[N. d. A.] Questa Nota d’Autore è equivalente alla Nota del Blogger (N. d. B.) e di questa variazione (occasionale?) sarà data spiegazione in seguito. Ora, passiamo ai contenuti e diciamo che il mimo presente era precedente a quello pubblicato ieri, ma di esso si può avere (o dare) lettura in termini topologici e non cronologici, e sulla distinzione terminologica tra termini cronologici e termini topologici, ce la caviamo con la IA: La lettura cronologica segue lo scorrere del tempo, organizzando gli eventi in ordine di accadimento (passato, presente e futuro). La lettura topologica si concentra invece sulla disposizione spaziale, sulle relazioni, sulle connessioni e sui collegamenti logici, indipendentemente dalla loro collocazione temporale. Grazie, IA. Ed ora una seconda notazione: un commento chiarificatore sui mimi, che finirà per oscurare più che chiarire i mimi stessi, si avrà a dine della pubblicazione della serie, ossia sei mimi. E qui diciamo, per coloro che si sono messi in questo momento in ascolto, che cosa intendiamo per mimo, richiamando un vecchi brano introduttivo, tratto da “Morte di un professore di zoologia” (2012): “È il mimo forma d’arte letteraria, che nel libro primo della “Poetica” Aristotele lascia senza nome, citando le prose di Sofrone e di Xenarco, brevi scene dialogate di tono caricaturale, accostate dallo Stagirita ai discorsi socratici. Ed a tale proposito, non a caso, si tramanda che i mimi piacessero a Platone, dai quali presumibilmente, con le dovute differenze, egli ricavò ispirazione nella stesura dialogica delle sue opere.”
SOTTO IL SEGNO DI MERCURIO Dialogo sull’interpretazione di un racconto in bilico tra il verosimile e l’inverosimile ed illustrazione di un personaggio spettrale
- Chi era? - Chi? - Il personaggio dello “Straniero di Etruria”, fermo sul Ponte Fabricio a chiacchierare, pardon!, a comunicare le sue metafisiche “impressioni” ad Aristarco, amico tuo. - Ma come? Aristarco il valentissimo, il principe degli ottimi, il più sapiente di tutti noi etc., adesso, è diventato “amico mio”, quasi a dire che tu, Decio Livio, con lui non hai niente a che fare? - Per come lo descrivi, Traseo Nera, io lo conosco soltanto attraverso le tue parole. - Come? - Soprassediamo. - Non mi dire, Decio infedele, che vuoi distinguere un Aristarco “quotidiano”, come dire la sua apparenza sensibile, da un altro suo Sé, come dire?, ipostatizzazione di uno spettro (campo di variazione) intellettivo, quest’ultimo a te sconosciuto. - Non volevo dire questo, Traseo Nera, né tanto meno parlare del significato del termine “spettro”, disambiguandolo, volevo soltanto sapere chi è il personaggio, ripeto, “personaggio” dello Straniero di Etruria, che compare nel tuo racconto attribuito al grande Aristarco, per rispettare tuoi canoni di valutazione, attribuendo l’aggettivo “grande” al tuo spettrale amico. - “Personaggio circondato da un’aura mitica, forse il più celebre pensatore metafisico degli ultimi cinque secoli del secondo millennio, a parere della Scuola filosofica d’Occidente”: cito testualmente le mie parole, come te le avevo riferite nel racconto dell’altra volta, da cui tu ora vuoi prendere, non so perché, le distanze. - Per ragionare in maniera critica su un racconto in bilico tra il verosimile e l’inverosimile, una favola (mytos), a dire come stanno le cose. - Toh! - Questo tuo “Straniero”, o amico mio, che mi sembri perso in un bosco di ciliegi, assomiglia molto da vicino ad un più celebre personaggio storico-letterario, lo “Straniero di Elea”, controfigura di Platone (ecco perché l’ho definito “storico”). - Sui “ciliegi” un’altra volta, Livio; per quanto riguarda lo Straniero di Elea, non ho difficoltà ad ammettere (e chi potrebbe averla?) che il personaggio del mio racconto s’ispira al protagonista del dialogo platonico, il Sofista, in cui l’autore assume la veste dell’Eleate, per trasgredire all’ordine di Parmenide ed ammettere che il Non Essere è. Tutto il mio “apologo” tende poi a raffigurare questa situazione, ispirandosi alle immagini nietzschiane del “frammento e l’enigma”. - Vogliamo spiegarci meglio, allora? - Prima di affrontare il tema, nei limiti del nostro spazio, però, Livio, io direi d’illustrare meglio la persona dello “Straniero di Etruria”, come peraltro tu mi avevi prima perentoriamente invitato a fare, anche per capire perché è lui a raccontare la favoletta, che abbiamo definita “apologo”. - Certo. - Lo Straniero di Etruria è l’autore del dialogo, di cui noi due siamo i protagonisti? - Sì, come al solito; del resto, sappiamo che anche noi “personaggi” “siamo” questo nostro “autore”.
- Bene, in primis, allora, ne viene che noi e lo Straniero di Etruria, come entità letterarie, intanto, siamo sullo stesso piano ontico, che ha doppia valenza, perché a suo modo è contiguo all’essere di un piano “vero”. Non è così, Decio Livio? - Sì, è così. - Di conseguenza, noi apparteniamo ad un mondo finto, specchio di un mondo vero, no? - Sì, Traseo Nera, ma non continuare su questa strada, percorsa innumerevoli volte e che non porta da nessuna parte, un holzewege, un sentiero di bosco. - Bene, allora, mi concentrerò, restando saldamente ancorato ad un piano esclusivamente formale, sulla “genealogia” del nostro Straniero. - Ti ascolto. - È egli “personaggio circondato da un’aura mitica”, nel senso che l’autore ne dà questa definizione per conferire un carattere d’incontestabile leggenda al suo racconto, nevvero? - Certamente. - Poi aggiunge: “Forse il più celebre pensatore metafisico degli ultimi cinque secoli del secondo Millennio, a parere della Scuola filosofica d’Occidente.” Una combinazione di umorismo e retorica, il tutto condito da una buona dose di fantasia. - Come d’abitudine, sotto il segno di Mercurio (Hermes), il dio dal sorriso ingannevole. - Quei “cinque secoli” poi rimandano ad altre letture o scritture (altri testi e personaggi dell’autore), che qui non è il caso d’investigare oltre, mentre la “Scuola filosofica d’Occidente” è espressione riferibile ad un certo recente e ricorrente modo di alludere al cammino della storia del pensiero, incastonato nel solco di una “cultura” o “civiltà” “occidentale”, non è così? - Sì, è così. - Ed in più è contenuta in essa espressione una sottile ironia di contrapposizione ad un esoterico “Grande Oriente”, privo di qualsiasi carattere riconducibile a mappe geografiche, non ti pare? - Sì, mi pare. - Infine, appare, egli, lo Straniero d’Etruria “il volto ricoperto da una sciarpa ed occhiali da sole”, un certo modo di viaggiare in incognito (infatti si dice di lui: “nel vedersi riconosciuto”). - È senza dubbio così: un autoritratto dell’autore. - Forse sì oppure no. - Inoltre, il minuetto dei tocchi di mano sulla spalla, ai limiti di una ridicola recita, nella ricerca di una certa complicità, se non di comportamenti quanto meno di appartenenze (il Grande Oriente?): non è questo un quadretto, in cui l’autore sembra voler strizzare l’occhio a suoi immaginari comprimari di sapienza, per usare un tipo d’espressione che gli è solita? - Sì, certo, e con questi ultimi ritocchi, ci sembra di avere definitivamente, anche se in modo sommario, delineato i tratti principali dello Straniero d’Etruria. - Salvo spiegare questa sua provenienza da altra provincia (Città-Stato), una cultura e storia, quella etrusca, le cui origini affondano in radici diverse da quelle della civiltà romana. - Bravo, Decio Livio, hai centrato il problema; ed ora non ci resta che passare all’esame della storiella favolistica, fatta passare come “mito”, propinataci da codesto “Straniero d’Etruria”. - Certo, ma di questo la prossima volta. - Valetudinem tuam cura diligenter, vale. - Cura con scrupolo la tua salute, in gamba. - Etiam atque etiam vale. - Ancora una volta animo.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
3 commenti:
[N. d. A.]
Questa Nota d’Autore è equivalente alla Nota del Blogger (N. d. B.) e di questa variazione (occasionale?) sarà data spiegazione in seguito. Ora, passiamo ai contenuti e diciamo che il mimo presente era precedente a quello pubblicato ieri, ma di esso si può avere (o dare) lettura in termini topologici e non cronologici, e sulla distinzione terminologica tra termini cronologici e termini topologici, ce la caviamo con la IA: La lettura cronologica segue lo scorrere del tempo, organizzando gli eventi in ordine di accadimento (passato, presente e futuro). La lettura topologica si concentra invece sulla disposizione spaziale, sulle relazioni, sulle connessioni e sui collegamenti logici, indipendentemente dalla loro collocazione temporale. Grazie, IA.
Ed ora una seconda notazione: un commento chiarificatore sui mimi, che finirà per oscurare più che chiarire i mimi stessi, si avrà a dine della pubblicazione della serie, ossia sei mimi. E qui diciamo, per coloro che si sono messi in questo momento in ascolto, che cosa intendiamo per mimo, richiamando un vecchi brano introduttivo, tratto da “Morte di un professore di zoologia” (2012): “È il mimo forma d’arte letteraria, che nel libro primo della “Poetica” Aristotele lascia senza nome, citando le prose di Sofrone e di Xenarco, brevi scene dialogate di tono caricaturale, accostate dallo Stagirita ai discorsi socratici. Ed a tale proposito, non a caso, si tramanda che i mimi piacessero a Platone, dai quali presumibilmente, con le dovute differenze, egli ricavò ispirazione nella stesura dialogica delle sue opere.”
SOTTO IL SEGNO DI MERCURIO
Dialogo sull’interpretazione di un racconto in bilico tra il verosimile e l’inverosimile ed illustrazione di un personaggio spettrale
- Chi era?
- Chi?
- Il personaggio dello “Straniero di Etruria”, fermo sul Ponte Fabricio a chiacchierare, pardon!, a comunicare le sue metafisiche “impressioni” ad Aristarco, amico tuo.
- Ma come? Aristarco il valentissimo, il principe degli ottimi, il più sapiente di tutti noi etc., adesso, è diventato “amico mio”, quasi a dire che tu, Decio Livio, con lui non hai niente a che fare?
- Per come lo descrivi, Traseo Nera, io lo conosco soltanto attraverso le tue parole.
- Come?
- Soprassediamo.
- Non mi dire, Decio infedele, che vuoi distinguere un Aristarco “quotidiano”, come dire la sua apparenza sensibile, da un altro suo Sé, come dire?, ipostatizzazione di uno spettro (campo di variazione) intellettivo, quest’ultimo a te sconosciuto.
- Non volevo dire questo, Traseo Nera, né tanto meno parlare del significato del termine “spettro”, disambiguandolo, volevo soltanto sapere chi è il personaggio, ripeto, “personaggio” dello Straniero di Etruria, che compare nel tuo racconto attribuito al grande Aristarco, per rispettare tuoi canoni di valutazione, attribuendo l’aggettivo “grande” al tuo spettrale amico.
- “Personaggio circondato da un’aura mitica, forse il più celebre pensatore metafisico degli ultimi cinque secoli del secondo millennio, a parere della Scuola filosofica d’Occidente”: cito testualmente le mie parole, come te le avevo riferite nel racconto dell’altra volta, da cui tu ora vuoi prendere, non so perché, le distanze.
- Per ragionare in maniera critica su un racconto in bilico tra il verosimile e l’inverosimile, una favola (mytos), a dire come stanno le cose.
- Toh!
- Questo tuo “Straniero”, o amico mio, che mi sembri perso in un bosco di ciliegi, assomiglia molto da vicino ad un più celebre personaggio storico-letterario, lo “Straniero di Elea”, controfigura di Platone (ecco perché l’ho definito “storico”).
- Sui “ciliegi” un’altra volta, Livio; per quanto riguarda lo Straniero di Elea, non ho difficoltà ad ammettere (e chi potrebbe averla?) che il personaggio del mio racconto s’ispira al protagonista del dialogo platonico, il Sofista, in cui l’autore assume la veste dell’Eleate, per trasgredire all’ordine di Parmenide ed ammettere che il Non Essere è. Tutto il mio “apologo” tende poi a raffigurare questa situazione, ispirandosi alle immagini nietzschiane del “frammento e l’enigma”.
- Vogliamo spiegarci meglio, allora?
- Prima di affrontare il tema, nei limiti del nostro spazio, però, Livio, io direi d’illustrare meglio la persona dello “Straniero di Etruria”, come peraltro tu mi avevi prima perentoriamente invitato a fare, anche per capire perché è lui a raccontare la favoletta, che abbiamo definita “apologo”.
- Certo.
- Lo Straniero di Etruria è l’autore del dialogo, di cui noi due siamo i protagonisti?
- Sì, come al solito; del resto, sappiamo che anche noi “personaggi” “siamo” questo nostro “autore”.
- Bene, in primis, allora, ne viene che noi e lo Straniero di Etruria, come entità letterarie, intanto, siamo sullo stesso piano ontico, che ha doppia valenza, perché a suo modo è contiguo all’essere di un piano “vero”. Non è così, Decio Livio?
- Sì, è così.
- Di conseguenza, noi apparteniamo ad un mondo finto, specchio di un mondo vero, no?
- Sì, Traseo Nera, ma non continuare su questa strada, percorsa innumerevoli volte e che non porta da nessuna parte, un holzewege, un sentiero di bosco.
- Bene, allora, mi concentrerò, restando saldamente ancorato ad un piano esclusivamente formale, sulla “genealogia” del nostro Straniero.
- Ti ascolto.
- È egli “personaggio circondato da un’aura mitica”, nel senso che l’autore ne dà questa definizione per conferire un carattere d’incontestabile leggenda al suo racconto, nevvero?
- Certamente.
- Poi aggiunge: “Forse il più celebre pensatore metafisico degli ultimi cinque secoli del secondo Millennio, a parere della Scuola filosofica d’Occidente.” Una combinazione di umorismo e retorica, il tutto condito da una buona dose di fantasia.
- Come d’abitudine, sotto il segno di Mercurio (Hermes), il dio dal sorriso ingannevole.
- Quei “cinque secoli” poi rimandano ad altre letture o scritture (altri testi e personaggi dell’autore), che qui non è il caso d’investigare oltre, mentre la “Scuola filosofica d’Occidente” è espressione riferibile ad un certo recente e ricorrente modo di alludere al cammino della storia del pensiero, incastonato nel solco di una “cultura” o “civiltà” “occidentale”, non è così?
- Sì, è così.
- Ed in più è contenuta in essa espressione una sottile ironia di contrapposizione ad un esoterico “Grande Oriente”, privo di qualsiasi carattere riconducibile a mappe geografiche, non ti pare?
- Sì, mi pare.
- Infine, appare, egli, lo Straniero d’Etruria “il volto ricoperto da una sciarpa ed occhiali da sole”, un certo modo di viaggiare in incognito (infatti si dice di lui: “nel vedersi riconosciuto”).
- È senza dubbio così: un autoritratto dell’autore.
- Forse sì oppure no.
- Inoltre, il minuetto dei tocchi di mano sulla spalla, ai limiti di una ridicola recita, nella ricerca di una certa complicità, se non di comportamenti quanto meno di appartenenze (il Grande Oriente?): non è questo un quadretto, in cui l’autore sembra voler strizzare l’occhio a suoi immaginari comprimari di sapienza, per usare un tipo d’espressione che gli è solita?
- Sì, certo, e con questi ultimi ritocchi, ci sembra di avere definitivamente, anche se in modo sommario, delineato i tratti principali dello Straniero d’Etruria.
- Salvo spiegare questa sua provenienza da altra provincia (Città-Stato), una cultura e storia, quella etrusca, le cui origini affondano in radici diverse da quelle della civiltà romana.
- Bravo, Decio Livio, hai centrato il problema; ed ora non ci resta che passare all’esame della storiella favolistica, fatta passare come “mito”, propinataci da codesto “Straniero d’Etruria”.
- Certo, ma di questo la prossima volta.
- Valetudinem tuam cura diligenter, vale.
- Cura con scrupolo la tua salute, in gamba.
- Etiam atque etiam vale.
- Ancora una volta animo.
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