venerdì 22 maggio 2026

Filosofia

 


             La volontà redentrice



7 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Pubblico il commento all'immagine di ieri, quella sottostante, che avevo dimenticato di pubblicare.

IMMAGINE
Il dipinto intitolato "Potenza cieca" (in tedesco Blinde Macht, 1937) è una celebre e inquietante opera dell'artista tedesco Rudolf Schlichter. Il quadro raffigura un enorme colosso con il volto coperto da un elmo dalle fessure oculari troppo piccole per vedere, che avanza inesorabilmente verso un baratro circondato da demoni. L'opera è considerata una potente allegoria della forza bruta e della cieca follia dei regimi totalitari (come il nazismo) che camminano verso la distruzione. Ecco alcuni dettagli chiave del dipinto: Rudolf Schlichter, esponente della Nuova Oggettività e considerato artista "degenerato" dal regime nazista. Simbolismo: Il gigante cieco rappresenta l'irrazionalità e la forza distruttiva. Diverse interpretazioni collegano le figure mostruose che lo circondano agli orrori della Prima Guerra Mondiale. Realizzato alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, esprime l'ansia e la disperazione dell'Europa di fronte all'ascesa dei regimi totalitari, quali il nazismo e il fascismo. IA.
L’immagine può servire a raffigurare il dissolvimento e annullamento di una o più figure umane in un’altra figura sovrastante sovrumana, simboleggiando la fusione dei fantasmi letterari nella fantasia dell’autore.

Silvio Minieri ha detto...

LA VOLONTÀ REDENTRICE

“Un giorno che passava dal grande ponte, Zarathustra fu circondato da una turba di storpi e mendicanti, e un gobbo gli parlò così: Guarda, Zarathustra! Anche il popolo impara da te e acquista fede nella tua dottrina: ma, perché ti creda completamente, manca solo una cosa - devi ancora convincere noi storpi! Qui ne hai una bella scelta, e in verità ti si offre un'occasione per più versi! puoi risanare i ciechi e far camminare i paralitici; e a chi ha troppo dietro di sé, potresti anche levarne un poco: - questo, io penso, sarebbe il modo giusto per far credere gli storpi a Zarathustra! Ma Zarathustra rispose a quel chiacchierone: A levare la gobba al gobbo, gli si toglie il suo spirito - così insegna il popolo. E, a dare gli occhi al cieco, egli vedrà troppe cose atroci sulla terra: da maledire colui che lo guarì. Colui, poi, che fa camminare il paralitico, gli arreca il massimo danno: infatti, non appena sarà in grado di camminare, andranno insieme a lui anche i suoi vizi - questo insegna il popolo a proposito degli storpi. E perché non dovrebbe anche Zarathustra imparare dal popolo se il popolo impara da Zarathustra?”
È l’incipit del capitolo, intitolato “Della redenzione”, di “Così parlò Zarathustra”. Lo stile che compone la trama del testo è quello della parodia del Vangelo. Il profeta recante il nuovo annunzio spiega perché non è lecito fare miracoli e lo spiega trincerandosi dietro la sapienza popolare: “E perché non dovrebbe anche Zarathustra imparare dal popolo, se il popolo impara da Zarathustra?”
Il problema che Nietzsche qui introduce è quello riguardante il nodo della Necessità, il mondo è così e non può essere diversamente. Perché cambiarlo? Un fatto che accade non è già da sempre accaduto? E come potrebbe accadere se non fosse già accaduto? Per opera di una volontà creatrice, forse? Zarathustra è un profeta sceso dal monte tra gli uomini, il popolo, per insegnare il Super-uomo. L’uomo è un passaggio che deve essere superato, è un ponte verso il Super-uomo. Non a caso il capitolo inizia con un passaggio sul ponte: “Un giorno che passava dal grande ponte, Zarathustra fu circondato da una turba di storpi e mendicanti.” Va in cerca dell’uomo completo e invece incontra solo storpi e frammenti d’uomo: “Ma - da quando sono in mezzo agli uomini - questo è per me il meno che io veda: "A costui manca un occhio, a quello un orecchio, a un terzo la gamba, e altri vi sono che hanno perduto la lingua o il naso o la testa". Io vedo e ho visto ben di peggio e certe cose così ributtanti, che non vorrei parlare di ciascuna di esse e di talune neppure tacere: uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo, uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un gran ventre o qualcos'altro di grande, - costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte: non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: "questo è un orecchio! un orecchio grande quanto un uomo!". Guardai meglio: e, realmente, sotto l'orecchio si muoveva una cosina minuscola, era un uomo! Chi avesse guardato con la lente, avrebbe potuto persino riconoscere un visetto piccino e invidioso, e anche che dallo stelo penzolava un'animuccia enfiata. Il popolo, tuttavia, mi disse che il grande orecchio era non solo uomo, bensì un grand'uomo, un genio. Io però non credo mai al popolo, quando parla di grandi uomini - così rimasi nella mia convinzione, che cioè si trattasse di uno storpio alla rovescia, che aveva troppo poco di tutto e troppo di una cosa sola.”

Silvio Minieri ha detto...

Attraverso questa immagine Nietzsche insiste sul concetto che gli uomini sono incompleti, ma fa anche la satira di Wagner, di cui era amico e con cui aveva rotto i rapporti: “Il popolo, tuttavia, mi disse che il grande orecchio era non solo uomo, bensì un grand'uomo, un genio.” Il grande orecchio qui è la metafora del genio musicale, come il grande occhio quella del genio pittorico e così le altre parti anatomiche in cui alla maniera dantesca sono raffigurati i vizi dell’uomo, che hanno “troppo poco di tutto e troppo di una cosa sola”. Non sono completi, ma deformi, non rispecchiano l’uomo ideale, ma si caratterizzano solo come parte di uomo:
“Poi che ebbe parlato così al gobbo e a coloro di cui costui si era fatto portavoce e avvocato, Zarathustra si rivolse profondamente contrariato ai suoi discepoli e disse: In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l'uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello. E se il mio occhio rifugge dall'oggi verso il passato: sempre esso trova la stessa cosa: frammenti e membra e orride casualità - ma mai un uomo!”
Nell’ultima frase, Nietzsche riassume il quadro descritto e ne indica il significato: “orride casualità - mai un uomo.” Che cosa vuol dire? I frammenti sono come gli atomi che cadono, un cadere a caso, senza una volontà: “Mai un uomo.” Ossia Zarathustra non incontra mai l’uomo ideale, completo, il Super-uomo, ed egli stesso non si è ancora realizzato. Infatti, subito dopo soggiunge: “L'oggi e il passato sulla terra - ah, amici miei - questo è "per me" il massimo di ciò che non posso sopportare; e non saprei vivere, se non avessi anche la visione di quello che necessariamente verrà. Uno che vede e vuole e crea, egli stesso un futuro e un ponte verso il futuro - e ahimè, ancora quasi uno storpio sul ponte: tutto ciò è Zarathustra. E anche voi vi siete chiesti spesso: chi è per noi Zarathustra? Qual nome ha per noi? E, come me, avete dato a voi stessi delle domande per risposta.”
Le risposte alla domanda di chi è Zarathustra vengono date sotto forma di domanda, perché l’interrogativo è proprio dell’attesa del futuro, il senso stesso del domandare filosofico, il desiderio di conoscere quella verità di cui Zarathustra è profeta: “È uno che promette? O che adempie? Uno che conquista? O che eredita? Un autunno? O un vomere? Un medico? O un risanato? È un poeta? O uno che dice la verità? Uno che libera? O che incatena? Un buono? O un malvagio?”
Se vogliamo fare un discorso temporale per capire quello che Zarathustra sta dicendo, ci rendiamo conto del suo essere nel presente, sospeso (un ponte) tra il passato e il futuro, che deve venire (was kommen muss), quello che necessariamente verrà. Perché necessariamente? Per quel nodo della Necessità che tutto stringe nel suo giogo. Come uscirne? Con l’atto della volontà creatrice. Ecco chi è Zarathustra: “Uno che vede e vuole e crea, egli stesso un futuro e un ponte verso il futuro.”
Qui, il discorso esprime un altro dei concetti fondamentali della filosofia di Nietzsche: la volontà di potenza, un corollario dell’eterno ritorno. Se tutto è già stato come si può creare l’avvenire?
“Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell’'avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità.” Ecco la volontà creatrice: come un artista ricomporre tutti i frammenti nell’unità del tutto, onde potere comprenderlo e dargli un senso, decifrare l’enigma dell’accadimento casuale. È un voler rispondere alle domande tradizionali: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Una domanda nelle tre scansioni temporali del presente, del passato e del futuro. Solo nella composizione unitaria di tutti gli sparsi frammenti è possibile comprendere il senso completo del tutto, liberarsi dal giogo della casualità, redimersi.

Silvio Minieri ha detto...

“E come potrei sopportare di essere uomo, se l'uomo non fosse anche poeta e solutore di enigmi e redentore della casualità! Redimere coloro che sono passati e trasformare ogni 'così fu' in un 'così volli che fosse!' - solo questo può essere per me redenzione! Volontà - è il nome di ciò che libera e procura la gioia: così io vi ho insegnato, amici miei!”
Tutto quello che accade accade a caso, così senza senso, dappertutto solo frammenti, enigmi da decifrare. Ma se tutto quello che accade è accaduto necessariamente (poteva non accadere quello che è accaduto?), l’accaduto, il “così fu”, il passato non può cambiarsi se non attraverso un atto di libera volontà: “Volontà il nome di ciò che libera e procura gioia”. Solo così potrà dirsi che tutto quello che è accaduto, il passato, è stato voluto e non è accaduto per necessità, ossia casualmente. Se si estrae un numero, ne sortirà uno a caso e così via; poi man mano, ricomponendo la serie, si potrà darle un ordine non casuale e dire che i numeri non sono usciti a caso, ma secondo un atto volontario libero, un piano prestabilito, decifrando tutta la serie. Il numero uscito a caso è un enigma: perché è uscito quel numero? Solo ordinato in una serie ogni frammento della serie diventa comprensibile nel tutto della serie. Ma come sarà possibile una tale interpretazione? Come sarà possibile dire che il numero non è uscito a caso, ma che nell’estrazione si è voluto far uscire proprio quel numero?
Venendo fuori dal nostro esempio e ritornando a Nietzsche, come è possibile cambiare il passato, trasformando il “così fu” in “così volli”?
“Ma adesso imparate ancor questo: la volontà, di per sé, è ancora come imprigionata. Volere libera: ma come si chiama ciò che getta in catene anche il liberatore? 'Così fu' - così si chiama il digrignare di denti della volontà e la sua mestizia più solitaria. Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato. La volontà non riesce a volere a ritroso; non potere infrangere il tempo e la voracità del tempo, - questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria. Volere libera: ma che cosa può inventare il volere medesimo per liberarsi della propria mestizia e prendersi giuoco della sua prigione? Ahimè, ogni carcerato va fuor di senno! E, nell'insensatezza, anche la volontà imprigionata redime sé stessa. Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; 'ciò che fu' - così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere. E così fa rotolare sassi piena di malumore e di rovello, e si vendica contro tutto quanto non provi il suo stesso rovello e malumore.”
A questo punto la volontà si trova anch’essa imprigionata dal “così fu”. Infatti pur volendo l’istante che passa, interpretandolo liberamente, ad es. si compie un’azione invece di un’altra, si esce fuori al sole, invece di rimanere in casa, anche questa “scelta” passa e va ad accumularsi a tutti gli istanti passati, costituendo ogni volta il passato immodificabile. Allora la volontà si scaglia contro il passato, il pesante macigno che non riesce a smuovere, e nel compiere lo sforzo per smuoverlo, serra i denti, spingendo con tutte le forze, senza riuscirvi, ecco perché i denti cominciano a scricchiolare, deformando l’espressione del viso nella smorfia del “digrignare”. Abbiamo voluto descrivere in immagine figurata l’espressione nietzschiana: “il digrignare dei denti della volontà”. Quindi essa, come “ogni carcerato va fuori di senno” e nella sua insensatezza trova la sua redenzione, cominciando a coltivare lo spirito di vendetta.

Silvio Minieri ha detto...

“Così la volontà, invece di liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua vendetta, per non poter volere a ritroso, è tutto quanto sia capace di soffrire. Ma questo, soltanto questo, è la "vendetta" stessa: l'avversione della volontà contro il tempo e il suo 'così fu'. In verità, una grande follia alloggia nella nostra volontà; e fu maledizione per tutte le cose umane che questa follia imparasse ad avere spirito! "Lo spirito di vendetta": amici, su nient'altro finora gli uomini hanno meglio riflettuto; e dov'era sofferenza, sempre doveva essere una punizione. 'Punizione', infatti, chiama la vendetta sé stessa: con una parola bugiarda, si dà ipocritamente una buona coscienza. E poiché in colui che vuole è la sofferenza di non poter volere a ritroso, - così il volere stesso e la vita in tutto e per tutto dovrebbero essere - punizione! Ed ecco che sullo spirito si accumulò nube su nube e alla fine la demenza si mise a predicare: Tutto perisce, perciò tutto è degno di perire!”
Questo passo è molto importante, perché in esso si enunciano due profonde verità, correlate tra loro: una di carattere piscologico e l’altra, se così possiamo dire, di carattere metafisico. La prima è quella che coglie il nodo inscindibile tra sofferenza e punizione, l’enigma del male celato in un “fondo tenebroso, mai completamente demistificato”. Ovviamente quest’ultima coloritura etica non appartiene al pensiero di Nietzsche, ma abbiamo voluto citare le parole di Paul Ricoeur per evidenziare la coappartenenza ai due pensatori del giudizio unico che accomuna sofferenza e punizione. La vendetta chiama sé stessa punizione, ma è una “parola bugiarda” dichiara Nietzsche, che da buon psicologo sa del fondo oscuro da cui la punizione viene fuori, per poi camuffarsi ipocritamente come “buona coscienza”. Pensando l’enigma della radice comune tra sofferenza e punizione, scrive ancora Ricoeur, nella sua indagine sulla radice del male: “Poiché la punizione è una sofferenza ritenuta meritata, chi può dire se ogni sofferenza non è, in una maniera o nell’altra, la punizione di un errore personale o collettivo, conosciuto o sconosciuto?” E questo interrogativo conclusivo, che sorge dall’esigenza di dare una risposta etica al problema del male, viene a confluire con la conclusione “metafisica”, priva quindi di ogni contenuto etico, che Nietzsche attribuisce alla follia della volontà, animata dallo spirito di vendetta: “Tutto perisce, perciò tutto è degno di perire!”

Silvio Minieri ha detto...

Non possiamo non osservare qui come in entrambi i pensatori si riflette il più antico pensiero greco della Hybris, la colpa originaria, esplicitato nel detto di Anassimandro: “Da dove, infatti, gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo.” In questo senso della loro ricerca, che i primi naturalisti greci ritenevano esclusivamente appartenente alla scienza, la fisica, ma che era metafisica, deve intendersi la riflessione di Nietzsche, un passaggio per la sua dottrina dell’eterno ritorno, che egli viene enunciando annunziando il Superuomo. Infatti così prosegue: “E la giustizia stessa consiste in quella legge del tempo, per cui il tempo non può non divorare i propri figli: così andava predicando la demenza. Le cose sono ordinate moralmente in base al diritto e alla punizione. Oh, dov'è la redenzione dal flusso delle cose e dalla punizione che di 'esistenza' porta il nome? Così andava predicando la demenza. Può darsi redenzione, se v'è un diritto eterno? Ahimè, il macigno 'così fu' non si lascia smuovere: eterne debbono essere tutte le punizioni! Così andava predicando la demenza. Non v'è azione che possa essere annullata: come potrebbe la punizione rendere l'azione non compiuta! Questa, questa è l'eternità della punizione che di 'esistenza' ha nome: che l'esistenza, a sua volta, non possa non essere eternamente se non azione e colpa! A meno che la volontà non redima sé stessa e il volere diventi non volere: ma, fratelli, la conoscete già, la filastrocca della demenza! Via da tutte queste filastrocche, io vi condussi quando vi insegnai: la volontà è qualcosa che crea.”
Ma oltre alla Hybris, un topos che informa di sé tutta la cultura e civiltà greca dell’inizio da Omero a Eschilo e Aristotele, non si può non avvertire in questo pensiero il dogma cristiano del peccato originale, la colpa di Adamo, che macchia tutta la stirpe. “Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori” (Rom 5,19). “Come a causa di un uomo solo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rom 5,12).
L’eco di quest’ultima concezione della colpa la ritroviamo nelle parole di Nietzsche: “Non v'è azione che possa essere annullata: come potrebbe la punizione rendere l'azione non compiuta! Questa, questa è l'eternità della punizione che di 'esistenza' ha nome: che l'esistenza, a sua volta, non possa non essere eternamente se non azione e colpa!” Questa irrevocabilità della sentenza è da Nietzsche ascritta alla follia: “Così andava predicando la demenza. Può darsi redenzione, se v'è un diritto eterno?” E quindi gli tocca rovesciare questo editto demenziale. E come?
“Ogni 'così fu' è un frammento, un enigma, una casualità orrida - fin quando la volontà che crea non dica anche: ma così volli che fosse! - Finché la volontà che crea non dica anche: ma io così voglio! Così vorrò!” Ecco affermare l’impegno e la supremazia della volontà, che può imporsi sul presente (“così voglio”) e sul futuro (“così vorrò”). Resta ancora da regolare il passato, per cui nasce il dubbio: “Ma ha già detto questa parola? E quando avviene tutto ciò? Si è già liberata la volontà dalle pastoie della propria follia? È già diventata una volontà che liberi, e procuri gioia a sé stessa? Ha disimparato lo spirito di vendetta e ogni digrignar di denti? E chi ha insegnato alla volontà la conciliazione col tempo, e ciò che sta al di sopra di ogni conciliazione? Bisogna che la volontà - in quanto volontà di potenza - voglia qualcosa al di sopra di ogni conciliazione: ma come può accadere ciò alla volontà? Chi le ha insegnato il volere a ritroso?” A questi interrogativi, però, Zarathustra non dà risposta, li lascia in sospeso, anche se conosce questa risposta.

Silvio Minieri ha detto...

“Ma a questo punto del suo discorso avvenne che Zarathustra improvvisamente si fermasse: pareva uno che fosse terrorizzato all'estremo. Posò lo sguardo pieno di terrore sui suoi discepoli; il suo occhio perforava, dardeggiante, i loro pensieri, anche i più riposti. Ma fu un momento, e già riprese a ridere e disse placato: È difficile vivere con gli uomini, proprio perché tacere è così difficile. Specialmente per uno che ha voglia di parlare. Così parlò Zarathustra.”
Che cosa è successo? Perché questo terrore? Perché lo sguardo terrorizzato e penetrante sui discepoli? Qual è il contenuto angosciante della risposta taciuta? E perché non ha dato questa risposta?
Cominciamo a rispondere all’ultimo interrogativo, con le parole stesse di Zaratustra: “È difficile vivere con gli uomini, proprio perché tacere è così difficile. Specialmente per uno che ha voglia di parlare.” Quando si conosce una terribile verità, si ha un grande desiderio di raccontarla, ben sapendo il rischio che si corre. È un rischio simile a quello che Platone, nella “Repubblica”, dice il filosofo corre, quando riferisce ai suoi compagni rimasti incatenati nella caverna della verità contemplata alla luce del sole. La verità può spaventare a guardarla in faccia e fa paura. Ed è questa paura che paralizza Zarathustra e lo induce a posare gli occhi indagatori sui suoi discepoli, onde scrutarne le intenzioni, nel timore che abbiano indovinato il suo pensiero in merito agli interrogativi sempre più incalzanti da lui stesso posti, culminanti nell’ultimo, quello più incomprensibile, ma più prevedibile. Ed infatti si capisce subito che è stato Zarathustra ad insegnare alla volontà a volere a ritroso, ma non si capisce come. Ecco perché dardeggia con lo sguardo i pensieri dei discepoli, come ad impedire loro di insorgere e domandargli conto di quella terribile verità pensata, ma non detta. Zarathustra è terrorizzato a dover rivelare questa verità ai suoi discepoli e, come vedremo, è terrorizzato dal fatto che nel rivelarla ai suoi discepoli, deve ancora una volta rivelarla a sé stesso. Ed infatti i discepoli potrebbero ben non comprenderlo, ecco perché dopo l’attimo di smarrimento, subito si rasserena: “Ma fu un momento e già riprese a ridere.” Questa situazione di smarrimento, che porta in un attimo Zarathustra dal discorso serio al riso non sfugge però al gobbo, che aveva ascoltato tutto il discorso, seppure con il volto nascosto.
“Il gobbo però, che aveva ascoltato coprendosi il volto tutto il discorso di Zarathustra, quando sentì che Zarathustra rideva, guardò in su verso di lui, pieno di curiosità, e disse lentamente: Ma perché Zarathustra parla a noi in modo diverso che ai suoi discepoli? Zarathustra replicò: Che c'è da meravigliarsi! Coi gobbi sarà pur lecito parlare gobbo! Giusto, disse il gobbo, e con gli scolari sarà pur lecito parlare in termini scolastici. Ma perché Zarathustra parla ai suoi scolari diversamente che a sé stesso?”
Il capitolo si chiude e l’interrogativo rimane inevaso, forse perché spiegare al gobbo del suo terrore non poteva essere compreso dal gobbo.
Ma qual era questo terrore, la verità non detta che aveva insospettito il gobbo? La risposta è conosciuta: il pensiero dell’eterno ritorno, in cui Nietzsche credeva sul serio e la cui verità lo spaventava realmente. Scrive Lou Andreas-Salomé, nel suo libro: “La vita di Nietzsche”: “Non potrò mai dimenticare le ore in cui me lo confidò per la prima volta come un segreto, come qualcosa di fronte alla cui dimostrazione e conferma egli provava un orrore indicibile: ne parlava soltanto con voce sommessa e con tutti i segni del più profondo sgomento.”