sabato 16 maggio 2026

Mimo

 

                 Maschere del Nulla


2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA LETTERATURA VIRTUALE E LE MASCHERE DEL NULLA
Girando intorno ai soliti ritornelli dell’eterno ritorno ed altre amenità del genere

- E allora?
- Traseus della gens Neria, che corre incontro all’imponente figura di Aeneas Silvius, rappresenta in allegoria l’uomo nietzschiano ponte e passaggio che va oltre, supera l’uomo (sé stesso), diventando il superuomo, raffigurato dal gigante Aeneas, ed il suo dissolversi in questo oltre uomo è il suo tramonto. Cito lo Zarathustra: “L’uomo è una fune tesa tra il bruto e il superuomo…Ciò che è grande nell’uomo è d’essere un ponte e non uno scopo: ciò che si può amare nell’uomo è il suo essere un passaggio e un tramonto.” Questo pensiero, una sorta di massima morale, prelude, dico prelude, al pensiero dell’eterno ritorno, il pensiero più abissale, quello metafisico.
- Eccolo là!
- Chi?
- No, dico, siamo al solito ritornello dell’eterno ritorno: attenzione, amico, che qualche lettore imbestialito potrebbe rivoltarsi contro di noi ed allora sarà opportuno gamba in spalla…
- Ma che dici, Livio! Il mondo dei lettori è un mondo di divini, quindi sono affari loro.
- Toh!
- “Gli eroi omerici lottano intorno alle porte Scee e ciascuno di loro crede che la vittoria o la sconfitta sia affidata alle sue armi. Ma la battaglia degli eroi non è che un riflesso della battaglia che sopra le loro teste combattono gli dèi, per decidere la sorte umana. Gli dèi stessi però non sanno che anche la loro lotta non fa che rispecchiare quella che da tempo è decisa nel petto dell’Altissimo, da cui derivano la pace e la guerra.”
- E questo chi è?
- Franz Werfel, “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, capitolo quinto, “Intermezzo degli dèi”.
- Ah!
- Chiusa la parentesi, torniamo al “nostro”, si fa per dire, eterno ritorno.
- Se così deve essere, così sia!
- Ne abbiamo già parlato tempo fa, a Parigi, ricordi, Livio?
- E come no! Nei pressi di Boulevard Edgar Quinet, a Montparnasse, sulle tracce di un frammento d’uomo, nevvero?
- Sì, è vero. Ora, però affrontiamo il problema, guardando alla nostra situazione, non so se precaria o disgraziata, di effimeri personaggi della letteratura virtuale sommersa.
- Hai detto “precaria” e “disgraziata”?
- Beh, sì!
- E perché non “eterna” e “felice”?
- Eccolo là!
- Chi? Di nuovo! Stamattina, questo ponte romano sull’isola Tiberina sembra parecchio affollato.
- Ma no! Esclamavo così, perché hai colto lo spirito essenziale della visione (Platone non parla di “visione” nella Settima Lettera?) dell’eterno ritorno: quel suo contraddittorio suscitare sgomento (disgraziata precarietà) oppure estasi (felice eternità), digrignando i denti oppure vivendo un attimo immenso. Ridurre questo pensiero, che è il pensiero più profondo, un peso così grande, tale da condurre alla follia (ahi, che ridere!), ridurre questo pensiero ad una figurazione illusoria non sembra possibile, ma vogliamo tentare un esempio, Decio Livio?

Silvio Minieri ha detto...

- Sì, però allontaniamoci dal parapetto del ponte, sai, venisse in mente a qualcuno (ahi, che ridere!), di sondare la profondità delle acque del fiume, a guisa di scandaglio della profondità del pensiero…
- Non c’è pericolo: il tuffo nel Tevere, peraltro, dal ponte di Castel Sant’Angelo, è tradizione di Capodanno, non certo un giorno di primavera; quindi, continuiamo con il nostro esempio.
- Va bene.
- Immagina una ruota che gira, tipo quella di Londra sul Tamigi o quella di Vienna del Prater, noi in una delle cabine, siamo cambiati dopo un giro della ruota di 360 gradi?
- Dobbiamo scendere, il biglietto prevede un solo giro.
- Eh, no! La ruota non smette di girare, noi non siamo mai saliti e quindi non dobbiamo mai scendere; attorno nulla, non Londra né Vienna né altra mirabilissima città di luci e meraviglie, neppure la ruota e nemmeno noi, solo il nostro eterno ruotare, quello che abbiamo visto o vediamo o il nostro illusorio aver visto o vedere o esser visto è da sempre e per sempre, accetteresti questo eterno sigillo?
- Non ho capito.
- Ruotando (fermi o in movimento nella cabina della ruota), noi non dobbiamo esser già sempre stati (fermi o in movimento in quella cabina), ogni cosa che appare nuova nel “tempo” della nostra vita (cabina) non deve essere già da sempre stata nell’ “eternità” (ruota)?
- Continuo a non capire.
- Questo tuo “non capire” e “non continuare a capire” (il passato) può non essere stato?
- No, non può.
- Nell’eterno ruotare ritornerà sempre, dunque, come già stato?
- Dovrebbe.
- Ed allora, nell’eterno ruotare, esso non appare come già stato?
- Sì, appare.
- E questo già stato nella vita (tempo) può esser cambiato nell’eternità?
- No, ogni attimo è eterno.
- E se tu avrai “voluto” l’attimo eterno, esso sarà per sempre un “così fu” o un “così volli”?
- Un “così volli”.
- È questa la volontà creatrice.
- Il “mondo” come “volontà” (e soltanto successivamente come “rappresentazione” dell’intelletto) di Schopenhauer.
- “Volontà di potenza”, in Nietzsche.
- È tutto molto chiaro e “lineare”.
- Come questo giorno, che ritornerà così per sempre.
- Tranne la digrignante sghignazzata di Decius della gens Livia nella notte e il brivido e le blasfeme grida di terrore del centurione Factorinus nelle tenebre contro il cielo scuro.
- Il nichilistico rifiuto dell’eternità da parte di ipotetici eroi, sperduti naufraghi nell’infinito oceano della letteratura virtuale, grottesche maschere del Nulla.
- Nihil est.
- Nihil est sine ratione.
- Ubi est ratio?
- Dicunt Fas poetam fuisse.
- Si racconta che il Destino fosse un poeta.