ora. Ma non soffri d’insonnia? Ho dormito cinque ore. E allora? Riposo due ore, poi torno per scrivere: “Erscheinung”. Non ti sforzare troppo. Notte.
ERSCHEINUNG La querelle è nota, anzi no, gli addetti ai lavori conoscono molto bene il problema, gli altri (noi normali), invece, per nulla. “Es wäre meine eigene Schuld, wenn ich aus dem, was ich zur Erscheinung zählen sollte, bloßen Schein machte.” Chi ha studiato la lingua tedesca, aiutandosi magari con i traduttori automatici (nel senso che traducono a caso, ed infatti “caso” in greco è “autòmaton” [1]), così traduce: “Sarebbe un mio grave errore, se riducessi a mera parvenza (Schein) quello che dovrei considerare un fenomeno (Erscheinung).” Orbene, ho parlato di querelle e di problema, e dico subito che la querelle ovviamente riguarda il problema, ossia come tradurre il lessico di Kant, in particolare quello della Kritik der reinen Vernunft (“Critica della ragion pura”) e rendere quindi fedelmente il suo pensiero. In questione sono qui i due sostantivi: “Erscheinung” e “Schein”, che noi abbiamo tradotto rispettivamente con “fenomeno” e “parvenza”. È una traduzione fatta non a caso, anche se ho consultato il traduttore automatico, ma dopo avere diligentemente seguito la querelle tra autori qualificati. Io vado in cerca di qualifica, e quando mi sforzo di scrivere qualcosa di corretto o quanto meno accettabile, uso il pluralis “noi”, per cercare di coinvolgere e convincere gli altri, al contrario parlo al singolare quando capisco che devo addossare sulle mie spalle il carico di scelleratezze intellettuali, che vado seminando qua e là. È chiaro che la mia autoironia è di carattere socratico, so di non sapere… anzi no, io non faccio nessuna autoironia né tanto meno socratica, io con Socrate non ho mai avuto niente a che fare, non lo conosco. - Mai sentito nominare? - Come? - Dicevo, lei non ha mai sentito nominare Socrate? - Chi? - Abbiamo capito! Quello ha capito, beato lui! Io invece non ho capito nulla, non capisco proprio più niente. Ma perché in questa maledetta alba il gallo ha già cantato? Il gallo di Asclepio? Mah!
“Tradurre la Critica è un compito di una certa difficoltà. Non ostante la celebre asprezza di questo testo, le difficoltà di contenuto non sono certo le maggiori. Uno studio attento e prolungato può portare abbastanza agevolmente a superarle.” Così scrive Giorgio Colli nella nota introduttiva alla sua traduzione della Critica della ragion pura, pubblicata nel 1957. Più avanti, l’autore parla di due traduzioni della “Critica” in lingua italiana: “La più antica traduzione completa fu pubblicata a Pavia tra il 1820 e il 1822. I gravi difetti di questa traduzione sono stati più volte messi in rilievo. Non occorre qui insistere sull’argomento, e si può dire che oggi tale traduzione non ha più alcuna utilità. La traduzione integrale di Gentile e Lombardo-Radice, pubblicata nel 1909 e ristampata più volte, costituisce sino ad oggi quanto di meglio si è fatto in Italia per diffondere la conoscenza di questa fondamentale opera kantiana. L’impegno di questi due traduttori è stato senza dubbio notevole, ed è doveroso riconoscere il loro sforzo coscienzioso per restituire fedelmente l’originale. Ma i difetti di questa traduzione sono purtroppo numerosi e tali comunque da consigliare un nuovo tentativo. Una conoscenza non sufficiente della lingua tedesca fa cadere troppo spesso Gentile e Lombardo-Radice in errori di interpretazione letterale, talvolta anche madornali. Inoltre, la preoccupazione costante della fedeltà va il più delle volte a scapito della chiarezza. Manca infine una conoscenza adeguata della letteratura filologica sull’argomento e delle altre traduzioni [in altre lingue, francese, inglese].” In questo modo Colli fa tabula rasa delle precedenti traduzioni ed impone la sua. Nel 1976, lo studioso presenta la terza edizione dell’opera, discutendo nella premessa di altre traduzioni intervenute nel frattempo e quindi della revisione compiuta da Vittorio Mathieu del testo di Lombardo-Radice, la cui traduzione viene da lui giudicata “classica” ed “eccellente”. Ma, nota Colli, “non dice [Mathieu] di aver tenuto conto, come invece ha fatto, di circa 120 errori e imprecisioni di tale traduzione “ormai classica”, che la nostra edizione aveva segnalato.” Infine, l’attenzione si concentra su due termini in particolare: “Così, anche nella revisione rivediamo confermato che Gemüth significa “spirito”! Forse perché in Italia Kant deve essere compreso attraverso Hegel? In ogni caso questa mediazione è operante, quando si respinge con orrore la nostra traduzione di Erscheinung con apparenza.”
Ora, tralasciamo il discorso su Gemüth, che lo stesso Mathieu nel glossario indica come animus, essendo “animo” il significato più proprio del vocabolo tedesco, e animo in italiano equivale a spirito, anche se non in senso hegeliano, parliamo invece di Erscheinung, finalmente! Eh, sì! perché le parvenze (Schein) da me viste, in quella sera d’estate, nella Rue Meynadier si possono definire invece proprio con questa parola: “Erscheinung”, secondo l’intenzione di Kant. Giorgio Colli così traduce il passo che abbiamo preso in esame: “Sarebbe colpa mia, se io trasformassi in semplice illusione (Schein) ciò che dovrei invece attribuire all’apparenza (Erscheinung).” Nell’edizione a cura di Mathieu, si legge: “Sarebbe un errore il mio, se io facessi una pura parvenza (Schein) di ciò che devo considerare come fenomeno (Erscheinung).” Nel glossario, così quest’ultimo autore spiega la sua scelta, citando un passo dell’edizione della “Critica” del 1781, poi espunto nella seconda edizione (1787): “Le cose che appaiono [Erscheinungen], in quanto siano pensate come oggetti secondo l’unità delle categorie, si chiamano Phaenomena. Alcuni traduttori preferiscono perciò rendere Erscheinung con apparenza e riservare fenomeno a Phaenomenon; ma l’uso kantiano non impone tale distinzione.” Nel “Dizionario di filosofia” di Nicola Abbagnano, alla voce “fenomeno”, si legge che “fenomeno” è lo stesso che “apparenza”. La querelle è soltanto linguistica, ma perché io ho voluto approfondirla? Nessuna parola è dove la cosa manca. Ho rovesciato l’affermazione: “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”, il verso della poesia di Stefan George, “La parola” (Das Wort), commentato da Heidegger nel saggio “L’essenza del linguaggio”, per esprimere la provenienza dell’essere dal pensiero: “È la parola che procura l'essere alla cosa.”
POSTILLA "Erscheinung" è un estratto dal racconto "Le parvenze della Rue Meynadier", consultabile in fondo a "Il libro di Attanasio" del 31 ottobre 2025.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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ERSCHEINUNG
TEATRINO INTRODUTTIVO
E la poesia? Quale? L’altro giardino. Mi hai fatto perdere l’ispirazione. Io? E chi altri? Tu. Io, no. Allora chi è stato? Un terzo, o forse un terzo non c’è. E come possiamo fare per saperlo? Bisogna evocarne lo spirito e poi domandargli se è intervenuto come terzo. E se lo spirito evocato non si presenta? Tu evocalo, e poi vediamo. Spirito del terzo, ci sei? Sì. Ma non devi rispondere tu. Stavo suggerendo. Riproviamo. Va bene. Spirito del terzo, se ci sei, batti un colpo. Boom, Boom! Un colpo, ho detto. Boom, boom! Ma sei di coccio? Ho detto un colpo. Eccomi! Oh, spirito rossiccio di fiamma! Allora, ci sei? Sì, ma per poco. Come? Ho chiesto un permesso di pochi secondi, per uscire dal “Faust” di Goethe, e venire qui. Sei lo Spirito della Terra (Erdgeist), dunque? No, un suo eternita. Come? Nel tempo, ci sono le persone e i personiti, nell’eterno, gli eterni (vedi Severino, “Il mio ricordo degli eterni”) e gli eterniti. Secondo me, tu non sei un eternita di Erdgeist, ma soltanto uno spirito sbruffone. Stai zitto, adesso, t’incendio e sparisco. No!
All'inizio del Faust di Johann Wolfgang von Goethe, il protagonista, deluso dai limiti del sapere umano, evoca lo Spirito della Terra (Erdgeist) attraverso il libro di Nostradamus. Spinto dal desiderio di superare i limiti terreni e afferrare l'essenza dell'universo, Faust riesce ad attirare lo Spirito. Tuttavia, la visione di un'entità così potente e assoluta lo terrorizza e lo schiaccia. Lo Spirito lo deride definendolo un "verme" e un "superuomo", per poi scomparire, lasciando Faust nella sua incapacità di comprendere o eguagliare una forza tanto imponente.
E allora? Lo spirito mi ha incenerito. E tu risorgi dalle tue ceneri, e librati come uccello variopinto, Araba Fenice, nel cielo della verità. Stamattina, stiamo proprio vagando e sbandando. Ma se non sono ancora le tre del mattino! Allora dobbiamo attendere l’alba. Ehi, fannullone! Chi è? Devi scrivere il post, lavativo che non sei altro. Io vado a dormire, ci vediamo domani mattina, come dire tra qualche ora. Ma non soffri d’insonnia? Ho dormito cinque ore. E allora? Riposo due ore, poi torno per scrivere: “Erscheinung”. Non ti sforzare troppo. Notte.
ERSCHEINUNG
La querelle è nota, anzi no, gli addetti ai lavori conoscono molto bene il problema, gli altri (noi normali), invece, per nulla. “Es wäre meine eigene Schuld, wenn ich aus dem, was ich zur Erscheinung zählen sollte, bloßen Schein machte.” Chi ha studiato la lingua tedesca, aiutandosi magari con i traduttori automatici (nel senso che traducono a caso, ed infatti “caso” in greco è “autòmaton” [1]), così traduce: “Sarebbe un mio grave errore, se riducessi a mera parvenza (Schein) quello che dovrei considerare un fenomeno (Erscheinung).” Orbene, ho parlato di querelle e di problema, e dico subito che la querelle ovviamente riguarda il problema, ossia come tradurre il lessico di Kant, in particolare quello della Kritik der reinen Vernunft (“Critica della ragion pura”) e rendere quindi fedelmente il suo pensiero. In questione sono qui i due sostantivi: “Erscheinung” e “Schein”, che noi abbiamo tradotto rispettivamente con “fenomeno” e “parvenza”. È una traduzione fatta non a caso, anche se ho consultato il traduttore automatico, ma dopo avere diligentemente seguito la querelle tra autori qualificati. Io vado in cerca di qualifica, e quando mi sforzo di scrivere qualcosa di corretto o quanto meno accettabile, uso il pluralis “noi”, per cercare di coinvolgere e convincere gli altri, al contrario parlo al singolare quando capisco che devo addossare sulle mie spalle il carico di scelleratezze intellettuali, che vado seminando qua e là. È chiaro che la mia autoironia è di carattere socratico, so di non sapere… anzi no, io non faccio nessuna autoironia né tanto meno socratica, io con Socrate non ho mai avuto niente a che fare, non lo conosco. - Mai sentito nominare? - Come? - Dicevo, lei non ha mai sentito nominare Socrate? - Chi? - Abbiamo capito! Quello ha capito, beato lui! Io invece non ho capito nulla, non capisco proprio più niente. Ma perché in questa maledetta alba il gallo ha già cantato? Il gallo di Asclepio? Mah!
“Tradurre la Critica è un compito di una certa difficoltà. Non ostante la celebre asprezza di questo testo, le difficoltà di contenuto non sono certo le maggiori. Uno studio attento e prolungato può portare abbastanza agevolmente a superarle.” Così scrive Giorgio Colli nella nota introduttiva alla sua traduzione della Critica della ragion pura, pubblicata nel 1957. Più avanti, l’autore parla di due traduzioni della “Critica” in lingua italiana: “La più antica traduzione completa fu pubblicata a Pavia tra il 1820 e il 1822. I gravi difetti di questa traduzione sono stati più volte messi in rilievo. Non occorre qui insistere sull’argomento, e si può dire che oggi tale traduzione non ha più alcuna utilità. La traduzione integrale di Gentile e Lombardo-Radice, pubblicata nel 1909 e ristampata più volte, costituisce sino ad oggi quanto di meglio si è fatto in Italia per diffondere la conoscenza di questa fondamentale opera kantiana. L’impegno di questi due traduttori è stato senza dubbio notevole, ed è doveroso riconoscere il loro sforzo coscienzioso per restituire fedelmente l’originale. Ma i difetti di questa traduzione sono purtroppo numerosi e tali comunque da consigliare un nuovo tentativo. Una conoscenza non sufficiente della lingua tedesca fa cadere troppo spesso Gentile e Lombardo-Radice in errori di interpretazione letterale, talvolta anche madornali. Inoltre, la preoccupazione costante della fedeltà va il più delle volte a scapito della chiarezza. Manca infine una conoscenza adeguata della letteratura filologica sull’argomento e delle altre traduzioni [in altre lingue, francese, inglese].” In questo modo Colli fa tabula rasa delle precedenti traduzioni ed impone la sua.
Nel 1976, lo studioso presenta la terza edizione dell’opera, discutendo nella premessa di altre traduzioni intervenute nel frattempo e quindi della revisione compiuta da Vittorio Mathieu del testo di Lombardo-Radice, la cui traduzione viene da lui giudicata “classica” ed “eccellente”. Ma, nota Colli, “non dice [Mathieu] di aver tenuto conto, come invece ha fatto, di circa 120 errori e imprecisioni di tale traduzione “ormai classica”, che la nostra edizione aveva segnalato.” Infine, l’attenzione si concentra su due termini in particolare: “Così, anche nella revisione rivediamo confermato che Gemüth significa “spirito”! Forse perché in Italia Kant deve essere compreso attraverso Hegel? In ogni caso questa mediazione è operante, quando si respinge con orrore la nostra traduzione di Erscheinung con apparenza.”
Ora, tralasciamo il discorso su Gemüth, che lo stesso Mathieu nel glossario indica come animus, essendo “animo” il significato più proprio del vocabolo tedesco, e animo in italiano equivale a spirito, anche se non in senso hegeliano, parliamo invece di Erscheinung, finalmente! Eh, sì! perché le parvenze (Schein) da me viste, in quella sera d’estate, nella Rue Meynadier si possono definire invece proprio con questa parola: “Erscheinung”, secondo l’intenzione di Kant.
Giorgio Colli così traduce il passo che abbiamo preso in esame: “Sarebbe colpa mia, se io trasformassi in semplice illusione (Schein) ciò che dovrei invece attribuire all’apparenza (Erscheinung).” Nell’edizione a cura di Mathieu, si legge: “Sarebbe un errore il mio, se io facessi una pura parvenza (Schein) di ciò che devo considerare come fenomeno (Erscheinung).” Nel glossario, così quest’ultimo autore spiega la sua scelta, citando un passo dell’edizione della “Critica” del 1781, poi espunto nella seconda edizione (1787): “Le cose che appaiono [Erscheinungen], in quanto siano pensate come oggetti secondo l’unità delle categorie, si chiamano Phaenomena. Alcuni traduttori preferiscono perciò rendere Erscheinung con apparenza e riservare fenomeno a Phaenomenon; ma l’uso kantiano non impone tale distinzione.”
Nel “Dizionario di filosofia” di Nicola Abbagnano, alla voce “fenomeno”, si legge che “fenomeno” è lo stesso che “apparenza”. La querelle è soltanto linguistica, ma perché io ho voluto approfondirla?
Nessuna parola è dove la cosa manca. Ho rovesciato l’affermazione: “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”, il verso della poesia di Stefan George, “La parola” (Das Wort), commentato da Heidegger nel saggio “L’essenza del linguaggio”, per esprimere la provenienza dell’essere dal pensiero: “È la parola che procura l'essere alla cosa.”
POSTILLA
"Erscheinung" è un estratto dal racconto "Le parvenze della Rue Meynadier", consultabile in fondo a "Il libro di Attanasio" del 31 ottobre 2025.
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