“È proprio come quando nella realtà si presenta qualcosa di sgradevole: cercate di strillare più forte dell’impressione spiacevole. Fate rumore per non udire la verità. Oppure se temete che venga detto qualcosa di imbarazzante, vi mettete a parlare senza interruzione; non che abbiate qualcosa da dire, ma fate un rumore incessante per pura e semplice paura.” (Carl Gustav Jung)
Di una risata diabolica e di una ritirata strategica nella notte Ritrovamento nel buio di una vivente maschera da incubo ed analisi introspettiva del comportamento irriguardoso di un miles ingloriosus
- Che fai qui, Nera, affacciato su questa rampa di via Orazio, a Posillipo? - Contemplo il panorama incantevole del golfo azzurro di Napoli e del Vesuvio, non vedi? E tu? - Io sono venuto fin qui, in questo estremo lembo di paradiso (abitato da angeli ribelli), dove la nostalgia dei tramonti non ha mai fine, per sentire da te la conclusione del racconto sulla inverosimile, o meglio verosimile, i.e. non vera, metamorfosi, che lo Straniero di Etruria fece al principe degli ottimi, il nostro magnifico Aristarco, in tempi anteriori, quando i due nobilissimi filosofi, nonché pensatori formidabili, s’incontrarono sul ponte Fabricio dell’Isola Tiberina, nella Roma eterna, dovendo inoltre dare conto ai nostri amici della nostra improbabile sparizione (o fuga) dalla città vallone di Namur, da noi lasciata e persa nelle brume del nord Europa. - Ah! - E allora? - Allora, dopo una lunga pausa di silenzio e di riflessione, in cui entrambi i dottori di sapienza fissarono lo scorrere delle verdi acque del fiume del mattino, che specchiavano “… rovesciato l’arco / del ponte, nell’eterna simmetria / del cerchio senza mai declino”, come dice il poeta, finalmente lo Straniero di Etruria riprese a parlare: “Veniamo fuori, orsù, collega esimio di Roma, dalla profondità delle nostre meditazioni, che scrutano il fondo oscuro dei fatti e delle cose, e domandiamoci quali sono le ragioni del mito, appena esposto. Prima, però, mi sento in debito di assicurare al testo del mio racconto la parte finale, come è propriamente dovuto in ogni scritto, il cui compositore voglia (e non dico “debba”) seguire l’insegnamento della Settima Lettera, che per esso (il “corpus”) prevede, alla stessa stregua di un vivente, il capo, la parte centrale del corpo e le estremità. - Ti ascolto, o sapiente Straniero, rispose Aristarco, riscuotendosi anche lui dal torpore delle sue riflessioni. Ebbene, continuò l’Etrusco, l’insensata corsa del giovane Decius della gens Livia, dopo un lunghissimo tempo e tortuoso ed affannato smarrirsi senza sosta per la città imperiale, finì in un vicolo buio del quartiere della Suburra, dove il giovane cadde sfinito, perdendo coscienza.
Nella notte, un capitano di centuria, un certo Factus o Factorinus, riporta il mito, muovendosi per la solita ronda notturna nei bassifondi del quartiere, al comando delle sue pattuglie armate, si fermò nei pressi del muro di una casa, dove un tempo sorgeva la modesta abitazione di Aurelia Cotta, la madre di Giulio Cesare; sollevando in alto la fiaccola, il centurione illuminò l’angolo di muro dove giaceva una massa scura, il corpo raggomitolato di Decius Livius, affranto nel sonno. Abbagliato dalla luce e riscaldato dal calore della fiamma della torcia, che il capitano Factorinus aveva avvicinato al suo viso, il giovane si svegliò, restando per un attimo come intontito; quindi, proruppe d’impeto in una irrefrenabile risata, una interminabile sghignazzata, fuori dalle ganasce, così diabolica tanto da deformargli il viso in una maschera mostruosa. Lo spettacolo di quell’orrore incontrastabile colpì in testa il centurione, come una ponderosa mazzata di ferro, lasciandolo per lunghi momenti completamente stordito; poi si riebbe il tetragono legionario, ma altro l’istinto di conservazione e sopravvivenza non gli consentì che lanciare un urlo belluino terribile, questo sì superiore, nella sua forza d’incutere terrore agli astanti, all’orrendo risuonare della digrignante risata. L’improvviso ruggito, che squarciò le tenebre della notte, raggiungendo il cielo buio, accompagnato dalla visione del volto irrigidito e terreo del loro capo-manipolo, voltatosi a trafiggerli con lo sguardo stravolto, lasciò ulteriormente sbigottiti gli attoniti scherani; quando, poi, videro che il capitano di centuria rifece di nuovo un mezzo giro su sé stesso, essendo egli cosciente di avere lasciato il “nemico” alle spalle, gli accoliti ne approfittarono per girare in tutta fretta i tacchi e darsi alla fuga, sparendo in un baleno nell’oscurità della notte. Factorinus, accortosi di essere rimasto solo a fronteggiare l’orribile incubo, non seppe fare di meglio, avendo ripreso coraggio dal suo stesso urlo, che iniziare a lanciare imprecazioni blasfeme contro Cerere, la dea sovrana del mundus dei morti, in particolar guisa i caduti in scontri violenti e battaglie, e contro la figlia della dea, la paredra Proserpina. Quest’ultima divinità, ad avviso dell’empio centurione, confusionario in fatto di religione e riti sacri, era responsabile della fuga dal mondo dei morti e quindi dell’illecito reingresso nel regno di vivi di criminali scellerati da sentina, che egli in prima persona, coadiuvato dalle sue centurie, nel tempo opportuno, aveva provveduto ad inviare speditamente nei sotterranei territori di loro spettanza, dove appunto erano sovrane le due dee, madre e figlia, contro cui il centuriae dux ora continuava a sbraitare, lanciando epiteti ingiuriosi ed offensivi della loro reputazione peraltro divina.
Poi, forse, ebbe un moto di resipiscenza, perché voltandosi a guardare verso l’angolo del muro, dove aveva fatto la terribile scoperta, si accorse di non sentire più l’infernale sghignazzata senza fine, che poco prima l’aveva terrificato, pur continuando a vedere l’orrenda maschera digrignante di quel volto da incubo. Sospettando di essersi assordato da solo con le sue altissime urla, ad un tempo blasfeme e liberatorie, scagliate contro il cielo scuro della notte, decise di tagliare corto, agitò la torcia che teneva sollevata nella mano destra, quasi a voler spargere le fiamme sulla larva spettrale giacente in terra, fece un immediato dietrofront ed a cadenzati e celeri passi di marcia si avviò in direzione dei suoi accoliti fuggiaschi, confusamente deciso a riprenderli e punirli; non sapeva però come corroborare questa superiorità, che si acquisisce sul campo, non avendo da esibire egli, miles ingloriosus, concreti cimeli, quali bottino di una vittoria tutta sua propria, in quell’improvviso ed inaspettato scontro notturno, comunque sia, terrificante.” Lo straniero di Etruria aveva così concluso la sua narrazione del mito, con questa particolareggiata descrizione dei fatti, ricca di aspetti d’introspezione psicologica rispetto ad un personaggio, in fondo secondario nell’esposizione di vicende verosimili, quindi non vere, lasciandomi però la sensazione che codesti ultimi aspetti potessero contenere una dimensione significativa ed utile per interpretare gli schemi concettuali della storia del pensiero dalle sue origini fino ai nostri giorni, mi disse il sapientissimo Aristarco, come primo ed immediato commento del racconto. Quindi riferì, il dotto magister philosophiae, l’Etrusco aggiunse: “Collega illustre, la narrazione del mito da me appena conclusa in che cosa, dunque, riflette quello che noi oggi consideriamo il problema della verità dell’Essere o del Non Essere?” - Le opposte interpretazioni ne metteranno in luce la razionalità sottesa ai fatti, replicai, mi disse Aristarco. “Ai posteri l’ardua sentenza”, profferì questa sententia a sigillo del colloquio lo Straniero di Etruria, un sottile ironico sorriso; poi, senza aggiungere altro, semplicemente un lieve tocco della sua mano sulla mia spalla, mi salutò: “Buona giornata, amico di Roma, dottore egregio”; quindi, senza null’altro aggiungere, si allontanò in direzione della sponda Boaria del Tevere, alle mie spalle, aggiustandosi la sciarpa sul viso, che nel corso del colloquio gli era ricaduta sul petto, ed io null’altro feci che abbozzare un sorriso in replica e un cenno del capo a mo’ di risposta al suo saluto di congedo, così mi disse il grande Aristarco, il più sapiente tra noi. - Che dire, dunque, Traseo Nera? Spetta a noi un’ermeneutica del mito, allora? - Sì, ma un’altra volta, Decio Livio, ora devo andare. E ti do un lieve tocco di mano sulla spalla, a mo’ di saluto di congedo, per scimmiottare i convenevoli tra Aristarco il dottissimo ed il suo grande Pari di Sapienza, lo Straniero di Etruria. - Ed io ricambio ed abbasso lievemente il capo, optime frater, una forma leggera di sorriso ad increspare il mio labbro nell’angolo inferiore, proseguendo nella recita del passato, sull’amicizia. - Verae amicitiae sempiternae sunt. - Eterne sono le amicizie vere.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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“È proprio come quando nella realtà si presenta qualcosa di sgradevole: cercate di strillare più forte dell’impressione spiacevole. Fate rumore per non udire la verità. Oppure se temete che venga detto qualcosa di imbarazzante, vi mettete a parlare senza interruzione; non che abbiate qualcosa da dire, ma fate un rumore incessante per pura e semplice paura.” (Carl Gustav Jung)
Di una risata diabolica e di una ritirata strategica nella notte
Ritrovamento nel buio di una vivente maschera da incubo ed analisi introspettiva del comportamento irriguardoso di un miles ingloriosus
- Che fai qui, Nera, affacciato su questa rampa di via Orazio, a Posillipo?
- Contemplo il panorama incantevole del golfo azzurro di Napoli e del Vesuvio, non vedi? E tu?
- Io sono venuto fin qui, in questo estremo lembo di paradiso (abitato da angeli ribelli), dove la nostalgia dei tramonti non ha mai fine, per sentire da te la conclusione del racconto sulla inverosimile, o meglio verosimile, i.e. non vera, metamorfosi, che lo Straniero di Etruria fece al principe degli ottimi, il nostro magnifico Aristarco, in tempi anteriori, quando i due nobilissimi filosofi, nonché pensatori formidabili, s’incontrarono sul ponte Fabricio dell’Isola Tiberina, nella Roma eterna, dovendo inoltre dare conto ai nostri amici della nostra improbabile sparizione (o fuga) dalla città vallone di Namur, da noi lasciata e persa nelle brume del nord Europa.
- Ah!
- E allora?
- Allora, dopo una lunga pausa di silenzio e di riflessione, in cui entrambi i dottori di sapienza fissarono lo scorrere delle verdi acque del fiume del mattino, che specchiavano “… rovesciato l’arco / del ponte, nell’eterna simmetria / del cerchio senza mai declino”, come dice il poeta, finalmente lo Straniero di Etruria riprese a parlare: “Veniamo fuori, orsù, collega esimio di Roma, dalla profondità delle nostre meditazioni, che scrutano il fondo oscuro dei fatti e delle cose, e domandiamoci quali sono le ragioni del mito, appena esposto. Prima, però, mi sento in debito di assicurare al testo del mio racconto la parte finale, come è propriamente dovuto in ogni scritto, il cui compositore voglia (e non dico “debba”) seguire l’insegnamento della Settima Lettera, che per esso (il “corpus”) prevede, alla stessa stregua di un vivente, il capo, la parte centrale del corpo e le estremità. - Ti ascolto, o sapiente Straniero, rispose Aristarco, riscuotendosi anche lui dal torpore delle sue riflessioni. Ebbene, continuò l’Etrusco, l’insensata corsa del giovane Decius della gens Livia, dopo un lunghissimo tempo e tortuoso ed affannato smarrirsi senza sosta per la città imperiale, finì in un vicolo buio del quartiere della Suburra, dove il giovane cadde sfinito, perdendo coscienza.
Nella notte, un capitano di centuria, un certo Factus o Factorinus, riporta il mito, muovendosi per la solita ronda notturna nei bassifondi del quartiere, al comando delle sue pattuglie armate, si fermò nei pressi del muro di una casa, dove un tempo sorgeva la modesta abitazione di Aurelia Cotta, la madre di Giulio Cesare; sollevando in alto la fiaccola, il centurione illuminò l’angolo di muro dove giaceva una massa scura, il corpo raggomitolato di Decius Livius, affranto nel sonno. Abbagliato dalla luce e riscaldato dal calore della fiamma della torcia, che il capitano Factorinus aveva avvicinato al suo viso, il giovane si svegliò, restando per un attimo come intontito; quindi, proruppe d’impeto in una irrefrenabile risata, una interminabile sghignazzata, fuori dalle ganasce, così diabolica tanto da deformargli il viso in una maschera mostruosa. Lo spettacolo di quell’orrore incontrastabile colpì in testa il centurione, come una ponderosa mazzata di ferro, lasciandolo per lunghi momenti completamente stordito; poi si riebbe il tetragono legionario, ma altro l’istinto di conservazione e sopravvivenza non gli consentì che lanciare un urlo belluino terribile, questo sì superiore, nella sua forza d’incutere terrore agli astanti, all’orrendo risuonare della digrignante risata. L’improvviso ruggito, che squarciò le tenebre della notte, raggiungendo il cielo buio, accompagnato dalla visione del volto irrigidito e terreo del loro capo-manipolo, voltatosi a trafiggerli con lo sguardo stravolto, lasciò ulteriormente sbigottiti gli attoniti scherani; quando, poi, videro che il capitano di centuria rifece di nuovo un mezzo giro su sé stesso, essendo egli cosciente di avere lasciato il “nemico” alle spalle, gli accoliti ne approfittarono per girare in tutta fretta i tacchi e darsi alla fuga, sparendo in un baleno nell’oscurità della notte. Factorinus, accortosi di essere rimasto solo a fronteggiare l’orribile incubo, non seppe fare di meglio, avendo ripreso coraggio dal suo stesso urlo, che iniziare a lanciare imprecazioni blasfeme contro Cerere, la dea sovrana del mundus dei morti, in particolar guisa i caduti in scontri violenti e battaglie, e contro la figlia della dea, la paredra Proserpina. Quest’ultima divinità, ad avviso dell’empio centurione, confusionario in fatto di religione e riti sacri, era responsabile della fuga dal mondo dei morti e quindi dell’illecito reingresso nel regno di vivi di criminali scellerati da sentina, che egli in prima persona, coadiuvato dalle sue centurie, nel tempo opportuno, aveva provveduto ad inviare speditamente nei sotterranei territori di loro spettanza, dove appunto erano sovrane le due dee, madre e figlia, contro cui il centuriae dux ora continuava a sbraitare, lanciando epiteti ingiuriosi ed offensivi della loro reputazione peraltro divina.
Poi, forse, ebbe un moto di resipiscenza, perché voltandosi a guardare verso l’angolo del muro, dove aveva fatto la terribile scoperta, si accorse di non sentire più l’infernale sghignazzata senza fine, che poco prima l’aveva terrificato, pur continuando a vedere l’orrenda maschera digrignante di quel volto da incubo. Sospettando di essersi assordato da solo con le sue altissime urla, ad un tempo blasfeme e liberatorie, scagliate contro il cielo scuro della notte, decise di tagliare corto, agitò la torcia che teneva sollevata nella mano destra, quasi a voler spargere le fiamme sulla larva spettrale giacente in terra, fece un immediato dietrofront ed a cadenzati e celeri passi di marcia si avviò in direzione dei suoi accoliti fuggiaschi, confusamente deciso a riprenderli e punirli; non sapeva però come corroborare questa superiorità, che si acquisisce sul campo, non avendo da esibire egli, miles ingloriosus, concreti cimeli, quali bottino di una vittoria tutta sua propria, in quell’improvviso ed inaspettato scontro notturno, comunque sia, terrificante.” Lo straniero di Etruria aveva così concluso la sua narrazione del mito, con questa particolareggiata descrizione dei fatti, ricca di aspetti d’introspezione psicologica rispetto ad un personaggio, in fondo secondario nell’esposizione di vicende verosimili, quindi non vere, lasciandomi però la sensazione che codesti ultimi aspetti potessero contenere una dimensione significativa ed utile per interpretare gli schemi concettuali della storia del pensiero dalle sue origini fino ai nostri giorni, mi disse il sapientissimo Aristarco, come primo ed immediato commento del racconto. Quindi riferì, il dotto magister philosophiae, l’Etrusco aggiunse: “Collega illustre, la narrazione del mito da me appena conclusa in che cosa, dunque, riflette quello che noi oggi consideriamo il problema della verità dell’Essere o del Non Essere?” - Le opposte interpretazioni ne metteranno in luce la razionalità sottesa ai fatti, replicai, mi disse Aristarco. “Ai posteri l’ardua sentenza”, profferì questa sententia a sigillo del colloquio lo Straniero di Etruria, un sottile ironico sorriso; poi, senza aggiungere altro, semplicemente un lieve tocco della sua mano sulla mia spalla, mi salutò: “Buona giornata, amico di Roma, dottore egregio”; quindi, senza null’altro aggiungere, si allontanò in direzione della sponda Boaria del Tevere, alle mie spalle, aggiustandosi la sciarpa sul viso, che nel corso del colloquio gli era ricaduta sul petto, ed io null’altro feci che abbozzare un sorriso in replica e un cenno del capo a mo’ di risposta al suo saluto di congedo, così mi disse il grande Aristarco, il più sapiente tra noi.
- Che dire, dunque, Traseo Nera? Spetta a noi un’ermeneutica del mito, allora?
- Sì, ma un’altra volta, Decio Livio, ora devo andare. E ti do un lieve tocco di mano sulla spalla, a mo’ di saluto di congedo, per scimmiottare i convenevoli tra Aristarco il dottissimo ed il suo grande Pari di Sapienza, lo Straniero di Etruria.
- Ed io ricambio ed abbasso lievemente il capo, optime frater, una forma leggera di sorriso ad increspare il mio labbro nell’angolo inferiore, proseguendo nella recita del passato, sull’amicizia.
- Verae amicitiae sempiternae sunt.
- Eterne sono le amicizie vere.
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