IL GRIGIO DELLA RAGIONE (Dialogo tra due viaggiatori in treno da Roma a Pescara)
Preludio
- Sei dunque arrivato, Decio Livio. - Salve, Traseo Nera. Ti vedo sorridente: non ti è pesata l’attesa, mi auguro? - Tu, Decio, sei sempre in ritardo e sei solito poi giustificare questa tua abitudine, addebitando la causa al traffico di Roma; ti do ragione in verità, ma soltanto sul traffico, non sulla tua abitudine, una delle caratteristiche del tuo daimon. L’importante comunque è non perdere il treno: muoviamoci dunque da questo piazzale di autobus e rechiamoci alla vicina stazione Tiburtina; anche se abbiamo tempo, è bene non perderlo, il tempo. - Ma certamente. - Il tema del colloquio del nostro viaggio sarà: “Il grigio della ragione”. - Ah, bene. - Sono contento della tua approvazione, Decio. Devo dirti che questo lato positivo del tuo carattere, l’approvare nel dubbio più che il riprovare, questo aspetto del tuo daimon compensa qualche lato negativo, come ad esempio il tuo essere ritardatario negli appuntamenti, che non può certo significare noncuranza o indolenza, ma un eccessivo scrupolo nelle scelte del momento, che poi finiscono per intrattenerti troppo nell’istante, che pure scorre. Non è così? - Mah! - Riconosco però che in compenso sei meno rigido di me e più indulgente con il prossimo. - Ottimo. - Decio Livio, vogliamo cominciare con un approccio al tema del nostro colloquio di viaggio? Quello assegnatoci. - Ah già: “assegnatoci”! Ma da “chi”? Beh, certo, il tuo discorso era molto interessante: mi dicevi che noi due, ma non soltanto noi due, bensì anche gli altri, vale a dire tutti gli altri, cioè l’intero genere umano che popola il pianeta ed il pianeta stesso e verosimilmente altri esseri dotati di intelligenza simile alla nostra che vivono nella nostra galassia o in altre galassie e le galassie stesse e con esse l’intero Universo, tutti insieme siamo creature appartenenti ad un mondo fantastico evocato da un autore-creatore appartenente ad un mondo reale, di cui noi siamo lo specchio, l’immagine: noi, mondo da favola, icona-simbolo del mondo vero. - Esattamente! È proprio come hai detto tu. Bravo, Decio Livio! - Ma tu guarda un po’! Noi non esistiamo: eppure in questo momento, nel pomeriggio di una domenica di febbraio del primo anno successivo alla seconda Olimpiade di Atene dei giochi moderni, ci stiamo avviando a piedi dal piazzale Tiburtino alla vicina omonima stazione ferroviaria, per salire sul treno in partenza da Roma per Pescara.
- Comprendo la tua meraviglia, ottimo Decio, nonché il tuo scetticismo ed in un certo senso, il senso che sembra voler voltare le spalle al logos, per nascondersi ad esso, li condivido e sposo la tua scepsi e la tua meraviglia, rincarando la dose. Ebbene, la vedi quella bionda tutta così, quella giovane donna dell’Est, verosimilmente polacca, sicuramente slava, per i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri, quella con i pantaloni marrone attillati ed il maglione bianco tutto aderente, con il collo alto alla “dolce vita”, quella scesa poco fa dall’autobus proveniente da Varsavia-Cracovia e che si muove assieme a tutti gli altri… - E come non la vedo, diamine! - Eppure quella bellezza slava, peraltro non unica tra le viaggiatrici, come meglio in verità possiamo osservare ora ed io e te e loro le viaggiatrici e tutti gli altri che affollano questa piazza e la piazza stessa e noi tutti che andiamo verso la stazione Tiburtina e la stazione Tiburtina stessa, noi non esistiamo nella realtà, siamo una favola: noi non esistiamo che nella pura fantasia di un autore-creatore, colui che ci racconta nel logos, scrivendo il dialogo, di cui noi due, io Traseo Nera e tu Decio Livio siamo i personaggi attori. Ed è Lui che ci ha assegnato il tema del colloquio: “Il grigio della ragione”. - Ma, Lui chi? Io, Traseo, trasecolo, ho i miei dubbi? Chi mai è Lui? Che cosa è questo mondo da favola, di cui tu dici che facciamo parte, qui noi tutti alla stazione Tiburtina, ma di cui, scusami, sembra che sia Tu a favoleggiare e non Lui. - Ah, ci siamo dunque! - Come? - Tu, Decio, sei troppo legato alla tua realtà esistenziale, senza comprenderla, sebbene anche la tua realtà esistenziale da favola sia a sua volta, come copia del modello eterno, una realtà ek-sistenziale. Io dico che tu, Livio, sei troppo legato alla Terra e non sai rivolgere lo sguardo verso il Cielo… - Ma come, non so, Nera? Ecco il cielo! È sopra di noi, guarda anche tu: lassù in alto splende il sole, anche se il suo asse già inizia a declinare, il cielo è azzurro ed è solcato da poche nuvole bianche, appena mosse da un vento impercettibile! - Un accenno di poesia, Livio, ma un accenno soltanto, il tuo! Certo, sereno variabile! E va bene, Decio; ma il “cielo” di cui io parlo non è il cielo verso cui tu hai appena ora alzato lo sguardo, invitandomi ad imitarti. È un altro “cielo”. - Il “cielo della verità”, direbbe il nostro amico Hegel. - Ecco! Non hai parlato tu, Decio Livio, ma un dio attraverso te, ovvero il nostro creatore, l’artista che ci ha creato e che qui ed ora, hic et nunc ci fa parlare e vivere come personaggi di un dialogo letterario. - Il dio, il nostro creatore, l’artista, noi personaggi di un dialogo letterario… Traseo Nera, non capisco. Io avevo soltanto citato Hegel! - Caro Decio Livio, mio ironico amico, ora parlerò il tuo linguaggio, il logos che ti finge. Ebbene, Decio, noi dobbiamo andare dritti in stazione, dove ormai ci siamo quasi. Dobbiamo abbandonare ogni pensiero che pure tende a condurci verso la fermata dell’autobus di linea cittadina in direzione della Nomentana, dove ora sosta in attesa la bionda polacca, la slava che ha indossato nel frattempo il suo cappotto di renna. - E perché? - Perché così è stato stabilito. - E da chi? Da Lui? Ma noi non siamo la nostra libertà? - Eh, già! Ed “Il grigio della ragione”? - Ah, dimenticavo!
- Noi siamo la nostra libertà, ma non siamo liberi, noi possiamo gridare la nostra libertà, ma possiamo poi veramente viverla? È questo della libertà un discorso che ci porterebbe troppo lontano, verso altri mari, forse verso altre terre, ma restiamo alla nostra di terra, la Terra del dio-artista, che non può essere nominato. - Non può essere nominato? Non ha un suo nomos, dunque! È un essere senza un nomos, senza una legge, Lui sì, allora, un essere veramente libero, libero nel creare come nel distruggere? - Ma no, Decio Livio! Come tu ben sai, questo nostro creatore e signore è anch’egli una scimmia divina, che però da noi può essere nominato soltanto per enigma. - Per enigma? E come? - Lui stesso ha detto di sé: “Se iniziali lettere vedrai in ordine Mio il nome indovinerai e rivelerai immediatamente.” - Ah, ottimo! Un distico poetico, Traseo Nera, nel cui ritmo mi sembra proprio riconoscere il suono di un oracolo della Sibilla. - Un oracolo per un dio, la divina scimmia, di cui sempre compitando le iniziali, si conosce il volto anche attraverso un altro enigma, Lui stesso autore, non la Sibilla: “Scrutava il verosimile in ordine Mettendo i nomi immaginosi e rari illimitatamente.” - Questo distico ultimo però mi suona meno oracolare, direi più familiare. - “La Settimana Enigmistica” forse?” - Sì, bravo, Traseo! - Non sorridere in maniera così trionfante, ottimo Decio: non è mia l’ironia, ma del dio. - La “scimmia divina”. - Oh, taci Decio Livio! - Dove dobbiamo andare, Nera? Dimmi. - Segui le indicazioni arancione dell’easy jet per Milano e poi gira a destra sul tappeto mobile fino al corridoio sotterraneo che conduce dal binario due agli altri. - La scala mobile, guarda. - Perché ti volti ad indicare? Ah, sì! - È successo là, vero? - Sì, è caduta lì, dove mancavano due o tre scalini ed è morta. - Ed anche quella morte è immaginaria? - Sì, è figurata, icona-segno, che però indica, fa cenno verso la vera morte, la nostra morte, quella unica vera morte che ci riguarda; le altre morti figurate o vere sono l’altra morte, non la nostra. Sono un lutto, ogni morte è un lutto, un lutto vicino o lontano, a volte un lutto familiare, quando riguarda i nostri affetti, ma non sono la nostra morte. Noi moriamo con loro, con gli altri, tutti gli altri, ma non moriamo. - Noi siamo immortali, Traseo! - Ora sembra che anche tu voglia volgerti al logos, Livio. Ora in te ed attraverso te parla il nostro dio-artista e ci dice che la nostra morte è immortale. Come personaggi letterari, nati dalla fantasia di un autore, scimmia divina, di cui a nostra volta noi siamo umane scimmie, appartenenti cioè all’humus di questa nostra Terra, di cui Egli è il nostro Cielo, un dio-artista, un “letterato” di un altro mondo, un mondo a quanto pare vero, rispetto al nostro mondo da favola, ebbene come personaggi eternati nella letteratura possiamo anche morire, ma al tempo stesso però non finiamo mai di morire; nella nostra vita apparente noi siamo immortali: ogni volta che la nostra storia scritta dal nostro autore viene evocata da un lettore noi continuiamo a vivere ed a morire, continuiamo a vivere eternamente da mortali nel pensiero e nel logos di questi nostri divini (immortali?), che popolano ed abitano il “cielo” della nostra “terra”.
- Stupefacente quello che dici, Traseo Nera. E così il mondo nel quale noi viviamo, il nostro mondo, quello che per noi era fino ad ora il “vero” mondo diventò una “favola”; la favola invece, quella dell’esistenza di un nostro dio-artista, che ci modella e modella il nostro mondo guardando alle “sue” eterne Idee, diventò realtà. - “La favola bella che ieri c’illuse / che oggi c’illude…” È tempo di muoversi, Decio, non ti fermare a guardarmi con quel tuo sguardo interrogativo venato di scetticismo. Passiamo dalla “theoria”, il puro sguardo contemplativo, che è sempre visione e quiete alla pratica, il “pragma”, l’azione che è movimento, vita attiva. - Ben detto. - Siamo arrivati: il treno per Pescara è questo. - Saliamo. - Spingi dentro il manico della tua valigia a rotelle, come sto facendo io e saliamo con calma. Abbiamo ancora un quarto d’ora buono prima della partenza e possiamo sistemarci senza fretta. - A proposito, Traseo Nera, ce l’hai il biglietto? - Certo, Decio Livio. Devo aggiungere che questa tua domanda per me già si colora di metafisica, come potrai scoprire quando l’addetto delle ferrovie verrà a controllare il nostro titolo di viaggio. - Il discorso di Sartre sul viaggiatore clandestino nel suo “Les mots”? - Bravo Decio, vedo che stai finalmente entrando nel tuo ruolo “metafisico” del viaggio. - Certo, Traseo, però lasciati invitare per un momento da me a scendere dal tuo “cielo” con i piedi per terra, una terra diciamo provvisoriamente vera, nel senso che per essa è opportuno scendere dal treno sulla banchina, per percorrerne un tratto. - Vedi, non appena entrato, sei subito uscito dal tuo ruolo e ti metti a scherzare? Perché dovremmo scendere e percorrere un tratto di banchina, ad ogni modo? - Per arrivare alla macchinetta automatica gialla, Traseo. Non abbiamo ancora obliterato il titolo di viaggio, almeno io! - Oddio! È vero, anch’io! Hai ragione Decio Livio, affrettiamoci, altrimenti diventeremo dei sicuri clandestini e non ti so più dire neppure io se “veri” o “falsi”. - E neppure il dio. - “Verosimili” direi allora io. - Certo, semper virtus in medio stat. - Sempre il vero al suo simile, il verosimile, si accompagna. - Nunc et semper.
- Il ferroviere con il berretto rosso ha fischiato, il treno parte in direzione di Oriente. - Verso l’Inizio, l’Origine (origo) e quindi verso il suo Fine ultimo, il telos, che poi è sempre l’Inizio. - Ricordiamoci del nostro tema, Decio: “Il grigio della ragione”, che forse in questo viaggio per mare, il discorso che andiamo affrontando può rivelarsi come una luce guida di orientamento, il sole di noi naviganti o la stella polare... - Ed anche l’orizein, il limite entro cui sono segnati i nostri orizzonti; e non a caso i termini origine, il latino origo, e oriente si formano sul verbo oriri, il sorgere del sole; entrambi i termini poi hanno in comune con orizzonte la primitiva radice or- attestata sia nell’area latina che in quelle ittita e greca. - E così il nostro discorso, il nostro viaggio per mare si volge sempre verso Oriente, l’Inizio, il Principio, il cominciamento. Pertanto è tempo di abbandonare ogni indugio e partendo senz’altro dall’Inizio, la terraferma che ci lasceremo subito alle spalle, puntiamo verso il mare aperto, tenendo ben salda e dritta la prua. Sei d’accordo con me, Decio Livio? - In ogni aspetto del tuo discorso, Traseo Nera. - Dell’Inizio si è occupato, in alcune sue opere, se non erro, un filosofo veneziano a noi contemporaneo che… - Io immagino sia “immaginario” come noi e non “reale”, Nera, date le premesse sul fondamento del nostro essere ed esistere, ek-sistere, contenute nel preludio al nostro dialogo. - Ben detto, Decio Livio. - A volte sono felice, quando sono io ad affermare e tu ad approvare, Traseo Nera. - Anche me rende felice questo scambio di ruoli, perché indica che il nostro colloquio è fecondo, un vero dialogo, non un monologo, anche se il primo termine spesso finisce questi due ultimi termini possono reciprocamente annullarsi l’uno nell’altro, nel senso che un dialogo non infrequentemente finisce per rivelarsi un monologo, quando uno dei due dialoganti compie continue asserzioni e l’altro non fa che annuire e raramente interloquisce. È l’arte del discorso, la dialectiché, ad essere feconda se il suo logos è pro-fondo, se cioè pro-fondendosi va a raccogliere dal fondo, quello che è il grembo oscuro dell’anima, il senso ultimo e nascosto della “parola” nella sua ipseità più originaria, per portarlo alla luce, così rivelando la sua capacità di facondia e generazione. Ma ora, Decio Livio, orientiamo la nostra rotta di navigazione sulla “ragione” e il suo “grigio”, lasciandoci alle spalle la terraferma dell’Inizio. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
IL GRIGIO DELLA RAGIONE
(Dialogo tra due viaggiatori in treno da Roma a Pescara)
Preludio
- Sei dunque arrivato, Decio Livio.
- Salve, Traseo Nera. Ti vedo sorridente: non ti è pesata l’attesa, mi auguro?
- Tu, Decio, sei sempre in ritardo e sei solito poi giustificare questa tua abitudine, addebitando la causa al traffico di Roma; ti do ragione in verità, ma soltanto sul traffico, non sulla tua abitudine, una delle caratteristiche del tuo daimon. L’importante comunque è non perdere il treno: muoviamoci dunque da questo piazzale di autobus e rechiamoci alla vicina stazione Tiburtina; anche se abbiamo tempo, è bene non perderlo, il tempo.
- Ma certamente.
- Il tema del colloquio del nostro viaggio sarà: “Il grigio della ragione”.
- Ah, bene.
- Sono contento della tua approvazione, Decio. Devo dirti che questo lato positivo del tuo carattere, l’approvare nel dubbio più che il riprovare, questo aspetto del tuo daimon compensa qualche lato negativo, come ad esempio il tuo essere ritardatario negli appuntamenti, che non può certo significare noncuranza o indolenza, ma un eccessivo scrupolo nelle scelte del momento, che poi finiscono per intrattenerti troppo nell’istante, che pure scorre. Non è così?
- Mah!
- Riconosco però che in compenso sei meno rigido di me e più indulgente con il prossimo.
- Ottimo.
- Decio Livio, vogliamo cominciare con un approccio al tema del nostro colloquio di viaggio? Quello assegnatoci.
- Ah già: “assegnatoci”! Ma da “chi”? Beh, certo, il tuo discorso era molto interessante: mi dicevi che noi due, ma non soltanto noi due, bensì anche gli altri, vale a dire tutti gli altri, cioè l’intero genere umano che popola il pianeta ed il pianeta stesso e verosimilmente altri esseri dotati di intelligenza simile alla nostra che vivono nella nostra galassia o in altre galassie e le galassie stesse e con esse l’intero Universo, tutti insieme siamo creature appartenenti ad un mondo fantastico evocato da un autore-creatore appartenente ad un mondo reale, di cui noi siamo lo specchio, l’immagine: noi, mondo da favola, icona-simbolo del mondo vero.
- Esattamente! È proprio come hai detto tu. Bravo, Decio Livio!
- Ma tu guarda un po’! Noi non esistiamo: eppure in questo momento, nel pomeriggio di una domenica di febbraio del primo anno successivo alla seconda Olimpiade di Atene dei giochi moderni, ci stiamo avviando a piedi dal piazzale Tiburtino alla vicina omonima stazione ferroviaria, per salire sul treno in partenza da Roma per Pescara.
- Comprendo la tua meraviglia, ottimo Decio, nonché il tuo scetticismo ed in un certo senso, il senso che sembra voler voltare le spalle al logos, per nascondersi ad esso, li condivido e sposo la tua scepsi e la tua meraviglia, rincarando la dose. Ebbene, la vedi quella bionda tutta così, quella giovane donna dell’Est, verosimilmente polacca, sicuramente slava, per i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri, quella con i pantaloni marrone attillati ed il maglione bianco tutto aderente, con il collo alto alla “dolce vita”, quella scesa poco fa dall’autobus proveniente da Varsavia-Cracovia e che si muove assieme a tutti gli altri…
- E come non la vedo, diamine!
- Eppure quella bellezza slava, peraltro non unica tra le viaggiatrici, come meglio in verità possiamo osservare ora ed io e te e loro le viaggiatrici e tutti gli altri che affollano questa piazza e la piazza stessa e noi tutti che andiamo verso la stazione Tiburtina e la stazione Tiburtina stessa, noi non esistiamo nella realtà, siamo una favola: noi non esistiamo che nella pura fantasia di un autore-creatore, colui che ci racconta nel logos, scrivendo il dialogo, di cui noi due, io Traseo Nera e tu Decio Livio siamo i personaggi attori. Ed è Lui che ci ha assegnato il tema del colloquio: “Il grigio della ragione”.
- Ma, Lui chi? Io, Traseo, trasecolo, ho i miei dubbi? Chi mai è Lui? Che cosa è questo mondo da favola, di cui tu dici che facciamo parte, qui noi tutti alla stazione Tiburtina, ma di cui, scusami, sembra che sia Tu a favoleggiare e non Lui.
- Ah, ci siamo dunque!
- Come?
- Tu, Decio, sei troppo legato alla tua realtà esistenziale, senza comprenderla, sebbene anche la tua realtà esistenziale da favola sia a sua volta, come copia del modello eterno, una realtà ek-sistenziale. Io dico che tu, Livio, sei troppo legato alla Terra e non sai rivolgere lo sguardo verso il Cielo…
- Ma come, non so, Nera? Ecco il cielo! È sopra di noi, guarda anche tu: lassù in alto splende il sole, anche se il suo asse già inizia a declinare, il cielo è azzurro ed è solcato da poche nuvole bianche, appena mosse da un vento impercettibile!
- Un accenno di poesia, Livio, ma un accenno soltanto, il tuo! Certo, sereno variabile! E va bene, Decio; ma il “cielo” di cui io parlo non è il cielo verso cui tu hai appena ora alzato lo sguardo, invitandomi ad imitarti. È un altro “cielo”.
- Il “cielo della verità”, direbbe il nostro amico Hegel.
- Ecco! Non hai parlato tu, Decio Livio, ma un dio attraverso te, ovvero il nostro creatore, l’artista che ci ha creato e che qui ed ora, hic et nunc ci fa parlare e vivere come personaggi di un dialogo letterario.
- Il dio, il nostro creatore, l’artista, noi personaggi di un dialogo letterario… Traseo Nera, non capisco. Io avevo soltanto citato Hegel!
- Caro Decio Livio, mio ironico amico, ora parlerò il tuo linguaggio, il logos che ti finge. Ebbene, Decio, noi dobbiamo andare dritti in stazione, dove ormai ci siamo quasi. Dobbiamo abbandonare ogni pensiero che pure tende a condurci verso la fermata dell’autobus di linea cittadina in direzione della Nomentana, dove ora sosta in attesa la bionda polacca, la slava che ha indossato nel frattempo il suo cappotto di renna.
- E perché?
- Perché così è stato stabilito.
- E da chi? Da Lui? Ma noi non siamo la nostra libertà?
- Eh, già! Ed “Il grigio della ragione”?
- Ah, dimenticavo!
- Noi siamo la nostra libertà, ma non siamo liberi, noi possiamo gridare la nostra libertà, ma possiamo poi veramente viverla? È questo della libertà un discorso che ci porterebbe troppo lontano, verso altri mari, forse verso altre terre, ma restiamo alla nostra di terra, la Terra del dio-artista, che non può essere nominato.
- Non può essere nominato? Non ha un suo nomos, dunque! È un essere senza un nomos, senza una legge, Lui sì, allora, un essere veramente libero, libero nel creare come nel distruggere?
- Ma no, Decio Livio! Come tu ben sai, questo nostro creatore e signore è anch’egli una scimmia divina, che però da noi può essere nominato soltanto per enigma.
- Per enigma? E come?
- Lui stesso ha detto di sé:
“Se iniziali lettere vedrai in ordine
Mio il nome indovinerai e rivelerai immediatamente.”
- Ah, ottimo! Un distico poetico, Traseo Nera, nel cui ritmo mi sembra proprio riconoscere il suono di un oracolo della Sibilla.
- Un oracolo per un dio, la divina scimmia, di cui sempre compitando le iniziali, si conosce il volto anche attraverso un altro enigma, Lui stesso autore, non la Sibilla:
“Scrutava il verosimile in ordine
Mettendo i nomi immaginosi e rari illimitatamente.”
- Questo distico ultimo però mi suona meno oracolare, direi più familiare.
- “La Settimana Enigmistica” forse?”
- Sì, bravo, Traseo!
- Non sorridere in maniera così trionfante, ottimo Decio: non è mia l’ironia, ma del dio.
- La “scimmia divina”.
- Oh, taci Decio Livio!
- Dove dobbiamo andare, Nera? Dimmi.
- Segui le indicazioni arancione dell’easy jet per Milano e poi gira a destra sul tappeto mobile fino al corridoio sotterraneo che conduce dal binario due agli altri.
- La scala mobile, guarda.
- Perché ti volti ad indicare? Ah, sì!
- È successo là, vero?
- Sì, è caduta lì, dove mancavano due o tre scalini ed è morta.
- Ed anche quella morte è immaginaria?
- Sì, è figurata, icona-segno, che però indica, fa cenno verso la vera morte, la nostra morte, quella unica vera morte che ci riguarda; le altre morti figurate o vere sono l’altra morte, non la nostra. Sono un lutto, ogni morte è un lutto, un lutto vicino o lontano, a volte un lutto familiare, quando riguarda i nostri affetti, ma non sono la nostra morte. Noi moriamo con loro, con gli altri, tutti gli altri, ma non moriamo.
- Noi siamo immortali, Traseo!
- Ora sembra che anche tu voglia volgerti al logos, Livio. Ora in te ed attraverso te parla il nostro dio-artista e ci dice che la nostra morte è immortale. Come personaggi letterari, nati dalla fantasia di un autore, scimmia divina, di cui a nostra volta noi siamo umane scimmie, appartenenti cioè all’humus di questa nostra Terra, di cui Egli è il nostro Cielo, un dio-artista, un “letterato” di un altro mondo, un mondo a quanto pare vero, rispetto al nostro mondo da favola, ebbene come personaggi eternati nella letteratura possiamo anche morire, ma al tempo stesso però non finiamo mai di morire; nella nostra vita apparente noi siamo immortali: ogni volta che la nostra storia scritta dal nostro autore viene evocata da un lettore noi continuiamo a vivere ed a morire, continuiamo a vivere eternamente da mortali nel pensiero e nel logos di questi nostri divini (immortali?), che popolano ed abitano il “cielo” della nostra “terra”.
- Stupefacente quello che dici, Traseo Nera. E così il mondo nel quale noi viviamo, il nostro mondo, quello che per noi era fino ad ora il “vero” mondo diventò una “favola”; la favola invece, quella dell’esistenza di un nostro dio-artista, che ci modella e modella il nostro mondo guardando alle “sue” eterne Idee, diventò realtà.
- “La favola bella che ieri c’illuse / che oggi c’illude…” È tempo di muoversi, Decio, non ti fermare a guardarmi con quel tuo sguardo interrogativo venato di scetticismo. Passiamo dalla “theoria”, il puro sguardo contemplativo, che è sempre visione e quiete alla pratica, il “pragma”, l’azione che è movimento, vita attiva.
- Ben detto.
- Siamo arrivati: il treno per Pescara è questo.
- Saliamo.
- Spingi dentro il manico della tua valigia a rotelle, come sto facendo io e saliamo con calma. Abbiamo ancora un quarto d’ora buono prima della partenza e possiamo sistemarci senza fretta.
- A proposito, Traseo Nera, ce l’hai il biglietto?
- Certo, Decio Livio. Devo aggiungere che questa tua domanda per me già si colora di metafisica, come potrai scoprire quando l’addetto delle ferrovie verrà a controllare il nostro titolo di viaggio.
- Il discorso di Sartre sul viaggiatore clandestino nel suo “Les mots”?
- Bravo Decio, vedo che stai finalmente entrando nel tuo ruolo “metafisico” del viaggio.
- Certo, Traseo, però lasciati invitare per un momento da me a scendere dal tuo “cielo” con i piedi per terra, una terra diciamo provvisoriamente vera, nel senso che per essa è opportuno scendere dal treno sulla banchina, per percorrerne un tratto.
- Vedi, non appena entrato, sei subito uscito dal tuo ruolo e ti metti a scherzare? Perché dovremmo scendere e percorrere un tratto di banchina, ad ogni modo?
- Per arrivare alla macchinetta automatica gialla, Traseo. Non abbiamo ancora obliterato il titolo di viaggio, almeno io!
- Oddio! È vero, anch’io! Hai ragione Decio Livio, affrettiamoci, altrimenti diventeremo dei sicuri clandestini e non ti so più dire neppure io se “veri” o “falsi”.
- E neppure il dio.
- “Verosimili” direi allora io.
- Certo, semper virtus in medio stat.
- Sempre il vero al suo simile, il verosimile, si accompagna.
- Nunc et semper.
Dialogo
- Il ferroviere con il berretto rosso ha fischiato, il treno parte in direzione di Oriente.
- Verso l’Inizio, l’Origine (origo) e quindi verso il suo Fine ultimo, il telos, che poi è sempre l’Inizio.
- Ricordiamoci del nostro tema, Decio: “Il grigio della ragione”, che forse in questo viaggio per mare, il discorso che andiamo affrontando può rivelarsi come una luce guida di orientamento, il sole di noi naviganti o la stella polare...
- Ed anche l’orizein, il limite entro cui sono segnati i nostri orizzonti; e non a caso i termini origine, il latino origo, e oriente si formano sul verbo oriri, il sorgere del sole; entrambi i termini poi hanno in comune con orizzonte la primitiva radice or- attestata sia nell’area latina che in quelle ittita e greca.
- E così il nostro discorso, il nostro viaggio per mare si volge sempre verso Oriente, l’Inizio, il Principio, il cominciamento. Pertanto è tempo di abbandonare ogni indugio e partendo senz’altro dall’Inizio, la terraferma che ci lasceremo subito alle spalle, puntiamo verso il mare aperto, tenendo ben salda e dritta la prua. Sei d’accordo con me, Decio Livio?
- In ogni aspetto del tuo discorso, Traseo Nera.
- Dell’Inizio si è occupato, in alcune sue opere, se non erro, un filosofo veneziano a noi contemporaneo che…
- Io immagino sia “immaginario” come noi e non “reale”, Nera, date le premesse sul fondamento del nostro essere ed esistere, ek-sistere, contenute nel preludio al nostro dialogo.
- Ben detto, Decio Livio.
- A volte sono felice, quando sono io ad affermare e tu ad approvare, Traseo Nera.
- Anche me rende felice questo scambio di ruoli, perché indica che il nostro colloquio è fecondo, un vero dialogo, non un monologo, anche se il primo termine spesso finisce questi due ultimi termini possono reciprocamente annullarsi l’uno nell’altro, nel senso che un dialogo non infrequentemente finisce per rivelarsi un monologo, quando uno dei due dialoganti compie continue asserzioni e l’altro non fa che annuire e raramente interloquisce. È l’arte del discorso, la dialectiché, ad essere feconda se il suo logos è pro-fondo, se cioè pro-fondendosi va a raccogliere dal fondo, quello che è il grembo oscuro dell’anima, il senso ultimo e nascosto della “parola” nella sua ipseità più originaria, per portarlo alla luce, così rivelando la sua capacità di facondia e generazione. Ma ora, Decio Livio, orientiamo la nostra rotta di navigazione sulla “ragione” e il suo “grigio”, lasciandoci alle spalle la terraferma dell’Inizio.
(Segue)
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