L’OCCHIO “Questi dolori della mia anima, che a poco a poco diventavano sempre più frequenti, mi potevano affliggere non soltanto dopo aver mentito o essermi lasciato trascinare dall’ipocrisia, come gli adulti, ma in qualsiasi momento della vita. Mentre scherzavo con un amico, o facevo da solo la fila per il biglietto al cinema di Beyoglu, o stringevo la mano a una bella ragazza appena conosciuta, sembrava d’un tratto che da dentro mi uscisse fuori un occhio, rimasto sospeso in aria sopra di me e come un’attenta cinepresa cominciava a osservare accuratamente tutto quello che facevo in quel momento (davo i soldi del biglietto alla signora alla cassa o cercavo disperatamente qualcosa da dire a quella bella ragazza), e a prestare attenzione alle parole banali, illusorie e stupide (“– Per favore, un biglietto delle file centrali per ‘Dalla Russia con amore’; – Anche lei viene per la prima volta a una festa di questo tipo?”) Di colpo mi sentivo sia il regista sia l’attore di uno spettacolo, e mi trovavo sia dentro la vita , sia nella situazione di un osservatore che si burla della vita che sta vivendo. Riuscivo a comportarmi come se tutto fosse “normale” solo dopo un paio di secondi, e in seguito a questi momenti un trauma psicologico, che nasceva dalla vergogna e dalla paura, dall’estraneità e dal terrore mi avvolgeva completamente.” Orhan Pamuk, “Istanbul”, 2003.
IMMAGINE Occhio di Allah, Nazar Bonjuk , chiamato anche Evil Eye, è un famoso amuleto contro il malocchio, tipico della Turchia. È diffuso nelle abitazioni, in ufficio, in auto, le donne lo indossano come un gioiello, per bracciali, orecchini e collane, mentre ai bambini viene attaccato sui vestiti con una spilla da balia.
SCONGIURI Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, ego me baptizzo contro il malocchio. Puh! Puh! E con il peperoncino e un po' d' insaléta ti protegge la Madonna dell 'Incoronéta; con l'olio, il sale, e l'aceto ti protegge la Madonna dello Sterpeto; corrrrrno di bue, latte screméto, proteggi questa chésa dall' innominéto. (Lino Banfi)
UNO Cominciava ad imbrunire, quando mi avvicinai alla strada ultima, che conduceva alla Villa di Nazàr. Sulla via Cristoforo Colombo, in prossimità dell’Eur, il taxi aveva girato a sinistra, per via dell’Acqua Perfetta, in direzione dell’Ardeatina Antica. La strada correva tra due lati di campagna aperta. Subito però giungemmo in vista di un complesso edilizio residenziale. Il conducente girò a sinistra, percorrendo una strada a ferro di cavallo, poi imboccò una discesa e quindi una strada in salita, lasciandosi le ultime case del complesso residenziale alle spalle. In alto, su un leggero rilievo collinare, nel verde, si distingueva la facciata color tramonto (un rosa tendente all’oro) di una villa. Finì l’asfalto e la strada si restrinse in un tratturo abbastanza breve, perché presto raggiungemmo lo spiazzo davanti al cancello di una casa. Devo dire che all’inizio del tratturo vi era una sbarra sollevata, indicante che quella strada circondata da un parco era una strada privata. Congedai il tassista pagandogli il doppio della tariffa segnata dal tassametro, per rimborsarlo, come mi chiese con umile sorriso, anche della corsa di rientro. In segno di gratitudine, prima di ripartire, attese che il cancello a cui avevo suonato si aprisse. Entrai. Davanti alla soglia d’ingresso della casa a due piani, compreso il piano terra, mi attendeva sorridente, nella luce che imbruniva, Nazàr. Nazàr è il presidente della società di costruzione d’imbarcazioni marittime “Tirrenavig Spa”, di cui sono socio e mi aveva invitato per quel fine settimana a casa sua, dopo che i nostri rapporti, consolidatisi in numerose sedute del Consiglio d’amministrazione della Società, si erano andati stringendo negli ultimi tempi, avviandomi a diventare io uno dei soci con quota maggioritaria. Notai subito che ai lati dei gradini di marmo, situati davanti al portone, vi erano due sculture in pietra. Raffiguravano due cani uguali, accucciati nella stessa posa sulle zampe posteriori, con un’espressione teneramente viva, soprattutto degli occhi. L’ospite notò subito la mia attenzione per le due sculture e mi fece strada, varcando per primo l’ingresso, dopo avermi salutato con gentilezza: “Buona sera, Anastasio, benvenuto.” “Ero convinto che i due animali di pietra fossero leoni” dissi. “Da lontano ci si può ingannare.” “Evidentemente” si limitò a commentare il padrone di casa, assumendo come poco prima, quando avevo fissato l’attenzione sui due cani di pietra, un’aria stranamente perplessa, subito dissoltasi nella sua successiva premura per l’ospite. Eravamo entrati in un salone, che come mi attendevo era lussuosamente arredato: un ampio tappeto al centro, dove era situata una tavola in legno massiccio, finemente scolpita nelle rifiniture. Le sedie imbottite e ricoperte di stoffe pregiate erano tutte con la spalliera rigorosamente dorata. In alto, dal soffitto pendeva un lampadario con ricchissimi cristalli; tutt’intorno erano sistemati mobili di antiquariato e sulla parete di fondo una cristalliera, con l’argenteria in esposizione. Guardai i dipinti che raffiguravano nobili e dame rinascimentali ed anche alcune scene di caccia ottocentesche. Non mancavano armature medievali. Nazàr mi guidò nelle altre stanze del piano terra, tutte arredate nello stesso stile, poi tornammo in salone, dove poco dopo scendendo la scala in legno d’angolo ci raggiunse la padrona di casa, Zobeide. (Segue)
Occhio di Allah, Nazar Bonjuk , chiamato anche Evil Eye, è un famoso amuleto contro il malocchio, tipico della Turchia. È diffuso nelle abitazioni, in ufficio, in auto, le donne lo indossano come un gioiello, per bracciali, orecchini e collane, mentre ai bambini viene attaccato sui vestiti con una spilla da balia.
Istanbul
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Socrate
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‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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L’OCCHIO
“Questi dolori della mia anima, che a poco a poco diventavano sempre più frequenti, mi potevano affliggere non soltanto dopo aver mentito o essermi lasciato trascinare dall’ipocrisia, come gli adulti, ma in qualsiasi momento della vita. Mentre scherzavo con un amico, o facevo da solo la fila per il biglietto al cinema di Beyoglu, o stringevo la mano a una bella ragazza appena conosciuta, sembrava d’un tratto che da dentro mi uscisse fuori un occhio, rimasto sospeso in aria sopra di me e come un’attenta cinepresa cominciava a osservare accuratamente tutto quello che facevo in quel momento (davo i soldi del biglietto alla signora alla cassa o cercavo disperatamente qualcosa da dire a quella bella ragazza), e a prestare attenzione alle parole banali, illusorie e stupide (“– Per favore, un biglietto delle file centrali per ‘Dalla Russia con amore’; – Anche lei viene per la prima volta a una festa di questo tipo?”) Di colpo mi sentivo sia il regista sia l’attore di uno spettacolo, e mi trovavo sia dentro la vita , sia nella situazione di un osservatore che si burla della vita che sta vivendo. Riuscivo a comportarmi come se tutto fosse “normale” solo dopo un paio di secondi, e in seguito a questi momenti un trauma psicologico, che nasceva dalla vergogna e dalla paura, dall’estraneità e dal terrore mi avvolgeva completamente.”
Orhan Pamuk, “Istanbul”, 2003.
IMMAGINE
Occhio di Allah, Nazar Bonjuk , chiamato anche Evil Eye, è un famoso amuleto contro il malocchio, tipico della Turchia. È diffuso nelle abitazioni, in ufficio, in auto, le donne lo indossano come un gioiello, per bracciali, orecchini e collane, mentre ai bambini viene attaccato sui vestiti con una spilla da balia.
SCONGIURI
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, ego me baptizzo contro il malocchio. Puh! Puh! E con il peperoncino e un po' d' insaléta ti protegge la Madonna dell 'Incoronéta; con l'olio, il sale, e l'aceto ti protegge la Madonna dello Sterpeto; corrrrrno di bue, latte screméto, proteggi questa chésa dall' innominéto. (Lino Banfi)
I DUE CANI GEMELLI
UNO
Cominciava ad imbrunire, quando mi avvicinai alla strada ultima, che conduceva alla Villa di Nazàr. Sulla via Cristoforo Colombo, in prossimità dell’Eur, il taxi aveva girato a sinistra, per via dell’Acqua Perfetta, in direzione dell’Ardeatina Antica. La strada correva tra due lati di campagna aperta. Subito però giungemmo in vista di un complesso edilizio residenziale. Il conducente girò a sinistra, percorrendo una strada a ferro di cavallo, poi imboccò una discesa e quindi una strada in salita, lasciandosi le ultime case del complesso residenziale alle spalle. In alto, su un leggero rilievo collinare, nel verde, si distingueva la facciata color tramonto (un rosa tendente all’oro) di una villa. Finì l’asfalto e la strada si restrinse in un tratturo abbastanza breve, perché presto raggiungemmo lo spiazzo davanti al cancello di una casa. Devo dire che all’inizio del tratturo vi era una sbarra sollevata, indicante che quella strada circondata da un parco era una strada privata.
Congedai il tassista pagandogli il doppio della tariffa segnata dal tassametro, per rimborsarlo, come mi chiese con umile sorriso, anche della corsa di rientro. In segno di gratitudine, prima di ripartire, attese che il cancello a cui avevo suonato si aprisse. Entrai. Davanti alla soglia d’ingresso della casa a due piani, compreso il piano terra, mi attendeva sorridente, nella luce che imbruniva, Nazàr.
Nazàr è il presidente della società di costruzione d’imbarcazioni marittime “Tirrenavig Spa”, di cui sono socio e mi aveva invitato per quel fine settimana a casa sua, dopo che i nostri rapporti, consolidatisi in numerose sedute del Consiglio d’amministrazione della Società, si erano andati stringendo negli ultimi tempi, avviandomi a diventare io uno dei soci con quota maggioritaria.
Notai subito che ai lati dei gradini di marmo, situati davanti al portone, vi erano due sculture in pietra. Raffiguravano due cani uguali, accucciati nella stessa posa sulle zampe posteriori, con un’espressione teneramente viva, soprattutto degli occhi. L’ospite notò subito la mia attenzione per le due sculture e mi fece strada, varcando per primo l’ingresso, dopo avermi salutato con gentilezza: “Buona sera, Anastasio, benvenuto.” “Ero convinto che i due animali di pietra fossero leoni” dissi. “Da lontano ci si può ingannare.” “Evidentemente” si limitò a commentare il padrone di casa, assumendo come poco prima, quando avevo fissato l’attenzione sui due cani di pietra, un’aria stranamente perplessa, subito dissoltasi nella sua successiva premura per l’ospite.
Eravamo entrati in un salone, che come mi attendevo era lussuosamente arredato: un ampio tappeto al centro, dove era situata una tavola in legno massiccio, finemente scolpita nelle rifiniture. Le sedie imbottite e ricoperte di stoffe pregiate erano tutte con la spalliera rigorosamente dorata. In alto, dal soffitto pendeva un lampadario con ricchissimi cristalli; tutt’intorno erano sistemati mobili di antiquariato e sulla parete di fondo una cristalliera, con l’argenteria in esposizione. Guardai i dipinti che raffiguravano nobili e dame rinascimentali ed anche alcune scene di caccia ottocentesche. Non mancavano armature medievali. Nazàr mi guidò nelle altre stanze del piano terra, tutte arredate nello stesso stile, poi tornammo in salone, dove poco dopo scendendo la scala in legno d’angolo ci raggiunse la padrona di casa, Zobeide.
(Segue)
[N. d. B.]
Il seguito verrà pubblicato dopodomani, tranne che non sia arrivata la nave di Delo.
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